sabato 18 luglio 2026

L’asinello di zio Peppino

 


Ciò che ricordiamo dall'infanzia lo ricordiamo per sempre - fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista. Christian Bovee


Questa è una storia un po' tenera e un po' divertente, è una storia vera, un piccolo ricordo della mia infanzia, fatto di persone, luoghi e momenti che il tempo non è riuscito a cancellare.

C'era un piccolo e ridente paese dell'Appennino Dauno, il paese natale di mia madre. Lì vivevano le mie zie e i miei zii: zia Antonietta e zio Peppino, zia Pina e zio Costantino, zio Antonio e zia Gina.

Zio Peppino e zia Antonietta abitavano nel centro del paese, che contava poco più di millecinquecento anime. La loro era una casa indipendente su tre livelli. Al piano terra c'era un grande locale che in seguito sarebbe diventato un garage, ma che allora era ancora l'antica stalla. Al primo piano si trovava l'appartamento, di circa novanta metri quadrati, dove vivevano gli zii insieme alle loro tre figlie. Al secondo piano, invece, c'era un appartamento già arredato: in futuro sarebbe diventato la casa della cugina che si sarebbe sposata, ma allora era riservato agli ospiti. Quando andavamo a trovarli per qualche giorno, quello era il nostro piccolo regno.

Il paese è situato a circa seicento metri sul livello del mare. D'estate l'aria era fresca e piacevole. Non so se sia ancora così: ormai non ci torno da molti anni. All'epoca era una meta molto frequentata dai paesi vicini. Noi ci trascorrevamo forse una o due settimane ogni estate, ma nei ricordi di bambina sembravano durare un'eternità.

Di quel periodo ricordo tanti particolari. Di fronte alla casa di mia zia c'era la merceria di Loretta, un negozio che sembrava vendere qualsiasi cosa. C'erano bottoni di ogni forma e colore, merletti, nastri, mollette per capelli, caramelle, gomme da masticare e mille altri piccoli tesori che per noi bambini erano irresistibili.

Accanto alla merceria sorgeva la caserma dei carabinieri. Era piena di giovani allievi che facevano battere il cuore delle mie cugine. Poco più in là si apriva una piazzetta con due grandi alberi che regalavano una fresca ombra e due panchine dove la gente si fermava a chiacchierare nelle giornate di sole.

Ma uno dei personaggi che ricordo con più affetto era l'asino di zio Peppino. Lo chiamerò Vladimiro, perché il suo vero nome, purtroppo, non lo ricordo più.

Ogni mattina mio zio andava in campagna a dorso di Vladimiro. Al ritorno comparivano lentamente lungo la strada del paese: davanti l'asino, dietro mio zio, e sulla soma grandi sacchi pieni di frutta e verdura. Ricordo soprattutto i fichi, dolcissimi, appena raccolti, che sembravano avere un sapore diverso da qualsiasi altro fico abbia mangiato dopo.

Una volta rientrati, Vladimiro veniva accompagnato nella sua stalla. Mio zio lo trattava con un affetto che oggi riserveremmo a un animale di famiglia: lo strigliava con cura, gli dava da bere, gli preparava il fieno e controllava che stesse bene. E Vladimiro, come per ringraziarlo, rispondeva con sonore e allegre ragliate che riecheggiavano per tutto il vicinato.

Erano gli anni Settanta. Le automobili erano ancora poche e, soprattutto nei piccoli paesi di montagna, gli animali rappresentavano un mezzo di trasporto prezioso. L'asino non era soltanto un aiuto nel lavoro: era un compagno di vita, parte integrante della famiglia e della quotidianità.

Non andavo dalle mie cugine soltanto d'estate. A volte ci trascorrevamo anche qualche giorno nel periodo di Pasqua, quando il paese si riempiva di un'atmosfera speciale.

Il momento più atteso era la processione della Madonna. Attraversava lentamente il corso principale e passava proprio sotto casa dei miei zii. Dietro la statua camminavano le pie donne, che intonavano antichi canti religiosi. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi sorprendo a ricordarne quasi tutte le parole.

Subito dopo arrivava la banda musicale.

Ed era proprio in quel momento che Vladimiro entrava in scena.

Non appena sentiva i primi squilli delle trombe e il rullare dei tamburi, cominciava a ragliare con tutto il fiato che aveva, come se volesse accompagnare la musica e far parte anche lui della processione. Per lui, evidentemente, era un'occasione per far sentire la sua voce.

Una delle mie cugine, invece, viveva quella scena come una tragedia. Ogni volta scoppiava a piangere disperata.

«Adesso lo sanno tutti che in questa casa c'è un asino! Cosa penserà la gente?»

Io, al contrario, ridevo fino alle lacrime. Mi sembrava la cosa più buffa del mondo: la banda che suonava e Vladimiro che, puntuale come un musicista d'orchestra, offriva il suo personale accompagnamento.

Gli anni passarono e anche Vladimiro invecchiò. Quando morì, ormai consumato dalla vecchiaia, in quella casa piansero tutti.

Lo piansero mio zio, che lo aveva accudito con affetto per tanti anni, lo piansero le mie zie e lo piansero anche le mie cugine. 

Perfino quella stessa cugina che da ragazza si vergognava di lui pianse la sua morte.

Forse è proprio questo il bello dei ricordi: ci fanno capire che spesso vogliamo bene alle persone, e anche agli animali, molto prima di rendercene conto.

Ogni tanto mi torna in mente quella scena: la banda che suona, Vladimiro che raglia felice e mia cugina che si dispera.

Credo che Vladimiro non sapesse nulla di processioni, di bande o di figuracce. Sentiva la musica e rispondeva a modo suo. Forse era il suo modo di dire che anche lui faceva parte di quella piccola comunità.

E a pensarci adesso, mi rendo conto che volevo bene a quel mondo fatto di paesi piccoli, porte sempre aperte, processioni, mercerie, asini e persone semplici.

Un mondo che allora ci sembrava normale, quasi scontato, e che invece oggi riconosco come qualcosa di straordinario.

E voi avete qualche ricordo o una storia dell’infanzia da raccontare?


mercoledì 8 luglio 2026

Hair e il mondo di oggi




Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra. Jim Morrison


Esistono film iconici, destinati a rimanere nel tempo, eppure molti di questi non li avevo ancora visti. Uno era Hair, un film del 1979: ne avevo sentito parlare solo vagamente e conoscevo già molte delle sue canzoni, ma non l'avevo mai guardato. Ho colmato questa lacuna all'inizio di luglio, dopo che il mio compagno me ne aveva parlato come di uno dei suoi film preferiti e aver scoperto che era disponibile su Prime.

Che dire? Mi ha conquistata. Appena finito, sono andata a cercare la traduzione dei testi delle canzoni e mi sono messa a studiare la storia della guerra del Vietnam per comprenderne meglio il contesto.

Al di là della storia raccontata nel film – che ho trovato bellissimo, soprattutto per le scene musicali e per lo straordinario finale sulle note di Let the Sunshine In, davanti al Lincoln Memorial – mi è venuta voglia di approfondire la guerra del Vietnam.

Mi ha colpito rendermi conto che si è trattato di un conflitto durato quasi vent'anni, conclusosi con la sconfitta degli Stati Uniti. Più leggevo, più mi veniva spontaneo fare dei parallelismi con la realtà di oggi: cambiano i contesti e gli attori, ma certe dinamiche sembrano ripetersi.

E mi sono chiesta come sia possibile che una guerra così lunga e così distante nel tempo riesca ancora a parlare così chiaramente a chi la osserva oggi. Alcune immagini, alcuni temi — la protesta, la disillusione, il bisogno di libertà — mi sono sembrati sorprendentemente attuali.

Forse è questo il potere del cinema: non si limita a raccontare una storia, ma apre domande che restano addosso anche dopo i titoli di coda.


Riporto la trama (attenzione spoiler) 

Hair è un dramma musicale del 1979 diretto da Miloš Forman, tratto dall'omonimo musical di Broadway creato da Gerome Ragni e James Rado. Pur ispirandosi all'opera teatrale, il film se ne discosta sia nello sviluppo della trama sia nell'ordine dei numeri musicali.

Il protagonista è Claude, un giovane dell'Oklahoma chiamato a combattere nella guerra del Vietnam. Giunto a New York pochi giorni prima della partenza, incontra a Central Park un gruppo di hippie formato da Berger, Jeannie, Hud e Woof. Affascinato fin dal primo incontro da Sheila, una ragazza dell'alta borghesia, viene aiutato dai nuovi amici a conquistarla.

Grazie a Berger, Claude scopre un mondo fatto di libertà, anticonformismo e contestazione, vivendo esperienze che mettono in discussione tutto ciò in cui aveva sempre creduto. Tra amicizie profonde, momenti di spensieratezza e sequenze oniriche, arriva però il momento di raggiungere il campo di addestramento.

Decisi a regalargli un ultimo incontro con Sheila, gli amici si recano alla base militare. Berger prende temporaneamente il posto di Claude, ma proprio in quel momento scatta la partenza improvvisa dei soldati destinati al Vietnam. Costretto a salire sull'aereo, il giovane pacifista si ritrova a combattere una guerra che ha sempre rifiutato, mentre Claude ottiene involontariamente la libertà. Berger diventerà così una delle innumerevoli vittime del conflitto.

