sabato 7 marzo 2026

La vita che volevo

Per ogni cosa che valga la pena di avere nella vita, vale la pena che si lavori per ottenerla. Andrew Carnegie 



Qualche tempo fa, commentando un post di Ariano Geta, ho scritto:

“Che vita voglio vivere? Bella domanda. Dopo le superiori, però, spesso non si ha un’idea chiara: si segue l’istinto. E, di solito, l’istinto non sbaglia. Ricordo quando decisi di fare l’università a Bologna, con l’idea di trovare anche un lavoro, perché volevo essere indipendente… Potrei scriverci un post intero.”

Riflettendo, mi chiedo oggi se avessi davvero chiaro il mio obiettivo di vita. In realtà, molte scelte nascono dall’istinto, senza pensarci troppo. Ma lasciare la Puglia per Bologna fu una decisione ben precisa.

Vivere in un piccolo paese della provincia di Foggia mi stava stretto. Da bambina, mi sembrava un luogo limitato, senza grandi eventi, un posto noioso dove non succedeva mai niente. Con il tempo ho capito che era una visione riduttiva: anche nei posti più tranquilli accadono storie, dettagli, eventi – e io me ne sono nutrita per i miei gialli. Però c’era qualcosa di vero nella mia sensazione: se volevo cambiare vita, dovevo andare via.

Da bambina ero curiosa e intelligente; crescendo, sono diventata un po’ ribelle, insofferente alle regole. Non tutte le regole, solo quelle che mi sembravano assurde. Per esempio, diventare indipendente come donna, in un paese di circa 16.000 abitanti, era complicato. Le donne si sposavano e facevano le casalinghe, o si accontentavano di lavori precari, spesso in nero, che abbandonavano quando si sposavano e diventavano dipendenti dal marito. Oppure lavoravano nell’attività del coniuge. L’idea di dipendere da un uomo non mi piaceva: la rifiutavo, anche se a volte confusamente. Con gli anni, quella convinzione è diventata sempre più solida.

E così, tra curiosità, ribellione e desiderio di libertà, ho capito che la mia vita la potevo costruire solo scegliendo di andare altrove.

Perché scelsi Bologna? Anche questa decisione nacque da considerazioni pratiche, ma non solo. Bologna mi attirava per molti motivi.

Prima di tutto, adoravo Francesco Guccini e altri cantautori bolognesi: Lucio Dalla, Luca Carboni, e artisti meno noti come Claudio Lolli. L’idea di vivere nella loro città mi affascinava, come se Bologna avesse già una colonna sonora capace di parlarmi.

Per un breve periodo, sull’onda di una cotta travolgente per Alberto Fortis, avevo pensato anche a Milano. Ma poi la realtà prese il sopravvento. Informandomi sull’assistenza agli studenti fuori sede, scoprii che Bologna offriva un sistema eccellente: se riuscivi ad accedere alla borsa di studio avevi tutto, un posto nella casa dello studente e un assegno mensile di mantenimento. Non era una grande cifra, ma a me bastava. Stringendo la cinghia, riuscivo a vivere con dignità e autonomia, senza chiedere soldi ai miei.

Seguendo anche i consigli di un paio di amiche già iscritte all’Università di Bologna, decisi di iscrivermi anch’io.

Col senno di poi, mi rendo conto che quella scelta fu una soglia: l’ingresso vero nella vita adulta. Bologna offriva molto anche dal punto di vista lavorativo e, dopo la laurea, trovai quasi subito un impiego. Nel frattempo, avevo incontrato anche un amore bolognese. Così, senza accorgermene, mi ero costruita una nuova casa.

Insomma, una volta arrivata qui, non sono più riuscita a ripartire. Quella che doveva essere una tappa è diventata una radice.

Il bivio del destino

Occorre però che vi racconti un piccolo episodio, capace di spiegare come si possa arrivare a compiere certe scelte decisive. Accadde alla fine della terza media e fu determinante per la decisione di continuare a studiare, cosa che allora non era affatto scontata per me.

Esistono incontri che ti cambiano la vita, in meglio o in peggio. A volte i genitori non riescono a motivarti né a indicarti una strada. Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo come un cagnolino. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è pienamente ricambiato.

C’è un episodio della mia vita che ancora oggi considero un punto di svolta. Accadde alla fine della terza media, quando mi trovai davanti a una scelta che allora non sembrava importante, ma che avrebbe deciso molto del mio futuro: continuare a studiare oppure no.

