sabato 31 ottobre 2026

La cartella rossa dei ricordi

“I ricordi hanno bisogno di molto tempo per sparire. Ma gli basta un nulla per riaffiorare. Una voce, un suono, un'immagine, un profumo, un odore.” (Giorgio Faletti da Cenere di mandorlo)


Qualche giorno fa ho letto un libro di racconti di Francesco Guccini, intitolato Così eravamo.

Il libro raccoglie cinque storie ambientate tra la guerra e il dopoguerra, tra l’Appennino e Modena. Attraverso ricordi, incontri e personaggi comuni, Guccini racconta con ironia e malinconia la giovinezza, i cambiamenti della società e il passare del tempo. Piccole storie che riportano alla luce un mondo ormai lontano, fatto di momenti semplici che, proprio per questo, sono rimasti impressi nella memoria.

Leggendo il primo racconto, in cui si parla di un bambino che andava a scuola a piedi, mi sono ritrovata a pensare alla mia infanzia. I libri hanno anche questo potere: far riaffiorare ricordi che credevamo lontani, riportarci indietro nel tempo, a un’epoca in cui tutto sembrava più semplice.

Le mie scuole elementari sono trascorse senza particolari intoppi, ma ci sono due cose che ricordo molto bene: una cartella di cuoio rosso vivo e il fatto che andassi a scuola da sola.

Era il 1969, credo. Il primo giorno di scuola, allora cominciava il 1° ottobre, mia madre mi accompagnò davanti all’edificio. Allora abitavamo in una strada centrale del paese, in una casa molto piccola, ma a meno di cinquecento metri dalla scuola elementare. Mi disse di entrare nella sezione femminile, sulla destra dell’edificio, se ricordo bene. Eh sì, allora le classi erano ancora divise tra maschi e femmine!

E io entrai da sola. O almeno, questo è il ricordo nitido che conservo. Probabilmente mia madre mi accompagnò fino alla maestra, quel primo giorno, ma nella mia memoria è rimasta questa immagine: io che entro a scuola senza di lei. E così accadde per i cinque anni successivi, continuai ad andarci da sola.

Ma il ricordo più vivido è quello della cartella rossa. In prima elementare era lucida, nuova, bellissima. In quinta era diventata opaca, consumata, con le chiusure rotte. Tanto che, per tenerla chiusa, dovevo usare un elastico.

Incredibile, vero?

Oggi sarebbe difficile immaginare un bambino che utilizza la stessa cartella per cinque anni, ridotta in quelle condizioni. Eppure, allora, era normale. Lo era per me e, in fondo, anche per tanti altri bambini. Una cartella di cuoio era una spesa importante e doveva durare il più a lungo possibile.

Ogni giorno andavo a scuola a piedi. Finché abitavamo in centro, il tragitto era breve e tutto sembrava naturale. Poi, dopo un paio d’anni, ci trasferimmo in una casa nuova, in periferia. La strada per raggiungere la scuola diventò molto più lunga, ma io continuai ad andare e tornare a piedi, da sola.

Ripensandoci oggi, mi colpisce soprattutto questo: quanto fossero normali, allora, piccole autonomie che adesso sembrano quasi impensabili.

E basta un racconto letto per caso, una cartella rossa, una strada percorsa ogni mattina, per ritrovarsi all’improvviso bambine, con tutta la vita ancora davanti. Forse è anche questo il bello dei ricordi: non ci restituiscono soltanto ciò che eravamo, ma ci fanno riscoprire quanto di quel tempo continui a vivere dentro di noi. 

Molto emozionante l’ultimo racconto del libro di Guccini.

È il ricordo di una gita domenicale del 1963, durante un campo estivo sui monti bellunesi. Guccini è un giovane sottotenente in servizio militare, in pausa dalle manovre durante le quali si simula un rifugio antiatomico. Durante la gita si ferma in un bar e riceve in dono da una ragazza veneta un piccolo portacenere rosso, gadget di una famosa bibita. Un oggetto semplice, apparentemente insignificante, che lo accompagnerà per tutta la vita, durante gli anni dello studio, mentre fuma o trascorre il tempo in compagnia degli amici. Un oggetto che diventa custode di un ricordo lontano, di quella domenica spensierata, e che, a distanza di pochi mesi, assume un significato del tutto diverso, diventando quasi il simbolo e il presagio di una tragedia immane.

Guccini non la nomina mai esplicitamente, ma il riferimento è chiaramente alla tragedia del Vajont: il 9 ottobre 1963, una gigantesca frana precipitò nel bacino della diga, provocando un’onda devastante che travolse Longarone e altri paesi, causando quasi duemila vittime.

E così quel piccolo portacenere rosso, nato come ricordo di una giornata felice, finisce per custodire anche l’ombra di una catastrofe che avrebbe segnato per sempre quei luoghi e la memoria collettiva.

