sabato 20 giugno 2026

La generazione ansiosa

 

L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo. Jodi Picoult . 


È raro che io legga dei saggi, ma, sfogliando i libri disponibili nella biblioteca digitale, sono stata subito incuriosita da un titolo: La generazione ansiosa di Jonathan Haidt.

Jonathan Haidt è uno psicologo sociale che ha scritto questo libro dopo anni di ricerche e approfondimenti nel campo della psicologia, anche attraverso studi condotti sui propri studenti. Secondo l’autore, con il passaggio dai Millennials, che hanno conosciuto principalmente il telefono cellulare, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone, si è assistito a un notevole aumento dei livelli di ansia e della dipendenza dai dispositivi digitali.

Ho trovato questo saggio davvero interessante perché analizza l’impatto che smartphone e social network hanno avuto sulla Generazione Z, evidenziando come abbiano contribuito a creare importanti cambiamenti nel modo di vivere, relazionarsi e affrontare la crescita.

Il libro racconta ciò che è accaduto alla generazione nata dopo il 1995, comunemente definita Generazione Z, successiva ai Millennials, nati tra il 1981 e il 1995. A partire dal 2012 è cresciuto in modo esponenziale il numero di adolescenti che condividono online foto e video della propria vita, non solo per essere osservati dai coetanei e dagli estranei, ma anche per ottenere approvazione e consenso.

Secondo Jonathan Haidt, i livelli di ansia e la dipendenza dalla tecnologia sono aumentati man mano che si è passati dai Millennials, abituati ai primi telefoni cellulari, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone fin dall’infanzia.

cerco di riassumere qualche concetto tratto dal libro:

"All’inizio degli anni 2000, le aziende tecnologiche della West Coast degli Stati Uniti svilupparono una serie di prodotti innovativi sfruttando la rapida espansione di Internet.

In quel periodo si diffuse un forte ottimismo nei confronti della tecnologia: questi strumenti rendevano la vita più semplice, divertente e produttiva, permettevano di comunicare facilmente e di connettere persone in ogni parte del mondo. Per molti sembravano rappresentare un enorme vantaggio anche per le democrazie emergenti. Tuttavia, secondo Haidt, le aziende non avevano condotto ricerche approfondite sulle possibili conseguenze che tali prodotti avrebbero potuto avere sulla salute mentale di bambini e adolescenti, né avevano condiviso dati con gli studiosi che ne analizzavano gli effetti. Al contrario, di fronte alle prove sempre più numerose dei danni provocati dall’uso intensivo dei social media tra i più giovani, molte imprese hanno reagito con strategie di negazione, minimizzazione del problema e campagne di pubbliche relazioni.

L’autore riconosce però che le piattaforme digitali e i social media possono essere strumenti molto utili per gli adulti: aiutano a trovare informazioni, lavoro, amicizie e relazioni, semplificano gli acquisti, favoriscono l’organizzazione politica e rendono più efficienti molte attività quotidiane. Sebbene anche alcuni adulti sviluppino forme di dipendenza da queste tecnologie, in genere si ritiene che siano in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

La situazione è diversa per i minori. Le aree del cervello legate alla ricerca della ricompensa maturano prima della corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e del processo decisionale, che raggiunge il pieno sviluppo solo intorno ai 25 anni. Per questo motivo bambini e preadolescenti sono particolarmente vulnerabili.

All’inizio della pubertà, infatti, molti ragazzi sono socialmente insicuri, facilmente influenzabili dalla pressione dei coetanei e fortemente attratti da tutto ciò che offre approvazione e gratificazione sociale. Haidt osserva che, mentre la società vieta ai minori di acquistare tabacco, alcolici o di entrare nei casinò, consente loro di accedere liberamente ai social media, nonostante questi possano esercitare un forte potere di coinvolgimento e creare forme di dipendenza."

Secondo Haidt, la Generazione Z è cresciuta in un contesto completamente diverso rispetto alle generazioni precedenti, trascorrendo sempre più tempo nel mondo virtuale e sempre meno nelle esperienze concrete e nelle relazioni dirette.

