domenica 12 giugno 2022

Indecisioni del cuore salvo E&O

Non sapere quale decisione prendere è la peggiore delle sofferenze. Paulo Coelho

Sono almeno tre settimane che non riesco a scrivere una riga nuova del mio romanzo, ma non è la crisi della pagina bianca, no, anzi sono arrivata a un punto in cui molte matasse si dipanano e la trama si sviluppa meglio. Non ho molta fretta perché è un episodio del commissario Sorace che uscirà il prossimo anno, salvo imprevisti, oppure come si dice salvo errori ed omissioni. Il fatto è che questi anni ci hanno insegnato che la nostra vita è precaria, molto più di quanto pensassimo, è anche per questo che vorrei portare a termine delle cose, prima che sia troppo tardi, ma tardi per cosa? 

Il fatto è che è difficile scrivere se hai la mente troppo piena di pensieri, no, non pensieri sulla scrittura, ma pensieri sulla vita vera, quella che affronti tutti i giorni. Mi hanno affibbiato un settore dell’azienda del tutto disorganizzato, dove tanti cani sciolti corrono per conto loro, l’obiettivo che mi ha dato la direzione generale è quella di organizzarli e metterli in riga, ma non è semplice, anche perché alcuni cani sciolti sono abbastanza importanti e chi sono io per dire a qualcuno “più importante” di me che deve sottostare alle mie regole giuridiche? Così finisco per correre per stare dietro a tutto e a tutti e prevenire i problemi, ma qualcosa sfugge sempre dalle maglie dell’organizzazione, la mia. Così sono diversi week end che non solo non scrivo, ma dedico il mio tempo libero a “mettermi in pari con il lavoro dell’ufficio” perché dovrei andare in ferie (ho un po’ di ferie arretrate da fare) e prima devo liquidare tutte le fatture in scadenza, devo completare alcuni contratti perché i servizi partono a metà giugno, ma prima della firma c’è stato un rimpallo tra i vari uffici per decidere come impostare il contratto, finché quando alla fine non sanno come concludere ti dicono: 

ma in fondo puoi decidere in autonomia sei TU la responsabile del contratto, decidi per il meglio. E me lo dici adesso! 

No, perché io non sono scema, sei stato tu dirigente dei miei stivali che mi hai detto di chiedere il parere prima all’ufficio di Tizio e poi all’ufficio di Caio. Così mentre il mio serial killer interiore immagina il metodo più doloroso e lento per uccidere lo str.. ehm il referente di turno (da dove credete che nascano i miei thriller?) io mi ritrovo in fondo al tunnel ma senza la luce, anzi con la sensazione di soffocare sotto un mare di scartoffie inutili...

Bene, basta tediarvi con il mio stress lavorativo, queste sono le principali motivazioni per cui non scrivo. E poi ce ne sono altre, quelle che hanno a che fare con i piccoli tarli del nostro cervello, devo fare una scelta importante e sono notti che non dormo. Ho perfino comprato il libro “Chi ha spostato il mio formaggio” su suggerimento di Barbara di Webnauta, di cui vi riporto il link Post di Webnauta é un librino arguto e intelligente che si legge in un’ora e, attraverso di esso, ho cercato di capire come affrontare questa mia decisione, il problema è che quando tutto mi appariva chiaro, nascevano nuovi dubbi. 

Comunque alla fine ho preso una decisione con convinzione e coraggio e, ovviamente, ho continuato a non dormire dalla preoccupazione che la decisione presa ormai comporta: avrò fatto bene? Se poi le cose non vanno come penso? E se? e ma? E boh? 

Mi sento il cuore come quello dell’immagine, appeso a una corda sulla corteccia ruvida di un albero. Ormai il dado è tratto ed è inutile rimuginarci ancora. Intanto, alla fine di questa settimana, vado in ferie qualche giorno, che la vita é breve oltre che precaria,  per cui per dirla alla Rossella O’Hara, ci penserò domani...cioè al ritorno. 

