sabato 8 maggio 2021

Abitudini ecologiche

 

Ho scaricato una app, chiamata AWorld, che fornisce consigli ecologici, ogni tanto leggendo un articolo sull'argomento vengo presa dall'entusiasmo e cerco di fare qualcosa di più, almeno ci provo. Si tratta della App ufficiale scelta dalle nazioni unite a supporto della campagna ActNow e consiglia una lista di abitudini sostenibili per l’ambiente e calcola il risparmio in termini di CO2, acqua ed elettricità. Ho scoperto che molte delle mie normali abitudini sono già molto ecologiche, incredibile! Ma ovvio, posso fare di più. Quindi ho pensato di elencare in questo post alcune buone abitudini che possiamo inserire nel nostro quotidiano a favore dell'ambiente.

Ridurre i rifiuti alimentari: è un’abitudine che mi ha inculcato mia madre, perché in casa mia non si buttava via niente, era peccato mortale! Tutto il cibo veniva consumato o riciclato, la pasta avanzata diventava pasta riscaldata (ed era buonissima), il pane raffermo diventava pancotto, ecc ecc Quindi a casa mia non butto via niente salvo rarissime eccezioni (se il latte scade per esempio, ma capita raramente perché non bevo latte, lo compro solo se ho degli ospiti...). Inoltre cerco sempre di non comprare troppo, accumulare troppi alimenti non va bene, non riusciamo a consumare tutto, io mi baso sulle esigenze settimanali ed evito quindi che certi prodotti scadano prima che io possa consumarli.

Phon in modalità slow: il phon è uno degli elettrodomestici che consuma più energia, ma usarlo in modalità slow fa consumare molto meno; io lo faccio già da tempo, anche perchè se uso il phon in modalità veloce i miei capelli si elettrizzano e divento come Mafalda o Maga Magò

Mangiare più pasta: è meglio mangiare la pasta, perché è importante ridurre il consumo di riso, in quanto è l’alimento che, presumo a livello di produzione, consuma più acqua, per un chilo di riso servono 2500 litri di acqua, mentre per 1 kg di pasta bastano 1849 litri di acqua; anche con la pizza non si scherza 7117 litri di acqua per quella con la mozzarella, è quindi da preferirsi la pizza marinara...Ecco io non lo sapevo ma amo la pasta e non amo particolarmente il riso che mangio solo in certi casi (la paella a Barcellona per esempio, il risotto alla pescatora se mangio il pesce al ristorante, al mare, quindi quasi mai).

Usare la carta riciclata: solo 2 litri di acqua per 1 kg di carta rispetto ai 100 litri per la carta nuova. Per non parlare del consumo degli alberi. Al lavoro uso solo la carta riciclata e, se posso, evito di stampare.

Il the è da preferire al caffè: 29 litri di acqua contro i 140 del caffè, qui sono in difetto preferisco il caffè però mi limito a due tazzine al giorno, qualche volta arrivo a tre...

Stendere il bucato: quando ho letto questa abitudine mi sono chiesta perché fosse considerata ecologica, stendere il bucato mi sembra la cosa più normale del mondo, poi ho capito; negli anni si é sempre più diffuso l’uso delle asciugatrici quindi un gran consumo di energia. A me sembra normale stendere il bucato pur non avendo un balcone, stendo in casa in un angolo vicino al termosifone e la cosa funziona benissimo da anni. Con la stagione calda lascio la finestra aperta con gli scuri socchiusi e tutto si asciuga in fretta, ho il vantaggio di abitare all’ultimo piano e non é problema lasciare aperto. Se poi, per i piccoli bucati, metto lo stendino appeso alla finestra dall’interno - sempre con gli scuri socchiusi - l’asciugatura è ancora più veloce. 

Comprare meno jeans: i jeans consumano 9000 litri di acqua, saranno dieci anni che non compro un jeans nuovo, trovare un jeans comodo che mi stia bene è un’impresa quindi mi tengo quelli che ho più a lungo possibile, anzi negli ultimi tempi ho smesso anche di indossarli, perché non esco e poi perché mi vanno tutti stretti, aiuto! In ogni caso non li ricompro aspetto di rientrare in uno dei miei, forse. Oltre ai jeans c’è la raccomandazione di evitare il fast-fashion, termine che indica quel settore della moda che produce collezioni ispirate all’alta moda, ma a prezzi bassi, e rinnovate in tempi brevissimi. L’industria della moda produce grande inquinamento, soprattutto quando i vestiti sono usati per breve tempo e poi buttati. Ecco questa abitudine non ce l’ho, nel senso che tutto quello che compro mi dura per un tempo piuttosto lungo e, quando mi libero di un vestito, di solito lo riciclo. 

