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| Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini. Dante Alighieri |
Era un giorno di primavera o forse autunno, insomma c’era quel clima piacevole che ti fa camminare per strada senza fatica. Attraversavo piazza Verdi nelle zona universitaria per raggiungere un ufficio in via Marsala per lavoro, era molto prima della pandemia, a un certo punto un bimbetto di circa cinque anni cominciò a piangere disperato e solo. Ci avvicinammo in cinque, due studentesse universitarie, uno dei camerieri del bar che stava servendo un caffè all’aperto, una signora anziana e io.
Che succede piccolino, come mai sei solo?
Non trovo più la mamma!
Mobilitazione generale di tutti e cinque che ci guardammo intorno per vedere se ci fosse la mamma. Io ero già pronta con il cellulare a chiamare la polizia, una delle studentesse si abbassò verso il bambino per tranquillizzarlo parlando con parole dolci. Furono cinque minuti o forse molto meno, ma una giovane donna corse verso il bambino gesticolando e lui le corse incontro e la abbracciò. Il bambino si era allontanato di pochi metri dalla mamma. Tutti noi tranquillizzati tornammo alle nostre occupazioni. Nel corso di quella giornata lavorativa ogni tanto pensavo a quel bambino e al suo pianto disperato e mi veniva una specie di magone, piccolo chissà che spavento pensavo, pensavo anche alla mobilitazione veloce della piazza per soccorrerlo, perché non puoi restare indifferente al pianto di un bambino, si muove una comunità. Un bambino tra le braccia della mamma è al sicuro. Almeno così dovrebbe essere.
Poi ci sono le storie di questa torrida estate, la storia della piccola Elena uccisa da sua madre, quanti di noi hanno guardato con una stretta al cuore il video in cui la madre va a prendere la bambina all’asilo che le corre incontro e la abbraccia. Poi c’è la storia della mamma che ha lasciato volontariamente la sua bimba Diana di soli sedici mesi, la bambina abbandonata per sei giorni è morta di stenti, non riesco a pensare alla sofferenza di questa creatura indifesa, senza sentirmi male. Non so cosa sia più terribile, la mamma che pugnala la sua piccola o quella che la abbandona lasciandola morire.
Sono storie che feriscono, ci straziano il cuore. Quand’é che abbiamo smesso di occuparci dei bambini? Una volta i bambini erano una cura di tutti, ricordo che da piccola ero sul balcone e salii su una sedia, dei vicini corsero a chiamare mia madre perché potevo cadere dal balcone, io mi stupii di tutta quella attenzione, un’altra volta ero a giocare con altri bambini e arrivò mia madre di corsa a prendermi allarmata, una vicina l’aveva chiamata perché un ragazzino aveva in mano un coltello (in realtà era una spada di plastica color metallo) fingevamo di trovarci nella giungla e con la spada si tagliavano le alte foglie di una lussureggiante vegetazione immaginaria. Era il tempo in cui si giocava per strada e nessuno sembrava stupirsi più di tanto, oggi non accade più, i bambini non vengono mai lasciati da soli, tantomeno per strada eppure sono molto più indifesi di un tempo.
Oggi viviamo in una società distratta in cui a malapena conosciamo i nostri vicini, dove i bambini diventano invisibili e, per questo, più fragili.
In realtà le storie di madri assassine dei propri figli ci accompagnano dalla notte dei tempi. La tragedia greca di Medea racconta proprio questo, ricordo di averla studiata a scuola e di esserne rimasta profondamente colpita. Medea è una madre che uccide i propri figli per vendicarsi del marito infedele che l’aveva abbandonata per una donna più giovane che gli avrebbe garantito il trono di Corinto, essendo la figlia di un re. Uccidendo i figli Medea nega quindi una discendenza a Giasone.
Esistono molte versioni di Medea, a me piace quella di Euripide che potete leggere a questo link Medea Wikipedia
Le storie di questa torrida estate assomigliano a quella di Medea, questo perché al primo posto nel cuore di queste donne non c’era l’amore materno o, almeno, quello che dovrebbe essere, ma solo l’affermazione di sé. Nel caso della piccola Elena, secondo gli inquirenti, la motivazione era la gelosia nei confronti dell’ex convivente e padre della bambina che aveva una nuova relazione. Nel caso della piccola Diana, di sedici mesi, abbandonata a se stessa per sei giorni, chiusa in casa con un caldo torrido e morta di stenti, perfino un adulto sarebbe morto in quelle condizioni figuriamoci una bimba piccola, la madre l’ha lasciata per raggiungere il compagno, al quale avrebbe mentito dicendo di aver lasciato la bimba a un familiare. Ora io non so se siano meglio undici coltellate o la morte di fame, sete e disidratazione, non riesco neanche a pensarci. Mi chiedo perché queste donne non sappiano vedersi senza un uomo accanto e antepongano la cura e la vita dei propri figli; sicuramente servono analisi più approfondite della loro fragile psiche, io posso solo provare pena e dolore.
Avevo iniziato a scrivere questo post a fine luglio, sull’onda dell’orrore che queste storie mi avevano suscitato, poi il caldo mi aveva sopraffatto gettandomi in una sorta di abulia. Oggi, mentre l’estate sembra volgere al termine dopo tanto caldo che ci toglieva la ragione (non so da voi, ma qui le temperature si sono abbassate moltissimo) ho ripreso la scrittura di questo post, è una riflessione che non pretende di trovare alcuna soluzione, ma solo la condivisione di uno sgomento comune a molti.
Fonte immagini: Pixabay