La guerra in breve 

La guerra del Vietnam (1955-1975) fu un conflitto tra il Vietnam del Nord (comunista), sostenuto da Unione Sovietica e Cina, e il Vietnam del Sud, appoggiato dagli Stati Uniti.

Gli USA intervennero principalmente perché volevano impedire l'espansione del comunismo in Asia, seguendo la teoria del domino: temevano che, se il Vietnam fosse diventato comunista, anche altri Paesi vicini lo sarebbero diventati.

Nonostante il grande impiego di uomini e mezzi, gli Stati Uniti si ritirarono nel 1973 e nel 1975 il Vietnam del Nord conquistò il Sud, unificando il Paese sotto un governo comunista.

Gli Stati Uniti ebbero circa: 58.220 militari morti e oltre 150.000 feriti. Migliaia di reduci riportarono traumi fisici e psicologici, come il disturbo da stress post-traumatico.

La guerra causò complessivamente milioni di vittime vietnamite (civili e militari), rendendola uno dei conflitti più devastanti del XX secolo.


A pensarci bene, il mio interesse per la guerra del Vietnam era stato stuzzicato circa un mese fa, quando ho letto Io sono Dio di Giorgio Faletti.

Il romanzo, un thriller ambientato a New York, ruota attorno a una serie di attentati compiuti con il napalm da un misterioso killer che si autoproclama "Dio". Nel corso dell'indagine, condotta dalla detective Vivien Light e dal fotoreporter Russell Wade, emerge un legame profondo tra l'attentatore, la guerra del Vietnam e alcuni oscuri segreti militari e politici.
Forse è stata proprio la combinazione tra questo romanzo e Hair a spingermi ad approfondire un capitolo di storia che conoscevo solo superficialmente.

E, prima di salutarvi, vi lascio con il link Youtube dell'ultima scena del film, con la bellissima canzone che è anche un messaggio di speranza Let the sunshine In 




 E voi avete visto questo film?


Fonti immagini: Pixabay 

sabato 20 giugno 2026

La generazione ansiosa

 

L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo. Jodi Picoult . 


È raro che io legga dei saggi, ma, sfogliando i libri disponibili nella biblioteca digitale, sono stata subito incuriosita da un titolo: La generazione ansiosa di Jonathan Haidt.

Jonathan Haidt è uno psicologo sociale che ha scritto questo libro dopo anni di ricerche e approfondimenti nel campo della psicologia, anche attraverso studi condotti sui propri studenti. Secondo l’autore, con il passaggio dai Millennials, che hanno conosciuto principalmente il telefono cellulare, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone, si è assistito a un notevole aumento dei livelli di ansia e della dipendenza dai dispositivi digitali.

Ho trovato questo saggio davvero interessante perché analizza l’impatto che smartphone e social network hanno avuto sulla Generazione Z, evidenziando come abbiano contribuito a creare importanti cambiamenti nel modo di vivere, relazionarsi e affrontare la crescita.

Il libro racconta ciò che è accaduto alla generazione nata dopo il 1995, comunemente definita Generazione Z, successiva ai Millennials, nati tra il 1981 e il 1995. A partire dal 2012 è cresciuto in modo esponenziale il numero di adolescenti che condividono online foto e video della propria vita, non solo per essere osservati dai coetanei e dagli estranei, ma anche per ottenere approvazione e consenso.

Secondo Jonathan Haidt, i livelli di ansia e la dipendenza dalla tecnologia sono aumentati man mano che si è passati dai Millennials, abituati ai primi telefoni cellulari, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone fin dall’infanzia.

cerco di riassumere qualche concetto tratto dal libro:

"All’inizio degli anni 2000, le aziende tecnologiche della West Coast degli Stati Uniti svilupparono una serie di prodotti innovativi sfruttando la rapida espansione di Internet.

In quel periodo si diffuse un forte ottimismo nei confronti della tecnologia: questi strumenti rendevano la vita più semplice, divertente e produttiva, permettevano di comunicare facilmente e di connettere persone in ogni parte del mondo. Per molti sembravano rappresentare un enorme vantaggio anche per le democrazie emergenti. Tuttavia, secondo Haidt, le aziende non avevano condotto ricerche approfondite sulle possibili conseguenze che tali prodotti avrebbero potuto avere sulla salute mentale di bambini e adolescenti, né avevano condiviso dati con gli studiosi che ne analizzavano gli effetti. Al contrario, di fronte alle prove sempre più numerose dei danni provocati dall’uso intensivo dei social media tra i più giovani, molte imprese hanno reagito con strategie di negazione, minimizzazione del problema e campagne di pubbliche relazioni.

L’autore riconosce però che le piattaforme digitali e i social media possono essere strumenti molto utili per gli adulti: aiutano a trovare informazioni, lavoro, amicizie e relazioni, semplificano gli acquisti, favoriscono l’organizzazione politica e rendono più efficienti molte attività quotidiane. Sebbene anche alcuni adulti sviluppino forme di dipendenza da queste tecnologie, in genere si ritiene che siano in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

La situazione è diversa per i minori. Le aree del cervello legate alla ricerca della ricompensa maturano prima della corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e del processo decisionale, che raggiunge il pieno sviluppo solo intorno ai 25 anni. Per questo motivo bambini e preadolescenti sono particolarmente vulnerabili.

All’inizio della pubertà, infatti, molti ragazzi sono socialmente insicuri, facilmente influenzabili dalla pressione dei coetanei e fortemente attratti da tutto ciò che offre approvazione e gratificazione sociale. Haidt osserva che, mentre la società vieta ai minori di acquistare tabacco, alcolici o di entrare nei casinò, consente loro di accedere liberamente ai social media, nonostante questi possano esercitare un forte potere di coinvolgimento e creare forme di dipendenza."

Secondo Haidt, la Generazione Z è cresciuta in un contesto completamente diverso rispetto alle generazioni precedenti, trascorrendo sempre più tempo nel mondo virtuale e sempre meno nelle esperienze concrete e nelle relazioni dirette.

L’autore sostiene che molti genitori hanno adottato un atteggiamento di forte iperprotezione nella vita reale, limitando l’autonomia dei figli e cercando di eliminare ogni rischio. Allo stesso tempo, però, hanno concesso loro un accesso quasi illimitato al mondo digitale, spesso senza comprenderne i possibili effetti o sapere come porre dei limiti.

Eppure, per svilupparsi in modo sano, i bambini hanno bisogno di tempo libero, gioco e piccole sfide quotidiane, che li aiutano a costruire autonomia e resilienza. Infatti, proprio la combinazione tra eccessiva protezione nel mondo reale e scarsa tutela nel mondo virtuale è una delle principali cause dell’aumento di ansia e fragilità osservato nella Generazione Z.

Nel 2017 era ormai chiaro che l’aumento di depressione e ansia avveniva in diversi paesi tra gli adolescenti di tutti i livelli culturali, classi sociali ed etnie. Gli individui nati a partire dal 1996 erano diversi dal punto di vista psicologico da quelli nati, solo pochi anni prima. Subito dopo aver ricevuto un iPhone, i teenager iniziavano a diventare più depressi e chi lo usava di più era più depresso, mentre più sani erano quelle che dedicavano più tempo alle attività dal vivo come sport di squadre. 

I social media nuocciono agli adolescenti, soprattutto alle ragazze nella fase della pubertà e le cause del problema sono molto più ampie, non riguarda solo smartphone e social media, ma una trasformazione storica e senza precedenti dell’infanzia umana. Nel mondo virtuale i bambini erano abbandonati e quasi indifesi a loro stessi, ora è sempre più evidente che l’infanzia fondata sul telefono nuoce alla salute mentale dei nostri bambini li isola dal punto di vista sociale e li rende profondamente infelici.

Se pensiamo agli adulti della generazione X e alle precedenti del 2010, questi non hanno visto un particolare incremento dei disturbi di depressione e ansia, anche se molti di noi sono diventati più stanchi, dispersi e logorati dalle nuove tecnologie e dalle loro continue interruzioni e distrazioni. Noi però siamo adulti e forse possiamo riacquistare il controllo della nostra mente.

In pratica, dal 2010 in poi c’è stato un incremento a livello internazionale del tasso di ansia depressione tra gli adolescenti.

L’ansia è legata alla paura, ma non è la stessa cosa perché la paura è la risposta emotiva a un imminente minaccia reale o percepita mentre l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura

Ansia e paura sono entrambe reazioni naturali e utili, perché aiutano a riconoscere e affrontare i pericoli. La paura si manifesta di fronte a una minaccia immediata, mentre l’ansia nasce quando un possibile pericolo viene solo immaginato o anticipato. In situazioni di rischio è normale sentirsi in allerta, ma quando questo stato si attiva continuamente anche in assenza di reali motivi, può trasformarsi in un disturbo e compromettere il benessere psicologico.

Un altro problema sempre più diffuso tra i giovani è la depressione. I sintomi principali includono un umore persistentemente triste, un senso di vuoto o disperazione e la perdita di interesse per attività che prima risultavano piacevoli. Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione, pensieri negativi ricorrenti, eccessivi sensi di colpa e una visione distorta di sé e della realtà. Nei casi più gravi, chi soffre di depressione può arrivare a pensare al suicidio, percependo la propria sofferenza come senza via d’uscita e destinata a durare per sempre. 