Doccia da preferire al bagno:  e solo di 5 minuti, avendo in casa solo la doccia ovviamente uso la doccia e di minuti ce ne metto tre, sono sempre di corsa e alla fine questo mi rende ecologica, wow, incredibile.

Usare una bottiglia riutilizzabile: lo faccio da tempo, ogni mattina riempio la mia bottiglietta di acqua minerale e me la porto in ufficio, è una bottiglia di plastica, avrei anche quella di alluminio, ma non mi piace granché, preferisco quella in plastica trasparente, ma tanto va bene lo stesso no?

Prendere il treno invece che l’aereo: ok, è una vita che non viaggio e soprattutto che non prendo l’aereo (anche il treno, a dire il vero), comunque negli ultimi anni ho sempre viaggiato senza prendere l’aereo. Per turismo ho scelto mete italiane con distanze percorribili in tempi adeguati alla moto o alla macchina, in certi casi ho preso anche il treno, nei brevi week end con visite in città varie, l’ultimo mio week end con il treno risale a inizio 2020 a Milano. In realtà non è un merito mio non aver preso l'aereo, semplicemente le mie mete si sono accorciate e adeguate al mezzo di locomozione su due ruote... Mi chiedo, però, cosa possa fare chi invece viaggia per lavoro e debba prendere necessariamente l’aereo, oppure quando le distanze siano tali da giustificare l’uso dell’aereo, che poi le compagnie aeree e i loro dipendenti cosa fanno? Insomma ci sono anche tante altre valutazioni da fare, bisogna trovare il modo di gestire in modo più sostenibile l'intero mercato dei trasporti, cosa non semplice.

Bene, tante abitudini consolidate, ma non sono affatto perfetta, eh no ne ho tante da correggere, per esempio compro l'acqua minerale in bottiglie di plastica, forse dovrei smettere e bere l'acqua del rubinetto (la nostra azienda dell'acqua asserisce che trattasi di acqua assolutamente buona e sicura), il fatto è che io già bevo molto poco con l'acqua minerale, convertirmi all’acqua del rubinetto è ancora difficile per me. Ovviamente riciclo tutta la plastica, tuttavia sarebbe meglio ridurne la produzione. Comunque comincio a pensarci, oppure a ipotizzare altre soluzioni, si accettano suggerimenti. Altra abitudine da migliorare è l’uso dell’auto, quando posso vado a piedi, mi piace camminare con le scarpe comode, tuttavia da quando c’è il COVID evito i mezzi pubblici, troppo affollati, quindi mi limito ai percorsi che posso fare senza usare anche l’autobus ma solo camminando. 

Ci sono poi abitudini classificate non proprio come ecologiche ma come buone abitudini, su queste sono un po’ perplessa, esse sono: Indossa la mascherina e fai tre respiri profondi

Indossare la mascherina è un gesto di gentilezza verso gli altri e se stessi, inoltre è un contributo alla fine dell’emergenza. Fare tre respiri è un modo per sedare l’ansia e godersi un istante di tranquillità. Va bene, inseriamo anche le buone abitudini, stare bene con se stessi forse può aiutare a evitare il consumismo e quindi anche l'inquinamento. 

Ma è proprio questa la strada? Me lo chiedo perchè molte attività si sono ormai consolidate su un sistema che mette i consumi al primo posto, possiamo limitare certi consumi, però c'è chi di quei consumi ci vive. Per esempio quanti contenitori da asporto hanno invaso l'ambiente inquinandolo? Me lo chiedevo tutte le volte che prendevo il pasto al bar vicino l'ufficio, tra l'altro una volta mi portavo il pasto da casa e quindi riciclavo sempre il mio contenitore; dopo ho scelto di prendere da mangiare al bar perchè cercavo di sostenerne l'economia. 