Due oggetti rossi, la mia cartella di cuoio e il portacenere di Guccini. Due oggetti diversi, eppure così simili nella loro capacità di riportarci indietro nel tempo. Quasi due madeleines proustiane, capaci di restituirci, attraverso un semplice oggetto, un mondo che non c’è più.

Perché a volte sono proprio le cose più piccole a custodire i ricordi più grandi.

Un libro riesce a risvegliare una memoria personale e a creare legami inaspettati tra oggetti, epoche e vite diverse, un filo rosso che unisce la mia cartella di cuoio al portacenere di Guccini: due piccoli oggetti che raccontano molto più di quanto sembri. 

A volte la letteratura fa proprio questo: ci racconta la vita degli altri e, senza che ce ne accorgiamo, ci restituisce un pezzo della nostra. 

Avete anche voi un oggetto della memoria, qualcosa che ha accompagnato la vostra vita? Anche per un breve tratto, anche se ora non esiste più?


la mia cartella rossa assomigliava molto a questa immagine trovata in rete 


Fonti immagini: la bambina con lo zaino rosso è stata creata da ChatGPT (sembra impossibile trovare una simile immagine tra quelle free) la cartella rossa invece è stata trovata attraverso google ed è su un sito di un negozio on line, vien quasi voglia di comprarla 





lunedì 12 ottobre 2026

Ci penserò domani

 


è meglio prendere decisioni imperfette che essere alla continua ricerca di decisioni perfette che non si troveranno mai. (Charles de Gaulle)



«Non posso pensarci adesso. Ci penserò domani. In fondo, domani è un altro giorno».

È la celebre frase di Rossella O’Hara in Via col vento, pronunciata nell'indimenticabile finale del film. Una frase che, a pensarci bene, contiene una saggezza forse più profonda di quanto immaginiamo: non tutto deve essere risolto subito. A volte, rimandare è il modo migliore per ritrovare la lucidità.

Mi capita spesso di arrivare a sera così affaticata che persino la più piccola decisione diventa un peso enorme. Cosa mangiare? Quale programma guardare? A volte mi accorgo di essere talmente stanca da non avere nemmeno la voglia di cambiare canale. E poi mi arriva a tradimento quel piccolo dubbio, quel tarlo su un problema lavorativo o personale, la mia mente stanca vacilla. E così mi dico: ci penserò domani!

È come se, dopo una giornata intera trascorsa a pensare, valutare, scegliere e risolvere problemi, la mia mente non avesse più risorse da spendere. Anche decidere che cosa fare nel tempo libero diventa una fatica.

Me ne accorgo soprattutto nel tardo pomeriggio, durante le giornate di lavoro più impegnative, quando alcuni colleghi mi rivolgono domande apparentemente semplici. Sono situazioni che possono irritarmi parecchio. Per esempio, dopo aver discusso una pratica per due ore al mattino ed essere già arrivati a una conclusione, ecco che nel pomeriggio qualcuno torna alla carica: «Allora, mando avanti questa pratica?». Oppure: «Che faccio, metto in firma questo documento?».

Domande alle quali ho già risposto, talvolta più di una volta. Eppure, sembra che la decisione debba essere nuovamente confermata, come se la responsabilità di scegliere non potesse essere assunta fino in fondo da chi mi sta interpellando.

In quei momenti ho la sensazione che mi venga chiesto non tanto un parere, quanto una rassicurazione. È come se una parte del peso della decisione, anche quando si tratta di qualcosa di irrilevante, venisse trasferita sulle mie spalle.

E quando le energie sono ormai al limite, anche questa piccola richiesta può diventare insopportabile.

Così, a volte, rispondo semplicemente: «Pensiamoci domani, a mente fresca. Se non l'abbiamo fatto fino a questo momento, non cambierà nulla se ce ne occupiamo il giorno dopo».

E, nella maggior parte dei casi, è proprio così. Il mondo non si ferma, le cose non precipitano e quella decisione che la sera sembrava urgente torna ad avere, il mattino seguente, le sue dimensioni reali.

Una volta non capivo perché queste situazioni mi dessero tanto fastidio. In fondo, mi dicevo, era soltanto una domanda. Poi ho cominciato a chiedermi se, dietro la mia irritazione, non ci fosse qualcosa di più.

La risposta è arrivata quest'estate, quasi per caso, leggendo una rivista sotto l'ombrellone. Mi sono imbattuta nell'articolo di una psicoterapeuta che descriveva una condizione nella quale mi sono riconosciuta immediatamente: l'affaticamento decisionale, conosciuto anche con il termine decision fatigue.