Non mi soffermerò oltre sui temi affrontati in questo libro, ma vorrei condividere una riflessione nata dopo aver letto una recente notizia. Disagio Giovanile e Nuove Tecnologie. «Mia figlia, suicida a soli 12 anni». L’orrore dietro la prima causa civile italiana a Meta e TikTok.

Mi ha colpito il caso di una famiglia che ha intentato una causa civile contro Meta e TikTok dopo il suicidio della figlia dodicenne, sostenendo che l’esposizione ai contenuti proposti dagli algoritmi abbia avuto un ruolo nel suo crescente disagio psicologico.

Indipendentemente dalle responsabilità che saranno accertate, episodi come questo fanno riflettere. Negli ultimi anni sono infatti aumentati i casi di autolesionismo e di problemi di salute mentale tra gli adolescenti, e infatti il libro di Haidt richiama l’attenzione anche sull’incremento dei tassi di suicidio giovanile registrato negli Stati Uniti.

Questa lettura mi ha portato a pormi una domanda: se la Generazione Z rappresenta gli adulti di domani, quale tipo di società costruiremo in futuro?

Credo che sia fondamentale affrontare fin da oggi il tema del benessere mentale dei più giovani e promuovere un uso più consapevole delle tecnologie digitali. Solo così si potranno prevenire tragedie come quella della dodicenne citata e contribuire alla formazione di una società più equilibrata, capace di tutelare la salute psicologica delle nuove generazioni.

Alcuni paesi europei ci stanno già pensando con delle leggi che vietano i social ai ragazzi sotto una certa soglia di età, vedremo cosa succederà in Italia.

qual è il vostro parere al riguardo?


Fonti immagini: Pixabay e screenshot della copertina 


giovedì 11 giugno 2026

Crimini dimenticati tra memoria e mistero

 

Il passato è una terra straniera (Gianrico Carofiglio) 


Qualche sera fa ho recuperato su Rai Play una puntata di Belve Crime con un’intervista a Roberto Savi, il capo della banda della Uno Bianca. Sono rimasta molto colpita perché questa storia riguarda anche un periodo importante della mia vita e sono riemersi ricordi che credevo lontanissimi.

La banda agì tra il 1987 e il 1997, allora facevo l'università per laurearmi nel 1988 e iniziavo la mia vita lavorativa nel 1989. Quegli anni li ricordo molto bene. A Bologna si viveva nel terrore: ogni giorno potevi trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato e diventare un bersaglio. Ricordo che, quando venne ucciso un passante a Zola Predosa durante una rapina, io lavoravo proprio in quella zona. Avrei potuto essere io a passare da quella strada.

Non ho mai creduto che i fratelli Savi fossero gli unici responsabili. Ho sempre pensato che esistessero mandanti collocati a un livello molto più alto, persone che in qualche modo contribuivano a determinare la strategia del terrore di quel particolare momento storico.

Ventiquattro omicidi e 115 feriti tra il 1987 e il 1994: numeri che ancora oggi fanno impressione.

Roberto Savi, ormai anziano, con un aspetto gracile e dimesso, racconta con voce flebile e incerta come tutto ebbe inizio. Parte dall'infanzia e descrive un padre ossessionato dalle armi, al punto da tenere in casa un vero arsenale. Un uomo che delirava di idee violente di estrema destra, odiava neri e zingari e lo picchiava frequentemente. A diciott'anni Savi lasciò la casa dei genitori, trovò un lavoro ed entrò in polizia quasi per caso, più che per una reale vocazione.

Non voglio ripercorrere qui l’intervista, che chiunque può recuperare facilmente su RaiPlay. Vorrei invece condividere alcune riflessioni.

Senza alcuna intenzione di giustificare i crimini commessi dai Savi, colpisce il contrasto tra la gravità delle loro azioni e l’immagine che emerge dall’intervista: Roberto Savi appare quasi stupito, inconsapevole, come una persona incapace di comprendere fino in fondo ciò che ha fatto. Forse è una recita, forse no.

Quello che mi ha colpito maggiormente è un altro pensiero: se non fosse cresciuto con un padre che esaltava la violenza contro le minoranze e considerava le armi un valore fondamentale — Savi racconta di aver imparato a sparare quasi prima che a camminare — sarebbe comunque nata una banda così efferata?

Poi c’è la questione del cosiddetto “terzo livello”. Savi racconta di periodici viaggi a Roma per incontrare qualcuno, ma non chiarisce mai chi fosse. Rimane nel vago, dice e non dice, lasciando intendere l’esistenza di un livello superiore all’interno dello Stato che avrebbe orientato o coperto determinate attività criminali.

Sono affermazioni che vanno prese con cautela, ma una domanda continua a tornarmi in mente: com’è possibile che per sette anni siano riusciti a sfuggire alle indagini? E perché furono arrestati proprio in quel momento? A volte viene il sospetto che siano stati presi non quando si riuscì finalmente a trovarli, ma quando qualcuno decise che non era più il caso di proteggerli. 

Forse questo è l'ennesimo mistero italiano destinato a rimanere senza risposta; anzi, è molto probabile che sia così. È possibile che vi sia stata una regia dall'alto, responsabile di una lunga scia di sangue per ragioni che possiamo soltanto intuire, ma delle quali non possediamo prove concrete.

Certe vicende, mai del tutto chiarite, rimangono depositate sul fondo della memoria collettiva, avvolte da zone d'ombra che il tempo non è riuscito a dissipare. Ed è per questo che continuano a riaffiorare periodicamente, sospinte dai ricordi o da nuove ricostruzioni giornalistiche, sospese in una sorta di limbo della memoria, in mezzo alle domande rimaste senza risposta 

Quando rifletto su questi fatti, ho sempre più l'impressione di essere in balia degli eventi. E, alla luce di ciò che accade oggi nel mondo, mi domando: siamo davvero protagonisti della nostra esistenza oppure ci limitiamo ad attraversare una successione di eventi, felici per pura fortuna e tragici per una crudele casualità?


Fonti immagini: Pixabay 

La citazione è il titolo di un romanzo di Carofiglio 

domenica 31 maggio 2026

Un sorriso gratis

 

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso. Madre Teresa di Calcutta


Che cosa può cambiare il colore di una giornata?

Ci sono mattine in cui ci si sveglia con il peso del mondo addosso. Le scadenze rincorrono i pensieri, le preoccupazioni si affollano nella mente ancora prima del primo caffè, e il cuore sembra camminare qualche passo dietro di noi.

Si esce di casa distratti, con lo sguardo basso e l’anima in disordine. Poi, quasi senza accorgersene, accade qualcosa di minuscolo eppure capace di spostare il baricentro della giornata: una mano che ti tiene aperta la porta, un buongiorno inatteso, il sorriso di uno sconosciuto sull’autobus o al bancone del bar.

Sono gesti piccoli, quasi invisibili, ma hanno la forza gentile della luce quando entra in una stanza buia. Per un attimo il mondo sembra migliore, le inquietudini della notte sfumano e persino il peso dei pensieri si fa più leggero.

Io li chiamo “sorrisi gratis”, prendendo in prestito il titolo di una canzone di Gino Paoli: sorrisi che non chiedono nulla, che non hanno secondi fini, ma nascono soltanto dal desiderio umano di riconoscersi, anche per un istante, nella gentilezza.

Forse ci fanno star bene proprio perché stanno diventando sempre più rari. Eppure basterebbe così poco per rendere il mondo, ogni giorno, appena più abitabile.

Abbiamo bisogno di sorrisi gratuiti. Lo penso spesso. L’altra sera, però, guardando il programma L’Eredità, ho avuto la conferma che non sono l’unica. Durante uno dei giochi è stata mostrata una statistica sulle cose che riescono a rendere più bella una giornata e a farci stare bene.

Tra le più apprezzate c’erano il profumo del pane appena sfornato, un odore che ci riporta ai ricordi dell’infanzia, la sorpresa di sentire alla radio la nostra canzone preferita e il sorriso gentile di una persona sconosciuta. C’erano anche altre risposte, ma queste sono quelle che mi hanno colpita di più. Forse perché parlano di quelle piccole gioie che non costano nulla e che, proprio per questo, hanno un valore speciale.

Alla fine, le cose che ci fanno stare meglio sono spesso le più semplici. E un sorriso sincero resta uno dei regali più preziosi che possiamo fare, senza spendere nulla. E così - in questo maggio piuttosto faticoso per una serie di motivi - ho pensato di scrivere un post un po' ottimistico cercando di parlare di cose belle.

E per voi? Qual è quella piccola cosa, semplice e quotidiana, che riesce sempre a strapparvi un sorriso e a rendere più bella la giornata?

Mentre ci pensate vi lascio il link della bellissima canzone di Gino Paoli.



Fonti immagini: Pixabay

giovedì 14 maggio 2026

Millenovecentoottanta





Anche se il timore avrà più argomenti, tu scegli la speranza. Lucio Anneo Seneca.