L’autore sostiene che molti genitori hanno adottato un atteggiamento di forte iperprotezione nella vita reale, limitando l’autonomia dei figli e cercando di eliminare ogni rischio. Allo stesso tempo, però, hanno concesso loro un accesso quasi illimitato al mondo digitale, spesso senza comprenderne i possibili effetti o sapere come porre dei limiti.

Eppure, per svilupparsi in modo sano, i bambini hanno bisogno di tempo libero, gioco e piccole sfide quotidiane, che li aiutano a costruire autonomia e resilienza. Infatti, proprio la combinazione tra eccessiva protezione nel mondo reale e scarsa tutela nel mondo virtuale è una delle principali cause dell’aumento di ansia e fragilità osservato nella Generazione Z.

Nel 2017 era ormai chiaro che l’aumento di depressione e ansia avveniva in diversi paesi tra gli adolescenti di tutti i livelli culturali, classi sociali ed etnie. Gli individui nati a partire dal 1996 erano diversi dal punto di vista psicologico da quelli nati, solo pochi anni prima. Subito dopo aver ricevuto un iPhone, i teenager iniziavano a diventare più depressi e chi lo usava di più era più depresso, mentre più sani erano quelle che dedicavano più tempo alle attività dal vivo come sport di squadre. 

I social media nuocciono agli adolescenti, soprattutto alle ragazze nella fase della pubertà e le cause del problema sono molto più ampie, non riguarda solo smartphone e social media, ma una trasformazione storica e senza precedenti dell’infanzia umana. Nel mondo virtuale i bambini erano abbandonati e quasi indifesi a loro stessi, ora è sempre più evidente che l’infanzia fondata sul telefono nuoce alla salute mentale dei nostri bambini li isola dal punto di vista sociale e li rende profondamente infelici.

Se pensiamo agli adulti della generazione X e alle precedenti del 2010, questi non hanno visto un particolare incremento dei disturbi di depressione e ansia, anche se molti di noi sono diventati più stanchi, dispersi e logorati dalle nuove tecnologie e dalle loro continue interruzioni e distrazioni. Noi però siamo adulti e forse possiamo riacquistare il controllo della nostra mente.

In pratica, dal 2010 in poi c’è stato un incremento a livello internazionale del tasso di ansia depressione tra gli adolescenti.

L’ansia è legata alla paura, ma non è la stessa cosa perché la paura è la risposta emotiva a un imminente minaccia reale o percepita mentre l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura

Ansia e paura sono entrambe reazioni naturali e utili, perché aiutano a riconoscere e affrontare i pericoli. La paura si manifesta di fronte a una minaccia immediata, mentre l’ansia nasce quando un possibile pericolo viene solo immaginato o anticipato. In situazioni di rischio è normale sentirsi in allerta, ma quando questo stato si attiva continuamente anche in assenza di reali motivi, può trasformarsi in un disturbo e compromettere il benessere psicologico.

Un altro problema sempre più diffuso tra i giovani è la depressione. I sintomi principali includono un umore persistentemente triste, un senso di vuoto o disperazione e la perdita di interesse per attività che prima risultavano piacevoli. Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione, pensieri negativi ricorrenti, eccessivi sensi di colpa e una visione distorta di sé e della realtà. Nei casi più gravi, chi soffre di depressione può arrivare a pensare al suicidio, percependo la propria sofferenza come senza via d’uscita e destinata a durare per sempre. 

Non mi soffermerò oltre sui temi affrontati in questo libro, ma vorrei condividere una riflessione nata dopo aver letto una recente notizia. Disagio Giovanile e Nuove Tecnologie. «Mia figlia, suicida a soli 12 anni». L’orrore dietro la prima causa civile italiana a Meta e TikTok.

Mi ha colpito il caso di una famiglia che ha intentato una causa civile contro Meta e TikTok dopo il suicidio della figlia dodicenne, sostenendo che l’esposizione ai contenuti proposti dagli algoritmi abbia avuto un ruolo nel suo crescente disagio psicologico.