Credo che la strada giusta sia cambiare tutto il sistema di produzione e, per fare questo, il singolo può contribuire indirizzando i suoi consumi, ma poi deve essere l'intero sistema a cambiare, con precise scelte politiche che indirizzino verso azioni sostenibili grazie ad adeguati incentivi economici.


Voi che abitudini ecologiche avete? Avete altre idee o suggerimenti utili da seguire?


Fonti immagini: Pixabay e Google per Mafalda

venerdì 30 aprile 2021

Il bisogno di scrivere

Un po’ mi riallaccio alle considerazioni di alcune blogger, cito per esempio il post di Grazia Gironella Aria di primavera,  in cui parla del suo bigogno di scrivere, un posto in cui mi sono ritrovata perchè, quando ho finito di scrivere il quinto episodio di Sorace, mi sono sentita un po’ orfana. Ho attribuito la colpa alla nostra anomala primavera in cui siamo stati costretti, ancora una volta, a restare chiusi in casa, il tempo quindi mi è apparso forse più dilatato e pesante. 

All'improvviso mi ritrovavo senza più l'urgenza di scrivere mentre una strana forma di pigrizia si impadroniva di me. Dopo il lavoro, leggevo, mangiavo e guardavo la tv e non sapevo e non volevo fare altro. Avevo affidato la lettura del romanzo a due beta reader ed era necessario aspettare almeno un mese prima di occuparmi direttamente della rilettura del romanzo, tuttavia mi sembrava di avere davanti, mio malgrado, un tempo ampio e troppo vuoto, tanto che il pensiero andava sempre al romanzo appena finito con un senso di apprensione. Se avessi potuto andar fuori sarei stata ben felice, invece niente, ero ferma nel limbo dei miei dubbi...

Alla fine, sospinta da un clima molto poco primaverile e dall’ansia del tempo che scorreva, sono tornata al mio romanzo per fare una ulteriore revisione e capire come regolarmi su alcuni punti oscuri:

Il titolo: ero partita con un titolo provvisorio e pensavo di cambiarlo, però il nuovo titolo non c’era, avevo pensato a qualcosa che citasse la notte, ma non mi sembrava meglio del titolo provvisorio che probabilmente diventerà definitivo.

La sinossi: per la prima volta ho scritto l’intero romanzo senza avere neanche una minima bozza di sinossi, così, finito il romanzo, l’ho dovuta inventare di sana pianta e, nel complesso, non mi convinceva. Sono riuscita a completarla dopo la seconda revisione quando un pensiero del killer mi ha folgorato...Non so se è una sinossi efficace, ma per ora mi sembra l’unica possibile.

Una parte non scritta: quando sono arrivata alla parola fine avevo l'impressione che mancasse qualcosa, c’era una parte importante che non avevo ancora scritto, era nella mia mente ma non sapevo riportarla sulla pagina, sono riuscita a inserirla soltanto di recente e dopo l'ennesima rilettura. Riguardava qualche piccolo dettaglio finale che poteva spiegare meglio la psicologia dell’assassino, un aspetto che il lettore apprezza, credo, è importante sapere perché il killer sia arrivato a commettere certi crimini. 

La copertina: sono a zero, nel senso che non ho nessuna idea su come debba essere, è un bel problema, perché di solito avevo le idee chiare ma non trovavo le immagini giuste, finché non le trovavo; invece adesso sono nel vuoto assoluto, mah...vedremo cosa succederà. È vero che ogni romanzo ha la sua storia soprattutto dal punto di vista di chi scrive e, forse, anche le copertine hanno la loro storia, quindi spero che mi venga una bella idea quanto prima. 

Per non parlare dei nuovi dubbi che sorgono rileggendo il romanzo per l’ennesima volta, ho notato che scopro aspetti nuovi a seconda del formato che leggo, per esempio con la revisione sul file word noto determinari errori, quando trasformo il file in epub e rileggo tutto in formato sia moby sia eBook di apple (non mi faccio mancare niente) noto altre imperfezioni, sembra incredibile ma ogni formato ha la sua prospettiva. 

