venerdì 19 agosto 2022

Le Medee

 

Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini. Dante Alighieri

Era un giorno di primavera o forse autunno, insomma c’era quel clima piacevole che ti fa camminare per strada senza fatica. Attraversavo piazza Verdi nelle zona universitaria per raggiungere un ufficio in via Marsala per lavoro, era molto prima della pandemia, a un certo punto un bimbetto di circa cinque anni cominciò a piangere disperato e solo. Ci avvicinammo in cinque, due studentesse universitarie, uno dei camerieri del bar che stava servendo un caffè all’aperto, una signora anziana e io.

Che succede piccolino, come mai sei solo?

Non trovo più la mamma! 

Mobilitazione generale di tutti e cinque che ci guardammo intorno per vedere se ci fosse la mamma. Io ero già pronta con il cellulare a chiamare la polizia, una delle studentesse si abbassò verso il bambino per tranquillizzarlo parlando con parole dolci. Furono cinque minuti o forse molto meno, ma una giovane donna corse verso il bambino gesticolando e lui le corse incontro e la abbracciò. Il bambino si era allontanato di pochi metri dalla mamma. Tutti noi tranquillizzati tornammo alle nostre occupazioni. Nel corso di quella giornata lavorativa ogni tanto pensavo a quel bambino e al suo pianto disperato e mi veniva una specie di magone, piccolo chissà che spavento pensavo, pensavo anche alla mobilitazione veloce della piazza per soccorrerlo, perché non puoi restare indifferente al pianto di un bambino, si muove una comunità. Un bambino tra le braccia della mamma è al sicuro. Almeno così dovrebbe essere.

Poi ci sono le storie di questa torrida estate, la storia della piccola Elena uccisa da sua madre, quanti di noi hanno guardato con una stretta al cuore il video in cui la madre va a prendere la bambina all’asilo che le corre incontro e la abbraccia. Poi c’è la storia della mamma che ha lasciato volontariamente la sua bimba Diana di soli sedici mesi, la bambina abbandonata per sei giorni è morta di stenti, non riesco a pensare alla sofferenza di questa creatura indifesa, senza sentirmi male. Non so cosa sia più terribile, la mamma che pugnala la sua piccola o quella che la abbandona lasciandola morire.

Sono storie che feriscono, ci straziano il cuore. Quand’é che abbiamo smesso di occuparci dei bambini? Una volta i bambini erano una cura di tutti, ricordo che da piccola ero sul balcone e salii su una sedia, dei vicini corsero a chiamare mia madre perché potevo cadere dal balcone, io mi stupii di tutta quella attenzione, un’altra volta ero a giocare con altri bambini e arrivò mia madre di corsa a prendermi allarmata, una vicina l’aveva chiamata perché un ragazzino aveva in mano un coltello (in realtà era una spada di plastica color metallo) fingevamo di trovarci nella giungla e con la spada si tagliavano le alte foglie di una lussureggiante vegetazione immaginaria. Era il tempo in cui si giocava per strada e nessuno sembrava stupirsi più di tanto, oggi non accade più, i bambini non vengono mai lasciati da soli, tantomeno per strada eppure sono molto più indifesi di un tempo.

Oggi viviamo in una società distratta in cui a malapena conosciamo i nostri vicini, dove i bambini diventano invisibili e, per questo, più fragili.

In realtà le storie di madri assassine dei propri figli ci accompagnano dalla notte dei tempi. La tragedia greca di Medea racconta proprio questo, ricordo di averla studiata a scuola e di esserne rimasta profondamente colpita. Medea è una madre che uccide i propri figli per vendicarsi del marito infedele che l’aveva abbandonata per una donna più giovane che gli avrebbe garantito il trono di Corinto, essendo la figlia di un re. Uccidendo i figli Medea nega quindi una discendenza a Giasone. 