Indipendentemente dalle responsabilità che saranno accertate, episodi come questo fanno riflettere. Negli ultimi anni sono infatti aumentati i casi di autolesionismo e di problemi di salute mentale tra gli adolescenti, e infatti il libro di Haidt richiama l’attenzione anche sull’incremento dei tassi di suicidio giovanile registrato negli Stati Uniti.

Questa lettura mi ha portato a pormi una domanda: se la Generazione Z rappresenta gli adulti di domani, quale tipo di società costruiremo in futuro?

Credo che sia fondamentale affrontare fin da oggi il tema del benessere mentale dei più giovani e promuovere un uso più consapevole delle tecnologie digitali. Solo così si potranno prevenire tragedie come quella della dodicenne citata e contribuire alla formazione di una società più equilibrata, capace di tutelare la salute psicologica delle nuove generazioni.

Alcuni paesi europei ci stanno già pensando con delle leggi che vietano i social ai ragazzi sotto una certa soglia di età, vedremo cosa succederà in Italia.

qual è il vostro parere al riguardo?


Fonti immagini: Pixabay e screenshot della copertina 


giovedì 11 giugno 2026

Crimini dimenticati tra memoria e mistero

 

Il passato è una terra straniera (Gianrico Carofiglio) 


Qualche sera fa ho recuperato su Rai Play una puntata di Belve Crime con un’intervista a Roberto Savi, il capo della banda della Uno Bianca. Sono rimasta molto colpita perché questa storia riguarda anche un periodo importante della mia vita e sono riemersi ricordi che credevo lontanissimi.

La banda agì tra il 1987 e il 1997, allora facevo l'università per laurearmi nel 1988 e iniziavo la mia vita lavorativa nel 1989. Quegli anni li ricordo molto bene. A Bologna si viveva nel terrore: ogni giorno potevi trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato e diventare un bersaglio. Ricordo che, quando venne ucciso un passante a Zola Predosa durante una rapina, io lavoravo proprio in quella zona. Avrei potuto essere io a passare da quella strada.

Non ho mai creduto che i fratelli Savi fossero gli unici responsabili. Ho sempre pensato che esistessero mandanti collocati a un livello molto più alto, persone che in qualche modo contribuivano a determinare la strategia del terrore di quel particolare momento storico.

Ventiquattro omicidi e 115 feriti tra il 1987 e il 1994: numeri che ancora oggi fanno impressione.

Roberto Savi, ormai anziano, con un aspetto gracile e dimesso, racconta con voce flebile e incerta come tutto ebbe inizio. Parte dall'infanzia e descrive un padre ossessionato dalle armi, al punto da tenere in casa un vero arsenale. Un uomo che delirava di idee violente di estrema destra, odiava neri e zingari e lo picchiava frequentemente. A diciott'anni Savi lasciò la casa dei genitori, trovò un lavoro ed entrò in polizia quasi per caso, più che per una reale vocazione.

Non voglio ripercorrere qui l’intervista, che chiunque può recuperare facilmente su RaiPlay. Vorrei invece condividere alcune riflessioni.

Senza alcuna intenzione di giustificare i crimini commessi dai Savi, colpisce il contrasto tra la gravità delle loro azioni e l’immagine che emerge dall’intervista: Roberto Savi appare quasi stupito, inconsapevole, come una persona incapace di comprendere fino in fondo ciò che ha fatto. Forse è una recita, forse no.

Quello che mi ha colpito maggiormente è un altro pensiero: se non fosse cresciuto con un padre che esaltava la violenza contro le minoranze e considerava le armi un valore fondamentale — Savi racconta di aver imparato a sparare quasi prima che a camminare — sarebbe comunque nata una banda così efferata?

Poi c’è la questione del cosiddetto “terzo livello”. Savi racconta di periodici viaggi a Roma per incontrare qualcuno, ma non chiarisce mai chi fosse. Rimane nel vago, dice e non dice, lasciando intendere l’esistenza di un livello superiore all’interno dello Stato che avrebbe orientato o coperto determinate attività criminali.

Sono affermazioni che vanno prese con cautela, ma una domanda continua a tornarmi in mente: com’è possibile che per sette anni siano riusciti a sfuggire alle indagini? E perché furono arrestati proprio in quel momento? A volte viene il sospetto che siano stati presi non quando si riuscì finalmente a trovarli, ma quando qualcuno decise che non era più il caso di proteggerli. 