Fonti immagini: Pixabay


sabato 4 giugno 2022

Piccole bugie salvavita

Chi lo sa che cosa è vero in un mondo di bugiardi (Marco Masini)

Tempo fa avevo iniziato a scrivere un post sulle bugie che diciamo nel quotidiano per salvarci da situazioni opprimenti o perlomeno fastidiose. Una situazione che mi capitava spesso prima della pandemia era ricevere, con insistenza, inviti indesiderati. Talvolta rispondevo:

Cosa? No, questa settimana non posso uscire, ho già un impegno, no mi dispiace!

In realtà non avevo nessun impegno, ma uscire per me richiedeva un grandissimo sforzo perché uscivo tardi dal lavoro e poi quell’invito implicava vedere della gente che non avevo voglia di vedere, non perché mi fosse antipatica, semplicemente si trattava di persone con cui avevo poco in comune. 

Lo so, perché non dire semplicemente di no? Provateci voi con l’insistenza che hanno certe persone! Ho provato, con l’esperienza, che è molto più facile mentire, questo perché la maggior parte della gente non accetta un no come risposta, insiste con tono quasi offensivo, ma se poi sei tu a chiedere qualcosa il "no" arriva. E allora mi sono detta, ma perché devo fare i salti mortali per dire sì a cose che non desidero, per accontentare amici, parenti e colleghi? Perché fare una fatica sovrumana per far accettare il mio "no" a tutti coloro che chiedono sempre (e troppo spesso senza fare altrettanto)?

Il tempo è la cosa più preziosa che ho, se lo passi facendo delle cose che non ami fare non ti verrà restituito e quindi lo avrai sprecato.

Ho anche pensato di essere un po’ asociale, non amo la gente? Ho la puzza sotto il naso? Ma perché non ammettere semplicemente di non aver voglia di fare una cosa e basta? 

Prima della pandemia c’erano alcune cose che mi causavano estremo imbarazzo:

Aperitivi e cene con i colleghi: faccio una premessa c’è un gruppo di colleghi con i quali avevo legato moltissimo e con cui, nonostante ora lavoriamo in uffici diversi e lontani, ci ritroviamo sempre con piacere, quando c’è la possibilità di organizzare una cena insieme è sempre bello. Quando si tratta di uscire con loro lo faccio volentieri e supero la stanchezza, con altri colleghi non è così, ma proprio per questo non sento l’esigenza di vederli fuori dal lavoro, passo del tempo con loro sul lavoro, ed è più che sufficiente. 

Inviti fuori da parte di chi non lavora: lo so, può sembrare strano, ma esiste gente che non lavora per vivere, nel senso che non ha bisogno di lavorare, vive di rendita o si fa mantenere da qualcuno, che dire beati loro.  Mi capitava spesso l’invito a cena da  parte di un’amica che vive di rendita, beata lei, è ricca di famiglia, così organizzava cene a casa sua durante la settimana, spesso il martedì oppure il giovedì, cene che cominciavano alle otto-otto e trenta e finivano dopo mezzanotte. Capitava una o due volte al mese, a seconda dei periodi. Sembrava una maledizione, ma ogni volta che c'era una sua cena, mi capitava qualche imprevisto sul lavoro e facevo più tardi del solito, quindi arrivavo a casa alle sette di sera distrutta e alle otto dovevo essere a casa sua, ovviamente senza nessuna voglia di uscire. Ogni volta insisteva che andassi alla sua cena, ma io ovviamente non vivo di rendita e mi sveglio alle sei del mattino tutti i giorni. Comunque visto che mi ero impegnata ci andavo lo stesso, erano cene in piedi sempre con un sacco di gente, confesso che i primi tempi in cui la conoscevo (dieci anni fa) si era creato un piccolo gruppo di amiche con cui era piacevole ritrovarsi, dopo però gli invitati alla festa sono diventati una sorta di variabile casuale e, insomma, finivo con l'annoiarmi profondamente, così aspettavo trepidante il momento giusto per andarmene, possibilmente non troppo tardi. Benedico la pandemia che mi ha tolto da questa incombenza.