Tempo fa ho letto Strage di Loriano Macchiavelli, autore che ho scoperto tardi ma che avrei voluto incontrare molto prima. Un romanzo che attraversa la Strage di Bologna e quegli anni sospesi tra paura, misteri e ferite aperte. Il titolo originale, pare, avrebbe dovuto essere Funerale dopo Ustica. E già questo dice tutto, infatti prima della strage di Bologna c’era stato il Disastro di Ustica. Un'estate funestata da due stragi tremende che sconvolse la vita degli italiani.

Il 1980 è un anno “tondo”, un po’ come il 2020, quasi un simbolo. Tempo fa, sentendo parlare dell’anniversario del terremoto dell’Irpinia, ho realizzato che tutto era successo nello stesso anno: un anno segnato dal dolore collettivo.

Il disastro di Ustica e poi la strage di Bologna.
Poi, pochi mesi dopo, in autunno, il Terremoto dell'Irpinia. Tre ferite enormi nello stesso anno.

Di quell’anno ricordo soprattutto il terremoto dell’Irpinia perché io, che vivevo ancora in Puglia, lo sentii distintamente.
Il 23 novembre lo ricordo bene anche perché era domenica e, dato che il 25 sarebbe stato il mio compleanno, avevamo invitato a pranzo una mia cara amica, anche compagna di scuola. Era un piccolo anticipo di festa, anche se forse non avrei dovuto festeggiare prima.
Quella sera ero distesa sul letto a ripassare storia — il giorno dopo sarei stata interrogata — quando sentii il letto sobbalzare. Un movimento violentissimo: caddi e provai una paura autentica, la sensazione di essere a un passo dalla morte. Corsi fuori casa insieme alle mie due sorelle, precipitando giù per le scale. Una volta in strada restammo a guardare il nostro condominio oscillare seguendo le onde del terremoto. Era una costruzione antisismica, e quella sera ne ebbi la prova.
La cosa più impressionante era il boato: un suono cupo e immenso che sembrava arrivare dalle viscere della terra. Terribile davvero.

Per settimane non volli più restare in casa la sera. Le mura, che fino al giorno prima erano protezione, erano diventate minaccia. Avrei passato tutto il mio tempo fuori, perché stare dentro significava affrontare di nuovo quella stessa angoscia.

È strano pensare che gli anni Ottanta, un decennio che molti ricordano come leggero e scintillante, siano iniziati in un modo così cupo.

In questo periodo sono un po’ a corto di argomenti, o forse, sono tanti quelli di cui vorrei parlare ma nessuno mi sembra abbastanza rilevante, sto vivendo un periodo di sospensione, vorrei fare tante cose e non faccio niente. Anche scrivere sul blog diventa arduo. Ogni questione mi sembra di poco conto o non abbastanza importante da riuscire a fermarsi sulla pagina. Insomma vorrei fare tante cose e finisco per non farne nessuna. 

Così penso, i pensieri girano vorticosamente e mi tornano in mente cose del passato e anche i miei anni ottanta, così è uscito questo post ripescato dalle bozze del blog e del tempo. Sembra tutto così lontano eppure non lo è davvero. 

Forse è anche per questo che continuo a tornare con il pensiero a quegli anni, che poi sono gli anni della mia adolescenza, anni in cui tutto doveva ancora accadere, con tutta la vita davanti e con mille possibilità, mille sogni da realizzare, almeno in teoria. E quindi, mentre faccio fatica a scrivere, con la sensazione di avere troppi pensieri e nessuna direzione precisa, rimando, lascio bozze aperte, accumulo idee che non diventano mai parole. 

E poi come se non bastassero le guerre in corso nel mondo ecco che torna un antico spettro, quello del virus o hantavirus. No, non parliamo di questo, meglio pensare agli anni ottanta, soprattutto a quello che accadde dopo il momento cupo e quindi le cose positive.

Gli anni Ottanta in fondo furono un decennio ricco di progressi scientifici, culturali, tecnologici e sociali. 

Fine di tensioni internazionali e aperture politiche come la distensione finale della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica grazie ai dialoghi tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov (peccato che oggi siamo tornati indietro).

Nel 1982 i miei mondiali di calcio con la vittoria dell'Italia. Ricordo indelebile scolpito nella mia mente.

Progressi scientifici e tecnologici con la diffusione dei personal computer come IBM Personal Computer e Apple Macintosh, che resero l’informatica accessibile a milioni di persone, con la nascita e la crescita delle prime reti che avrebbero portato al mondo moderno Internet. Scoperte mediche importanti, inclusi i progressi nella diagnostica e nei trapianti.

Cultura e intrattenimento
Esplosione globale della musica pop con artisti come Michael Jackson, Madonna e Queen e tanti altri.
Uscita di film diventati classici come E.T. Ritorno al futuro, Blade Runner, ma soprattutto il mio adorato Dirty Dancing.
Nascita di MTV, che cambiò il modo di vivere la musica e i videoclip.


Nel 1989 la Caduta del Muro di Berlino, simbolo della riunificazione europea e della fine della divisione tra Est e Ovest. Lo so, dopo il 1989 molte persone pensarono che il mondo sarebbe diventato progressivamente più stabile, più aperto e meno conflittuale. Per un periodo sembrò davvero possibile: meno paura nucleare, più cooperazione internazionale, crescita tecnologica rapidissima, apertura delle frontiere in Europa.
Poi sono arrivate nuove crisi: guerre regionali, terrorismo, tensioni geopolitiche, disinformazione online, polarizzazione politica, crisi economiche e climatiche. Un momento di forte speranza che non si è realizzata completamente.

La storia raramente procede in linea retta, ci sono fasi di apertura e fasi di chiusura. Ogni epoca ha avuto le sue paure e le sue delusioni. Ma la storia mostra anche che le persone sono capaci di cambiare il mondo quando sembrava impossibile farlo. Gli anni Ottanta finirono con muri che cadevano invece che con guerre. 
Il futuro non è mai già scritto e forse possiamo ancora credere che gli anni a venire ci conducano verso un finale di decennio positivo e che vale ancora la pena credere in un domani migliore.

Voi credete sia ancora possibile?






domenica 19 aprile 2026

Energie rinnovabili


La situazione è grave ma non è seria. Ennio Flaiano

Qualche giorno fa discutevo con un mio amico sulla guerra del golfo e del suo impatto sui prezzi dell’energia. Secondo il mio amico in Italia dovremmo investire nel petrolio (infatti esistono dei giacimenti, ma non vengono sfruttati) così ho fatto qualche ricerca in rete e sembra che i giacimenti in Italia ci siano, ma è troppo oneroso sfruttarli. 

Questi i principali problemi:i giacimenti non sono molto grandi, costi di estrazione elevati, Vincoli ambientali e opposizione locale, politiche energetiche orientate alla riduzione dei combustibili fossili

Le principali aree petrolifere italiane sono: 

Basilicata: è la zona più importante (soprattutto la Val d’Agri)

Sicilia: storicamente rilevante

Mar Adriatico: estrazioni offshore

In misura minore anche in Emilia-Romagna e altre zone

L’Italia produce solo una piccola parte del petrolio che consuma e copre circa 5-10% del fabbisogno nazionale, il resto viene importato da altri Paesi

a quanto pare l’Italia produce circa: 70.000 – 90.000 barili di petrolio al giorno

cioè circa 3,5 - 4,5 milioni di tonnellate all’anno ma il consumo italiano è molto più alto (oltre 1 milione di barili al giorno) quindi la produzione interna copre solo una piccola parte del fabbisogno.

La maggior parte arriva dalla Val D'Agri (in Basilicata) che da sola fa oltre la metà della produzione nazionale, poi ci sono alcuni giacimenti offshore nel Mar Adriatico e alcuni campi in Sicilia.

se digitate la ricerca "val d'Agri petrolio" questo è quello che vi appare

Il giacimento della Val d'Agri, in Basilicata, rappresenta il più grande giacimento petrolifero su terraferma ("onshore") d'Europa. Gestito principalmente da Eni (60,1%) con Shell (39,9%), il centro olio di Viggiano (COVA) separa il greggio estratto dai numerosi pozzi. È un polo energetico cruciale che contribuisce significativamente alla produzione di idrocarburi italiana, sebbene le estrazioni abbiano avuto cali recenti.

Lo sapevate? io non lo sapevo. Se non avessi approfondito con delle ricerche in rete e alcune domande mirate sul solito motore di ricerca non lo avrei scoperto e sarei rimasta nel limbo dell'ignoranza su questi argomenti 

Le principali compagnie coinvolte sono ENI che è la più importante e altre aziende energetiche internazionali più piccole.

L'Italia è più rilevante per il gas naturale che per il petrolio con una produzione di circa 3–5 miliardi di metri cubi all’anno,  anche qui però si importa la maggior parte del prodotto.

In realtà io penso che il grande potenziale energetico dell’Italia non sia nel petrolio ma in altre forme di energia:

solare (il più grande)

eolico, soprattutto nel sud

geotermia in alcune aree.

teoricamente il sud Italia potrebbe diventare uno dei principali “esportatori di elettricità” d’Europa

Il motivo principale è una combinazione di geografia, clima e nuove tecnologie energetiche. Molti studi energetici europei prevedono che il Sud Italia potrebbe diventare un hub di produzione elettrica rinnovabile per l’Europa, per le seguenti motivazioni:

1. Molto più sole rispetto al Nord Europa

Il Sud Italia riceve una quantità di radiazione solare tra le più alte d’Europa.