Esistono molte versioni di Medea, a me piace quella di Euripide che potete leggere a questo link Medea Wikipedia

Le storie di questa torrida estate assomigliano a quella di Medea, questo perché al primo posto nel cuore di queste donne non c’era l’amore materno o, almeno, quello che dovrebbe essere, ma solo l’affermazione di sé. Nel caso della piccola Elena, secondo gli inquirenti, la motivazione era la gelosia nei confronti dell’ex convivente e padre della bambina che aveva una nuova relazione. Nel caso della piccola Diana, di sedici mesi, abbandonata a se stessa per sei giorni, chiusa in casa con un caldo torrido e morta di stenti, perfino un adulto sarebbe morto in quelle condizioni figuriamoci una bimba piccola, la madre l’ha lasciata per raggiungere il compagno, al quale avrebbe mentito dicendo di aver lasciato la bimba a un familiare. Ora io non so se siano meglio undici coltellate o la morte di fame, sete e disidratazione, non riesco neanche a pensarci. Mi chiedo perché queste donne non sappiano vedersi senza un uomo accanto e antepongano la cura e la vita dei propri figli; sicuramente servono analisi più approfondite della loro fragile psiche, io posso solo provare pena e dolore.

Avevo iniziato a scrivere questo post a fine luglio, sull’onda dell’orrore che queste storie mi avevano suscitato, poi il caldo mi aveva sopraffatto gettandomi in una sorta di abulia. Oggi, mentre l’estate sembra volgere al termine dopo tanto caldo che ci toglieva la ragione (non so da voi, ma qui le temperature si sono abbassate moltissimo) ho ripreso la scrittura di questo post, è una riflessione che non pretende di trovare alcuna soluzione, ma solo la condivisione di uno sgomento comune a molti. 

Fonte immagini: Pixabay 

sabato 9 luglio 2022

Divagazioni sul caldo



Cari amici, anche voi siete cotti dal caldo come me? 

Immagino di sì, ma di solito avviene sempre così a luglio, quando c’è molto caldo e afa, tranne che quest’anno il caldo “torrido” é cominciato a metà maggio. Ricordo che a inizio maggio, la mattina, per andare al lavoro indossavo ancora la giacca antipioggia e il foulard per proteggermi la gola, un giorno ho perfino riacceso i termosifoni, giusto per dare una scaldata alla casa e al bucato e poi, di colpo, ci siamo ritrovati immersi nel caldo, non il caldo di maggio, ma il caldo di luglio.

Ed è così che io mi sento immersa nel mese di luglio già da maggio. Questa sensazione di lunga estate torrida non mi piace molto, perché io amo la primavera, amo le giornate che si allungano con l’aria che si intiepidisce piacevolmente, dopo il rigido freddo dell’inverno (che poi rigido freddo ne abbiamo avuto poco), insomma l’estate non è proprio la mia stagione preferita, lo sarebbe nella mia mente, ma di fatto preferisco la primavera o il malinconico autunno. Quando fa troppo caldo le mie energie si azzerano, non riesco a fare più nulla, lavoro e basta (che da quello non posso esimermi) ma poi ogni giorno, dopo il lavoro, mi trascino come uno zombie a casa, accendo l’aria condizionata e mi stendo sul divano in modalità catatonica, in cui il massimo che riesco a fare è guardare la tv, quando non mi addormento, oppure al limite leggo. Insomma riesco a fare davvero poco, qualche sera esco, ma solo se si organizza qualcosa con gli amici (perché io piuttosto sto in casa chiusa al fresco, visto che a Bologna è caldo anche fuori, perlomeno in centro, per trovare il fresco bisogna spingersi nell’alto delle colline). 