In questi giorni ho ricevuto le osservazioni dei miei beta (sono due e uno è di parte visto che è il mio compagno, però è molto critico), ho recepito, nel complesso, i loro consigli, quindi sto rileggendo il romanzo in ebook e oscillo tra sconforto e piccoli entusiasmi del tipo: 

"Beh questa parte è scritta bene dai!"

 

"Mah, qua non mi piace granchè, boh, chissà..."

"bello! Si vede che ero ispirata quel giorno..."

Vabbè, ormai sono arrivata fin qui e il romanzo uscirà, non so ancora quando ma per l'estate di sicuro, sempre che riesca a ideare una copertina...

Serve un’idea che coniughi un omicidio molto scenografico, la primavera, Bologna e un virus che ha gettato il mondo nell’abisso.

Voi come fate a trovare le idee per le vostre copertine? Avete suggerimenti?


Fonti Immagini: Pixabay

sabato 24 aprile 2021

Non fidarti della notte

Cari amici, ho letto l’ultimo romanzo di Maria Teresa Steri intitolato Non fidarti della notte, un titolo che io trovo molto suggestivo e penso renda appieno il senso del romanzo.


Eh già, perchè i peggiori incubi si realizzano di notte, quando il mondo è immerso nell'oscurità e tutto il male sembra ghermirti e avvolgerti. Dalia vive con suo fratello Pietro, da quando si è separata da suo marito Gabriele, per eventi che scopriremo meglio addendrandoci nella trama; è sabato sera e sta per uscire quando riceve una telefonata, riconosce la voce di Gabriele che le chiede aiuto. Cerca di non pensarci per tutta la sera, ma non riesce a sottrarsi a quel richiamo, così lo raggiunge per cercare di capire cosa sia accaduto e perché Gabriele abbia deciso di chiamare proprio lei. Nonostante siano separati lui sente che può fidarsi solo di Dalia, perchè l'amore tra loro non si è mai esaurito nonostante la separazione e la lontananza. Stavolta Gabriele sembra trovarsi davvero in un problema molto più grande di lui perchè c'è stato un omicidio e il suo legame con la vittima sembra puntare il dito nei suoi confronti come possibile assassino. Oltre al fatto di essere una persona psichicamente disturbata, tutti gli indizi sembrano contro di lui, infatti Gabriele era angosciato da sogni premonitori che riguardavano proprio Irene, la vittima, sogni in cui assisteva impotente all'omicidio della donna. Si trattava davvero di un incubo oppure era un confuso ricordo rimosso dalla coscienza? Forse Gabriele ha semplicemente messo in pratica la sua ossessione. Dalia vuole aiutarlo a trovare la verità perchè, pur tra dubbi e tentennamenti, sente in cuor suo che Gabriele è innocente e qualcuno sta tentando di incastrarlo. Sarà davvero così? L'autrice è molto brava a instillare il dubbio nel lettore e a portarlo in una direzione per poi confonderlo nuovamente, mantenendolo incollato alle pagine fino al finale spiazzante e assolutamente imprevedibile.


TRAMA

Una voce dal passato. E l’incubo ha inizio

“Ho bisogno di te, c’è stato un crimine”. Con una telefonata, Dalia viene catapultata nel passato. A chiederle aiuto è Gabriele, il suo ex marito, un uomo problematico e disturbato, che non sentiva da anni.
Pur combattuta, Dalia accetta di incontrarlo e scopre che una donna è stata uccisa nel quartiere storico dove vive Gabriele. Un delitto che più volte lui ha visto in ogni particolare durante i suoi sogni.
Dalia però conosce a fondo i disturbi psicologici di Gabriele e non può fare a meno di sospettare che sia coinvolto nel crimine. E ben presto anche la polizia sembra decisa ad accusarlo di omicidio.
Nonostante i dubbi sulla sua innocenza e i fantasmi del passato che continuano a tormentarla, Dalia decide di aiutare Gabriele e si mette alla ricerca della verità. Fino a scoprire di essere pronta a tutto pur di scagionarlo, anche a rischio di mettere in pericolo se stessa.

Ogni volta che mi convincevo di essere arrivata a capirlo, a orientarmi nella sua complicata personalità, subito dopo mi rendevo conto di aggirarmi come una cieca in un labirinto.

