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| Ciò che ricordiamo dall'infanzia lo ricordiamo per sempre - fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista. Christian Bovee |
Questa è una storia un po' tenera e un po' divertente, è una storia vera, un piccolo ricordo della mia infanzia, fatto di persone, luoghi e momenti che il tempo non è riuscito a cancellare.
Zio Peppino e zia Antonietta abitavano nel centro del paese, che contava poco più di millecinquecento anime. La loro era una casa indipendente su tre livelli. Al piano terra c'era un grande locale che in seguito sarebbe diventato un garage, ma che allora era ancora l'antica stalla. Al primo piano si trovava l'appartamento, di circa novanta metri quadrati, dove vivevano gli zii insieme alle loro tre figlie. Al secondo piano, invece, c'era un appartamento già arredato: in futuro sarebbe diventato la casa della cugina che si sarebbe sposata, ma allora era riservato agli ospiti. Quando andavamo a trovarli per qualche giorno, quello era il nostro piccolo regno.
Il paese è situato a circa seicento metri sul livello del mare. D'estate l'aria era fresca e piacevole. Non so se sia ancora così: ormai non ci torno da molti anni. All'epoca era una meta molto frequentata dai paesi vicini. Noi ci trascorrevamo forse una o due settimane ogni estate, ma nei ricordi di bambina sembravano durare un'eternità.
Di quel periodo ricordo tanti particolari. Di fronte alla casa di mia zia c'era la merceria di Loretta, un negozio che sembrava vendere qualsiasi cosa. C'erano bottoni di ogni forma e colore, merletti, nastri, mollette per capelli, caramelle, gomme da masticare e mille altri piccoli tesori che per noi bambini erano irresistibili.
Accanto alla merceria sorgeva la caserma dei carabinieri. Era piena di giovani allievi che facevano battere il cuore delle mie cugine. Poco più in là si apriva una piazzetta con due grandi alberi che regalavano una fresca ombra e due panchine dove la gente si fermava a chiacchierare nelle giornate di sole.
Ma uno dei personaggi che ricordo con più affetto era l'asino di zio Peppino. Lo chiamerò Vladimiro, perché il suo vero nome, purtroppo, non lo ricordo più.
Ogni mattina mio zio andava in campagna a dorso di Vladimiro. Al ritorno comparivano lentamente lungo la strada del paese: davanti l'asino, dietro mio zio, e sulla soma grandi sacchi pieni di frutta e verdura. Ricordo soprattutto i fichi, dolcissimi, appena raccolti, che sembravano avere un sapore diverso da qualsiasi altro fico abbia mangiato dopo.
Una volta rientrati, Vladimiro veniva accompagnato nella sua stalla. Mio zio lo trattava con un affetto che oggi riserveremmo a un animale di famiglia: lo strigliava con cura, gli dava da bere, gli preparava il fieno e controllava che stesse bene. E Vladimiro, come per ringraziarlo, rispondeva con sonore e allegre ragliate che riecheggiavano per tutto il vicinato.
Erano gli anni Settanta. Le automobili erano ancora poche e, soprattutto nei piccoli paesi di montagna, gli animali rappresentavano un mezzo di trasporto prezioso. L'asino non era soltanto un aiuto nel lavoro: era un compagno di vita, parte integrante della famiglia e della quotidianità.
Non andavo dalle mie cugine soltanto d'estate. A volte ci trascorrevamo anche qualche giorno nel periodo di Pasqua, quando il paese si riempiva di un'atmosfera speciale.
Il momento più atteso era la processione della Madonna. Attraversava lentamente il corso principale e passava proprio sotto casa dei miei zii. Dietro la statua camminavano le pie donne, che intonavano antichi canti religiosi. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi sorprendo a ricordarne quasi tutte le parole.
Subito dopo arrivava la banda musicale.
Ed era proprio in quel momento che Vladimiro entrava in scena.
Non appena sentiva i primi squilli delle trombe e il rullare dei tamburi, cominciava a ragliare con tutto il fiato che aveva, come se volesse accompagnare la musica e far parte anche lui della processione. Per lui, evidentemente, era un'occasione per far sentire la sua voce.
Una delle mie cugine, invece, viveva quella scena come una tragedia. Ogni volta scoppiava a piangere disperata.
«Adesso lo sanno tutti che in questa casa c'è un asino! Cosa penserà la gente?»
Io, al contrario, ridevo fino alle lacrime. Mi sembrava la cosa più buffa del mondo: la banda che suonava e Vladimiro che, puntuale come un musicista d'orchestra, offriva il suo personale accompagnamento.
Gli anni passarono e anche Vladimiro invecchiò. Quando morì, ormai consumato dalla vecchiaia, in quella casa piansero tutti.
Lo piansero mio zio, che lo aveva accudito con affetto per tanti anni, lo piansero le mie zie e lo piansero anche le mie cugine.
Perfino quella stessa cugina che da ragazza si vergognava di lui pianse la sua morte.
Forse è proprio questo il bello dei ricordi: ci fanno capire che spesso vogliamo bene alle persone, e anche agli animali, molto prima di rendercene conto.
Ogni tanto mi torna in mente quella scena: la banda che suona, Vladimiro che raglia felice e mia cugina che si dispera.
Credo che Vladimiro non sapesse nulla di processioni, di bande o di figuracce. Sentiva la musica e rispondeva a modo suo. Forse era il suo modo di dire che anche lui faceva parte di quella piccola comunità.
E a pensarci adesso, mi rendo conto che volevo bene a quel mondo fatto di paesi piccoli, porte sempre aperte, processioni, mercerie, asini e persone semplici.
Un mondo che allora ci sembrava normale, quasi scontato, e che invece oggi riconosco come qualcosa di straordinario.
E voi avete qualche ricordo o una storia dell’infanzia da raccontare?

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