Questi sono i mesi in cui odio di più lavorare e in cui mi sento proprio una condannata ai lavori forzati, perché nonostante sia estate non c’è nessun rallentamento delle attività anzi, certe pratiche rimaste ferme durante l’inverno, all’improvviso vengono ridestate e diventano urgenti perché si vogliono chiudere prima di ferragosto con l’ultimo consiglio di amministrazione di luglio. Dulcis in fundo in uno dei miei due uffici (visto che ho un doppio incarico) non va l’aria condizionata, si è rotto l’impianto l’anno scorso e nessuno l’ha riparato, l’ufficio è esposto al sole dall’una del pomeriggio, così adotto la strategia di trasferirmi nell’altro ufficio che è all’ombra, anche lì l’aria condizionata va a giorni alterni, ma almeno é un ufficio abbastanza fresco (è in un palazzo storico del centro, al piano terra sotto il portico, buio anche in pieno giorno, ma con queste temperature è diventato il mio ufficio ideale). 

Non voglio assillarvi oltre con le mie lamentele, ma tra il caldo e le scadenze quest’anno non credo di andare oltre questa data con il blog, mi sa che mi fermo qui e, salvo forse qualche escursus informativo, riprendo a settembre. 

Per rinfrescarvi ho messo una foto del Borgo al cotone di Marciana Marina un comune dell’isola d’Elba dove la vita sembra più leggera, ma forse solo perché c’è il mare...e comunque lì nel borgo al cotone, delizioso angolo del paese sopra un porticciolo antico dotato di panchine e gerani con vista sul mare, c’è una splendida arietta fresca anche alle tre del pomeriggio, è l’ora in cui ho fatto la foto. 

Se volete saperne di più eccovi un link Borgo al cotone

Penso che se vivessi in un posto di mare la vita sarebbe più leggera, é un’idea fissa che ho, voi cosa ne pensate?

sabato 2 luglio 2022

Cadrò, sognando di volare

Ognuno di noi ha un paio di ali, ma solo chi sogna impara a volare.
(Anonimo)

Ci sono dei titoli che ti ipnotizzano per la loro potenza evocativa, mi capita di comprare un libro solo per il titolo, come è successo per il romanzo di Fabio Veronesi, è un autore che ho conosciuto seguendo le tappe del giro d’Italia, è il cronista che racconta il giro d’Italia e, contestualmente, la storia di ogni borgo che attraversa il “giro” e ti fa innamorare del nostro paese, perché ogni luogo é fatto di gente ed è la storia della gente che lo abita che fa scattare nel cuore l’interesse a visitare quel luogo. Così ascoltando la sua voce sono andata a cercarlo in rete e ho scoperto che ha scritto parecchio, decido d’istinto di leggere un suo romanzo (con gli eBook riesci a farlo agevolmente, se avessi dovuto andare in libreria non ci sarei riuscita). Sono attratta subito da questo titolo: Cadrò, sognando di volare, in questo periodo mi sento un po’ così, in procinto di cadere nel baratro mentre cerco di inseguire un sogno. Lo compro subito, con l’iPad si fa in un attimo, basta un click, poi leggo la trama e scopro che la storia del protagonista si intreccia con la vicenda di Marco Pantani, l’incarnazione di un sogno che ha appassionato gli amanti del ciclismo in quegli anni e che è finita in modo tragico. Anch’io ho una forte emozione legata a Pantani e ogni volta, pensando a lui, mi si stringe il cuore. Avevo iniziato a leggere il romanzo qualche giorno prima di partire per la mia vacanza di una settimana e l’ho completato mentre ero via.

Fabio Genovesi scrive davvero bene, lo si poteva intuire ascoltandolo in tv dove rende magico ogni luogo attraversato dal giro, ma non è sempre scontato che qualcuno che parla bene scriva altrettanto bene, beh per lui è così. Questo romanzo è una piccola magia, è la storia di un ragazzo che cerca la sua strada senza trovarla finché non incontra qualcuno, completamente agli antipodi da lui, che gli fa capire che non dobbiamo essere quello che gli altri si aspettano da noi, ma solo quello che vogliamo essere, perché é questo che serve per essere felici,  essere semplicemente noi stessi.