 

INCIPIT

Erano quattro anni che non ascoltavo la sua voce. Mi ero illusa di averla dimenticata, ero convinta che non mi avrebbe fatto mai più effetto. Invece, bastò un solo istante perché il mio mondo andasse in frantumi.

La telefonata arrivò un sabato sera, mentre mi preparavo per uscire. Ero in bagno a truccarmi quando udii gli squilli e mi precipitai all’ingresso dove avevo lasciato il cellulare. Il display segnalava un numero che non conoscevo. «Pronto?», risposi un po’ trafelata.

«Dalia». Il mio nome, appena sussurrato.

Riconobbi subito la voce di Gabriele. Come avrei potuto scordarla? Che sciocca ero stata a crederlo possibile.


La mia recensione su Goodreads e Amazon

Come ci sente ad amare profondamente qualcuno con disturbi psicologici? Me lo sono chiesta più volte mentre leggevo Non fidarti della notte. Vuol dire caricarsi addosso una croce e vivere nella costante ansia che l’altro crea anche nella nostra anima.

Eppure questo non sembra aver scalfito l’amore che Dalia prova per Gabriele, nonostante i problemi e la lontananza per quattro lunghi anni. Ma davvero Gabriele è così disturbato? Immagina tutto oppure c’è qualcosa di reale nelle sue ossessioni?

Nella residenza Magnolia, un centro per donne disadattate, Irene una giovane ospite della residenza è stata uccisa barbaramente e ogni indizio sembra portare a Gabriele, un uomo psichicamente disturbato che negli ultimi tempi era ossessionato da lei e da strani sogni premonitori che ne preannunciavano la morte.

Gabriele chiama Dalia per chiederle aiuto perché, nonostante tutto, sa che lei saprà credergli. Mentre osserviamo lo svolgersi della vicenda ci chiediamo cosa sia vero e cosa no, si tratta davvero di un complotto ai danni di Gabriele da parte di qualcuno che conosce i suoi disturbi? Oppure è lui il colpevole, magari inconsapevole, che ha semplicemente concretizzato le suggestioni dei suoi incubi notturni?

Dalia crede all’innocenza dell’uomo che ama e decide di indagare con tutti i mezzi di cui dispone, nello stesso tempo, però, questo momento diventa anche un’occasione per riflettere sul passato, sull’incontro con Gabriele dieci anni prima e sul loro innamoramento, ma soprattutto sul modo di essere di Gabriele e sui suoi problemi psichici che hanno portato, in qualche modo, al loro allontanamento. Anche se lei stessa non è esente da colpe.

È un thriller psicologico che mantiene sempre alta la tensione in un crescendo di colpi di scena.

Non tutto è come sembra e si resta con il fiato sospeso, fino all’imprevedibile finale.

 

L'autrice

Maria Teresa Steri è nata nel 1969 e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia si è trasferita a Roma, dove vive attualmente con il marito. Ha collaborato come giornalista pubblicista nella redazione di quotidiani e riviste. Cura il blog Anima di carta (https://animadicarta.blogspot.com/) dedicato a chi ama scrivere e leggere. Si interessa di scrittura creativa e antroposofia. È un’appassionata di Alfred Hitchcock. I suoi autori di narrativa preferiti sono Ruth Rendell e Joyce Carol Oates. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, “I Custodi del Destino” (Deinotera Editrice, fuori catalogo). Nel 2015 è uscito “Bagliori nel buio”, un noir sovrannaturale, nel 2017 il thriller esoterico “Come un dio immortale”; nel 2019 la seconda edizione del primo romanzo, interamente riveduto, con il titolo “Tra l'ombra e l'anima”; nel 2020 ha pubblicato “Sarà il nostro segreto”, un thriller psicologico. “Non fidarti della notte” è il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 2021. 
 
Titolo: Non fidarti della notte
Autore: Maria Teresa Steri 
Data di pubblicazione: 9 marzo 2021
Genere: thriller psicologico
Pagine: 270
In vendita solo su Amazon in eBook e cartaceo
Link Amazon 
Prezzo eBook € 2,99
Prezzo cartaceo € 9,90
Gratis con Kindle Unlimited 


 

 

sabato 17 aprile 2021

Il cervello sulla luna

Non ci fu colpa, nessuno ebbe colpa alcuna, il suo cervello cercatelo sulla luna. (Claudio Lolli)

Si chiamava Carlo, era un amico di mia sorella, un bel ragazzo, simpatico, carino, un bravo ragazzo che conduceva una vita normale. Io avevo dieci anni, mia sorella 17 e vi racconto la storia come la so, un po’ per quello che ho visto un po’ per quello che raccontava lei. 

