sabato 20 giugno 2026

La generazione ansiosa

 

L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo. Jodi Picoult . 


È raro che io legga dei saggi, ma, sfogliando i libri disponibili nella biblioteca digitale, sono stata subito incuriosita da un titolo: La generazione ansiosa di Jonathan Haidt.

Jonathan Haidt è uno psicologo sociale che ha scritto questo libro dopo anni di ricerche e approfondimenti nel campo della psicologia, anche attraverso studi condotti sui propri studenti. Secondo l’autore, con il passaggio dai Millennials, che hanno conosciuto principalmente il telefono cellulare, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone, si è assistito a un notevole aumento dei livelli di ansia e della dipendenza dai dispositivi digitali.

Ho trovato questo saggio davvero interessante perché analizza l’impatto che smartphone e social network hanno avuto sulla Generazione Z, evidenziando come abbiano contribuito a creare importanti cambiamenti nel modo di vivere, relazionarsi e affrontare la crescita.

Il libro racconta ciò che è accaduto alla generazione nata dopo il 1995, comunemente definita Generazione Z, successiva ai Millennials, nati tra il 1981 e il 1995. A partire dal 2012 è cresciuto in modo esponenziale il numero di adolescenti che condividono online foto e video della propria vita, non solo per essere osservati dai coetanei e dagli estranei, ma anche per ottenere approvazione e consenso.

Secondo Jonathan Haidt, i livelli di ansia e la dipendenza dalla tecnologia sono aumentati man mano che si è passati dai Millennials, abituati ai primi telefoni cellulari, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone fin dall’infanzia.

cerco di riassumere qualche concetto tratto dal libro:

"All’inizio degli anni 2000, le aziende tecnologiche della West Coast degli Stati Uniti svilupparono una serie di prodotti innovativi sfruttando la rapida espansione di Internet.

In quel periodo si diffuse un forte ottimismo nei confronti della tecnologia: questi strumenti rendevano la vita più semplice, divertente e produttiva, permettevano di comunicare facilmente e di connettere persone in ogni parte del mondo. Per molti sembravano rappresentare un enorme vantaggio anche per le democrazie emergenti. Tuttavia, secondo Haidt, le aziende non avevano condotto ricerche approfondite sulle possibili conseguenze che tali prodotti avrebbero potuto avere sulla salute mentale di bambini e adolescenti, né avevano condiviso dati con gli studiosi che ne analizzavano gli effetti. Al contrario, di fronte alle prove sempre più numerose dei danni provocati dall’uso intensivo dei social media tra i più giovani, molte imprese hanno reagito con strategie di negazione, minimizzazione del problema e campagne di pubbliche relazioni.

L’autore riconosce però che le piattaforme digitali e i social media possono essere strumenti molto utili per gli adulti: aiutano a trovare informazioni, lavoro, amicizie e relazioni, semplificano gli acquisti, favoriscono l’organizzazione politica e rendono più efficienti molte attività quotidiane. Sebbene anche alcuni adulti sviluppino forme di dipendenza da queste tecnologie, in genere si ritiene che siano in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

La situazione è diversa per i minori. Le aree del cervello legate alla ricerca della ricompensa maturano prima della corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e del processo decisionale, che raggiunge il pieno sviluppo solo intorno ai 25 anni. Per questo motivo bambini e preadolescenti sono particolarmente vulnerabili.

All’inizio della pubertà, infatti, molti ragazzi sono socialmente insicuri, facilmente influenzabili dalla pressione dei coetanei e fortemente attratti da tutto ciò che offre approvazione e gratificazione sociale. Haidt osserva che, mentre la società vieta ai minori di acquistare tabacco, alcolici o di entrare nei casinò, consente loro di accedere liberamente ai social media, nonostante questi possano esercitare un forte potere di coinvolgimento e creare forme di dipendenza."

Secondo Haidt, la Generazione Z è cresciuta in un contesto completamente diverso rispetto alle generazioni precedenti, trascorrendo sempre più tempo nel mondo virtuale e sempre meno nelle esperienze concrete e nelle relazioni dirette.

L’autore sostiene che molti genitori hanno adottato un atteggiamento di forte iperprotezione nella vita reale, limitando l’autonomia dei figli e cercando di eliminare ogni rischio. Allo stesso tempo, però, hanno concesso loro un accesso quasi illimitato al mondo digitale, spesso senza comprenderne i possibili effetti o sapere come porre dei limiti.