Regioni come sicilia, puglia, sardegna e basilicata possono produrre molta più energia per pannello solare rispetto a paesi del nord Europa.

Per confronto: la Germania ha installato moltissimo solare pur avendo circa il 30-40% di sole in meno.

2. Ottime zone per l’eolico

Il Sud e le isole hanno anche buone condizioni di vento, specialmente:

nel Canale di Sicilia

nel Mar Adriatico meridionale

nelle zone montuose dell’Appennino.

Questo permette di combinare solare ed eolico, che producono energia in momenti diversi della giornata e dell’anno.

3. Posizione strategica nel Mediterraneo

da una ricerca in rete ho scoperto che l’Italia è una specie di ponte energetico tra:

Europa

Nord Africa

Medio Oriente.

Per esempio cavi elettrici sottomarini e progetti energetici stanno già collegando l’Italia con Tunisia, Grecia e Albania. Questo permette di scambiare elettricità tra regioni con sole e vento diversi.

Il problema storico delle rinnovabili è che sole e vento sono variabili, ma le nuove tecnologie stanno cambiando la situazione con batterie giganti per accumulo, produzione di idrogeno verde con energia in eccesso. L’idrogeno può essere esportato o usato nell’industria.

4. Nuove “autostrade elettriche” europee

L’Europa sta costruendo nuove linee ad alta capacità per trasportare elettricità tra paesi.

L’Italia è già collegata con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia 

Con più produzione rinnovabile nel Sud, parte dell’energia potrebbe fluire verso il Nord Europa, dove il sole è molto meno.

In sintesi

Il Sud Italia potrebbe diventare esportatore di energia perché ha molto sole, buon vento, posizione centrale nel Mediterraneo,  possibilità di accumulo energetico, collegamenti elettrici con il resto d’Europa.

Curiosità: secondo alcuni scenari energetici europei, il Mediterraneo potrebbe diventare per l’elettricità quello che il Golfo Persico è stato per il petrolio.

E se, invece che incaponirsi con il ponte sullo stretto, si investisse seriamente nelle energie rinnovabili? 

Io sono anni che lo penso, ma ai più sembra un pensiero assurdo, forse perché non si tratta di informazioni così diffuse, del resto nella tv generalista nessuno ne parla, forse fa comodo tenere il sud Italia in una posizione subalterna in balia delle mafie, oltre che mantenere l'Italia intera in balia dei paesi produttori di petrolio, quando si potrebbe diventare nel tempo sempre più indipendenti dalle produzioni di altri paesi, per di più con fonti di energia non inquinanti.

E voi cosa ne pensate?


Fonti immagini: Pixabay 



martedì 7 aprile 2026

Scrivere ancora

 


La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un'attività stabile. John Steinbeck 


Ogni tanto mi torna la voglia di scrivere. Mi frulla in testa una storia, ma poi resta lì, sospesa tra i pensieri. Il motivo è uno solo: il tempo.

C’è chi sostiene che il tempo si debba trovare, e in parte sono d’accordo. Dopotutto, dal 2014 a oggi ho scritto dodici romanzi, pur lavorando a tempo pieno, come adesso. Anche se, a dire il vero, negli ultimi anni il lavoro è diventato molto più fagocitante.

Se scrivere fosse davvero la mia priorità assoluta, probabilmente il tempo riuscirei a ritagliarlo. Lo ammetto. Ma la scrittura assorbe energie, tante, e dedicarle spazio significherebbe rinunciare a quelle piccole oasi di tempo libero che il lavoro ancora mi concede.

Ho anche pensato di riservarle un’ora al giorno, in una fascia in cui di solito non faccio nulla di particolare: tra le 19 e le 20, mentre preparo la cena e tengo la tv accesa. Però è anche il momento in cui cerco di decomprimere il cervello dopo una giornata di lavoro. E, soprattutto, è l’ora in cui sono talmente stanca che la creatività sembra scomparsa.

Dovrei riprendere una storia iniziata tempo fa. Ma questo significherebbe anche ritrovare i miei personaggi: da dove eravamo partiti? Cosa è successo loro in questi anni? Cosa è stato di loro, nel tempo che li ho abbandonati? Forse dovrei ricominciare da loro, dalle loro voci.

Dovrei costruire delle schede, dare ordine a ciò che ora è solo frammento. Mi è tornato in mente come Elena Ferrante le usa nella serie di L'amica geniale. E di recente, leggendo un romanzo di Maurizio De Giovanni, ho trovato alla fine proprio delle schede con un riepilogo dei personaggi e del loro carattere. ritratti essenziali, ma capaci di restituire un’intera umanità.

Forse potrebbe essere un modo per ricominciare. Da un nome, un volto, una storia che chiede soltanto di essere ascoltata. Forse dovrei mettermi davanti al pc e riaprire quel file (esiste da un po' ed è fermo a pagina venti o trenta non ricordo). 

I nomi dei miei personaggi sono ancora lì, allineati come se mi stessero aspettando. Li avevo lasciati in sospeso, in una specie di tempo fermo. Mi chiedo se mi riconosceranno, ma dovrei sicuramente ripartire da loro. 

Forse basta questo: sedersi, anche senza sapere bene perché. Accettare che le parole arrivino un po' sbilenche, o non arrivino affatto. Restare lì comunque, finché qualcosa — anche solo una frase — decide di farsi  vedere.

A pensarci bene, per diversi anni, ho fatto proprio così, mi mettevo davanti al pc ogni fine settimana e non sempre avevo le idee chiare su cosa scrivere, ma le mattine passate davanti allo schermo del computer finivano comunque per produrre alcune pagine oppure anche solo qualche riga. I fine settimana non sono più un opzione valida, forse potrei dedicare un paio di sere a settimana, ma non so ancora se ci riuscirò, vedremo. 

Un altro pensiero che mi ha attraversato riguarda la possibilità di ridurre il tempo dedicato alla lettura, che negli ultimi tempi sento meno coinvolgente. Forse, però, è solo perché non incontro i libri giusti; in tal caso, potrebbe rivelarsi più produttivo dedicarmi alla scrittura.


Naturalmente ogni suggerimento è benvenuto: avete un momento della giornata, o magari un giorno della settimana, che riservate alla scrittura? E a cosa rinunciate per farle spazio?


Fonti immagini: Pexel 


sabato 21 marzo 2026

Marzo

“Se non avessimo l'inverno, la primavera non sarebbe così piacevole: se qualche volta non provassimo le avversità, la prosperità non sarebbe così gradita.” Anne Bradstreet 


Marzo è stato un mese faticoso. Di solito tra gennaio e febbraio attraverso un periodo di superlavoro e, arrivata a metà marzo, dovrei finalmente raccogliere i frutti di tutta quella fatica e concedermi un po’ di riposo. Quest’anno, invece, mi sono ammalata.

Nonostante tutto, ho dovuto comunque presidiare due consigli: mi sono imbottita di medicine e sono andata avanti, per poi tornare a casa e crollare sul divano, dormendo per il resto della serata.

Il tempo incostante e un po’ pazzerello di marzo non ha aiutato: mi sono portata a casa una bronchite, con tosse e raffreddore.

Tutto questo, inevitabilmente, ha avuto delle conseguenze. Ho letto poco, non sono riuscita nemmeno a trovare il tempo o la lucidità per pensare a un post. Inoltre, ci sono stati anche alcuni eventi negativi che mi hanno davvero buttata giù: una visita medica di mia sorella non è andata come speravamo e siamo ancora in attesa di capire come evolverà la situazione. Anche il mio compagno si è ammalato e, tra questo e vari problemi familiari, marzo è stato davvero un’ecatombe.

E quando le cose non vanno bene mi viene sempre spontaneo fare dei bilanci, ripenso a scelte che avrei potuto fare diversamente, ma come cantava Giorgia - nella sua canzone che si intitola appunto Marzo -

Le cose non vanno mai come credi

Un'altra notte ti svegli e ti chiedi

Se hai sbagliato per quella promessa

Se hai mentito per una carezza

E tutto quello che è stato è già stato

Lo metteremo nel nostro passato

Le cose non vanno mai come credi

Il cuore è pieno di lacrime rotte

Il tempo è ladro di cose mai dette

E so che indietro mai più si ritorna

Forse marzo mi ha solo ricordato che non sempre possiamo controllare i tempi e che, a volte, l’unica cosa da fare è rallentare e ascoltare il proprio corpo. Adesso ho solo voglia di rimettermi in piedi, con calma, e riprendere fiato. 

A pensarci bene, visto che non voglio scrivere un post troppo lamentoso, in mezzo a tutto, ci sono stati anche piccoli momenti che mi hanno tenuta a galla: una parola gentile, un messaggio, il calore di casa.  È strano come siano proprio queste cose, così semplici, quelle che rischiamo di dimenticare più in fretta.

E voi come state vivendo questo mese di inizio primavera? 