La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia
(Vasco Rossi)

                                                               

Ci sono confini che si possono superare, a volte è necessario per raggiungere un sogno, perlomeno provarci, perché se non ci provi davvero passerai il resto della vita a rimpiangerlo. Nel tentativo potrai cadere mille volte, ma finché sarai pronto a rialzarti potrai volare. 

“I confini sono così. Limiti inventati, che ci strizzano e soffocano l’orizzonte davanti e dietro di noi.”

Ci sono molte frasi in cui mi sono ritrovata, alcune mi hanno proprio stretto il cuore in una morsa per la loro spiazzante verità.

E infatti le cose più grosse che ci succedono - stupende o tremende che siano - arrivano sempre così, senza sceglierle, da qualcos’altro che c’entra poco o nulla. 

Esiste un modo semplice per capire se ti piace la tua vita, un test rapido e chiaro che ti dà la misura di quanto sei felice di quel che fai: basta che aspetti la domenica sera, e guardi come ti senti. Il tempo non lo fermi, il tempo porta il buio e la domenica sera, e davanti a te si scoperchia il panorama del lunedì e di un’intera settimana uguale al solito. E da qui, da come ti senti davanti a questo panorama, capisci quanto ti piace la tua vita.

E a volte per cambiare quel panorama e la tua vita bisogna fare un atto estremo di coraggio, sopportare tutto il dolore che può derivarne per poi essere finalmente liberi, di sorridere la domenica sera pensando al lunedì. Questo deve fare il protagonista del romanzo per cambiare la sua vita e questo può fare ciascuno di noi per cambiare la propria, perlomeno se l’idea del lunedì ci sembra insopportabile, oppure se ci sembra accettabile solo in parte. In fondo ognuno conosce il proprio lunedì con cui fare i conti. 




TRAMA 

Hai presente quando la radio passa la canzone che ascoltavi sempre alle superiori, e ti immaginavi nel futuro, libero e felice di fare quel che volevi... be', se a sentirla il cuore ti si stringe e alla fine devi cambiare stazione, vuol dire che in quel futuro qualcosa non è andato come sognavi.

Così è per Fabio, che ha ventiquattro anni e studia giurisprudenza. La materia non lo entusiasma per niente, ma una serie di circostanze lo ha condotto lì, e lui non ha avuto la forza di opporsi. Perciò procede stancamente, fin quando - siamo nel 1998 - per evitare il servizio militare obbligatorio viene spedito in un ospizio per preti in cima ai monti. Qua il direttore è un ex missionario ottantenne ruvido e lunatico, che non esce dalla sua stanza perché non gli interessa più nulla, e tratta male tutti tranne Gina, una ragazza che si crede una gallina.

Diversi come sono, qualcosa in comune Fabio e Don Basagni ce l'hanno: la passione per il ciclismo. Così iniziano a guardare insieme il Giro d'Italia, e trovano in Marco Pantani l'incarnazione di un sogno. Un uomo coraggioso, tormentato e solo, che si confronta con campioni colossali che hanno il loro punto di forza nella prudenza e nel controllo della corsa. Pantani invece non fa tanti calcoli, lui dà retta all'istinto e compie sforzi immani che gli permettono di spostare il confine, "il terribile confine tra il possibile e l'impossibile, tra quel che vorremmo fare e quel che si può". Grazie a questa meravigliosa follia, Fabio e Don Basagni troveranno in sé un'audacia sepolta, e metteranno in discussione l'esistenza solida e affidabile che ormai erano abituati a sopportare.

Più ispirato che mai, Fabio Genovesi torna a farci sognare con la sua scrittura unica, che ci travolge e ci emoziona come un'onda impetuosa, ci fa commuovere, sorridere e poi ridere fino alle lacrime. E ci racconta cosa vuol dire credere in qualcosa. Qualsiasi cosa. Che sia però magica, e ci accenda, spingendoci avanti o da qualsiasi parte, senza progetti o direzioni già tracciate. Si rischia di cadere, sì, ma quando alla radio passeranno la canzone della nostra adolescenza allora, cantandola a squarciagola coi finestrini abbassati, di sicuro voleremo.