Carlo faceva il meccanico, amava il suo lavoro perché amava i motori e aggiustare le cose, a circa vent’anni era un ragazzo felice di esistere. Aveva anche una fidanzata Carlo e progettavano di sposarsi, magari nel giro di qualche anno, dopo aver messo da parte un po’ di risparmi. Aveva preso il diploma di scuola media e poi aveva cominciato a lavorare in una officina, era bravo perché si appassionava al lavoro e il proprietario dell’officina lo aveva assunto con un contratto regolare. 

Poi c’era sua madre, una piccola donna senza cervello, che si era messa in testa che Carlo meritasse di più, che dovesse fare un lavoro migliore e magari lasciare quella fidanzata inutile senza cultura che faceva la casalinga e voleva solo fare dei bambini. Così gli ha dato il tormento perché lasciasse l’officina e si prendesse un diploma, Carlo per accontentarla lo fece, si licenziò dall’officina e prese un diploma con quelle formule che esistevano una volta, magari esistono anche adesso, tre anni in uno a qualcosa del genere, prese il diploma da privatista, perché un politicante del paese  aveva promesso a sua madre che gli avrebbe trovato un lavoro in comune da impiegato. Perché un impiegato è migliore di un meccanico che lavora in un’officina, sporcandosi le mani di grasso. Almeno questo è quello che pensava sua madre.

Per eventi vari quel lavoro non arrivò mai, ma Carlo nel frattempo aveva lasciato la fidanzata indegna di lui o forse l’aveva lasciato lei, perché lui aveva smesso di progettare il loro futuro. 

Il lavoro non c'era più e neanche la fidanzata. Qualcosa si ruppe dentro di lui e Carlo impazzì. 

Tutto iniziò con una profonda depressione, ma lui non si chiuse in casa, no, cominciò invece a camminare. Lungo il corso del centro, lungo il viale del parco, avanti e indietro, sempre a passo veloce.

Tutto il giorno camminava nelle strade del nostro piccolo centro di provincia del sud, lo vedevi a tutte le ore, camminava, camminava sempre, un po' come Forrest Gump quando iniziò a correre, solo che lui faceva sempre lo stesso percorso avanti e indietro, a passo veloce, come un criceto in una gabbia.

Non parlava più, non salutava nessuno e camminava a passo svelto, guardando sempre davanti a sé con la testa abbassata. Percorreva dei chilometri ogni giorno, sotto gli occhi di tutti. Ogni volta che uscivo di casa, in estate e in inverno, lo incontravo nel suo eterno peregrinare. Era diventata una presenza costante. Probabilmente era un modo per tenere a bada la sua ansia o la sua rabbia, non lo so. 

A tratti sentivo i sussurri della gente: 

-guarda c'è Carlo, il figlio della signora Tizia 

-ma cosa gli è successo?

-mah, un esaurimento non so 

-poverino 

In fondo non faceva male a nessuno e ormai nessuno sembrava farci più caso.

Non avevo più pensato a lui, ma la scorsa estate mia sorella raccontò che aveva rivisto la sorella di Carlo - che era stata una sua compagna di scuola - e le aveva detto che era morto qualche anno prima, dopo aver passato gli ultimi anni in una specie casa di cura. Insomma non si era più ripreso e, a quell’idea, mi sono sentita triste. Ho pensato che a volte facciamo quello che gli altri si aspettano da noi senza curarci di quello che davvero desideriamo. Spesso queste decisioni ci rovinano la vita, completamente e senza rimedio. 