Fonti immagini: Pixabay

sabato 7 marzo 2026

La vita che volevo

Per ogni cosa che valga la pena di avere nella vita, vale la pena che si lavori per ottenerla. Andrew Carnegie 



Qualche tempo fa, commentando un post di Ariano Geta, ho scritto:

“Che vita voglio vivere? Bella domanda. Dopo le superiori, però, spesso non si ha un’idea chiara: si segue l’istinto. E, di solito, l’istinto non sbaglia. Ricordo quando decisi di fare l’università a Bologna, con l’idea di trovare anche un lavoro, perché volevo essere indipendente… Potrei scriverci un post intero.”

Riflettendo, mi chiedo oggi se avessi davvero chiaro il mio obiettivo di vita. In realtà, molte scelte nascono dall’istinto, senza pensarci troppo. Ma lasciare la Puglia per Bologna fu una decisione ben precisa.

Vivere in un piccolo paese della provincia di Foggia mi stava stretto. Da bambina, mi sembrava un luogo limitato, senza grandi eventi, un posto noioso dove non succedeva mai niente. Con il tempo ho capito che era una visione riduttiva: anche nei posti più tranquilli accadono storie, dettagli, eventi – e io me ne sono nutrita per i miei gialli. Però c’era qualcosa di vero nella mia sensazione: se volevo cambiare vita, dovevo andare via.

Da bambina ero curiosa e intelligente; crescendo, sono diventata un po’ ribelle, insofferente alle regole. Non tutte le regole, solo quelle che mi sembravano assurde. Per esempio, diventare indipendente come donna, in un paese di circa 16.000 abitanti, era complicato. Le donne si sposavano e facevano le casalinghe, o si accontentavano di lavori precari, spesso in nero, che abbandonavano quando si sposavano e diventavano dipendenti dal marito. Oppure lavoravano nell’attività del coniuge. L’idea di dipendere da un uomo non mi piaceva: la rifiutavo, anche se a volte confusamente. Con gli anni, quella convinzione è diventata sempre più solida.

E così, tra curiosità, ribellione e desiderio di libertà, ho capito che la mia vita la potevo costruire solo scegliendo di andare altrove.

Perché scelsi Bologna? Anche questa decisione nacque da considerazioni pratiche, ma non solo. Bologna mi attirava per molti motivi.

Prima di tutto, adoravo Francesco Guccini e altri cantautori bolognesi: Lucio Dalla, Luca Carboni, e artisti meno noti come Claudio Lolli. L’idea di vivere nella loro città mi affascinava, come se Bologna avesse già una colonna sonora capace di parlarmi.

Per un breve periodo, sull’onda di una cotta travolgente per Alberto Fortis, avevo pensato anche a Milano. Ma poi la realtà prese il sopravvento. Informandomi sull’assistenza agli studenti fuori sede, scoprii che Bologna offriva un sistema eccellente: se riuscivi ad accedere alla borsa di studio - attraverso una selezione che contemplava merito scolastico e reddito al di sotto di una certa soglia - avevi tutto, un posto nella casa dello studente e un assegno mensile di mantenimento. Non era una grande cifra, ma a me bastava. Stringendo la cinghia, riuscivo a vivere con dignità e autonomia, senza chiedere soldi ai miei.

Seguendo anche i consigli di un paio di amiche già iscritte all’Università di Bologna, decisi di iscrivermi anch’io.

Col senno di poi, mi rendo conto che quella scelta fu una soglia: l’ingresso vero nella vita adulta. Bologna offriva molto anche dal punto di vista lavorativo e, dopo la laurea, trovai quasi subito un impiego. Nel frattempo, avevo incontrato anche un amore bolognese. Così, senza accorgermene, mi ero costruita una nuova casa.

Insomma, una volta arrivata qui, non sono più riuscita a ripartire. Quella che doveva essere una tappa è diventata una radice.

Il bivio del destino

Occorre però che vi racconti un piccolo episodio, capace di spiegare come si possa arrivare a compiere certe scelte decisive. Accadde alla fine della terza media e fu determinante per la decisione di continuare a studiare, cosa che allora non era affatto scontata per me.

Esistono incontri che ti cambiano la vita, in meglio o in peggio. A volte i genitori non riescono a motivarti né a indicarti una strada. Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo come un cagnolino. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è pienamente ricambiato.

C’è un episodio della mia vita che ancora oggi considero un punto di svolta. Accadde alla fine della terza media, quando mi trovai davanti a una scelta che allora non sembrava importante, ma che avrebbe deciso molto del mio futuro: continuare a studiare oppure no.

A quell’età esistono incontri che possono cambiarti la vita. E a volte sono proprio le persone più insospettabili a farlo. I genitori, pur amandoti, non sempre riescono a indicarti una strada.

Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo ovunque, come un’ombra. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è ricambiato allo stesso modo. Lei non amava studiare e decise che, finita la terza media, sarebbe andata a lavorare.

Io pensai che avrei fatto lo stesso. In fondo era quello che mi veniva ripetuto in casa.

Mia madre, donna dolce ma prigioniera di idee antiche, mi diceva come una cantilena che le donne non dovevano studiare, che io, essendo la più piccola, dovevo diventare il “bastone della sua vecchiaia”.

La amavo moltissimo, ma quelle parole pesavano come macigni.

E poi c’era la frase che concludeva sempre ogni discorso:“Anche se studi, il lavoro non lo trovi, se non hai le conoscenze giuste”.

Le mie sorelle rimasero ai margini di quella decisione. Erano adolescenti distratte, ignare che il mio futuro avrebbe toccato anche il loro.

Un pomeriggio, mentre tornavo a casa, incontrai per strada mio prozio, il fratello minore di mia nonna. Era così giovane che mio padre aveva solo sette anni più di lui. Era un uomo che si era costruito da solo, con una ditta di costruzioni e una vita solida alle spalle.

Mi salutò con affetto e mi chiese:

«A quale scuola superiore ti iscriverai?»

Io risposi senza pensarci, ripetendo le parole di mia madre:

«Non continuerò a studiare. Tanto non troverò lavoro lo stesso».

Lui mi guardò come se avessi detto qualcosa di incomprensibile.

«Ma come? Una brava come te!» esclamò. Sapeva che a scuola avevo quasi sempre il massimo dei voti.

Poi iniziò a parlarmi dello studio come di una porta aperta sul futuro. Mi disse che non dovevo rinunciare, che il sapere era una ricchezza che nessuno mi avrebbe mai potuto togliere.

Mi consigliò di iscrivermi a un istituto tecnico: così avrei avuto un diploma, una possibilità concreta di lavorare, e, se avessi voluto, anche di continuare con l’università.

Quell’incontro durò pochi minuti. Ma cambiò la direzione della mia vita.

Quel giorno capii che volevo continuare a studiare e intraprendere una mia strada.  Dentro di me qualcosa si era mosso. Una piccola ribellione silenziosa. Capivo che studiare non significava solo andare a scuola: significava scegliere me stessa.

Non so se mio prozio si rese conto di ciò che aveva fatto. Forse per lui fu solo una conversazione qualunque. Per me fu una porta che si aprì.

E ogni volta che ripenso a quel pomeriggio, rivedo quella strada, il sole che calava e una ragazza che, senza saperlo, stava iniziando a camminare verso la propria libertà.

Alcune riflessioni

Per me era fondamentale diventare indipendente. Non è stato immediato. Quando ho iniziato a lavorare, guadagnavo uno stipendio, ma dovevo affrontare un affitto alto (oggi lo è ancora di più) e tutte le spese: bollette, cibo, vita quotidiana. Spesso arrivavo a fine mese con fatica.

Paradossalmente avevo meno pensieri quando studiavo, anche se stringevo la cinghia ancora di più. A volte mi chiedevo se sarei davvero riuscita a diventare autonoma. E spesso pensavo di tornare in Puglia. Ma l’amore, in quel momento, era qui a trattenermi.

Vivendo lontano da casa ho scoperto di essere più determinata e resistente di quanto credessi. Ho resistito finché non ho trovato una casa in affitto decente, dopo aver cambiato abitazione una decina di volte: infatti conosco quasi tutti i quartieri di Bologna.

Nel frattempo mi sono sposata, e poi il matrimonio è finito. Ho cambiato amore, ho cambiato lavoro, e poi tante altre cose.

In fondo, le scelte fatte per istinto si sono rivelate giuste. Oggi sono una persona indipendente, più consapevole, tutto sommato serena. Non ho rimpianti veri: ho solo strade percorse.

Cosa direi oggi alla ragazza che partiva dalla Puglia

Le direi di non avere paura della fatica.

Che si sentirà sola, qualche volta, e che penserà di aver sbagliato strada. Ma le direi anche che diventerà più forte di quanto immagini.

Che l’indipendenza non sarà un punto d’arrivo, ma un processo lungo, fatto di traslochi, amori sbagliati, lavori precari e piccole conquiste.

Le direi: vai. Parti. Fidati del tuo istinto.

Perché anche se non tutto andrà come speravi, diventerai esattamente la persona che avevi bisogno di diventare.

La vita che vorrai non sarà quella che immagini adesso. Non sarà lineare, né facile, né perfetta. Sarà fatta di stanze cambiate spesso e di valigie rifatte troppe volte, di amori che finiscono e di altri che arrivano quando non te li aspetti, di paure, di conti che non tornano, di giorni in cui penserai di aver sbagliato tutto.