Poi ci sono gli amici, sì è vero quelli te li scegli, ma dopo anni che li conosci vuoi mettere in crisi un’amicizia con un “no” che non vogliono sentirsi dire? Può succedere di avere a che fare con amici insistenti, a volte mi sono salvata con una bugia e, lo confesso, con la pseudo fine della pandemia mi sono salvata da qualche riunione in presenza con una bugia sulla mia salute ehm ho un po' di tosse, non credo di avere il covid, ma forse è meglio fare la riunione on line cosa dite? 

Stavo per cancellare la bozza di questo post quando, qualche giorno fa, ho letto su Donna Moderna, un articolo sulle bugie intitolato Effetto Pinocchio di Rossana Campisi, che parlava di un libro intitolato Filosofia della menzogna di Lars Svendsen, a quanto pare tutti mentiamo, spesso sono peccati veniali perché lo facciamo a fin di bene, ma esiste davvero la bugia a fin di bene? La verità é che tutti raccontiamo bugie (meno male mi sento già meglio)) ma ci sono bugie nere e bugie bianche, le prime sono quelle dette per egoismo, per esempio per nascondere il tradimento nella coppia oppure per truffare la gente, infatti ci sono vari gradi di “oscurità” nelle bugie. 

Le bugie bianche, invece, sono quelle dette per evitare sofferenze inutili. Se non diciamo a un’amica che un vestito le sta male lo facciamo per non ferirla, oppure possiamo dire le cose con un certo tatto, a volte si può omettere semplicemente di esprimere un giudizio, a meno che non ci venga chiesto esplicitamente. In certi casi essere sinceri vuol dire essere disturbanti, pensiamoci prima di parlare.

Secondo Lars Svenden esistono i bugiardi patologici ma anche i veritieri patologici che si accaniscono a parlare anche quando non sono chiamati a farlo. Se si racconta la verità per scaricarsi la coscienza è un atto egoistico, per esempio quando una storia finisce e si raccontano tutti i tradimenti, a chi giova? Se si racconta una verità del passato per togliersi un peso questa verità può solo creare nuovo dolore. Ci sono invece casi in cui è opportuno conoscere la verità anche passate per evitare un nuovo danno.

Mentire è umano e non dobbiamo colpevolizzarci se lo facciamo in certi casi, ma è importante puntare alla sincerità, ma soprattutto credo sia fondamentale non mentire mai a se stessi. 

Come affermava Shakespeare, secondo una citazione di Lars Svenden, gli esseri umani mentono mentre cercano la verità. 

E voi cosa ne pensate?  


Fonti immagini: Pixabay 

Fonti testi: donna moderna n. 19/2022


domenica 29 maggio 2022

La casa dalle finestre che ridono, tra finzione e realtà

Locandina del film presa da Google

Credo di aver visto questo film quando ero bambina, lo diedero in televisione, ho un ricordo di me accanto a mia madre e alle mie sorelle intente a guardare con terrore l’evolversi della vicenda descritta nel film. Non so se è un ricordo vero o se è una proiezione della mente, tuttavia ho sempre avuto questo ricordo e ogni tanto pensavo che avrei voluto rivedere il film. Tempo fa leggendo il romanzo di Gianluca Morozzi Gli annientatori (un romanzo davvero angoscioso e terrificante, ben scritto, adatto a chi ha voglia di non dormire la notte e ama le storie forti) dove il protagonista citava questo film, mi è tornata la voglia di rivederlo, ma ovviamente è un film che in tv non ridanno mai, rifanno le stesse repliche per anni e anni sempre dello stesso film o fiction ma niente, questo mai! 

Quando è morto Gianni Cavina, un attore che io ho sempre apprezzato e che adoravo nella fiction dell’Ispettore Sarti di cui ho parlato in un mio post Il mondo narrativo ho pensato: ecco adesso la Rai farà la replica del film La casa dalle finestre che ridono, dove Cavina ha una splendida interpretazione, Coppola - il taxista del posto - ed è uno dei personaggi cardine della trama, invece no,  illusione, la sua morte é passata quasi inosservata. Di recente invece è morto Lino Capolicchio altro attore del film, colui che interpretava il personaggio protagonista, così ecco che in tv si è tornato a parlare del film. La curiosità di rivederlo mi ha spinto a ordinare il dvd su Amazon, visto che il film era introvabile anche on line, quindi detto, fatto, in due giorni é arrivato il dvd e nel week end abbiamo visto il film. 

