sabato 5 settembre 2026

La lunga estate calda

 


Credo che questo fosse anche il titolo di un film di molti anni fa: La lunga estate calda. È curioso come certe parole, certe immagini, riescano a rimanere scolpite nella memoria.

Ebbene sì, era proprio un magnifico film del 1958, con Paul Newman e Joanne Woodward, che proprio dopo questo film si sposeranno.

E io, invece, come ho passato la mia estate?

Mi è sembrato di attraversare ogni giorno il deserto del Sahara. Le uniche, relative tregue arrivavano al mattino presto, quando mi concedevo una lunga passeggiata per muovermi un po’ e cercare di raggiungere i miei 5.000 passi quotidiani. Dicono che ne servirebbero 7.000, ma in certi giorni anche 3.500 erano già un piccolo record!

Insomma, bastava superare una certa ora perché diventasse praticamente impossibile fare qualsiasi cosa mi fossi prefissata di fare fuori casa. In casa, invece, mi difendevo come potevo, tra aria condizionata e ventilatore.

Ma era davvero una vita degna di questo nome? Boh, direi proprio di no…

Come se non bastasse il caldo, sono stata tormentata per due mesi interi — luglio e agosto — da una lombosciatalgia più o meno latente. Dolori ogni volta che dovevo sollevare la gamba sinistra, tanto che anche i movimenti più semplici finivano per diventare una piccola impresa.

Insomma, più che una lunga estate calda, la mia è stata una lunga estate di sopravvivenza!

Lo scorso 6 agosto è morto Francesco Guccini e la notizia mi ha molto rattristata. È stato un cantautore che ha accompagnato tutta la mia vita, e mi è dispiaciuto non essere a Bologna per poter andare davanti alla sua vecchia casa e cantare le sue canzoni insieme alla folla di persone che si è riunita spontaneamente in via Paolo Fabbri 43.

La notizia della sua scomparsa è stata davvero un colpo al cuore. Guccini ha accompagnato la mia vita con i suoi versi poetici e con la sua musica, malinconica e spesso ironica, con cui raccontava il nostro tempo attraverso parole limpide e con quella discrezione che ha sempre contraddistinto la sua presenza.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo in un lontano 21 giugno 1984, quando tenne un concerto gratuito in Piazza Maggiore. Era il mio primo anno di università e per me fu un regalo straordinario: ero in prima fila, a due passi dal palco.

E poi c'è stato quell'incontro, diversi anni fa, proprio in via Paolo Fabbri 43. Lo incrociai per caso e, con la voce incrinata dall'emozione, gli chiesi un autografo. Allora abitava ancora a Bologna e io passavo spesso da quella strada, nel quartiere in cui sono cresciuta e in cui vivo ancora oggi.

Fu un incontro breve, ma è rimasto uno dei ricordi più preziosi che porto con me. E ancora oggi ci sono sentimenti e pensieri che riesco a esprimere soltanto attraverso i suoi versi. Nel mese di agosto ho riscoperto alcune delle sue canzoni. Le ho riascoltate con un'emozione diversa, come succede quando la voce di qualcuno che ha attraversato la nostra vita improvvisamente non c'è più. E, in fondo, quelle canzoni erano rimaste lì, dentro di me pronte a uscire ogni volta per esprimere emozioni e sentimenti. 

Nel frattempo ci sono stati sviluppi nel contesto familiare, mia sorella ha fatto il secondo intervento subito dopo ferragosto e ora è in fase di ripresa e in attesa di definire eventuali terapie successive. In questi momenti capiamo l’importanza di avere un servizio sanitario nazionale che, in Puglia, da quello che ho potuto sperimentare, funziona bene. 

In questa estate non sono mancate nemmeno le brutte notizie dal mondo, tanto che sempre più spesso mi chiedo in quale direzione stiamo andando. Ogni giorno in attesa dell'oracolo, di una nuova profezia: tra il caldo, i cataclismi e i venti di guerra, veniamo continuamente risvegliati dal nostro torpore estivo.

Mi ha preoccupata moltissimo, per esempio, la notizia che in alcuni Paesi europei siano state date indicazioni alla popolazione per prepararsi a eventuali emergenze, arrivando perfino a suggerire di avere in casa un vero e proprio kit di sopravvivenza.