È la sensazione che si manifesta quando siamo chiamati a prendere decisioni in continuazione e, a un certo punto, ci sembra di non avere più la lucidità, la pazienza o l'energia necessarie per valutarle. Ogni giornata ci chiede di scegliere, confrontare alternative, prevedere conseguenze, risolvere imprevisti e assumerci responsabilità. Alcune decisioni sono importanti, altre quasi insignificanti. Ma si accumulano, una dopo l'altra, fino a occupare uno spazio mentale considerevole.

Il problema, quindi, non è necessariamente la difficoltà della singola scelta, ma la quantità di scelte che abbiamo già affrontato prima di arrivare a quel momento.

Secondo l'articolo (e questa cosa mi è rimasta impressa) sembra che a livello biochimico aumenti la produzione di cortisolo delle ghiandole surrenali, l’ormone dello stress che a livelli elevati continui contribuisce alla sensazione di esaurimento mentale

Il nostro cervello è molto efficiente, ma le capacità di attenzione, autocontrollo e valutazione non sono infinite. Quando siamo stanchi o sottoposti a una pressione prolungata, può diventare più difficile ragionare con calma, confrontare le alternative e tollerare l'incertezza.

Se il cervello non si ferma mai ed è continuamente sotto pressione può cercare delle strade alternative, prende delle scorciatoie: rimandare una decisione, scegliere impulsivamente per liberarci del problema, evitare di scegliere oppure irritarci anche per richieste che, in altre circostanze, avremmo accolto senza difficoltà.

Non significa necessariamente che siamo diventati meno capaci o meno pazienti. Può significare, più semplicemente, che siamo arrivati al limite delle nostre energie disponibili. E allora anche una domanda banale può diventare la goccia che fa traboccare il vaso.

Questa fatica può riguardare chiunque, ma nella vita contemporanea pesa particolarmente sulle donne, ancora spesso chiamate a ricoprire più ruoli contemporaneamente.

Non si tratta soltanto di lavorare, occuparsi della casa o organizzare la vita familiare. C'è anche tutto ciò che non si vede: ricordare gli appuntamenti, coordinare gli orari, anticipare i bisogni degli altri, mediare i conflitti, tenere insieme gli impegni e preoccuparsi del benessere emotivo delle persone che ci circondano. 

È un lavoro mentale continuo, fatto di pianificazione, previsioni e piccole decisioni che raramente vengono riconosciute come tali. E proprio perché spesso rimane invisibile, può diventare difficile accorgersi di quanto spazio occupi e di quanta energia richieda.

Se a questo si aggiungono il perfezionismo, l'ansia di sbagliare e la difficoltà a delegare, il rischio è quello di continuare a farsi carico di tutto, fino a sentirsi esauste.

Che cosa possiamo fare, allora?

Forse il primo passo è smettere di considerare ogni decisione come qualcosa che richiede necessariamente la nostra attenzione immediata.

Possiamo imparare a distinguere ciò che è davvero urgente da ciò che può aspettare, eliminare gli impegni superflui, semplificare le abitudini quotidiane e affidare agli altri una parte delle responsabilità. Possiamo anche stabilire alcune routine che ci evitino di dover scegliere ogni volta da capo, soprattutto per le questioni meno importanti.

E poi c'è una lezione che, almeno per me, resta particolarmente difficile da mettere in pratica: rinunciare alla perfezione.

Non tutto deve essere fatto in modo perfetto. A volte è sufficiente che sia fatto “abbastanza bene”. Non tutte le alternative devono essere soppesate fino all'ultimo dettaglio, non tutte le incertezze devono essere eliminate e non tutte le decisioni devono essere prese immediatamente.

Accettare che qualcosa possa aspettare non significa essere irresponsabili. Imparare a delegare non significa essere meno capaci. E concedersi una pausa non è una debolezza.

È un modo per rispettare i propri limiti e conservare le energie per ciò che conta davvero.

Per questo, quando arrivo a sera e sento che anche la più piccola scelta mi costa una fatica sproporzionata, provo a ricordarmi che non devo necessariamente trovare una risposta a tutto, subito.

Posso fermarmi. Posso lasciare in sospeso una questione. Posso concedermi il tempo di cui ho bisogno.

E posso anche dirmi, senza sensi di colpa: ci penserò domani.

A volte il modo migliore per affrontare un problema non è insistere fino allo sfinimento, ma allontanarsene per un po', lasciando alla mente il tempo di ritrovare chiarezza. In fondo, lo sappiamo: il troppo stroppia. E questo vale anche per le decisioni, soprattutto quando pretendiamo da noi stesse di essere sempre lucide, disponibili e pronte a trovare una risposta per tutti.

Domani, con un po' di riposo in più, molte cose ci appariranno più semplici. E quelle che non lo saranno potranno comunque aspettare il momento giusto per essere affrontato.