In realtà questa più che una recensione questo mio post è un modo per raccontare l’emozione che un libro può trasmettere in un particolare momento della propria vita. Mi è capitato spesso di trovare conforto nei libri scoprendo che alcune sensazioni non erano solo mie ma anche di altri e, perciò, universali. Inoltre per diversi anni ho “pedalato” anch’io, era una passione che mi faceva alzare presto la domenica mattina per percorrere parecchi km lungo le colline della campagna bolognese. Era una piacevole, anche se faticosa, abitudine che mi manteneva in forma e mi permetteva di passare del tempo in mezzo alla natura. Gli eventi successivi della vita mi hanno portato a diradare sempre più queste uscite, tra tempo libero sempre più ristretto e, più sovente, dedicato alla scrittura, ma chissà che in futuro non torni alle mie pedalate in libertà.

E voi cosa state leggendo? Capita anche a voi di seguire l’istinto e ritrovarvi nelle parole di un libro proprio adatte al momento che state vivendo?


Fonti immagini: Pixabay e Amazon per la cover 

domenica 12 giugno 2022

Indecisioni del cuore salvo E&O

Non sapere quale decisione prendere è la peggiore delle sofferenze. Paulo Coelho

Sono almeno tre settimane che non riesco a scrivere una riga nuova del mio romanzo, ma non è la crisi della pagina bianca, no, anzi sono arrivata a un punto in cui molte matasse si dipanano e la trama si sviluppa meglio. Non ho molta fretta perché è un episodio del commissario Sorace che uscirà il prossimo anno, salvo imprevisti, oppure come si dice salvo errori ed omissioni. Il fatto è che questi anni ci hanno insegnato che la nostra vita è precaria, molto più di quanto pensassimo, è anche per questo che vorrei portare a termine delle cose, prima che sia troppo tardi, ma tardi per cosa? 

Il fatto è che è difficile scrivere se hai la mente troppo piena di pensieri, no, non pensieri sulla scrittura, ma pensieri sulla vita vera, quella che affronti tutti i giorni. Mi hanno affibbiato un settore dell’azienda del tutto disorganizzato, dove tanti cani sciolti corrono per conto loro, l’obiettivo che mi ha dato la direzione generale è quella di organizzarli e metterli in riga, ma non è semplice, anche perché alcuni cani sciolti sono abbastanza importanti e chi sono io per dire a qualcuno “più importante” di me che deve sottostare alle mie regole giuridiche? Così finisco per correre per stare dietro a tutto e a tutti e prevenire i problemi, ma qualcosa sfugge sempre dalle maglie dell’organizzazione, la mia. Così sono diversi week end che non solo non scrivo, ma dedico il mio tempo libero a “mettermi in pari con il lavoro dell’ufficio” perché dovrei andare in ferie (ho un po’ di ferie arretrate da fare) e prima devo liquidare tutte le fatture in scadenza, devo completare alcuni contratti perché i servizi partono a metà giugno, ma prima della firma c’è stato un rimpallo tra i vari uffici per decidere come impostare il contratto, finché quando alla fine non sanno come concludere ti dicono: 

ma in fondo puoi decidere in autonomia sei TU la responsabile del contratto, decidi per il meglio. E me lo dici adesso! 

No, perché io non sono scema, sei stato tu dirigente dei miei stivali che mi hai detto di chiedere il parere prima all’ufficio di Tizio e poi all’ufficio di Caio. Così mentre il mio serial killer interiore immagina il metodo più doloroso e lento per uccidere lo str.. ehm il referente di turno (da dove credete che nascano i miei thriller?) io mi ritrovo in fondo al tunnel ma senza la luce, anzi con la sensazione di soffocare sotto un mare di scartoffie inutili...