Una volta, avevo circa diciotto anni, era una mattina di inizio estate, ero seduta su una panchina del parco cittadino, aspettavo una persona e restai lì per circa dieci minuti, in quei dieci minuti lui fece il percorso del lungo viale del parco un paio di volte, io fingevo di leggere un libro e, mentre si avvicinava, lo guardavo cercando di non farmi notare. È strano, ma siamo tutti così indifesi davanti alla malattia mentale, un po’ per paura un po’ perché non sappiamo come comportarci. Quella mattina lui ogni tanto sorrideva e sembrava inseguire il filo invisibile di un discorso con qualche fantasma della sua mente, magari con quella ragazza che non aveva sposato, quando ancora la sua vita era tutta davanti a lui, ancora tutta intera, ancora lucida, senza l’ombra della follia.

 

Fonti immagini: Pexel (luizclass)


sabato 10 aprile 2021

L’uomo è una creatura con spirito di adattamento



Questo è un pensiero nato osservando le lauree di alcuni miei giovani parenti, un ragazzo che si è laureato in ingegneria gestionale in ritardo di nove mesi, perché la pandemia è scoppiata proprio quando aveva appena cominciato il tirocinio e, mentre tutti gli studenti fuori sede in quel momento stavano scappando al sud, lui è rimasto isolato dal mondo nel suo appartamento di studente fuori sede solo soletto…e senza neanche poter frequentare il tirocinio obbligatorio per laurearsi, in azienda. 

Nel mese di marzo 2021 si è finalmente laureato a casa sua, in Puglia, ovviamente on line, e ho potuto osservare sui social le foto della sua tesi con la corona di alloro, con lo sfondo della libreria di casa.

Stessa cosa per una ragazza, amica di mia nipote, le ho mandato “in bocca al lupo” via whatsApp e lei dopo la discussione della tesi mi ha mandato una foto felice con la corona di alloro sulla testa. Ho pensato che, visto che tutti sono in zona rossa (come il resto di Italia che poi se fossimo arancioni sarebbe lo stesso), l’unico festeggiamento possibile era il pranzo in casa con i genitori e qualche condivisione di foto su Facebook.  E meno male che ci sono i social dove i novelli laureati posso esternare la propria gioia e le sudate corone di alloro. 

Ho pensato con un po’ di tristezza a questi poveri ragazzi che, arrivati all’ambita meta dopo anni di studio e sacrifici, non possono festeggiare con un pranzo al ristorante con la famiglia orgogliosa dell'agognato traguardo…e senza la festa serale dove di solito ci si scatenava con gli amici. Era un modo per condividere l’entusiasmo per un obiettivo importante prima di buttarsi nel caos e, spesso, nella disillusione della vita lavorativa.

Poi ho pensato a come l’uomo sia capace di adattarsi ai cambiamenti, si trova il modo di festeggiare comunque e di andare avanti in qualche modo. Certo una laurea va festeggiata perché è un traguardo importante sperando che arrivi anche un lavoro che, con i tempi che viviamo, non è affatto scontato, tuttavia mi colpisce il fatto che, a ogni modo, si sia trovato il modo comunque di celebrare il momento.

Anche nel campo dell'attività fisica ho notato questa grande capacità di adattamento dell’umanità in affanno pandemico. Mi capita sempre più spesso di vedere video di esercizi ginnici da fare attraverso YouTube e qualche giorno fa ho letto un articolo sulle piattaforme on line dove è possibile darsi appuntamenti per fare fitness con il proprio gruppo. Tra queste cito Doomore dove ci si registra ed è possibile fare una video lezione dove chiacchierare con il proprio trainer e i compagni di corso, proprio come avveniva in palestra, c’è perfino la lezione di Aperi-fit: in pratica dopo la lezione si fa l’aperitivo on line tutti insieme. Ti puoi iscrivere pagando l’abbonamento oppure la singola lezione a prezzo modico di € 4,50. Altra piattaforma è Pedalitaly per gli amanti della bicicletta, è più complicato perché serve una bici posizionata su un rullo interattivo e puoi pedalare in compagnia su strade riprodotte in 3D, c’è perfino una guida che ti illustra le bellezze e la storia del territorio. Puoi avventurarti nei luoghi più svariati, le Cinque terre, il passo del Pordoi, le Colline bolognesi, insomma tutto quello che vuoi, basta pagare la lezione. A pensarci è anche più economico perché non devi viaggiare davvero, basta solo collegarsi per un paio d’ore facendo il percorso stabilito. Ci sono poi anche piattaforme che organizzano le gare virtuali e la mezza maratona di New York senza neanche prendere l’aereo. Insomma ci sono eventi per tutti i livelli sportivi. C’è anche una app gratuita che si chiama RunnerBull che unisce gli amanti della corsa.