E allora mi sono chiesta: dobbiamo davvero preoccuparci? Oppure anche queste notizie sono, in qualche modo, delle “armi di distrazione di massa”, capaci di alimentare ansie e paure mentre cerchiamo semplicemente di vivere la nostra quotidianità? 

L'estate porta questo,  ci lascia più tempo per riflettere e per ricordare. E mentre cerchiamo di difenderci dal caldo, dalle giornate troppo assolate e faticose, la mente torna indietro, mescolando passato e presente tra la nostalgia e le preoccupazioni per quello che ci aspetta.

E mentre Settembre inizia la sua corsa vi lascio con alcune parole di Francesco Guccini tratte da una delle sue canzoni più belle, la canzone dei dodici mesi.

Settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull'età, dopo l'estate porti il dono usato della perplessità, ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,  come scintille bruciano nel tuo fuoco le possibilità.


Fonti immagini: Pixabay 



mercoledì 12 agosto 2026

La gatta nel giardino che scotta


Ringrazio Maria Teresa Steri per avermi dato la possibilità di leggere il suo ultimo thriller che ho letto in un tempo record, l’ho trovato davvero avvincente, una lettura scorrevole, piena di tensione e colpi di scena, con un protagonista fragile e tormentato che mi ha fatto provare sentimenti contrastanti: a volte avrei voluto dirgli di lasciar perdere, altre volte ero curiosissima di scoprire insieme a lui la verità.



TRAMA

Un giardiniere improvvisato. Una gatta complice. Un omicidio brutale.

Robbie è il tipo di uomo che passa inosservato. Cinquant'anni, senza lavoro da mesi e con poche prospettive davanti a sé. Quando accetta un impiego come giardiniere presso una villa di Roma, vuole solo guadagnare qualche soldo e rimettere ordine nella propria vita.

Ma nel giardino che cura con mani inesperte scopre qualcosa che non avrebbe dovuto vedere: una giacca macchiata di sangue e un paio di cesoie che potrebbero essere l’arma di un delitto.

Intanto il quartiere è scosso dal ritrovamento del corpo di un uomo in una piscina. Per Robbie l’omicidio smette presto di essere una notizia di cronaca e diventa un’ossessione. L’unico conforto arriva da Giselle, l'affascinante gatta dei proprietari della villa, presenza enigmatica e rassicurante nelle sue giornate tormentate.

Quando un innocente viene arrestato per omicidio, ignorare quei sospetti non è più possibile e Robbie decide di cercare la verità. Una decisione che lo trascinerà in una rete di segreti familiari, menzogne e rancori, dove ogni risposta apre nuove domande e ogni passo lo avvicina a un pericolo mortale.

Un thriller psicologico ambientato a Roma, tra le ville e i segreti di Casal Palocco, dove le apparenze ingannano e l’ossessione per la verità può costare la vita.


ESTRATTO

Indirizzò un’occhiata nervosa oltre il cancello. Il giardino che circondava la villa era immenso. Ordinato, rigoglioso, variopinto benché fosse dicembre inoltrato. Un lavoro da specialista, pensò Robbie, non da uno che aveva passato la vita seduto dietro una scrivania. Dio santo, cosa gli era saltato in testa? E alla sua età, cosa credeva, di mettersi a fare lavori pesanti?

Valutò l’idea di andarsene. Sarebbe stato più semplice rinunciare a priori, non sprecare tempo, non sottoporsi a l’ennesimo esame destinato a fallire miseramente. Ma doveva mangiare, pagare l’affitto, le bollette. Katia lo aveva già aiutato abbastanza, e lui era ormai alla canna del gas. Se c’era anche una minima possibilità…

Allungò una mano verso il campanello.


La mia recensione su Goodreads e Amazon

Ho letto questo romanzo molto velocemente, trascinata da una trama avvincente e dai continui colpi di scena, che mi hanno tenuta con il fiato sospeso fino alla fine.