Capita anche a voi di sentirvi sopraffatti o affaticati da decisioni di ordinaria importanza? Avete mai provato questa sensazione?


Fonti immagini: Pexels

domenica 27 settembre 2026

La città dei vivi e storie simili

 

Immagine cover reperita on line

Anni fa, precisamente nel 2022, avevo letto La ferocia di Nicola Lagioia (se non ricordo male, vincitore del Premio Strega) e la sua scrittura non mi era piaciuta affatto. Tant’è che su Goodreads avevo lasciato questa recensione:

“Un libro estremamente faticoso da leggere, per certi tratti quasi incomprensibile, ho cominciato a capire un pezzetto di trama a metà romanzo quando finalmente il personaggio di Michele viene sviscerato molto meglio degli altri e c’è qualche approfondimento psicologico. In fondo la storia é interessante e l’autore scrive bene quando lascia andare l’autocompiacimento di una scrittura ricercata e difficile per il lettore. Sono arrivata alla fine con sollievo e, purtroppo, anche con molti punti interrogativi rimasti irrisolti.”

Dopo quella lettura mi ero ripromessa di non leggere mai più un libro di Lagioia. Poi è arrivato La città dei vivi, dedicato a una vicenda sconvolgente avvenuta nel 2016; il libro è profonda e sconvolgente ricostruzione in forma di romanzo-inchiesta dell'omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo del 2016.

Quando il libro è uscito non l’avevo comprato. Poi è arrivato il film e, incuriosita, ho deciso di dare una seconda possibilità a Lagioia e di leggere il libro.

E devo dire che ho cambiato completamente opinione: La città dei vivi mi è piaciuto molto e, soprattutto, questa volta ho trovato la sua scrittura finalmente chiara e comprensibile. Evidentemente, a volte, vale la pena ricredersi. 

Riporto la recensione che ho scritto su Goodreads:

“Esistono fatti di cronaca che colpiscono più di altri per la loro efferatezza e, soprattutto, per la loro apparente insensatezza. Per me, l’omicidio di Luca Varani è stato uno di questi: quando è accaduto, la sua brutalità mi ha tolto il sonno.

Nicola Lagioia ha scritto un romanzo documentario potentissimo, capace di ricostruire i fatti e, allo stesso tempo, di addentrarsi nella psicologia disturbante di Foffo e Prato. La narrazione lascia senza fiato e porta a interrogarsi a lungo sulla dinamica degli eventi che può aver condotto due giovani provenienti da famiglie agiate a compiere un delitto tanto crudele. Ho apprezzato molto anche la scelta di Lagioia di non concentrarsi esclusivamente sui due assassini, ma di raccontare le persone che ruotano intorno a loro: gli amici, i familiari, le relazioni e l’ambiente in cui tutto è maturato. Sono proprio questi personaggi, insieme alla ricostruzione minuziosa dei fatti, a rendere ancora più inquietante e complessa la vicenda.

E poi c’è Luca, la vittima, e c’è il dolore della sua famiglia: un dolore che nessuna spiegazione, per quanto approfondita, riesce davvero a contenere o a rendere comprensibile.

Una lettura durissima, che lascia addosso molte domande e una profonda inquietudine.“

Avevo pensato di scrivere un post su questa incredibile vicenda. Due uomini, apparentemente lontani dall’idea di poter commettere un delitto del genere, arrivano quasi “per caso” a compiere un omicidio efferato, forse anche sotto l’effetto della droga e senza che emerga una spiegazione davvero razionale. La lettura, però, mi aveva lasciato addosso un senso di angoscia così forte che, alla fine, avevo pensato di lasciar perdere. Poi, qualche giorno fa, ho sentito al telegiornale la notizia di un altro omicidio assurdo, avvenuto a Torino, che per certi aspetti presenta delle inquietanti somiglianze con questa vicenda, con risvolti che sembrano essere persino più sconvolgenti. Ed è così che ho deciso di tornare sull’argomento e scrivere questo post.

Ma partiamo dal primo caso: l’omicidio di Luca Varani.

Quello che colpisce maggiormente della vicenda, almeno per come viene ricostruita attraverso le testimonianze riportate nel libro, è il profilo dei due carnefici, Manuel Foffo e Marco Prato. Entrambi conducevano, almeno in apparenza, una vita normale: provenivano da famiglie agiate e, pur non avendo una situazione lavorativa particolarmente stabile, non sembravano avere problemi economici. Frequentavano i locali della movida romana, avevano una vita sociale e, come molti giovani, erano ancora alla ricerca di una propria identità.

Un elemento che emerge con chiarezza è il loro consumo di cocaina. Ma fino a che punto l'abuso di droga può spiegare un omicidio apparentemente privo di un movente? È una delle domande che mi sono posta durante la lettura.