Eppure, per svilupparsi in modo sano, i bambini hanno bisogno di tempo libero, gioco e piccole sfide quotidiane, che li aiutano a costruire autonomia e resilienza. Infatti, proprio la combinazione tra eccessiva protezione nel mondo reale e scarsa tutela nel mondo virtuale è una delle principali cause dell’aumento di ansia e fragilità osservato nella Generazione Z.

Nel 2017 era ormai chiaro che l’aumento di depressione e ansia avveniva in diversi paesi tra gli adolescenti di tutti i livelli culturali, classi sociali ed etnie. Gli individui nati a partire dal 1996 erano diversi dal punto di vista psicologico da quelli nati, solo pochi anni prima. Subito dopo aver ricevuto un iPhone, i teenager iniziavano a diventare più depressi e chi lo usava di più era più depresso, mentre più sani erano quelle che dedicavano più tempo alle attività dal vivo come sport di squadre. 

I social media nuocciono agli adolescenti, soprattutto alle ragazze nella fase della pubertà e le cause del problema sono molto più ampie, non riguarda solo smartphone e social media, ma una trasformazione storica e senza precedenti dell’infanzia umana. Nel mondo virtuale i bambini erano abbandonati e quasi indifesi a loro stessi, ora è sempre più evidente che l’infanzia fondata sul telefono nuoce alla salute mentale dei nostri bambini li isola dal punto di vista sociale e li rende profondamente infelici.

Se pensiamo agli adulti della generazione X e alle precedenti del 2010, questi non hanno non hanno visto un particolare incremento dei disturbi di depressione e ansia, anche se molti di noi sono diventati più stanchi, dispersi e logorati dalle nuove tecnologie e dalle loro continue interruzioni e distrazioni. Noi però siamo adulti e forse possiamo riacquistare il controllo della nostra mente.

In pratica, dal 2010 in poi c’è stato un incremento a livello internazionale del tasso di ansia depressione tra gli adolescenti.

L’ansia è legata alla paura, ma non è la stessa cosa perché la paura è la risposta emotiva a un imminente minaccia reale o percepita mentre l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura

Ansia e paura sono entrambe reazioni naturali e utili, perché aiutano a riconoscere e affrontare i pericoli. La paura si manifesta di fronte a una minaccia immediata, mentre l’ansia nasce quando un possibile pericolo viene solo immaginato o anticipato. In situazioni di rischio è normale sentirsi in allerta, ma quando questo stato si attiva continuamente anche in assenza di reali motivi, può trasformarsi in un disturbo e compromettere il benessere psicologico.

Un altro problema sempre più diffuso tra i giovani è la depressione. I sintomi principali includono un umore persistentemente triste, un senso di vuoto o disperazione e la perdita di interesse per attività che prima risultavano piacevoli. Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione, pensieri negativi ricorrenti, eccessivi sensi di colpa e una visione distorta di sé e della realtà. Nei casi più gravi, chi soffre di depressione può arrivare a pensare al suicidio, percependo la propria sofferenza come senza via d’uscita e destinata a durare per sempre. 

Non mi soffermerò oltre sui temi affrontati in questo libro, ma vorrei condividere una riflessione nata dopo aver letto una recente notizia. Disagio Giovanile e Nuove Tecnologie. «Mia figlia, suicida a soli 12 anni». L’orrore dietro la prima causa civile italiana a Meta e TikTok.

Mi ha colpito il caso di una famiglia che ha intentato una causa civile contro Meta e TikTok dopo il suicidio della figlia dodicenne, sostenendo che l’esposizione ai contenuti proposti dagli algoritmi abbia avuto un ruolo nel suo crescente disagio psicologico.

Indipendentemente dalle responsabilità che saranno accertate, episodi come questo fanno riflettere. Negli ultimi anni sono infatti aumentati i casi di autolesionismo e di problemi di salute mentale tra gli adolescenti, e infatti il libro di Haidt richiama l’attenzione anche sull’incremento dei tassi di suicidio giovanile registrato negli Stati Uniti.

Questa lettura mi ha portato a pormi una domanda: se la Generazione Z rappresenta gli adulti di domani, quale tipo di società costruiremo in futuro?

Credo che sia fondamentale affrontare fin da oggi il tema del benessere mentale dei più giovani e promuovere un uso più consapevole delle tecnologie digitali. Solo così si potranno prevenire tragedie come quella della dodicenne citata e contribuire alla formazione di una società più equilibrata, capace di tutelare la salute psicologica delle nuove generazioni.

Alcuni paesi europei ci stanno già pensando con delle leggi che vietano i social ai ragazzi sotto una certa soglia di età, vedremo cosa succederà in Italia.

qual è il vostro parere al riguardo?


Fonti immagini: Pixabay e screenshot della copertina 


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