Roberto, o Robbie come viene chiamato, è un uomo di cinquant'anni alla deriva. Prima ha perso la moglie Camilla, che amava profondamente, e poi si è ritrovato senza lavoro. Mentre cerca faticosamente di ricostruire la propria vita, accetta un impiego per il quale non ha alcuna esperienza: fare il giardiniere in una grande villa di Casal Palocco.
Robbie è un uomo solo e ancora profondamente segnato dal lutto. Frequenta Katia, una donna che conosceva già dal suo precedente lavoro, ma il loro rapporto è tutt'altro che semplice. Robbie non si sente veramente compreso né accettato da lei e, forse, una parte del problema sta proprio nel fatto che non ha ancora elaborato fino in fondo la perdita di Camilla. Anche alcuni atteggiamenti di Katia sembrano rendere ancora più difficile questo momento della sua vita.
Fin dalle prime pagine, il romanzo è pervaso da un forte senso di precarietà e inquietudine. A Robbie sembra quasi strano aver ottenuto quel lavoro così facilmente e ben presto si accorge che, alla famiglia Torretta, la cura del giardino sembra interessare relativamente. Forse hanno altro a cui pensare. Il precedente giardiniere, infatti, è stato trovato morto in una piscina del quartiere e questa circostanza non può non apparire inquietante agli occhi di Robbie.
Mentre cerca di svolgere un lavoro per il quale non ha alcuna manualità, Robbie combina anche qualche piccolo disastro: pota troppo una siepe, danneggia alcune parti del giardino e, nonostante tutto, si sorprende del fatto che i Torretta non lo licenzino.
E poi c'è Gisele, la gatta della famiglia Torretta, che ho adorato. In mezzo a una storia sempre più inquietante, la sua presenza rappresenta per Robbie un piccolo momento di serenità. Quando corre da lui nel capanno e gli fa compagnia, sembra quasi essere l'unica creatura di cui possa fidarsi davvero.

Ma proprio nel capanno Robbie fa una scoperta inquietante: trova delle cesoie insanguinate e si convince che possano essere l'arma con cui è stato ucciso il suo predecessore.
L'atteggiamento ambiguo della famiglia Torretta alimenta i suoi sospetti e Robbie si convince sempre di più che possano essere coinvolti nel delitto. Ma chi gli crederà? Di certo non Katia, che interpreta i suoi sospetti come le paranoie di una mente fragile e ancora provata dal dolore. Robbie, però, si sente osservato e, giorno dopo giorno, scopre nuovi particolari inquietanti e possibili indizi che sembrano confermare la sua teoria.
A un certo punto viene spontaneo pensare: “Ma perché non si fa gli affari suoi e lascia perdere?”. La polizia sta indagando e prima o poi la verità verrà a galla. Ma Robbie non riesce a tirarsi indietro e alcune sue decisioni avventate lo trascinano in una pericolosa catena di eventi dalla quale diventa sempre più difficile uscire.

Ovviamente non posso raccontare altro senza fare spoiler, quindi mi fermo qui. Posso solo dire che, pagina dopo pagina, la storia riesce a catturare sempre di più e la tensione cresce fino a farci desiderare di arrivare al più presto all'epilogo, per scoprire finalmente cosa si nasconde dietro tutti quei misteri.
Una lettura che mi ha coinvolta e che, grazie ai continui colpi di scena e all'atmosfera di inquietudine, mi ha spinta a continuare a leggere per sapere come sarebbe andata a finire.
Per buona parte della storia mi sono ritrovata a chiedermi se Robbie stesse davvero scoprendo qualcosa di importante oppure se, come gli fanno credere gli altri, si trattasse soltanto delle paranoie di un uomo provato dal dolore e dalla solitudine.
Un bel romanzo che mi ha tenuta incollata alle pagine. La cosa che ho apprezzato maggiormente è proprio questa continua sensazione di dubbio: non sai mai fino in fondo se puoi fidarti di quello che Robbie vede, pensa e scopre. Pagina dopo pagina volevo semplicemente arrivare alla fine per capire cosa fosse realmente successo.
Una lettura scorrevole, piena di tensione e colpi di scena, con un protagonista fragile e tormentato che sono, in fondo, i personaggi che amo di più. 
E quando un libro riesce a farmi venire voglia di continuare a leggere per sapere “come va a finire”, per me ha già fatto centro.