I due attirarono Luca Varani nell’appartamento di Manuel Foffo e lì lo uccisero, sottoponendolo a violenze atroci. Ed è proprio l’assenza di una spiegazione semplice e definitiva a rendere questa vicenda così difficile da comprendere.

La città dei vivi non è, però, soltanto la ricostruzione di un caso giudiziario. Lagioia utilizza questa storia per raccontare anche Roma, una città che emerge dalle pagine come un organismo complesso, contraddittorio, vitale e al tempo stesso attraversato da degrado e inquietudine. Attraverso le vicende dei protagonisti, l’autore si interroga sul confine, tutt’altro che netto, tra il bene e il male, sulla responsabilità individuale, sulla colpa, sul libero arbitrio e sull’istinto di sopraffazione. L'omicidio di Luca Varani sembra sfuggire a una spiegazione univoca e costringe a interrogarsi non soltanto sulle circostanze che hanno portato al delitto, ma anche sulla fragilità dell’essere umano e sulla possibilità che un’esistenza apparentemente normale possa precipitare improvvisamente nell’orrore.

L'autore cerca di entrare nelle vite della vittima e dei suoi carnefici, senza limitarsi a raccontare ciò che è accaduto, ma tentando di capire come si possa arrivare a quel punto: come persone che, almeno fino a un certo momento, conducono una vita apparentemente normale possano oltrepassare una soglia dalla quale non si può più tornare indietro.

Riguardo al caso di Torino, qui non posso dire molto tranne raccontare la vicenda.

Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, tutto sarebbe iniziato con un festino a base di alcol e droga, proseguito poi con una lite per questioni di denaro e culminato in un omicidio. A rendere la vicenda ancora più sconvolgente è ciò che è accaduto dopo: il corpo della vittima è stato smembrato e nascosto in sacchi e bidoncini, nel tentativo di disfarsene. È una sequenza di eventi che lascia senza parole e che, nell’arco di quattro giorni, si consuma all’interno di un appartamento di via Gulli, nel quartiere Borgo Vittoria, nella periferia nord di Torino.

La vittima è Fabio Colapietro, 39 anni. Per l’omicidio sono stati coinvolti tre giovani e, secondo quanto emerso dalle indagini e dalle dichiarazioni riportate dalla stampa, la vicenda sarebbe nata proprio durante quella notte di eccessi. Tra i protagonisti c'erano anche Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, accusato dell'omicidio, e Nicole Formichetti, 47 anni, l'insegnante nell'appartamento della quale si sarebbero svolti i fatti e che è accusata di favoreggiamento e occultamento di cadavere.

Quello che colpisce, ancora una volta, è il ruolo giocato dalle droghe. Secondo quanto riferito da De Oliveira Morando durante l’interrogatorio, quella sera sarebbero state assunte diverse sostanze: crack, LSD, funghi allucinogeni, hashish e altre droghe.

Ed è proprio qui che mi sono fermata a riflettere.

Possibile che una serata debba necessariamente trasformarsi in una gara a chi riesce a spingersi oltre il limite? Che cosa porta delle persone a cercare lo sballo fino a perdere completamente il controllo delle proprie azioni? E soprattutto: quanto può diventare sottile il confine tra una notte di eccessi e qualcosa di irreparabile?

Mi sono posta queste domande leggendo questa vicenda e inevitabilmente mi è tornato in mente il caso di Luca Varani. Due storie diverse, con protagonisti e circostanze diverse, ma accomunate da un elemento che continua a inquietarmi: persone apparentemente normali che, in un contesto di droga, alcol e perdita di controllo, arrivano a compiere gesti dai quali non si può più tornare indietro.

Forse è proprio questo l'aspetto che più mi ha colpito e che mi ha spinto a scrivere questo post.

Quello che mi inquieta, leggendo queste due vicende, è un’altra cosa: il momento in cui la ricerca dello sballo diventa perdita totale del controllo, quando la droga si intreccia con alcol, rabbia, fragilità, dinamiche di gruppo e situazioni che sfuggono completamente di mano. E e c'è una domanda ancora più difficile: quanto conosciamo davvero le persone che abbiamo accanto e quanto può essere sottile il confine tra una vita apparentemente normale e qualcosa di terribile?

Non ho una risposta, naturalmente. Ma forse è proprio per questo che, dopo aver letto il libro e dopo aver sentito parlare del caso di Torino, ho sentito il bisogno di scriverne.

Forse è questo che mi ha inquietato più di tutto: scoprire quanto sia difficile trovare una spiegazione razionale quando l'orrore irrompe nella vita di persone che, fino a quel momento, sembravano semplicemente persone normali.

