sabato 18 luglio 2026

L’asinello di zio Peppino

 


Ciò che ricordiamo dall'infanzia lo ricordiamo per sempre - fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista. Christian Bovee


Questa è una storia un po' tenera e un po' divertente, è una storia vera, un piccolo ricordo della mia infanzia, fatto di persone, luoghi e momenti che il tempo non è riuscito a cancellare.

C'era un piccolo e ridente paese dell'Appennino Dauno, il paese natale di mia madre. Lì vivevano le mie zie e i miei zii: zia Antonietta e zio Peppino, zia Pina e zio Costantino, zio Antonio e zia Gina.

Zio Peppino e zia Antonietta abitavano nel centro del paese, che contava poco più di millecinquecento anime. La loro era una casa indipendente su tre livelli. Al piano terra c'era un grande locale che in seguito sarebbe diventato un garage, ma che allora era ancora l'antica stalla. Al primo piano si trovava l'appartamento, di circa novanta metri quadrati, dove vivevano gli zii insieme alle loro tre figlie. Al secondo piano, invece, c'era un appartamento già arredato: in futuro sarebbe diventato la casa della cugina che si sarebbe sposata, ma allora era riservato agli ospiti. Quando andavamo a trovarli per qualche giorno, quello era il nostro piccolo regno.

Il paese è situato a circa seicento metri sul livello del mare. D'estate l'aria era fresca e piacevole. Non so se sia ancora così: ormai non ci torno da molti anni. All'epoca era una meta molto frequentata dai paesi vicini. Noi ci trascorrevamo forse una o due settimane ogni estate, ma nei ricordi di bambina sembravano durare un'eternità.

Di quel periodo ricordo tanti particolari. Di fronte alla casa di mia zia c'era la merceria di Loretta, un negozio che sembrava vendere qualsiasi cosa. C'erano bottoni di ogni forma e colore, merletti, nastri, mollette per capelli, caramelle, gomme da masticare e mille altri piccoli tesori che per noi bambini erano irresistibili.

Accanto alla merceria sorgeva la caserma dei carabinieri. Era piena di giovani allievi che facevano battere il cuore delle mie cugine. Poco più in là si apriva una piazzetta con due grandi alberi che regalavano una fresca ombra e due panchine dove la gente si fermava a chiacchierare nelle giornate di sole.

Ma uno dei personaggi che ricordo con più affetto era l'asino di zio Peppino. Lo chiamerò Vladimiro, perché il suo vero nome, purtroppo, non lo ricordo più.

Ogni mattina mio zio andava in campagna a dorso di Vladimiro. Al ritorno comparivano lentamente lungo la strada del paese: davanti l'asino, dietro mio zio, e sulla soma grandi sacchi pieni di frutta e verdura. Ricordo soprattutto i fichi, dolcissimi, appena raccolti, che sembravano avere un sapore diverso da qualsiasi altro fico abbia mangiato dopo.

Una volta rientrati, Vladimiro veniva accompagnato nella sua stalla. Mio zio lo trattava con un affetto che oggi riserveremmo a un animale di famiglia: lo strigliava con cura, gli dava da bere, gli preparava il fieno e controllava che stesse bene. E Vladimiro, come per ringraziarlo, rispondeva con sonore e allegre ragliate che riecheggiavano per tutto il vicinato.

Erano gli anni Settanta. Le automobili erano ancora poche e, soprattutto nei piccoli paesi di montagna, gli animali rappresentavano un mezzo di trasporto prezioso. L'asino non era soltanto un aiuto nel lavoro: era un compagno di vita, parte integrante della famiglia e della quotidianità.

Non andavo dalle mie cugine soltanto d'estate. A volte ci trascorrevamo anche qualche giorno nel periodo di Pasqua, quando il paese si riempiva di un'atmosfera speciale.

Il momento più atteso era la processione della Madonna. Attraversava lentamente il corso principale e passava proprio sotto casa dei miei zii. Dietro la statua camminavano le pie donne, che intonavano antichi canti religiosi. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi sorprendo a ricordarne quasi tutte le parole.

Subito dopo arrivava la banda musicale.