Forse questo è l'ennesimo mistero italiano destinato a rimanere senza risposta; anzi, è molto probabile che sia così. È possibile che vi sia stata una regia dall'alto, responsabile di una lunga scia di sangue per ragioni che possiamo soltanto intuire, ma delle quali non possediamo prove concrete.

Certe vicende, mai del tutto chiarite, rimangono depositate sul fondo della memoria collettiva, avvolte da zone d'ombra che il tempo non è riuscito a dissipare. Ed è per questo che continuano a riaffiorare periodicamente, sospinte dai ricordi o da nuove ricostruzioni giornalistiche, sospese in una sorta di limbo della memoria, in mezzo alle domande rimaste senza risposta 

Quando rifletto su questi fatti, ho sempre più l'impressione di essere in balia degli eventi. E, alla luce di ciò che accade oggi nel mondo, mi domando: siamo davvero protagonisti della nostra esistenza oppure ci limitiamo ad attraversare una successione di eventi, felici per pura fortuna e tragici per una crudele casualità?


Fonti immagini: Pixabay 

La citazione è il titolo di un romanzo di Carofiglio 

domenica 31 maggio 2026

Un sorriso gratis

 

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso. Madre Teresa di Calcutta


Che cosa può cambiare il colore di una giornata?

Ci sono mattine in cui ci si sveglia con il peso del mondo addosso. Le scadenze rincorrono i pensieri, le preoccupazioni si affollano nella mente ancora prima del primo caffè, e il cuore sembra camminare qualche passo dietro di noi.

Si esce di casa distratti, con lo sguardo basso e l’anima in disordine. Poi, quasi senza accorgersene, accade qualcosa di minuscolo eppure capace di spostare il baricentro della giornata: una mano che ti tiene aperta la porta, un buongiorno inatteso, il sorriso di uno sconosciuto sull’autobus o al bancone del bar.

Sono gesti piccoli, quasi invisibili, ma hanno la forza gentile della luce quando entra in una stanza buia. Per un attimo il mondo sembra migliore, le inquietudini della notte sfumano e persino il peso dei pensieri si fa più leggero.

Io li chiamo “sorrisi gratis”, prendendo in prestito il titolo di una canzone di Gino Paoli: sorrisi che non chiedono nulla, che non hanno secondi fini, ma nascono soltanto dal desiderio umano di riconoscersi, anche per un istante, nella gentilezza.

Forse ci fanno star bene proprio perché stanno diventando sempre più rari. Eppure basterebbe così poco per rendere il mondo, ogni giorno, appena più abitabile.

Abbiamo bisogno di sorrisi gratuiti. Lo penso spesso. L’altra sera, però, guardando il programma L’Eredità, ho avuto la conferma che non sono l’unica. Durante uno dei giochi è stata mostrata una statistica sulle cose che riescono a rendere più bella una giornata e a farci stare bene.

Tra le più apprezzate c’erano il profumo del pane appena sfornato, un odore che ci riporta ai ricordi dell’infanzia, la sorpresa di sentire alla radio la nostra canzone preferita e il sorriso gentile di una persona sconosciuta. C’erano anche altre risposte, ma queste sono quelle che mi hanno colpita di più. Forse perché parlano di quelle piccole gioie che non costano nulla e che, proprio per questo, hanno un valore speciale.

Alla fine, le cose che ci fanno stare meglio sono spesso le più semplici. E un sorriso sincero resta uno dei regali più preziosi che possiamo fare, senza spendere nulla. E così - in questo maggio piuttosto faticoso per una serie di motivi - ho pensato di scrivere un post un po' ottimistico cercando di parlare di cose belle.

E per voi? Qual è quella piccola cosa, semplice e quotidiana, che riesce sempre a strapparvi un sorriso e a rendere più bella la giornata?

Mentre ci pensate vi lascio il link della bellissima canzone di Gino Paoli.



Fonti immagini: Pixabay

giovedì 14 maggio 2026

Millenovecentoottanta





Anche se il timore avrà più argomenti, tu scegli la speranza. Lucio Anneo Seneca.