E voi, cosa avete pensato leggendo una storia come questa? Vi siete mai trovati davanti a una vicenda di cronaca che vi ha fatto dubitare di quanto sia davvero possibile conoscere una persona?


sabato 5 settembre 2026

La lunga estate calda

 


Credo che questo fosse anche il titolo di un film di molti anni fa: La lunga estate calda. È curioso come certe parole, certe immagini, riescano a rimanere scolpite nella memoria.

Ebbene sì, era proprio un magnifico film del 1958, con Paul Newman e Joanne Woodward, che proprio dopo questo film si sposeranno.

E io, invece, come ho passato la mia estate?

Mi è sembrato di attraversare ogni giorno il deserto del Sahara. Le uniche, relative tregue arrivavano al mattino presto, quando mi concedevo una lunga passeggiata per muovermi un po’ e cercare di raggiungere i miei 5.000 passi quotidiani. Dicono che ne servirebbero 7.000, ma in certi giorni anche 3.500 erano già un piccolo record!

Insomma, bastava superare una certa ora perché diventasse praticamente impossibile fare qualsiasi cosa mi fossi prefissata di fare fuori casa. In casa, invece, mi difendevo come potevo, tra aria condizionata e ventilatore.

Ma era davvero una vita degna di questo nome? Boh, direi proprio di no…

Come se non bastasse il caldo, sono stata tormentata per due mesi interi — luglio e agosto — da una lombosciatalgia più o meno latente. Dolori ogni volta che dovevo sollevare la gamba sinistra, tanto che anche i movimenti più semplici finivano per diventare una piccola impresa.

Insomma, più che una lunga estate calda, la mia è stata una lunga estate di sopravvivenza!

Lo scorso 6 agosto è morto Francesco Guccini e la notizia mi ha molto rattristata. È stato un cantautore che ha accompagnato tutta la mia vita, e mi è dispiaciuto non essere a Bologna per poter andare davanti alla sua vecchia casa e cantare le sue canzoni insieme alla folla di persone che si è riunita spontaneamente in via Paolo Fabbri 43.

La notizia della sua scomparsa è stata davvero un colpo al cuore. Guccini ha accompagnato la mia vita con i suoi versi poetici e con la sua musica, malinconica e spesso ironica, con cui raccontava il nostro tempo attraverso parole limpide e con quella discrezione che ha sempre contraddistinto la sua presenza.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo in un lontano 21 giugno 1984, quando tenne un concerto gratuito in Piazza Maggiore. Era il mio primo anno di università e per me fu un regalo straordinario: ero in prima fila, a due passi dal palco.

E poi c'è stato quell'incontro, diversi anni fa, proprio in via Paolo Fabbri 43. Lo incrociai per caso e, con la voce incrinata dall'emozione, gli chiesi un autografo. Allora abitava ancora a Bologna e io passavo spesso da quella strada, nel quartiere in cui sono cresciuta e in cui vivo ancora oggi.

Fu un incontro breve, ma è rimasto uno dei ricordi più preziosi che porto con me. E ancora oggi ci sono sentimenti e pensieri che riesco a esprimere soltanto attraverso i suoi versi. Nel mese di agosto ho riscoperto alcune delle sue canzoni. Le ho riascoltate con un'emozione diversa, come succede quando la voce di qualcuno che ha attraversato la nostra vita improvvisamente non c'è più. E, in fondo, quelle canzoni erano rimaste lì, dentro di me pronte a uscire ogni volta per esprimere emozioni e sentimenti. 

Nel frattempo ci sono stati sviluppi nel contesto familiare, mia sorella ha fatto il secondo intervento subito dopo ferragosto e ora è in fase di ripresa e in attesa di definire eventuali terapie successive. In questi momenti capiamo l’importanza di avere un servizio sanitario nazionale che, in Puglia, da quello che ho potuto sperimentare, funziona bene. 

In questa estate non sono mancate nemmeno le brutte notizie dal mondo, tanto che sempre più spesso mi chiedo in quale direzione stiamo andando. Ogni giorno in attesa dell'oracolo, di una nuova profezia: tra il caldo, i cataclismi e i venti di guerra, veniamo continuamente risvegliati dal nostro torpore estivo.

Mi ha preoccupata moltissimo, per esempio, la notizia che in alcuni Paesi europei siano state date indicazioni alla popolazione per prepararsi a eventuali emergenze, arrivando perfino a suggerire di avere in casa un vero e proprio kit di sopravvivenza.

E allora mi sono chiesta: dobbiamo davvero preoccuparci? Oppure anche queste notizie sono, in qualche modo, delle “armi di distrazione di massa”, capaci di alimentare ansie e paure mentre cerchiamo semplicemente di vivere la nostra quotidianità? 

L'estate porta questo,  ci lascia più tempo per riflettere e per ricordare. E mentre cerchiamo di difenderci dal caldo, dalle giornate troppo assolate e faticose, la mente torna indietro, mescolando passato e presente tra la nostalgia e le preoccupazioni per quello che ci aspetta.