E ogni volta che avrai paura di non farcela, ricordati perché sei partita: per essere libera, per non dipendere da nessuno, per scegliere da sola chi essere.

Ma dentro quella vita ci sarai sempre tu: la tua fame di libertà, la tua testardaggine, il tuo desiderio di non dipendere da nessuno.

Conclusioni

Non voglio dilungarmi oltre ma, ritornando al titolo del post: ho avuto la vita che volevo?

Se devo essere sincera, sì e no. L’indipendenza è l’unico desiderio che ho realizzato davvero, gli altri desideri si sono persi un po’ per strada, alcuni si sono arenati nonostante abbia speso impegno, dolori ed energie, altri sono arrivati a un compromesso (a volte è necessario arrendersi per non soccombere) altri sono stati accantonati, ma non sto a farvi l’elenco dettagliato, non avrebbe senso, però la mia è stata una vita consapevole, sono stata io la regista e non altri e questo non è poco.


E voi cosa ne pensate? avete la vita che avevate immaginato? 


Fonti immagini: Pixabay 


sabato 21 febbraio 2026

Parlami di Giulia Mancini scrittrice

 



L'idea di questo articolo è nata da quello di Sandra Faé che nel suo post parla proprio di questo, scrivendo nella barra di ricerca di Google “Parlami di Giulia Mancini scrittrice”, con modalità AI Mode ecco cosa compare: 


Giulia Mancini è una scrittrice italiana contemporanea nota principalmente per le sue opere che spaziano tra il genere thriller, il giallo e il romance. 

Profilo e Opere Principali

La sua produzione letteraria è caratterizzata da una varietà di generi, spesso focalizzata su ambientazioni italiane e trame coinvolgenti. Tra i suoi titoli più conosciuti si trovano:

L'amore che ci manca: Considerato il suo romanzo più popolare, è una storia che esplora le mancanze affettive e le relazioni.

Fine dell'estate: Un romanzo d'amore che ha segnato una delle sue prime pubblicazioni significative.

Le indagini del commissario Saverio Sorace: Una serie di gialli che segue le vicende di un commissario, confermando la sua predilezione per la suspense. 

Caratteristiche della Scrittura

Ambientazione: Mancini sostiene l'importanza di ambientare le storie in Italia, valorizzando le città e i contesti locali invece di ricorrere a scenari esotici o stranieri.

Metodo: Si definisce una scrittrice che riesce a conciliare la passione per la letteratura con il suo lavoro principale da impiegata, scrivendo sin da bambina.

Versatilità: Ha dimostrato di sapersi muovere agilmente tra il thriller psicologico e il romanzo sentimentale.

Intervista blog Marco Freccero

Intervista blog Anima di carta

Intervista blog Stefania Romito

È possibile consultare la sua bibliografia completa e le ultime novità sui principali store online come Amazon  o Mondadori store 

Nota Bene: Esistono diverse figure pubbliche omonime, tra cui una consulente di comunicazione istituzionale legata al CNEL e al precedente Governo Draghi, che non va confusa con la scrittrice di fiction. 

La nota è importante perché se digito semplicemente Giulia Mancini compare questo:

Esistono diverse figure di rilievo con il nome Giulia Mancini. La più nota nel mondo dello sport è la pallavolista italiana, ma il nome è associato anche a professioniste nel campo della comunicazione istituzionale, della psicologia e della letteratura. 
Giulia Mancini (Pallavolista) classe 1998 

Altre figure rilevanti
Comunicazione Istituzionale: Una Giulia Mancini è stata responsabile della comunicazione digitale per il Ministro della Pubblica Amministrazione (Governo Draghi) ed è attualmente consigliere per la comunicazione del CNEL.

Scrittrice: Autrice di romanzi, tra cui il thriller "Fine dell'estate", nota per ambientare le sue storie in contesti italiani come Bologna.

Psicologa: La Dott.ssa Giulia Mancini è una psicologa sanitaria e psicoterapeuta specializzata in ambito sistemico-relazionale.
Basket: Esiste anche una giovane cestista, Giulia Mancini (classe 2007), che gioca come guardia per la MEP Pellegrini Alpo. 

E qui salta agli occhi l'errore, Fine dell'estate non è un thriller ma un romanzo d'amore e soprattutto di formazione, ma va bene così, sono comunque nella lista. Molto interessante anche il link ad alcune interviste fatte alcuni anni fa con alcuni blogger noti. Come concludere? niente di più, è stato un esperimento molto interessante. 


Fonti immagini: Paxabay

mercoledì 11 febbraio 2026

Il vestito nuovo dell’imperatore

In un'epoca di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell

 


La prima favola della mia vita non è stata Biancaneve né Cenerentola. No, nessuna di quelle favole da bambine (forse è per questo che sono diventata una ribelle?).

È stata Il vestito nuovo dell’imperatore di Hans Christian Andersen. 

Avevo quattro, forse cinque anni. Di certo non andavo ancora a scuola e non sapevo leggere. Nelle edicole del mio paese vendevano delle favolette illustrate, di forma quadrata: nella pagina di sinistra c’era il disegno di una scena, in quella di destra la sua descrizione, quattro o cinque righe appena.

Mia madre me ne comprò una, probabilmente per sfinimento. Io non sapevo leggere, ma ero irrimediabilmente attratta dalla copertina illustrata e la volevo a tutti i costi. Costavano poco, così lei cedette.

Poi costrinsi le mie sorelle più grandi a leggermela. Una volta, due volte, tre volte, infinite volte, finché la imparai a memoria.

Guardavo la pagina a sinistra e declamavo ciò che stava scritto nella pagina a destra.

Qualcuno pensò che a quattro anni sapessi già leggere e gridava al prodigio. Mia madre sorrideva e spiegava che no, la sapevo semplicemente a memoria. Anche quella, in fondo, era una dote: la mia memoria visiva.

Ancora oggi non so perché capitò proprio quella favola. Ma era una storia emblematica.

Ve la riporto di seguito in forma di riassunto.

Un imperatore era ossessionato dai vestiti eleganti e spendeva tutti i suoi soldi per averne sempre di nuovi, trascurando il suo regno. Un giorno arrivarono due imbroglioni che si finsero tessitori e dissero di saper creare una stoffa speciale: invisibile per chi era stupido o non degno della propria carica.

L’imperatore, incuriosito, li fece lavorare per lui. In realtà i due non tessevano nulla, ma tutti fingevano di vedere la stoffa per paura di sembrare stupidi o incapaci. Anche l’imperatore, pur non vedendo niente, finse di ammirare i vestiti.

Durante una grande sfilata, l’imperatore uscì indossando i “nuovi abiti” che in realtà non esistevano. Tutti lo lodavano, finché un bambino disse la verità: “Non ha niente addosso!”. La gente capì che era vero e iniziò a ripeterlo. L’imperatore, pur vergognandosi, continuò la sfilata fingendo sicurezza.

Morale: la paura di dire la verità e il desiderio di conformarsi agli altri possono far credere a una bugia evidente; solo l’innocenza e il coraggio (come quello del bambino) svelano la verità. 

da qui deriva l'espressione "il re è nudo" infatti nella favola per paura di sembrare stupidi o inetti, il re, i cortigiani e il popolo fingono di vedere il meraviglioso vestito, finché un bambino, non condizionato dal conformismo, grida la verità: "Ma il re è nudo!".

Questa frase è usata metaforicamente per denunciare verità evidenti che nessuno ha il coraggio di ammettere per conformismo, paura o ipocrisia, smascherando l'arroganza del potere.

Questa favola ha camminato con me per tutta la vita. Non l’ho mai dimenticata: è rimasta impressa nella mia memoria come un segno profondo. Ogni tanto tornava a farsi sentire nei miei pensieri, e rivedevo quello sciocco imperatore che si lasciava ingannare e non riusciva ad ammettere il proprio errore nemmeno davanti all’evidenza. E insieme a lui rivedevo chi gli stava intorno, incapace di parlare per paura, pronto ad applaudire una sfilata vuota, fingendo di vedere un vestito che non esisteva.

In questi giorni questa fiaba continua a riaffiorare, riporta con sé i ricordi della mia infanzia e, senza che io lo voglia, si intreccia con ciò che sto osservando nel presente. Guardando l’Italia e il mondo, ho la sensazione che molti stiano scegliendo di non vedere, di negare una verità che è sotto gli occhi di tutti: una società che sembra smarrire la propria direzione.

Forse quella favola finì tra le mie mani per caso: le più ambite costavano di più o erano già tutte esaurite, e io, che volevo a ogni costo una favola illustrata, mi accontentai. Chissà, forse il destino aveva già deciso per me.
Oggi so che non era una favola qualunque. Era una lezione gentile ma potente. E, a distanza di anni, sono grata a quella coincidenza che allora sembrava solo una rinuncia e che invece si è rivelata un dono.

In fondo è questa la funzione delle favole: dire la verità ai bambini, perché imparino a guardare il mondo senza maschere e ad avere il coraggio di riconoscere ciò che gli altri preferiscono ignorare.