A quell’età esistono incontri che possono cambiarti la vita. E a volte sono proprio le persone più insospettabili a farlo. I genitori, pur amandoti, non sempre riescono a indicarti una strada.

Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo ovunque, come un’ombra. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è ricambiato allo stesso modo. Lei non amava studiare e decise che, finita la terza media, sarebbe andata a lavorare.

Io pensai che avrei fatto lo stesso. In fondo era quello che mi veniva ripetuto in casa.

Mia madre, donna dolce ma prigioniera di idee antiche, mi diceva come una cantilena che le donne non dovevano studiare, che io, essendo la più piccola, dovevo diventare il “bastone della sua vecchiaia”.

La amavo moltissimo, ma quelle parole pesavano come macigni.

E poi c’era la frase che concludeva sempre ogni discorso:“Anche se studi, il lavoro non lo trovi, se non hai le conoscenze giuste”.

Le mie sorelle rimasero ai margini di quella decisione. Erano adolescenti distratte, ignare che il mio futuro avrebbe toccato anche il loro.

Un pomeriggio, mentre tornavo a casa, incontrai per strada mio prozio, il fratello minore di mia nonna. Era così giovane che mio padre aveva solo sette anni più di lui. Era un uomo che si era costruito da solo, con una ditta di costruzioni e una vita solida alle spalle.

Mi salutò con affetto e mi chiese:

«A quale scuola superiore ti iscriverai?»

Io risposi senza pensarci, ripetendo le parole di mia madre:

«Non continuerò a studiare. Tanto non troverò lavoro lo stesso».

Lui mi guardò come se avessi detto qualcosa di incomprensibile.

«Ma come? Una brava come te!» esclamò. Sapeva che a scuola avevo quasi sempre il massimo dei voti.

Poi iniziò a parlarmi dello studio come di una porta aperta sul futuro. Mi disse che non dovevo rinunciare, che il sapere era una ricchezza che nessuno mi avrebbe mai potuto togliere.

Mi consigliò di iscrivermi a un istituto tecnico: così avrei avuto un diploma, una possibilità concreta di lavorare, e, se avessi voluto, anche di continuare con l’università.

Quell’incontro durò pochi minuti. Ma cambiò la direzione della mia vita.

Quel giorno capii che volevo continuare a studiare e intraprendere una mia strada.  Dentro di me qualcosa si era mosso. Una piccola ribellione silenziosa. Capivo che studiare non significava solo andare a scuola: significava scegliere me stessa.

Non so se mio prozio si rese conto di ciò che aveva fatto. Forse per lui fu solo una conversazione qualunque. Per me fu una porta che si aprì.

E ogni volta che ripenso a quel pomeriggio, rivedo quella strada, il sole che calava e una ragazza che, senza saperlo, stava iniziando a camminare verso la propria libertà.

Alcune riflessioni

Per me era fondamentale diventare indipendente. Non è stato immediato. Quando ho iniziato a lavorare, guadagnavo uno stipendio, ma dovevo affrontare un affitto alto (oggi lo è ancora di più) e tutte le spese: bollette, cibo, vita quotidiana. Spesso arrivavo a fine mese con fatica.

Paradossalmente avevo meno pensieri quando studiavo, anche se stringevo la cinghia ancora di più. A volte mi chiedevo se sarei davvero riuscita a diventare autonoma. E spesso pensavo di tornare in Puglia. Ma l’amore, in quel momento, era qui a trattenermi.

Vivendo lontano da casa ho scoperto di essere più determinata e resistente di quanto credessi. Ho resistito finché non ho trovato una casa in affitto decente, dopo aver cambiato abitazione una decina di volte: infatti conosco quasi tutti i quartieri di Bologna.

Nel frattempo mi sono sposata, e poi il matrimonio è finito. Ho cambiato amore, ho cambiato lavoro, e poi tante altre cose.

In fondo, le scelte fatte per istinto si sono rivelate giuste. Oggi sono una persona indipendente, più consapevole, tutto sommato serena. Non ho rimpianti veri: ho solo strade percorse.

Cosa direi oggi alla ragazza che partiva dalla Puglia

Le direi di non avere paura della fatica.

Che si sentirà sola, qualche volta, e che penserà di aver sbagliato strada. Ma le direi anche che diventerà più forte di quanto immagini.