E mentre Settembre inizia la sua corsa vi lascio con alcune parole di Francesco Guccini tratte da una delle sue canzoni più belle, la canzone dei dodici mesi.

Settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull'età, dopo l'estate porti il dono usato della perplessità, ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,  come scintille bruciano nel tuo fuoco le possibilità.


Fonti immagini: Pixabay 



mercoledì 12 agosto 2026

La gatta nel giardino che scotta


Ringrazio Maria Teresa Steri per avermi dato la possibilità di leggere il suo ultimo thriller che ho letto in un tempo record, l’ho trovato davvero avvincente, una lettura scorrevole, piena di tensione e colpi di scena, con un protagonista fragile e tormentato che mi ha fatto provare sentimenti contrastanti: a volte avrei voluto dirgli di lasciar perdere, altre volte ero curiosissima di scoprire insieme a lui la verità.



TRAMA

Un giardiniere improvvisato. Una gatta complice. Un omicidio brutale.

Robbie è il tipo di uomo che passa inosservato. Cinquant'anni, senza lavoro da mesi e con poche prospettive davanti a sé. Quando accetta un impiego come giardiniere presso una villa di Roma, vuole solo guadagnare qualche soldo e rimettere ordine nella propria vita.

Ma nel giardino che cura con mani inesperte scopre qualcosa che non avrebbe dovuto vedere: una giacca macchiata di sangue e un paio di cesoie che potrebbero essere l’arma di un delitto.

Intanto il quartiere è scosso dal ritrovamento del corpo di un uomo in una piscina. Per Robbie l’omicidio smette presto di essere una notizia di cronaca e diventa un’ossessione. L’unico conforto arriva da Giselle, l'affascinante gatta dei proprietari della villa, presenza enigmatica e rassicurante nelle sue giornate tormentate.

Quando un innocente viene arrestato per omicidio, ignorare quei sospetti non è più possibile e Robbie decide di cercare la verità. Una decisione che lo trascinerà in una rete di segreti familiari, menzogne e rancori, dove ogni risposta apre nuove domande e ogni passo lo avvicina a un pericolo mortale.

Un thriller psicologico ambientato a Roma, tra le ville e i segreti di Casal Palocco, dove le apparenze ingannano e l’ossessione per la verità può costare la vita.


ESTRATTO

Indirizzò un’occhiata nervosa oltre il cancello. Il giardino che circondava la villa era immenso. Ordinato, rigoglioso, variopinto benché fosse dicembre inoltrato. Un lavoro da specialista, pensò Robbie, non da uno che aveva passato la vita seduto dietro una scrivania. Dio santo, cosa gli era saltato in testa? E alla sua età, cosa credeva, di mettersi a fare lavori pesanti?

Valutò l’idea di andarsene. Sarebbe stato più semplice rinunciare a priori, non sprecare tempo, non sottoporsi a l’ennesimo esame destinato a fallire miseramente. Ma doveva mangiare, pagare l’affitto, le bollette. Katia lo aveva già aiutato abbastanza, e lui era ormai alla canna del gas. Se c’era anche una minima possibilità…

Allungò una mano verso il campanello.


La mia recensione su Goodreads e Amazon

Ho letto questo romanzo molto velocemente, trascinata da una trama avvincente e dai continui colpi di scena, che mi hanno tenuta con il fiato sospeso fino alla fine.

Roberto, o Robbie come viene chiamato, è un uomo di cinquant'anni alla deriva. Prima ha perso la moglie Camilla, che amava profondamente, e poi si è ritrovato senza lavoro. Mentre cerca faticosamente di ricostruire la propria vita, accetta un impiego per il quale non ha alcuna esperienza: fare il giardiniere in una grande villa di Casal Palocco.
Robbie è un uomo solo e ancora profondamente segnato dal lutto. Frequenta Katia, una donna che conosceva già dal suo precedente lavoro, ma il loro rapporto è tutt'altro che semplice. Robbie non si sente veramente compreso né accettato da lei e, forse, una parte del problema sta proprio nel fatto che non ha ancora elaborato fino in fondo la perdita di Camilla. Anche alcuni atteggiamenti di Katia sembrano rendere ancora più difficile questo momento della sua vita.
Fin dalle prime pagine, il romanzo è pervaso da un forte senso di precarietà e inquietudine. A Robbie sembra quasi strano aver ottenuto quel lavoro così facilmente e ben presto si accorge che, alla famiglia Torretta, la cura del giardino sembra interessare relativamente. Forse hanno altro a cui pensare. Il precedente giardiniere, infatti, è stato trovato morto in una piscina del quartiere e questa circostanza non può non apparire inquietante agli occhi di Robbie.
Mentre cerca di svolgere un lavoro per il quale non ha alcuna manualità, Robbie combina anche qualche piccolo disastro: pota troppo una siepe, danneggia alcune parti del giardino e, nonostante tutto, si sorprende del fatto che i Torretta non lo licenzino.
E poi c'è Gisele, la gatta della famiglia Torretta, che ho adorato. In mezzo a una storia sempre più inquietante, la sua presenza rappresenta per Robbie un piccolo momento di serenità. Quando corre da lui nel capanno e gli fa compagnia, sembra quasi essere l'unica creatura di cui possa fidarsi davvero.