 Intanto vi riporto la trama del film da Wikipedia 

La casa dalle finestre che ridono è un film del 1976 diretto da Pupi Avati. Nel 1979 ha vinto il premio della Critica al Festival du Film Fantastique di Parigi ed è anche diventato un film di culto come horror-giallo.

Estratto della Trama 

Stefano è un giovane restauratore a cui, con l'intercessione dell'amico Antonio, è stato affidato dal sindaco di un paese della provincia ferrarese l'incarico di riportare alla luce un macabro affresco in una chiesa nella campagna circostante. L'opera è stata dipinta da un folle pittore del posto morto suicida vent'anni prima, Buono Legnani, e raffigura il martirio di San Sebastiano. Stefano rimane molto affascinato dall'affresco, ma pochi colloqui con il parroco Don Orsi ed altre persone del posto sono sufficienti a convincerlo che tanto l'opera quanto il suo autore non godono di altrettanta stima fra la gente del paese. Alcune telefonate anonime, che lo invitano ad andarsene rinunciando al restauro, e qualche frase sibillina di Coppola, l'iracondo ed alcolizzato tassista del luogo, gli instillano il sospetto che l'affresco e il suo autore nascondano un qualche mistero che la morbosa sonnolenza del paese non riesce completamente a celare.

Tralascio il resto per non togliere suspense a chi volesse vedere il film, quindi grazie al dvd su Amazon, ho finalmente colmato questa lacuna della memoria e mi è piaciuto ripercorre anche le tappe di Pupi Avati per arrivare a girare questo piccolo capolavoro degli anni settanta. Perché mi interessava il film? Oltre a essere un ricordo della mia infanzia mi incuriosiva il fatto che fosse un film di Pupi Avati regista bolognese che ha sempre trattato storie di provincia, quella provincia spesso dimenticata in cui possono svolgersi parecchi orrori quotidiani, quella provincia dove tutti sanno e fanno finta di non vedere, insomma il luogo perfetto per consumare dei crimini anche piuttosto cruenti. Nella cronaca italiana ci sono molti esempi: la coppia che uccide i vicini facendo una strage, la figlia adolescente che uccide i genitori con l’aiuto del fidanzato, figli che uccidono i genitori per l’eredità, insomma storie cruente della nostra “tranquilla” provincia. 
Anche la provincia americana ha offerto moltissimi esempi, ma noi in Italia non ci facciamo mancare nulla, non c’è bisogno di andare a New York per avere un serial killer, ne abbiamo avuti diversi anche qui, dal mostro di Firenze al killer dei treni e delle prostitute. 
Comunque tornando al nostro film mi sono divertita ad andare a cercare i luoghi originali dove é stato girato il film, visto che “giocavo” in casa per così dire. 

Castello dei Manzoli (foto dal sito del Comune di Minerbio) 


Il film è stato girato a Comacchio, in provincia di Ferrara, ma ci sono diverse scene girate a Minerbio in provincia di Bologna, dove c’è il Castello Manzoli e qui si svolgono diverse scene del film  (di cui riporto alcune foto scattate da me) vicino al castello, ai tempi in cui si girava il film, c’era una trattoria, oggi chiusa, dove il protagonista andava a mangiare, incontrava la gente del posto e si svolgeva la vita del piccolo centro. Le foto mostrano il porticato con alcuni tavoli, i piatti di carta che vedete sono messi lì dal custode del castello per i gatti che vivono liberi nel borgo.
Il castello di San Martino in Soverzano fu costruito fra il 1100 e il 1200 dagli Ariosti e nel 1407 venne acquistato dai conti Manzoli che lo restaurarono creando un’area che comprendeva l’osteria, le botteghe e le abitazioni per gli artigiani, un piccolo e vivace borgo medievale.
Invece la casa dalle finestre che ridono (che nel film era l’abitazione del pittore folle, autore dell’ affresco da restaurare) era un casolare situato presso Malalbergo, piccola frazione sempre in provincia di Bologna a qualche chilometro dal comune di Minerbio, oggi non esiste più perché è stato abbattuto. 