L’autrice 

Maria Teresa Steri è nata e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia si è trasferita a Roma, dove vive con il marito. Giornalista pubblicista, cura il blog Anima di carta dedicato alla scrittura e alla lettura. Ha pubblicato nove romanzi tra thriller psicologici e narrativa esoterica. Ama Hitchcock, i fumetti Disney e si interessa di Antroposofia.Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, “I Custodi del Destino” (fuori catalogo); nel 2015 “Bagliori nel buio”, un noir sovrannaturale, e nel 2017 il thriller esoterico “Come un dio immortale”. Nel 2019 è uscita la seconda edizione del primo romanzo, interamente riveduta, con il titolo “Tra l'ombra e l'anima”.Dal 2020 ha dato vita a una serie di thriller psicologici con un'anima noir: “Sarà il nostro segreto” (2020), “Non fidarti della notte” (2021), “Dal passato all'improvviso” (2022), “Sento i tuoi passi” (2023), “Sarò il tuo Mecenate” (2024), “Finché crimine non ci separi” (2025), “La gatta nel giardino che scotta” (2026).”


Titolo: La gatta nel giardino che scotta 

Autore: Maria Teresa Steri 

Data di pubblicazione: 15 luglio 2026

Genere: thriller psicologico

Pagine: 214

In vendita solo su Amazon in eBook e cartaceo

link Amazon

Prezzo eBook € 2,99

Prezzo cartaceo 

copertina flessibile € 9,35 copertina rigida € 14,55

Gratis con Kindle Unlimited 


Se vi piacciono i thriller psicologici, se siete in vacanza, se vi piacciono i gatti, se volete distrarvi dal caldo torrido e tante altre ragioni, vi consiglio questo romanzo e approfitto per augurarvi buon ferragosto 😎 

mercoledì 5 agosto 2026

La sensazione di essere infelici

 

Ciò che nella vita rimane, non sono i doni materiali, ma i ricordi dei momenti che hai vissuto e ti hanno fatto felice. Alda Merini 

Parafrasando il titolo di un celebre romanzo, ho scelto di intitolare questo post La sensazione di essere infelici. È un titolo che mi accompagna da tempo, che continuava ad affacciarsi nei miei pensieri. Ho esitato a lungo prima di usarlo, perché non volevo scrivere un post triste o lamentoso. Eppure quelle parole continuavano a tornare, come se chiedessero di essere ascoltate.

Con l'arrivo dell'estate ci aspettiamo di sentirci più leggeri, più spensierati. Chissà perché ci imponiamo questa aspettativa. Forse perché dentro di noi conserviamo il ricordo delle estati dell'infanzia, quando il mondo sembrava più semplice, più libero, più luminoso, e la felicità aveva il sapore delle giornate infinite.

Ma quella leggerezza appartiene a un altro tempo. È il ricordo di una stagione della vita ormai lontana, forse irripetibile. 

Oggi l'estate arriva mentre continuiamo a fare i conti con il lavoro, con le spese che non sempre tornano, con le ansie e le paure che accompagnano il passare degli anni. Ci confrontiamo con ciò che avremmo voluto essere e non siamo stati, con le occasioni perdute, con i rimpianti e con quei bilanci interiori che, a volte, sembrano più pesanti di quanto riusciamo a sostenere.

Mi sono chiesta più volte da dove venga questa sensazione. In fondo, potrei dire che va tutto più o meno come sempre. Più o meno, appunto.

La verità è che mi accompagna un senso costante di precarietà. La salute di mia sorella, che ci ha portato una brutta notizia ma anche buone prospettive di guarigione. Le ferie interrotte. L'auto che si guasta. Il caldo asfissiante che ci sfinisce e ci fa sentire impotenti. E poi le notizie che arrivano dal mondo, con quei pazzi al potere – ormai li definisco così – e la paura che tutto possa peggiorare ancora.

Sono sempre stata una persona ansiosa, ma per anni sono riuscita a convivere con la mia ansia affrontando un problema alla volta. Oggi, però, mi sembra molto più difficile. Di giorno mi concentro su ciò che devo fare: il lavoro, il caldo, l'organizzazione della casa, gli impegni quotidiani. Vado avanti quasi con il pilota automatico. La sera crollo dalla stanchezza, ma la notte è un'altra storia.

Mi sveglio all'improvviso e la mente comincia a costruire scenari. E se domani si rompesse anche il condizionatore, proprio mentre fuori ci sono quarantuno gradi? È già successo davvero e l'idea mi angoscia abbastanza. E se mi ammalassi? E se si ammalasse una delle persone che amo? Ogni pensiero sembra aprire la porta a quello successivo, in una catena che pare non finire mai.