Ma proprio nel capanno Robbie fa una scoperta inquietante: trova delle cesoie insanguinate e si convince che possano essere l'arma con cui è stato ucciso il suo predecessore.
L'atteggiamento ambiguo della famiglia Torretta alimenta i suoi sospetti e Robbie si convince sempre di più che possano essere coinvolti nel delitto. Ma chi gli crederà? Di certo non Katia, che interpreta i suoi sospetti come le paranoie di una mente fragile e ancora provata dal dolore. Robbie, però, si sente osservato e, giorno dopo giorno, scopre nuovi particolari inquietanti e possibili indizi che sembrano confermare la sua teoria.
A un certo punto viene spontaneo pensare: “Ma perché non si fa gli affari suoi e lascia perdere?”. La polizia sta indagando e prima o poi la verità verrà a galla. Ma Robbie non riesce a tirarsi indietro e alcune sue decisioni avventate lo trascinano in una pericolosa catena di eventi dalla quale diventa sempre più difficile uscire.

Ovviamente non posso raccontare altro senza fare spoiler, quindi mi fermo qui. Posso solo dire che, pagina dopo pagina, la storia riesce a catturare sempre di più e la tensione cresce fino a farci desiderare di arrivare al più presto all'epilogo, per scoprire finalmente cosa si nasconde dietro tutti quei misteri.
Una lettura che mi ha coinvolta e che, grazie ai continui colpi di scena e all'atmosfera di inquietudine, mi ha spinta a continuare a leggere per sapere come sarebbe andata a finire.
Per buona parte della storia mi sono ritrovata a chiedermi se Robbie stesse davvero scoprendo qualcosa di importante oppure se, come gli fanno credere gli altri, si trattasse soltanto delle paranoie di un uomo provato dal dolore e dalla solitudine.
Un bel romanzo che mi ha tenuta incollata alle pagine. La cosa che ho apprezzato maggiormente è proprio questa continua sensazione di dubbio: non sai mai fino in fondo se puoi fidarti di quello che Robbie vede, pensa e scopre. Pagina dopo pagina volevo semplicemente arrivare alla fine per capire cosa fosse realmente successo.
Una lettura scorrevole, piena di tensione e colpi di scena, con un protagonista fragile e tormentato che sono, in fondo, i personaggi che amo di più. 
E quando un libro riesce a farmi venire voglia di continuare a leggere per sapere “come va a finire”, per me ha già fatto centro.



L’autrice 

Maria Teresa Steri è nata e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia si è trasferita a Roma, dove vive con il marito. Giornalista pubblicista, cura il blog Anima di carta dedicato alla scrittura e alla lettura. Ha pubblicato nove romanzi tra thriller psicologici e narrativa esoterica. Ama Hitchcock, i fumetti Disney e si interessa di Antroposofia.Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, “I Custodi del Destino” (fuori catalogo); nel 2015 “Bagliori nel buio”, un noir sovrannaturale, e nel 2017 il thriller esoterico “Come un dio immortale”. Nel 2019 è uscita la seconda edizione del primo romanzo, interamente riveduta, con il titolo “Tra l'ombra e l'anima”.Dal 2020 ha dato vita a una serie di thriller psicologici con un'anima noir: “Sarà il nostro segreto” (2020), “Non fidarti della notte” (2021), “Dal passato all'improvviso” (2022), “Sento i tuoi passi” (2023), “Sarò il tuo Mecenate” (2024), “Finché crimine non ci separi” (2025), “La gatta nel giardino che scotta” (2026).”


Titolo: La gatta nel giardino che scotta 

Autore: Maria Teresa Steri 

Data di pubblicazione: 15 luglio 2026

Genere: thriller psicologico

Pagine: 214

In vendita solo su Amazon in eBook e cartaceo

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Prezzo eBook € 2,99

Prezzo cartaceo 

copertina flessibile € 9,35 copertina rigida € 14,55

Gratis con Kindle Unlimited 


Se vi piacciono i thriller psicologici, se siete in vacanza, se vi piacciono i gatti, se volete distrarvi dal caldo torrido e tante altre ragioni, vi consiglio questo romanzo e approfitto per augurarvi buon ferragosto 😎