Ed era proprio in quel momento che Vladimiro entrava in scena.

Non appena sentiva i primi squilli delle trombe e il rullare dei tamburi, cominciava a ragliare con tutto il fiato che aveva, come se volesse accompagnare la musica e far parte anche lui della processione. Per lui, evidentemente, era un'occasione per far sentire la sua voce.

Una delle mie cugine, invece, viveva quella scena come una tragedia. Ogni volta scoppiava a piangere disperata.

«Adesso lo sanno tutti che in questa casa c'è un asino! Cosa penserà la gente?»

Io, al contrario, ridevo fino alle lacrime. Mi sembrava la cosa più buffa del mondo: la banda che suonava e Vladimiro che, puntuale come un musicista d'orchestra, offriva il suo personale accompagnamento.

Gli anni passarono e anche Vladimiro invecchiò. Quando morì, ormai consumato dalla vecchiaia, in quella casa piansero tutti.

Lo piansero mio zio, che lo aveva accudito con affetto per tanti anni, lo piansero le mie zie e lo piansero anche le mie cugine. 

Perfino quella stessa cugina che da ragazza si vergognava di lui pianse la sua morte.

Forse è proprio questo il bello dei ricordi: ci fanno capire che spesso vogliamo bene alle persone, e anche agli animali, molto prima di rendercene conto.

Ogni tanto mi torna in mente quella scena: la banda che suona, Vladimiro che raglia felice e mia cugina che si dispera.

Credo che Vladimiro non sapesse nulla di processioni, di bande o di figuracce. Sentiva la musica e rispondeva a modo suo. Forse era il suo modo di dire che anche lui faceva parte di quella piccola comunità.

E a pensarci adesso, mi rendo conto che volevo bene a quel mondo fatto di paesi piccoli, porte sempre aperte, processioni, mercerie, asini e persone semplici.

Un mondo che allora ci sembrava normale, quasi scontato, e che invece oggi riconosco come qualcosa di straordinario.

E voi avete qualche ricordo o una storia dell’infanzia da raccontare?


12 commenti:

  1. Nello specifico non una cosa in particolare, però anch'io passavo due settimane in estate in un paesino simile a quello che hai descritto. Stavamo in affitto da una famiglia che ancora aveva un orto casalingo e un pollaio in un avvallamento (la loro casa non era dentro il paese ma nel punto in cui finivano le case e c'era solo aperta campagna).
    Il mio ricordo è la signora che andava in paese a fare la spesa e lasciava le chiavi infilate nella serratura "così se torna mio marito può aprire e capisce che io sono uscita". Inutile aggiungere che a quel tempo, in quel paesino, i furti in casa era qualcosa che non potevano neppure concepire, i signori mi dicevano che non era mai capitato a nessuno di esserne vittima. Altri tempi, oggigiorno - ho saputo - anche in quel paese hanno dovuto cominciare a usare porte blindate e antifurto...

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    1. Non ricordo con certezza, ma forse anche mia zia lasciava la porta aperta, erano altri tempi infatti. Credo che nella stalla ci fosse anche qualche gallina, perché mia zia la mattina ci faceva la zabaione con le uova fresche prese dal pollaio, ma ho ricordi confusi, magari venivano dalla vicina, chissà. Il ricordo nitido é quello dell’asinello. È davvero un mondo che non c’è più…

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  2. Che storia tenera quella dell'asino che ragliava quando passava la banda, e che fortuna per lui trovare una famiglia che gli voleva bene! Per combinazione mi trovo in Trentino, dove trascorrevo le mie estati da bambina. Ho moltissimi ricordi che potrei raccontare, ma i momenti più belli erano quando partecipavo alla fienagione, che non era solo lavoro ma un rito collettivo; durante la pausa del mezzogiorno, quando faceva troppo caldo per lavorare, mangiavamo pane e formaggio sotto un albero tutti insieme, anch'io con le mie cugine. Quando sento il profumo del fieno, mi tornano alla memoria quei momenti.