Non è il singolo problema a spaventarmi, è la sensazione che tutto possa rompersi da un momento all'altro.

Forse il problema non è sentirsi fragili. Il problema è credere di dover essere sempre forti.

La vita non è una linea continua di serenità, e forse non lo è mai stata. Solo che, crescendo, impariamo a vedere anche le crepe. Eppure sono proprio quelle crepe a ricordarci che siamo vivi, che continuiamo ad amare, a preoccuparci, a sperare.

In fondo la felicità non è l'assenza di inquietudine. Forse è continuare a coltivare fiducia anche quando l'inquietudine bussa alla porta, probabilmente non siamo diventati più infelici, siamo diventati più consapevoli della fragilità della vita. E, nonostante questo, continuiamo a cercare la bellezza, magari è proprio questa ostinazione, alla fine, la nostra forma più adulta di felicità.

Spero di non avervi appesantito con queste mie riflessioni. Vi auguro un agosto sereno, ricco di quei piccoli momenti di leggerezza che spesso passano inosservati. 

E vi lascio con una domanda: capita anche a voi di vivere periodi in cui, pur non essendo davvero infelici, vi sentite attraversati da una sottile inquietudine? Se vi va, raccontatemelo nei commenti: credo che condividere queste sensazioni ci faccia sentire un po' meno soli.


Fonti immagini: Pixabay fiori di loto 


sabato 18 luglio 2026

L’asinello di zio Peppino

 


Ciò che ricordiamo dall'infanzia lo ricordiamo per sempre - fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista. Christian Bovee


Questa è una storia un po' tenera e un po' divertente, è una storia vera, un piccolo ricordo della mia infanzia, fatto di persone, luoghi e momenti che il tempo non è riuscito a cancellare.

C'era un piccolo e ridente paese dell'Appennino Dauno, il paese natale di mia madre. Lì vivevano le mie zie e i miei zii: zia Antonietta e zio Peppino, zia Pina e zio Costantino, zio Antonio e zia Gina.

Zio Peppino e zia Antonietta abitavano nel centro del paese, che contava poco più di millecinquecento anime. La loro era una casa indipendente su tre livelli. Al piano terra c'era un grande locale che in seguito sarebbe diventato un garage, ma che allora era ancora l'antica stalla. Al primo piano si trovava l'appartamento, di circa novanta metri quadrati, dove vivevano gli zii insieme alle loro tre figlie. Al secondo piano, invece, c'era un appartamento già arredato: in futuro sarebbe diventato la casa della cugina che si sarebbe sposata, ma allora era riservato agli ospiti. Quando andavamo a trovarli per qualche giorno, quello era il nostro piccolo regno.

Il paese è situato a circa seicento metri sul livello del mare. D'estate l'aria era fresca e piacevole. Non so se sia ancora così: ormai non ci torno da molti anni. All'epoca era una meta molto frequentata dai paesi vicini. Noi ci trascorrevamo forse una o due settimane ogni estate, ma nei ricordi di bambina sembravano durare un'eternità.

Di quel periodo ricordo tanti particolari. Di fronte alla casa di mia zia c'era la merceria di Loretta, un negozio che sembrava vendere qualsiasi cosa. C'erano bottoni di ogni forma e colore, merletti, nastri, mollette per capelli, caramelle, gomme da masticare e mille altri piccoli tesori che per noi bambini erano irresistibili.

Accanto alla merceria sorgeva la caserma dei carabinieri. Era piena di giovani allievi che facevano battere il cuore delle mie cugine. Poco più in là si apriva una piazzetta con due grandi alberi che regalavano una fresca ombra e due panchine dove la gente si fermava a chiacchierare nelle giornate di sole.

Ma uno dei personaggi che ricordo con più affetto era l'asino di zio Peppino. Lo chiamerò Vladimiro, perché il suo vero nome, purtroppo, non lo ricordo più.

Ogni mattina mio zio andava in campagna a dorso di Vladimiro. Al ritorno comparivano lentamente lungo la strada del paese: davanti l'asino, dietro mio zio, e sulla soma grandi sacchi pieni di frutta e verdura. Ricordo soprattutto i fichi, dolcissimi, appena raccolti, che sembravano avere un sapore diverso da qualsiasi altro fico abbia mangiato dopo.