Cortile della tratttoria Poppi del film

Cartello all'entrata con la storia del Borgo del Castello Manzoli

Tavoli della vecchia trattoria ora a disposizione dei gatti del borgo

È molto interessante scoprire la storia che ruota attorno alla produzione del film, sembra che sia stata ispirata dai racconti d’infanzia che la nonna di Pupi Avati raccontava ai bambini per farli stare buoni, tra l’altro pur essendo girato nei luoghi che ho citato, nei titoli di coda del film sono riportati i De Paoli Studios di Roma per motivi burocratici. 
Il merito di Pupi Avati è quello di aver trasformato la bassa padana nel palcoscenico ideale per un giallo horror, è stato un precursore aprendo la strada ad altri registi che sono forse diventati più famosi di lui. Tra l'altro all'inizio del film il sindaco Solmi che attende il restauratore lungo l'argine del fiume è un uomo di bassa statura che a me ha ricordato moltissimo il nano della famosa serie del 1990 I segreti di Twin peaks di David Lynch.
Vuoi vedere che Lynch è stato ispirato dal nostro Pupi?

Voi avete visto questo film? Siete affascinati anche voi dai luoghi che diventano palcoscenici del cinema? 

Fonti testi: Wikipedia 

sabato 21 maggio 2022

Lamentosi e postulanti


Sono così incompreso che non si comprendono neanche i miei lamenti di essere incompreso.

(Søren Kierkegaard)

Avevo iniziato a scrivere questo post tempo fa...esasperata da una serie di lamentele che arrivavano puntualmente alla mia attenzione anche se non lavoro all’ufficio reclami, no. Ho solo un atteggiamento “gentile” cerco di esserlo almeno, ma spesso la gente scambia la gentilezza per debolezza o per il muro del pianto, ah eccoti, vengo da te a lamentarmi per sfogarmi un po’.

Credo di essere diventata sempre più insofferente e sono un po’ preoccupata, sono diventata una tipa arcigna e antipatica? 

Ora, io non sopporto chi si lamenta, é inutile lamentarsi anche perché per carattere preferisco “fare”, se ho mille incombenze da affrontare preferisco rimboccarmi le maniche e mettermi all’opera, invece arriva il lamentoso di turno e per mezz’ora si mette a parlare dei suoi problemi, anche se la soluzione non posso trovargliela io, ma intanto mi ha gettato addosso le sue lamentele. In questo periodo che tutti sono tornati in presenza al lavoro, mi ritrovo talvolta a perdere tempo per le chiacchiere altrui, su cose per le quali io non ho assoluto interesse, peraltro con tutte le cose urgenti che ho da fare non ho assolutamente voglia di perdere tempo.

Il significato della parola "lamentarsi" presa dal dizionario è la seguente: esprimere la propria scontentezza, dolersi presso altri di cosa che non ci soddisfa, di un torto subìto, di quanto ci fa soffrire: lamentarsi della cattiva sorte; si lamenta di crampi allo stomaco; lamentarsi di essere stato isolato; spesso è inclusa l’idea di un certo risentimento: lamentarsi del cattivo trattamento, del pessimo vitto, della poca pulizia di un locale, della disorganizzazione degli uffici; lamentarsi di lavorare troppo; lamentarsi presso i superiori, ecc.

Ho provato a stilare una lista di categorie di lamentosi:

Il lamentoso cronico: è colui che è costantemente afflitto, preda di incomparabili problemi, ingiustizie e tragedie inenarrabili. Una di quelle persone che “Ah non puoi immaginare quanto io stia male” e “Beato te che non hai i miei problemi“. Quello che poi liquida come quisquilie i problemi degli altri per parlare solo e costantemente dei suoi, quelli sì, di impossibile soluzione.

Il lamentoso inconcludente: c’è quello che si lamenta per passare il tempo e farti perdere tempo come una mia collega che parla male di tutto e tutti, solo e semplicemente per chiacchierare, perché non ha voglia di lavorare e pensa che quello che dice sia tanto interessante. Ogni tanto esordisce con “ti ho già detto di Tizio?” “Sì tre volte grazie” argh, di solito, quando riesco, adotto la strategia della fuga, ma ho scoperto di non essere la sola. 