Tempo fa ho letto Strage di Loriano Macchiavelli, autore che ho scoperto tardi ma che avrei voluto incontrare molto prima. Un romanzo che attraversa la Strage di Bologna e quegli anni sospesi tra paura, misteri e ferite aperte. Il titolo originale, pare, avrebbe dovuto essere Funerale dopo Ustica. E già questo dice tutto, infatti prima della strage di Bologna c’era stato il Disastro di Ustica. Un'estate funestata da due stragi tremende che sconvolse la vita degli italiani.

Il 1980 è un anno “tondo”, un po’ come il 2020, quasi un simbolo. Tempo fa, sentendo parlare dell’anniversario del terremoto dell’Irpinia, ho realizzato che tutto era successo nello stesso anno: un anno segnato dal dolore collettivo.

Il disastro di Ustica e poi la strage di Bologna.
Poi, pochi mesi dopo, in autunno, il Terremoto dell'Irpinia. Tre ferite enormi nello stesso anno.

Di quell’anno ricordo soprattutto il terremoto dell’Irpinia perché io, che vivevo ancora in Puglia, lo sentii distintamente.
Il 23 novembre lo ricordo bene anche perché era domenica e, dato che il 25 sarebbe stato il mio compleanno, avevamo invitato a pranzo una mia cara amica, anche compagna di scuola. Era un piccolo anticipo di festa, anche se forse non avrei dovuto festeggiare prima.
Quella sera ero distesa sul letto a ripassare storia — il giorno dopo sarei stata interrogata — quando sentii il letto sobbalzare. Un movimento violentissimo: caddi e provai una paura autentica, la sensazione di essere a un passo dalla morte. Corsi fuori casa insieme alle mie due sorelle, precipitando giù per le scale. Una volta in strada restammo a guardare il nostro condominio oscillare seguendo le onde del terremoto. Era una costruzione antisismica, e quella sera ne ebbi la prova.
La cosa più impressionante era il boato: un suono cupo e immenso che sembrava arrivare dalle viscere della terra. Terribile davvero.

Per settimane non volli più restare in casa la sera. Le mura, che fino al giorno prima erano protezione, erano diventate minaccia. Avrei passato tutto il mio tempo fuori, perché stare dentro significava affrontare di nuovo quella stessa angoscia.

È strano pensare che gli anni Ottanta, un decennio che molti ricordano come leggero e scintillante, siano iniziati in un modo così cupo.

In questo periodo sono un po’ a corto di argomenti, o forse, sono tanti quelli di cui vorrei parlare ma nessuno mi sembra abbastanza rilevante, sto vivendo un periodo di sospensione, vorrei fare tante cose e non faccio niente. Anche scrivere sul blog diventa arduo. Ogni questione mi sembra di poco conto o non abbastanza importante da riuscire a fermarsi sulla pagina. Insomma vorrei fare tante cose e finisco per non farne nessuna. 

Così penso, i pensieri girano vorticosamente e mi tornano in mente cose del passato e anche i miei anni ottanta, così è uscito questo post ripescato dalle bozze del blog e del tempo. Sembra tutto così lontano eppure non lo è davvero. 

Forse è anche per questo che continuo a tornare con il pensiero a quegli anni, che poi sono gli anni della mia adolescenza, anni in cui tutto doveva ancora accadere, con tutta la vita davanti e con mille possibilità, mille sogni da realizzare, almeno in teoria. E quindi, mentre faccio fatica a scrivere, con la sensazione di avere troppi pensieri e nessuna direzione precisa, rimando, lascio bozze aperte, accumulo idee che non diventano mai parole. 

E poi come se non bastassero le guerre in corso nel mondo ecco che torna un antico spettro, quello del virus o hantavirus. No, non parliamo di questo, meglio pensare agli anni ottanta, soprattutto a quello che accadde dopo il momento cupo e quindi le cose positive.

Gli anni Ottanta in fondo furono un decennio ricco di progressi scientifici, culturali, tecnologici e sociali. 