Bene, basta tediarvi con il mio stress lavorativo, queste sono le principali motivazioni per cui non scrivo. E poi ce ne sono altre, quelle che hanno a che fare con i piccoli tarli del nostro cervello, devo fare una scelta importante e sono notti che non dormo. Ho perfino comprato il libro “Chi ha spostato il mio formaggio” su suggerimento di Barbara di Webnauta, di cui vi riporto il link Post di Webnauta é un librino arguto e intelligente che si legge in un’ora e, attraverso di esso, ho cercato di capire come affrontare questa mia decisione, il problema è che quando tutto mi appariva chiaro, nascevano nuovi dubbi. 

Comunque alla fine ho preso una decisione con convinzione e coraggio e, ovviamente, ho continuato a non dormire dalla preoccupazione che la decisione presa ormai comporta: avrò fatto bene? Se poi le cose non vanno come penso? E se? e ma? E boh? 

Mi sento il cuore come quello dell’immagine, appeso a una corda sulla corteccia ruvida di un albero. Ormai il dado è tratto ed è inutile rimuginarci ancora. Intanto, alla fine di questa settimana, vado in ferie qualche giorno, che la vita é breve oltre che precaria,  per cui per dirla alla Rossella O’Hara, ci penserò domani...cioè al ritorno. 

Fonti immagini: Pixabay


sabato 4 giugno 2022

Piccole bugie salvavita

Chi lo sa che cosa è vero in un mondo di bugiardi (Marco Masini)

Tempo fa avevo iniziato a scrivere un post sulle bugie che diciamo nel quotidiano per salvarci da situazioni opprimenti o perlomeno fastidiose. Una situazione che mi capitava spesso prima della pandemia era ricevere, con insistenza, inviti indesiderati. Talvolta rispondevo:

Cosa? No, questa settimana non posso uscire, ho già un impegno, no mi dispiace!

In realtà non avevo nessun impegno, ma uscire per me richiedeva un grandissimo sforzo perché uscivo tardi dal lavoro e poi quell’invito implicava vedere della gente che non avevo voglia di vedere, non perché mi fosse antipatica, semplicemente si trattava di persone con cui avevo poco in comune. 

Lo so, perché non dire semplicemente di no? Provateci voi con l’insistenza che hanno certe persone! Ho provato, con l’esperienza, che è molto più facile mentire, questo perché la maggior parte della gente non accetta un no come risposta, insiste con tono quasi offensivo, ma se poi sei tu a chiedere qualcosa il "no" arriva. E allora mi sono detta, ma perché devo fare i salti mortali per dire sì a cose che non desidero, per accontentare amici, parenti e colleghi? Perché fare una fatica sovrumana per far accettare il mio "no" a tutti coloro che chiedono sempre (e troppo spesso senza fare altrettanto)?

Il tempo è la cosa più preziosa che ho, se lo passi facendo delle cose che non ami fare non ti verrà restituito e quindi lo avrai sprecato.

Ho anche pensato di essere un po’ asociale, non amo la gente? Ho la puzza sotto il naso? Ma perché non ammettere semplicemente di non aver voglia di fare una cosa e basta? 

Prima della pandemia c’erano alcune cose che mi causavano estremo imbarazzo:

Aperitivi e cene con i colleghi: faccio una premessa c’è un gruppo di colleghi con i quali avevo legato moltissimo e con cui, nonostante ora lavoriamo in uffici diversi e lontani, ci ritroviamo sempre con piacere, quando c’è la possibilità di organizzare una cena insieme è sempre bello. Quando si tratta di uscire con loro lo faccio volentieri e supero la stanchezza, con altri colleghi non è così, ma proprio per questo non sento l’esigenza di vederli fuori dal lavoro, passo del tempo con loro sul lavoro, ed è più che sufficiente. 