Insomma se la realtà concreta non è praticabile causa pandemia, l’uomo si adatta con la realtà virtuale. Che poi, tutti coloro che non avranno tempo di uscire di casa, anche una volta tornati alla normalità, credo possano continuare a usare queste formule, insomma se fuori piove e voglio fare una corsa in compagnia perché non posso usare la app?

Sì, l’uomo è una creatura con un grande spirito di adattamento e probabilmente per molte cose non torneremo più indietro, i vantaggi scoperti per necessità come lo smartworking o le riunioni on line, molto più accessibili e veloci di quelle in presenza, potranno continuare. 

Un mio amico lavorava a Brescia pur vivendo a Bologna, aveva deciso di accettare un lavoro nuovo e passava tutta la settimana lontano, tornando a casa dalla compagna a Bologna solo nel fine settimana. Poi si è trovato a Bologna per la pandemia e, all’improvviso, tutte le riunioni sono state fatte online, insomma tutto quello che prima faceva viaggiando ha scoperto che poteva farlo anche stando a Bologna. Le prospettive sono cambiate, si potrà lavorare a Milano stando a Roma o in piccolo centro del sud Italia, magari vicino al mare. Certo, forse servirà svolgere qualche attività in presenza ma, laddove sia sufficiente un computer e un buon collegamento a internet, il lavoro a distanza sarà sempre più diffuso. 

Passeremo anche più tempo da soli con il nostro lavoro riunendoci solo on line come avveniva in quel film del 1995 con Sandra Bullock, lo ricordate? Era intitolato The Net - Intrappolata nella rete: la protagonistaAngela Bennett, è analista programmatrice che collabora con diverse società, lavora da casa, ordina pizza e spesa on line, ha pochi contatti con il mondo esterno, anche i vicini non la conoscono. Un giorno scopre qualcosa che non doveva scoprire e si ritrova vittima di un complotto in cui qualcuno, che controlla tutti i dati in rete, gli ruba l'identità e decide di farla sparire digitalmente e poi anche fisicamente. Un film molto interessante, allora sembrava estremo, ma oggi quella realtà non sembra più tanto lontana.

Tra i vantaggi accelerati dalla pandemia c’è la riduzione dell’uso della carta, parlo dal punto di vista del mio lavoro, per esempio, per i pagamenti che il mio ufficio inviava alla ragioneria, molti documenti di carta a corredo delle fatture già elettroniche sono diventati documenti pdf; una volta c’era una commistione di documenti e siamo stati costretti a rendere tutto elettronico, tra l’altro io avevo già la firma elettronica che usavo solo per alcune funzioni e che oggi uso per tutto. All’inizio è stato molto faticoso organizzarsi, tanto che ho lavorato il triplo, ma ora che siamo a regime è tutto più snello, sempre che il collegamento internet non ci tradisca, ma indietro non si torna.

Nel giro di un anno abbiamo realizzato la completa dematerializzazione dei documenti e l’ambiente ringrazia, anche se non possiamo dire avvenga lo stesso per il cibo da asporto, mi pare che in quel campo i rifiuti siano aumentati, tutti quei contenitori per il cibo finiscono da qualche parte no?

Io mangiavo sempre in un bar vicino l’ufficio, ora prendo l’asporto, lo faccio anche per sostenere la loro economia visto che le persone in presenza si sono molto ridotte, però il contenitore è di plastica (forse riciclabile, ma sempre in plastica) non chiedo le posate perché le ho già in ufficio e qualche volta prendo il semplice panino che non richiede un contenitore, però l’inquinamento c’è. Credo ci sia ancora molto da fare e serve farlo oggi perché siamo ormai al limite della sostenibilità ambientale, ma con molti settore dell’economia in ginocchio sarà possibile investire nell'ambiente? 

Speriamo di non adattarci anche al pensiero di avere un mondo inquinato, voi cosa dite?


Fonti immagini: Pixabay

Fonti testi: Donna moderna del 4/3/21 articolo sul Fitness on line di Valeria Colavecchio, Wikipedia per il film The Net