Una volta rientrati, Vladimiro veniva accompagnato nella sua stalla. Mio zio lo trattava con un affetto che oggi riserveremmo a un animale di famiglia: lo strigliava con cura, gli dava da bere, gli preparava il fieno e controllava che stesse bene. E Vladimiro, come per ringraziarlo, rispondeva con sonore e allegre ragliate che riecheggiavano per tutto il vicinato.

Erano gli anni Settanta. Le automobili erano ancora poche e, soprattutto nei piccoli paesi di montagna, gli animali rappresentavano un mezzo di trasporto prezioso. L'asino non era soltanto un aiuto nel lavoro: era un compagno di vita, parte integrante della famiglia e della quotidianità.

Non andavo dalle mie cugine soltanto d'estate. A volte ci trascorrevamo anche qualche giorno nel periodo di Pasqua, quando il paese si riempiva di un'atmosfera speciale.

Il momento più atteso era la processione della Madonna. Attraversava lentamente il corso principale e passava proprio sotto casa dei miei zii. Dietro la statua camminavano le pie donne, che intonavano antichi canti religiosi. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi sorprendo a ricordarne quasi tutte le parole.

Subito dopo arrivava la banda musicale.

Ed era proprio in quel momento che Vladimiro entrava in scena.

Non appena sentiva i primi squilli delle trombe e il rullare dei tamburi, cominciava a ragliare con tutto il fiato che aveva, come se volesse accompagnare la musica e far parte anche lui della processione. Per lui, evidentemente, era un'occasione per far sentire la sua voce.

Una delle mie cugine, invece, viveva quella scena come una tragedia. Ogni volta scoppiava a piangere disperata.

«Adesso lo sanno tutti che in questa casa c'è un asino! Cosa penserà la gente?»

Io, al contrario, ridevo fino alle lacrime. Mi sembrava la cosa più buffa del mondo: la banda che suonava e Vladimiro che, puntuale come un musicista d'orchestra, offriva il suo personale accompagnamento.

Gli anni passarono e anche Vladimiro invecchiò. Quando morì, ormai consumato dalla vecchiaia, in quella casa piansero tutti.

Lo piansero mio zio, che lo aveva accudito con affetto per tanti anni, lo piansero le mie zie e lo piansero anche le mie cugine. 

Perfino quella stessa cugina che da ragazza si vergognava di lui pianse la sua morte.

Forse è proprio questo il bello dei ricordi: ci fanno capire che spesso vogliamo bene alle persone, e anche agli animali, molto prima di rendercene conto.

Ogni tanto mi torna in mente quella scena: la banda che suona, Vladimiro che raglia felice e mia cugina che si dispera.

Credo che Vladimiro non sapesse nulla di processioni, di bande o di figuracce. Sentiva la musica e rispondeva a modo suo. Forse era il suo modo di dire che anche lui faceva parte di quella piccola comunità.

E a pensarci adesso, mi rendo conto che volevo bene a quel mondo fatto di paesi piccoli, porte sempre aperte, processioni, mercerie, asini e persone semplici.

Un mondo che allora ci sembrava normale, quasi scontato, e che invece oggi riconosco come qualcosa di straordinario.

E voi avete qualche ricordo o una storia dell’infanzia da raccontare?


mercoledì 8 luglio 2026

Hair e il mondo di oggi




Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra. Jim Morrison


Esistono film iconici, destinati a rimanere nel tempo, eppure molti di questi non li avevo ancora visti. Uno era Hair, un film del 1979: ne avevo sentito parlare solo vagamente e conoscevo già molte delle sue canzoni, ma non l'avevo mai guardato. Ho colmato questa lacuna all'inizio di luglio, dopo che il mio compagno me ne aveva parlato come di uno dei suoi film preferiti e aver scoperto che era disponibile su Prime.

Che dire? Mi ha conquistata. Appena finito, sono andata a cercare la traduzione dei testi delle canzoni e mi sono messa a studiare la storia della guerra del Vietnam per comprenderne meglio il contesto.

Al di là della storia raccontata nel film – che ho trovato bellissimo, soprattutto per le scene musicali e per lo straordinario finale sulle note di Let the Sunshine In, davanti al Lincoln Memorial – mi è venuta voglia di approfondire la guerra del Vietnam.