Fonti immagini: pixabay 

giovedì 29 gennaio 2026

Piccoli attimi di silenzio



I momenti di pace sono pause preziose per l’anima. Madre Teresa di Calcutta 

Ogni mattina mi ritaglio un tempo solo mio, fatto di letture lente e parole scritte sul blog.

Il mondo, a quell’ora, dorme ancora: tace, non chiede nulla, e mi concede spazio per pensare. Sono frammenti di silenzio che mi attraversano e mi rimettono al mondo. Il mondo è ancora addormentato e, finché dorme, non mi invade. Posso pensare senza rumore.

Sono piccoli attimi di quiete che mi rigenerano. Mi aiutano a rimettere ordine dentro, prima che la giornata cominci davvero.

Nel silenzio posso ascoltarmi meglio, senza dover rispondere a nulla. Quando il giorno comincia davvero, io sono già un passo avanti: più centrata, più presente. Quel silenzio del mattino è una promessa che faccio a me stessa, ogni giorno. 

Ognuno può scegliere il proprio momento, per me è la fascia oraria tra le sei e le sette del mattino, la prima mezz’ora è proprio solo mia, prendo il caffè con calma, leggo una rivista, scrivo sul tablet, controllo la posta personale, soprattutto penso con calma. Se ho un dubbio o un problema da risolvere spesso è in quella mezz’ora che trovo la soluzione o, semplicemente, faccio chiarezza a me stessa. Dalle sei e trenta in poi mi preparo per andare al lavoro, ma è ancora un tempo in cui organizzo mentalmente il resto del giorno e quello che dovrei fare. 

È un tempo breve, ma prezioso che mi rigenera e mi accompagna nel resto della giornata. È come se, prima di affrontare il fuori, avessi bisogno di sistemare il dentro.

Non è sempre facile ritagliarsi questo spazio. La tentazione di rimandare, di riempire subito il tempo, è forte. Eppure ho imparato che quando rinuncio a questo momento, qualcosa nella giornata resta in sospeso, come se mancasse un punto di partenza.
Ho anche pensato di sfruttare questo momento per scrivere, ma è uno spazio così breve che difficilmente riuscirei a portare a termine qualcosa di davvero concreto. Tuttavia è un tempo che, a suo modo, mi serve anche per la scrittura.
Talvolta ho preso appunti su un foglio di carta per fissare un’idea, per prendere nota di qualche spunto per la trama che, magari, stavo scrivendo. Mi è capitato spesso di salvare un pensiero prima che volasse via dalla mente travolto dal vortice del lavoro e di tornarci poi verso sera ritrovandolo su quel pezzo di carta. 
Questi momenti mi servono spesso per scrivere sul blog, fissando pensieri e idee sul mio Ipad per poi completarli in un momento successivo quando ho più tempo.

Avevo già trattato questo argomento, anche se in forma lievemente diversa, in un post del 2022 parlando de la mia routine mattutina

In fondo la scrittura non è solo un insieme di parole messe in fila. È un modo per dare forma ai pensieri, per fermare il caos della mente e trasformarlo in qualcosa di comprensibile.

Scrivere significa scegliere: cosa dire, cosa tacere, come dirlo. In un mondo che corre veloce, la scrittura è uno spazio lento. Un luogo dove possiamo ascoltarci davvero. Che sia su un quaderno, su uno schermo o in un messaggio, scrivere resta uno dei modi più umani per esistere, una specie di casa interiore che ci salva un po’ ogni giorno.

Così, ogni mattina, tra le sei e le sette, nel silenzio, nel caffè caldo, nelle parole appena accennate mi godo il mio semplice rito, il mio modo di ricordarmi chi sono, prima che il mondo cominci a chiedermi altro. Forse è proprio questo il senso di quei minuti rubati all’alba: non produrre e non correre, ma solo un momento di riflessione.

Questo è il mio tempo lento, la mia piccola tregua quotidiana.

E tu, hai un momento della giornata che tieni solo per te, in cui il silenzio ti aiuta a rimettere ordine dentro?


Fonti immagini: Pixabay 


mercoledì 14 gennaio 2026

Tre parole per il 2026 tra buoni propositi e illusioni

 

Il tempo è una dimensione dell'anima. Sant'Agostino.

Rovistando nel mio blog, che come sempre è piuttosto disordinato, mi sono accorta che l’ultima volta in cui avevo scelto tre parole da seguire come un faro era il 2023. Poi ho smesso. Eppure, ogni inizio d’anno, puntuale, torna quella voglia: fermarmi un attimo e cercare alcune parole che possano accompagnarmi, dare un senso al nuovo anno.

Rileggendo, ho scoperto anche di aver ripetuto alcune parole. Forse vuol dire che certi miei bisogni tornano ciclicamente: perché sono obiettivi mai davvero raggiunti, o perché, più semplicemente, mi sono dimenticata delle parole scelte negli anni precedenti. La dimenticanza è una buona candidata. Nel frattempo il 2026 è già partito in quarta, e io sono ancora qui a chiedermi in che direzione andare.

Leggo molti blogger che condividono con entusiasmo le loro parole guida e così provo a fare lo stesso, senza troppe pretese: pensare a parole che possano servirmi davvero, da tenere lì come un faro, anche quando perdo l’orientamento. Venerdì, preparando per lavoro una relazione sulle attività svolte nell’anno, mi sono resa conto di quanto il tempo sfugga: alcune cose fatte a inizio anno mi sembravano così lontane da pensare appartenessero all’anno precedente. Un anno è lungo, e spesso, senza accorgercene, ci perdiamo dei pezzi di vita.

Allora mi chiedo se abbia davvero senso scegliere delle parole da seguire. Forse sì, se servono a non perdermi di vista. Ma sento anche il bisogno che siano parole che dipendano da me, perché troppo spesso ciò che desideriamo resta appeso a qualcosa che non controlliamo.

Per questo provo a fare un piccolo riepilogo degli anni passati: per capire meglio quali parole scegliere adesso e, soprattutto, per non ripetermi (o almeno provarci).

anno 2016 tre parole per il 2016 determinazione, costanza e gioia 

anno 2017 tre parole per il 2017 leggerezza, cambiamento e libertà

anno 2018 e anno 2019 nessuna parola 

anno 2020 tre parole per il 2020 costanza, equilibrio e gentilezza 

anno 2021 e 2022 nessuna parola 

anno 2023 tre parole per il 2023 ordine, cura e movimento 

anno 2024 e 2025 nessuna parola

Riflettendo sulle parole che vorrei portare con me nel 2026, me ne sono venute in mente diverse. Alcune, però, erano delle ripetizioni: cura, leggerezza. Me ne sono accorta rileggendo il riepilogo degli anni passati e ho capito che, se tornano, è perché certi bisogni continuano a farsi sentire. Ma proprio per questo ho deciso di lasciarle andare, almeno per ora, e di provare a guardare più a fondo.

Così ho cercato altre parole, concentrandomi soprattutto su ciò che sto desiderando davvero: l’esigenza interiore che sento più forte in questo momento.

La prima parola è Essenziale.

È un concetto che sento molto vicino al minimalismo che sto cercando di praticare negli ultimi anni, ma non solo in senso materiale. Essenziale, per me, significa scegliere.

Scegliere il lavoro, senza permettergli di occupare tutto.

Proteggere il tempo libero, senza sentirmi in colpa.

Significa tenere vicino ciò — e chi — mi nutre davvero, e lasciare andare il superfluo con rispetto, ma senza rimorsi.

È una parola gentile, ma ferma.

Per rendere l'essenziale qualcosa di concreto e vivibile, è importante sapere cosa conta davvero. Dire no a ciò che confonde, occupa, drena energia.

La seconda è Gratitudine.

Allenare lo sguardo su ciò che c’è, non solo su ciò che manca. In un mondo che spesso sento tremendo, scelgo di essere grata per le cose buone che ho, per le persone care che mi stanno accanto e anche per come sono, con i miei limiti e le mie risorse.

La terza è Allineamento.

Vivere in modo coerente tra ciò che sento, penso e faccio. Qui so che c’è del lavoro da fare: è un’esigenza che sento forte, ma spesso mi lascio trascinare dalle richieste degli altri, da persone che assorbono energia o trasmettono negatività. Forse è il momento di definire meglio i confini, perché l’equilibrio nasce anche dall’imparare a dire sì e no con la stessa serenità.

Ho pensato anche a una frase-mantra, qualcosa di semplice da ricordare e da tornare a leggere nei momenti di confusione:

Scelgo ciò che è essenziale per me.

Meno cose, ma più senso.

Faccio spazio a ciò che conta, lasciando andare ciò che pesa.

Infine, mentre cercavo le parole del 2026 ho trovato in un libro che sto leggendo la seguente considerazione sul tempo secondo Sant'Agostino (il romanzo è Se tu non ridi più di Barbara Perna

"Secondo Sant'Agostino il tempo è una dimensione dell'anima. Il tempo si dilata quando hai qualcosa che ti appassiona e ti rende felice. Basta sceglierlo con saggezza come impiegarlo il proprio tempo. Liberarsi delle scorie, eliminare le cose inutili."

Vi lascio quindi con questo piccolo estratto in cui mi riconosco molto e che mi sembra proprio in linea con le mie parole e con il senso di questo post.

Voi cosa ne pensate? 

Fonti immagini: heart by Pixabay