Il lamentoso disprezzante: è colui che disprezza tutti, il bastian contrario, tu dici bianco e lui dice nero, tu dici rosso lui dice blu. Solo che, se tu -per quieto vivere- dici blu pensando di andargli incontro ecco che lui cambia nuovamente idea, tanto per farti dispetto. Insomma é il lamentoso che semina zizzania e che, se te lo ritrovi sul lavoro, è quello che sa sempre tutto lui, conosce le leggi meglio di te, per qualsiasi cosa é pronto a fare una class action o una rivendicazione sindacale, e diventa subito tuo nemico se non la pensi come lui. Quelli che “se lo conosci lo eviti...”

Il lamentoso produttivo: c’è anche colui che si lamenta per condividere il suo problema provando a cercare una soluzione dal confronto “produttivo” dello scambio di opinioni, forse questa persona non rientra neanche nella categoria dei lamentosi veri, in fondo tutti noi, chi più chi meno, quando ha un problema cerca conforto e consigli. 

A volte penso di essere diventata, nel tempo, sempre meno paziente e, soprattutto, sempre meno desiderosa di ascoltare chiacchiere inutili, sono diventata insofferente alle persone, avendo l’impressione che mi succhino energia vitale, è una sensazione che mi assale da un po’ di tempo, per questo vorrei liberarmi da tutti questi individui inopportuni, tanto che sono perfettamente felice quando sono lontana dalla gente. 

Sono diventata pericolosamente asociale? 

È una domanda che ogni tanto mi pongo, ma documentandomi un po’ in rete sembra che il lamentoso sia davvero un male diffuso ed estremo, perché quando ci lamentiamo sprigioniamo tanta energia negativa che attiva il cortisolo, l'ormone dello stress. Questo ormone ha effetti sull'ippocampo, zona del cervello che ha importanza nel processo di apprendimento ed è responsabile della memoria e dell'immaginazione...insomma il lamentoso nuoce gravemente alla salute, la sua ma soprattutto a quella di coloro che lamentosi non sono, questo perché chi si lamenta è affetto da egocentrismo totale, i suoi sono veri problemi, gli altri sono felici e vivono nel mondo di bangodi, mentre lui è perseguitato dalla sorte oppure è vittima di un complotto.

Che poi, questo atteggiamento rischia di scivolare nella situazione di chi grida sempre "al lupo, al lupo" e non viene più ascoltato neanche quando il lupo arriva davvero.

E poi ci sono i postulanti

Definizione: Persona che chiede, in genere con una certa insistenza, favori, concessioni, o fa istanze e premure per ottenere (o farsi ottenere) un impiego, una carica e simili favori o vantaggi.

È una categoria molto popolata, tra postulanti di carattere e postulanti di professione, i primi sono simili ai lamentosi cronici, cercano la soluzione dei loro problemi dagli altri, come la manna dal cielo, “ho questo problema, me lo risolvi tu?” Non che ci sia nulla di male a chiedere aiuto, ma spesso si tratta di persone incapaci di rimboccarsi le maniche e darsi da fare autonomamente per la loro vita; i secondi sono quelli che ormai trovi dappertutto dai call center ai venditori porta a porta, mi capita ormai quando vado al centro commerciale di fare lo slalom per evitarli e raggiungere indenne l’entrata del supermercato dove vorrei fare la spesa, possibilmente senza fare un nuovo contratto telefonico, comprare un depuratore di acqua o aderire al club degli editori.  

Che poi ormai usano ogni forma di espediente per fermarti tipo:

Scusi solo un paio di domande per una statistica, lei è a favore dell’ambiente? Sì, allora le serve un depuratore, eccolo qui è in offerta solo oggi! 

Lei ama leggere? Sì ma leggo solo eBook, ma comprerà ogni tanto anche un libro di carta per regalarlo, oppure i libri per i bambini? Beh sì ogni tanto capita, allora venga che le do una tessera sconto gratuita! 