Fine di tensioni internazionali e aperture politiche come la distensione finale della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica grazie ai dialoghi tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov (peccato che oggi siamo tornati indietro).

Nel 1982 i miei mondiali di calcio con la vittoria dell'Italia. Ricordo indelebile scolpito nella mia mente.

Progressi scientifici e tecnologici con la diffusione dei personal computer come IBM Personal Computer e Apple Macintosh, che resero l’informatica accessibile a milioni di persone, con la nascita e la crescita delle prime reti che avrebbero portato al mondo moderno Internet. Scoperte mediche importanti, inclusi i progressi nella diagnostica e nei trapianti.

Cultura e intrattenimento
Esplosione globale della musica pop con artisti come Michael Jackson, Madonna e Queen e tanti altri.
Uscita di film diventati classici come E.T. Ritorno al futuro, Blade Runner, ma soprattutto il mio adorato Dirty Dancing.
Nascita di MTV, che cambiò il modo di vivere la musica e i videoclip.


Nel 1989 la Caduta del Muro di Berlino, simbolo della riunificazione europea e della fine della divisione tra Est e Ovest. Lo so, dopo il 1989 molte persone pensarono che il mondo sarebbe diventato progressivamente più stabile, più aperto e meno conflittuale. Per un periodo sembrò davvero possibile: meno paura nucleare, più cooperazione internazionale, crescita tecnologica rapidissima, apertura delle frontiere in Europa.
Poi sono arrivate nuove crisi: guerre regionali, terrorismo, tensioni geopolitiche, disinformazione online, polarizzazione politica, crisi economiche e climatiche. Un momento di forte speranza che non si è realizzata completamente.

La storia raramente procede in linea retta, ci sono fasi di apertura e fasi di chiusura. Ogni epoca ha avuto le sue paure e le sue delusioni. Ma la storia mostra anche che le persone sono capaci di cambiare il mondo quando sembrava impossibile farlo. Gli anni Ottanta finirono con muri che cadevano invece che con guerre. 
Il futuro non è mai già scritto e forse possiamo ancora credere che gli anni a venire ci conducano verso un finale di decennio positivo e che vale ancora la pena credere in un domani migliore.

Voi credete sia ancora possibile?






domenica 19 aprile 2026

Energie rinnovabili


La situazione è grave ma non è seria. Ennio Flaiano

Qualche giorno fa discutevo con un mio amico sulla guerra del golfo e del suo impatto sui prezzi dell’energia. Secondo il mio amico in Italia dovremmo investire nel petrolio (infatti esistono dei giacimenti, ma non vengono sfruttati) così ho fatto qualche ricerca in rete e sembra che i giacimenti in Italia ci siano, ma è troppo oneroso sfruttarli. 

Questi i principali problemi:i giacimenti non sono molto grandi, costi di estrazione elevati, Vincoli ambientali e opposizione locale, politiche energetiche orientate alla riduzione dei combustibili fossili

Le principali aree petrolifere italiane sono: 

Basilicata: è la zona più importante (soprattutto la Val d’Agri)

Sicilia: storicamente rilevante

Mar Adriatico: estrazioni offshore

In misura minore anche in Emilia-Romagna e altre zone

L’Italia produce solo una piccola parte del petrolio che consuma e copre circa 5-10% del fabbisogno nazionale, il resto viene importato da altri Paesi

a quanto pare l’Italia produce circa: 70.000 – 90.000 barili di petrolio al giorno

cioè circa 3,5 - 4,5 milioni di tonnellate all’anno ma il consumo italiano è molto più alto (oltre 1 milione di barili al giorno) quindi la produzione interna copre solo una piccola parte del fabbisogno.

La maggior parte arriva dalla Val D'Agri (in Basilicata) che da sola fa oltre la metà della produzione nazionale, poi ci sono alcuni giacimenti offshore nel Mar Adriatico e alcuni campi in Sicilia.

se digitate la ricerca "val d'Agri petrolio" questo è quello che vi appare

Il giacimento della Val d'Agri, in Basilicata, rappresenta il più grande giacimento petrolifero su terraferma ("onshore") d'Europa. Gestito principalmente da Eni (60,1%) con Shell (39,9%), il centro olio di Viggiano (COVA) separa il greggio estratto dai numerosi pozzi. È un polo energetico cruciale che contribuisce significativamente alla produzione di idrocarburi italiana, sebbene le estrazioni abbiano avuto cali recenti.