Inviti fuori da parte di chi non lavora: lo so, può sembrare strano, ma esiste gente che non lavora per vivere, nel senso che non ha bisogno di lavorare, vive di rendita o si fa mantenere da qualcuno, che dire beati loro.  Mi capitava spesso l’invito a cena da  parte di un’amica che vive di rendita, beata lei, è ricca di famiglia, così organizzava cene a casa sua durante la settimana, spesso il martedì oppure il giovedì, cene che cominciavano alle otto-otto e trenta e finivano dopo mezzanotte. Capitava una o due volte al mese, a seconda dei periodi. Sembrava una maledizione, ma ogni volta che c'era una sua cena, mi capitava qualche imprevisto sul lavoro e facevo più tardi del solito, quindi arrivavo a casa alle sette di sera distrutta e alle otto dovevo essere a casa sua, ovviamente senza nessuna voglia di uscire. Ogni volta insisteva che andassi alla sua cena, ma io ovviamente non vivo di rendita e mi sveglio alle sei del mattino tutti i giorni. Comunque visto che mi ero impegnata ci andavo lo stesso, erano cene in piedi sempre con un sacco di gente, confesso che i primi tempi in cui la conoscevo (dieci anni fa) si era creato un piccolo gruppo di amiche con cui era piacevole ritrovarsi, dopo però gli invitati alla festa sono diventati una sorta di variabile casuale e, insomma, finivo con l'annoiarmi profondamente, così aspettavo trepidante il momento giusto per andarmene, possibilmente non troppo tardi. Benedico la pandemia che mi ha tolto da questa incombenza.

Poi ci sono gli amici, sì è vero quelli te li scegli, ma dopo anni che li conosci vuoi mettere in crisi un’amicizia con un “no” che non vogliono sentirsi dire? Può succedere di avere a che fare con amici insistenti, a volte mi sono salvata con una bugia e, lo confesso, con la pseudo fine della pandemia mi sono salvata da qualche riunione in presenza con una bugia sulla mia salute ehm ho un po' di tosse, non credo di avere il covid, ma forse è meglio fare la riunione on line cosa dite? 

Stavo per cancellare la bozza di questo post quando, qualche giorno fa, ho letto su Donna Moderna, un articolo sulle bugie intitolato Effetto Pinocchio di Rossana Campisi, che parlava di un libro intitolato Filosofia della menzogna di Lars Svendsen, a quanto pare tutti mentiamo, spesso sono peccati veniali perché lo facciamo a fin di bene, ma esiste davvero la bugia a fin di bene? La verità é che tutti raccontiamo bugie (meno male mi sento già meglio)) ma ci sono bugie nere e bugie bianche, le prime sono quelle dette per egoismo, per esempio per nascondere il tradimento nella coppia oppure per truffare la gente, infatti ci sono vari gradi di “oscurità” nelle bugie. 

Le bugie bianche, invece, sono quelle dette per evitare sofferenze inutili. Se non diciamo a un’amica che un vestito le sta male lo facciamo per non ferirla, oppure possiamo dire le cose con un certo tatto, a volte si può omettere semplicemente di esprimere un giudizio, a meno che non ci venga chiesto esplicitamente. In certi casi essere sinceri vuol dire essere disturbanti, pensiamoci prima di parlare.

Secondo Lars Svenden esistono i bugiardi patologici ma anche i veritieri patologici che si accaniscono a parlare anche quando non sono chiamati a farlo. Se si racconta la verità per scaricarsi la coscienza è un atto egoistico, per esempio quando una storia finisce e si raccontano tutti i tradimenti, a chi giova? Se si racconta una verità del passato per togliersi un peso questa verità può solo creare nuovo dolore. Ci sono invece casi in cui è opportuno conoscere la verità anche passate per evitare un nuovo danno.

Mentire è umano e non dobbiamo colpevolizzarci se lo facciamo in certi casi, ma è importante puntare alla sincerità, ma soprattutto credo sia fondamentale non mentire mai a se stessi. 

Come affermava Shakespeare, secondo una citazione di Lars Svenden, gli esseri umani mentono mentre cercano la verità. 

E voi cosa ne pensate?  


Fonti immagini: Pixabay 

Fonti testi: donna moderna n. 19/2022