Questa ultima situazione mi é capitata di recente, quando sono entrata nella libreria per la tessera sconto (tra l’altro con la busta della spesa piena con il desiderio urgente di rientrare a casa a mettere tutto in frigo) la postulante ha chiesto i miei dati ed è saltato fuori che voleva rifilarmi l’iscrizione al club degli editori, solo 4 libri di carta in un anno, da comprare presso la loro libreria, argh, ho detto che mi si scioglievano i surgelati e che sarei ripassata, sono scappata a gambe levate. Ora se anche volessi comprare un libro di carta eviterò la suddetta libreria per non ritrovarmi placcata dalla postulante del Club degli editori. Faccio presente che sono stata iscritta per anni al suddetto club e ho comprato parecchi libri nel tempo, qualche volta è anche capitato un libro che mi è piaciuto, ma spesso nel catalogo, tra i libri che dovevi comprare per assolvere l’obbligo, non c’erano quasi mai i libri che mi interessavano davvero e alcuni dei libri comprati “per forza” sono rimasti intonsi nella mia libreria senza che riuscissi a leggerli. La lettura è un piacere e per esserlo non deve essere forzata.

Avete anche voi qualche categoria di lamentoso o postulante da segnalare?

Fonti testi: Wikipedia

Fonti immagini: Pixabay

domenica 8 maggio 2022

Festa del lavoro

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero. Aristotele

Lo so, arrivo tardi perché il primo maggio è già passato, difficilmente dedico dei post alle ricorrenze tuttavia quest’anno, per la prima volta, la festa del lavoro mi è sembrata particolarmente sentita dai media, forse è solo una mia sensazione ma ho ascoltato dei discorsi in cui mi ci sono ritrovata molto più che in passato. 

Il sindacalista Maurizio Landini, in una breve intervista, ha evidenziato il rapporto molto stretto tra stipendi ed economia, oggi siamo di fronte a salari sempre più bassi, mentre una volta con lo stipendio si viveva dignitosamente e si mettevano da parte dei risparmi, addirittura si poteva comprare la macchina nuova o la casa, sia pur accendendo un mutuo, il livello salariale di oggi non solo non permette tutto questo ma  è a livello di sussistenza, permette appena di sopravvivere. Come può girare l’economia se non c’è un’adeguata retribuzione? si chiede di consumare ma se non c’è la possibilità di farlo diventa impossibile, i minori consumi causano un ristagno dell’economia che di conseguenza impatta sul resto. Se poi pensiamo che gli orari di lavoro sono sempre più fagocitanti oserei dire che manchi anche il tempo da dedicare ai consumi, io per esempio non ho mai il tempo di fare acquisti (intendo quegli acquisti che davvero desidero e non quelli indotti e inutili). Oggi il lavoro, oltre a essere poco pagato è diventato sempre più precario, ovvio che la precarietà non aiuti l’economia, se non sono sicura di avere il lavoro domani non sarò spinta a spendere o perlomeno a fare investimenti sul medio o addirittura lungo termine, insomma il tanto demonizzato posto fisso è quello che permette di costruire il futuro non solo personale ma di un’intera società, è così difficile capirlo? Invece questo legittimo desiderio di stabilità ci è stato venduto come un blocco per l’economia, come qualcosa che non permetteva la giusta flessibilità del mondo del lavoro (perché in America è tutto molto più snello, certo ma in America non esiste la burocrazia che ingessa il sistema e non esiste l’evasione fiscale che c’è in Italia. Quanto mi irrita questo diffuso pensiero che gli americani facciano meglio di noi, non é così, ci sono cose buone e cose cattive ma contestualizzate la situazione). 

Quindi senza stipendi adeguati e dignitosi che garantiscano la vita e non la semplice sussistenza, senza la stabilità del lavoro e non la precarietà, l’economia non può funzionare. Ma se sono accorti adesso?