Mi ha colpito rendermi conto che si è trattato di un conflitto durato quasi vent'anni, conclusosi con la sconfitta degli Stati Uniti. Più leggevo, più mi veniva spontaneo fare dei parallelismi con la realtà di oggi: cambiano i contesti e gli attori, ma certe dinamiche sembrano ripetersi.

E mi sono chiesta come sia possibile che una guerra così lunga e così distante nel tempo riesca ancora a parlare così chiaramente a chi la osserva oggi. Alcune immagini, alcuni temi — la protesta, la disillusione, il bisogno di libertà — mi sono sembrati sorprendentemente attuali.

Forse è questo il potere del cinema: non si limita a raccontare una storia, ma apre domande che restano addosso anche dopo i titoli di coda.


Riporto la trama (attenzione spoiler) 

Hair è un dramma musicale del 1979 diretto da Miloš Forman, tratto dall'omonimo musical di Broadway creato da Gerome Ragni e James Rado. Pur ispirandosi all'opera teatrale, il film se ne discosta sia nello sviluppo della trama sia nell'ordine dei numeri musicali.

Il protagonista è Claude, un giovane dell'Oklahoma chiamato a combattere nella guerra del Vietnam. Giunto a New York pochi giorni prima della partenza, incontra a Central Park un gruppo di hippie formato da Berger, Jeannie, Hud e Woof. Affascinato fin dal primo incontro da Sheila, una ragazza dell'alta borghesia, viene aiutato dai nuovi amici a conquistarla.

Grazie a Berger, Claude scopre un mondo fatto di libertà, anticonformismo e contestazione, vivendo esperienze che mettono in discussione tutto ciò in cui aveva sempre creduto. Tra amicizie profonde, momenti di spensieratezza e sequenze oniriche, arriva però il momento di raggiungere il campo di addestramento.

Decisi a regalargli un ultimo incontro con Sheila, gli amici si recano alla base militare. Berger prende temporaneamente il posto di Claude, ma proprio in quel momento scatta la partenza improvvisa dei soldati destinati al Vietnam. Costretto a salire sull'aereo, il giovane pacifista si ritrova a combattere una guerra che ha sempre rifiutato, mentre Claude ottiene involontariamente la libertà. Berger diventerà così una delle innumerevoli vittime del conflitto.

La guerra in breve 

La guerra del Vietnam (1955-1975) fu un conflitto tra il Vietnam del Nord (comunista), sostenuto da Unione Sovietica e Cina, e il Vietnam del Sud, appoggiato dagli Stati Uniti.

Gli USA intervennero principalmente perché volevano impedire l'espansione del comunismo in Asia, seguendo la teoria del domino: temevano che, se il Vietnam fosse diventato comunista, anche altri Paesi vicini lo sarebbero diventati.

Nonostante il grande impiego di uomini e mezzi, gli Stati Uniti si ritirarono nel 1973 e nel 1975 il Vietnam del Nord conquistò il Sud, unificando il Paese sotto un governo comunista.

Gli Stati Uniti ebbero circa: 58.220 militari morti e oltre 150.000 feriti. Migliaia di reduci riportarono traumi fisici e psicologici, come il disturbo da stress post-traumatico.

La guerra causò complessivamente milioni di vittime vietnamite (civili e militari), rendendola uno dei conflitti più devastanti del XX secolo.


A pensarci bene, il mio interesse per la guerra del Vietnam era stato stuzzicato circa un mese fa, quando ho letto Io sono Dio di Giorgio Faletti.

Il romanzo, un thriller ambientato a New York, ruota attorno a una serie di attentati compiuti con il napalm da un misterioso killer che si autoproclama "Dio". Nel corso dell'indagine, condotta dalla detective Vivien Light e dal fotoreporter Russell Wade, emerge un legame profondo tra l'attentatore, la guerra del Vietnam e alcuni oscuri segreti militari e politici.
Forse è stata proprio la combinazione tra questo romanzo e Hair a spingermi ad approfondire un capitolo di storia che conoscevo solo superficialmente.

E, prima di salutarvi, vi lascio con il link Youtube dell'ultima scena del film, con la bellissima canzone che è anche un messaggio di speranza Let the sunshine In 




 E voi avete visto questo film?


Fonti immagini: Pixabay