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    1. Eh sì certi odori riportano alla memoria ricordi indelebili, penso al sapore di quel pane e formaggio che deve essere stato buonissimo…
      Il nostro asinello era fortunato, ma era anche un “bene” prezioso per la famiglia di mia zio, era un mezzo di trasporto e di lavoro, cosa che oggi fa pensare a mondi lontanissimi.

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  3. Tantissime storie da raccontare sì, solo che alcuni ricordi brutti, ma proprio brutti, ogni anno che passa rischiano di sovrastare quelli belli.
    Tra i ricordi belli ci sono le sere estive, quando si stava bene (e senza così tante zanzare) all'aperto. Nella vecchia casa di quando ero bambina, avevamo un cancello apribile nel confine così io potevo andare da zio Mario e zia Agnese quando volevo, spesso c'era anche la loro nipotina in vacanza della mia età. Poco più in là, zio Mario (che lavorava ferro battuto e legno) aveva fatto un tavolo in ferro col ripiano in vetro e le panchine. Aveva anche messo un paio di lampadine soffuse. Così la sera, le due famiglie si riunivano lì a chiacchierare, a raccontare storie e mangiare le torte di zia Agnese. Si aggiungevano anche le sedie del giardino e diventava un salotto sotto le stelle. C'erano anche le lucciole a quel tempo nei nostri giardini... Sere meravigliose.

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    1. Le sere d’estate senza zanzare con le famiglie riunite in giardino a chiacchierare sono una bellissima immagine, mi fanno pensare alle signore sulle sedie davanti alla porta con le chiacchiere da una casa all’altra fino a mezzanotte, mentre i bambini giocavano per strada.

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  4. Che storia tenera, adoro gli asinelli. Ricordi di infanzia campestri ne ho tanti, essendo andata in vacanza dai nonni in bassa Valtellina, che io chiamo Valle o montagna ma lì è proprio campagna. Dall'orto dei nonni, al taglio del fieno dei vicini di casa con papà che li aiutava coi forconi, addirittura la terribile uccisione del maiale, le galline sparse nel cortile da rimettere nel pollaio, e tanti altri. Mi concentro un mondo davvero estinto, perché per quanto io lì vada ancora, non trovo le stesse atmosfere, le sedie fuori, citate nei commenti, il gelato dopo cena, un lusso, più spesso solo l'acqua fresca della fontana. Che nostalgia, Giulia!

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    1. Eh cara Sandra, in effetti è un mondo che non esiste più a cui pensiamo con un po’ di nostalgia, era un mondo sicuramente più scomodo di oggi dove molte cose sono agevolate dalla tecnologia, ma più genuino e più “buono” dove buono intendo di buoni sentimenti e di solidarietà.

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  5. Mitico Vladimiro! In un mondo di asini, quelli veri si distinguono per una profonda sensibilità musicale che altri hanno perso. Mi hai commossa

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    1. E lui voleva solo cantare con la banda e far sentire la sua voce 😀 che tenero

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  6. Eh, cara Giulia, mi hai fatto tornare in mente un aspetto dell'infanzia e adolescenza di mio padre. Era nato nel '35 e rimase in un paese della Sicilia riarso dal sole fino fino al '54, quando lasciò per sempre l'isola per arruolarsi. I suoi racconti di quei 19 anni erano fervidi di particolari. Uno di questi riguardava proprio il suo mulo (non credo neppure che gli avesse dato un nome), un animale utilissimo che allevavano in un piccolo magazzino sotto casa, una casa nel paese, ma ai tempi si usava anche fare dei magazzini piccole stalle. A dorso di mulo mio padre si spostava verso i paesi vicini per lavoro, gli capitò pure di fare lo spaccapietre e il suo mulo era sempre accanto a lui, un mezzo di locomozione perfetto in tempi difficili, il secondo Dopoguerra. Ecco, un ricordo mai sbiadito, e ti ringrazio per averlo suscitato con questo dolcissimo post.

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    1. Cara Luz mi fa piacere aver rispolverato questi tuoi ricordi grazie al mio post, gli animali una volta erano dei preziosi collaboratori e dei validi mezzi di trasporto, vivevano nelle nostre case e restavano accanto accanto a noi fedelmente. Molto bello il ricordo del mulo di tuo padre, accanto a lui nella fatica quotidiana.

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