Io lo penso da anni, ma in fondo io non sono nessuno, questa é semplicemente una legge economica, strano che tutti i geni al governo non se ne siano accorti, tutti quei grandi pensatori che ci hanno massacrato con leggi inique rubando diritti acquisiti dopo anni di lotte, in nome di una flessibilità del lavoro che doveva garantire maggiore occupazione, hanno contribuito alla rovina dell’economia italiana. L’Italia è il paese dove il salario è rimasto fermo negli ultimi vent’anni, in tutti gli altri paesi europei il salario medio é cresciuto, l’Italia precede solo la Grecia e la Turchia per livello di salario. E ci meravigliamo se l’economia non va come dovrebbe? In Italia ci salviamo solo perché molti giovani hanno alle spalle le famiglie, la generazione degli anni sessanta e settanta che ha risparmiato e che ora supporta i figli con lavori precari. 

La globalizzazione è stata per il capitalismo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite.
Serge Latouche 


Ci siamo asserviti a un mondo sempre più globalizzato, convinti di avere dei vantaggi, il che può essere anche essere vero, sotto certi aspetti, sotto altri non è detto. Ciò premesso, c’é un concetto importante che deve passare bene, il lavoro non deve essere schiavitù, invece oggi molti lavoratori sono schiavi e troppo spesso ricattabili, a causa dei contratti precari da rinnovare ogni tot mesi, alle necessità di avere una retribuzione, anche se da fame.

A supporto del mio pensiero arrivano poi articoli che mi capita di leggere che raccontano storie vere su questa situazione; sul n. 11 di Donna Moderna del 3 marzo scorso ho letto un’inchiesta di Eleonora Lorusso intitolata “Altro che dalle 9 alle 5...” A quanto pare è sempre più difficile rientrare nelle ore canoniche di lavoro, dalle 9 alle 5 può essere una chimera, già per gli impiegati è sempre più difficile osservare l’orario, spesso si va ben oltre, ma per coloro che devono fare dei turni diventa pressocché impossibile. In questo articolo si parla di una donna che lavorava in un supermercato e faceva dei turni estremamente rigidi e pur avendo un contratto precario di 24 ore settimanali (che però diventavano 40 quando era costretta a prolungare i turni con la promessa di un contratto di lavoro a tempo indeterminato) faceva fatica a conciliare lavoro e gestione del figlio in età scolare, finché - quando è venuto a mancare il supporto familiare che seguiva suo figlio quando lei non poteva -visto che il marito lavorava fuori regione - si è dovuta  licenziare, non per scelta, ma perché con i turni era impossibile gestire la famiglia che grava sulle spalle delle madri, quasi sempre. Nello stesso articolo si parla di un’azienda di logistica che ha imposto alle sue dipendenti due turni 5,30-13,30 e 14,30-22,30 cancellando il turno centrale 8,30-15,30 unico turno compatibile con gli orari di scuola dei figli. Assurdo, una volontà deliberata di nuocere al lavoratore. Non tutti possono permettersi una baby sitter o un familiare che aiuti nella gestione dei figli. E poi ci meravigliamo delle culle vuote? Le dipendenti hanno fatto causa e il giudice (del tribunale di Bologna) ha dato ragione alle dipendenti. Esistono comportamenti che mettono in condizione di svantaggio i lavoratori, in particolare le donne con figli (ma se vogliamo anche un uomo che cresce il figlio da solo). 

L’articolo 25 del codice delle pari opportunità del 2006 vieta queste condotte. Con la riforma del 2021, inoltre, é stata recepita una direttiva comunitaria che include espressamente tra i fattori discriminanti la gravidanza, la maternità e la paternità, anche adottive.

Non sempre le aziende rispettano le leggi, ma si può fare ricorso, tuttavia bisogna avere  tempo, energie e soldi per farlo (in Emilia Romagna, per ora la prima regione ad averlo adottato, è stato istituito un fondo di 20.000 euro per le spese legali per le donne che devono sostenere una causa di lavoro per discriminazione). 

Potrei dilungarmi ancora ma mi fermo qui, vi lascio con il video di Massimo Gramellini che, nella buonasera del 30 aprile, ha spiegato molto bene il concetto di lavoro dignitoso parlando del caso di una dipendente di Amazon “addetta al confezionamento dei pacchi” 






Fonti immagini: Pixabay 

Fonti testi: Donna moderna n. 11 marzo 2022