Lo sapevate? io non lo sapevo. Se non avessi approfondito con delle ricerche in rete e alcune domande mirate sul solito motore di ricerca non lo avrei scoperto e sarei rimasta nel limbo dell'ignoranza su questi argomenti 

Le principali compagnie coinvolte sono ENI che è la più importante e altre aziende energetiche internazionali più piccole.

L'Italia è più rilevante per il gas naturale che per il petrolio con una produzione di circa 3–5 miliardi di metri cubi all’anno,  anche qui però si importa la maggior parte del prodotto.

In realtà io penso che il grande potenziale energetico dell’Italia non sia nel petrolio ma in altre forme di energia:

solare (il più grande)

eolico, soprattutto nel sud

geotermia in alcune aree.

teoricamente il sud Italia potrebbe diventare uno dei principali “esportatori di elettricità” d’Europa

Il motivo principale è una combinazione di geografia, clima e nuove tecnologie energetiche. Molti studi energetici europei prevedono che il Sud Italia potrebbe diventare un hub di produzione elettrica rinnovabile per l’Europa, per le seguenti motivazioni:

1. Molto più sole rispetto al Nord Europa

Il Sud Italia riceve una quantità di radiazione solare tra le più alte d’Europa.

Regioni come sicilia, puglia, sardegna e basilicata possono produrre molta più energia per pannello solare rispetto a paesi del nord Europa.

Per confronto: la Germania ha installato moltissimo solare pur avendo circa il 30-40% di sole in meno.

2. Ottime zone per l’eolico

Il Sud e le isole hanno anche buone condizioni di vento, specialmente:

nel Canale di Sicilia

nel Mar Adriatico meridionale

nelle zone montuose dell’Appennino.

Questo permette di combinare solare ed eolico, che producono energia in momenti diversi della giornata e dell’anno.

3. Posizione strategica nel Mediterraneo

da una ricerca in rete ho scoperto che l’Italia è una specie di ponte energetico tra:

Europa

Nord Africa

Medio Oriente.

Per esempio cavi elettrici sottomarini e progetti energetici stanno già collegando l’Italia con Tunisia, Grecia e Albania. Questo permette di scambiare elettricità tra regioni con sole e vento diversi.

Il problema storico delle rinnovabili è che sole e vento sono variabili, ma le nuove tecnologie stanno cambiando la situazione con batterie giganti per accumulo, produzione di idrogeno verde con energia in eccesso. L’idrogeno può essere esportato o usato nell’industria.

4. Nuove “autostrade elettriche” europee

L’Europa sta costruendo nuove linee ad alta capacità per trasportare elettricità tra paesi.

L’Italia è già collegata con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia 

Con più produzione rinnovabile nel Sud, parte dell’energia potrebbe fluire verso il Nord Europa, dove il sole è molto meno.

In sintesi

Il Sud Italia potrebbe diventare esportatore di energia perché ha molto sole, buon vento, posizione centrale nel Mediterraneo,  possibilità di accumulo energetico, collegamenti elettrici con il resto d’Europa.

Curiosità: secondo alcuni scenari energetici europei, il Mediterraneo potrebbe diventare per l’elettricità quello che il Golfo Persico è stato per il petrolio.

E se, invece che incaponirsi con il ponte sullo stretto, si investisse seriamente nelle energie rinnovabili? 

Io sono anni che lo penso, ma ai più sembra un pensiero assurdo, forse perché non si tratta di informazioni così diffuse, del resto nella tv generalista nessuno ne parla, forse fa comodo tenere il sud Italia in una posizione subalterna in balia delle mafie, oltre che mantenere l'Italia intera in balia dei paesi produttori di petrolio, quando si potrebbe diventare nel tempo sempre più indipendenti dalle produzioni di altri paesi, per di più con fonti di energia non inquinanti.

E voi cosa ne pensate?


Fonti immagini: Pixabay