Che l’indipendenza non sarà un punto d’arrivo, ma un processo lungo, fatto di traslochi, amori sbagliati, lavori precari e piccole conquiste.

Le direi: vai. Parti. Fidati del tuo istinto.

Perché anche se non tutto andrà come speravi, diventerai esattamente la persona che avevi bisogno di diventare.

La vita che vorrai non sarà quella che immagini adesso. Non sarà lineare, né facile, né perfetta. Sarà fatta di stanze cambiate spesso e di valigie rifatte troppe volte, di amori che finiscono e di altri che arrivano quando non te li aspetti, di paure, di conti che non tornano, di giorni in cui penserai di aver sbagliato tutto.

E ogni volta che avrai paura di non farcela, ricordati perché sei partita: per essere libera, per non dipendere da nessuno, per scegliere da sola chi essere.

Ma dentro quella vita ci sarai sempre tu: la tua fame di libertà, la tua testardaggine, il tuo desiderio di non dipendere da nessuno.

Conclusioni

Non voglio dilungarmi oltre ma, ritornando al titolo del post: ho avuto la vita che volevo?

Se devo essere sincera, sì e no. L’indipendenza è l’unico desiderio che ho realizzato davvero, gli altri desideri si sono persi un po’ per strada, alcuni si sono arenati nonostante abbia speso impegno, dolori ed energie, altri sono arrivati a un compromesso (a volte è necessario arrendersi per non soccombere) altri sono stati accantonati, ma non sto a farvi l’elenco dettagliato, non avrebbe senso, però la mia è stata una vita consapevole, sono stata io la regista e non altri e questo non è poco.


E voi cosa ne pensate? avete la vita che avevate immaginato? 


Fonti immagini: Pixabay 


sabato 21 febbraio 2026

Parlami di Giulia Mancini scrittrice

 



L'idea di questo articolo è nata da quello di Sandra Faé che nel suo post parla proprio di questo, scrivendo nella barra di ricerca di Google “Parlami di Giulia Mancini scrittrice”, con modalità AI Mode ecco cosa compare: 


Giulia Mancini è una scrittrice italiana contemporanea nota principalmente per le sue opere che spaziano tra il genere thriller, il giallo e il romance. 

Profilo e Opere Principali

La sua produzione letteraria è caratterizzata da una varietà di generi, spesso focalizzata su ambientazioni italiane e trame coinvolgenti. Tra i suoi titoli più conosciuti si trovano:

L'amore che ci manca: Considerato il suo romanzo più popolare, è una storia che esplora le mancanze affettive e le relazioni.

Fine dell'estate: Un romanzo d'amore che ha segnato una delle sue prime pubblicazioni significative.

Le indagini del commissario Saverio Sorace: Una serie di gialli che segue le vicende di un commissario, confermando la sua predilezione per la suspense. 

Caratteristiche della Scrittura

Ambientazione: Mancini sostiene l'importanza di ambientare le storie in Italia, valorizzando le città e i contesti locali invece di ricorrere a scenari esotici o stranieri.

Metodo: Si definisce una scrittrice che riesce a conciliare la passione per la letteratura con il suo lavoro principale da impiegata, scrivendo sin da bambina.

Versatilità: Ha dimostrato di sapersi muovere agilmente tra il thriller psicologico e il romanzo sentimentale.

Intervista blog Marco Freccero

Intervista blog Anima di carta

Intervista blog Stefania Romito

È possibile consultare la sua bibliografia completa e le ultime novità sui principali store online come Amazon  o Mondadori store 

Nota Bene: Esistono diverse figure pubbliche omonime, tra cui una consulente di comunicazione istituzionale legata al CNEL e al precedente Governo Draghi, che non va confusa con la scrittrice di fiction. 

La nota è importante perché se digito semplicemente Giulia Mancini compare questo:

Esistono diverse figure di rilievo con il nome Giulia Mancini. La più nota nel mondo dello sport è la pallavolista italiana, ma il nome è associato anche a professioniste nel campo della comunicazione istituzionale, della psicologia e della letteratura. 
Giulia Mancini (Pallavolista) classe 1998 

Altre figure rilevanti
Comunicazione Istituzionale: Una Giulia Mancini è stata responsabile della comunicazione digitale per il Ministro della Pubblica Amministrazione (Governo Draghi) ed è attualmente consigliere per la comunicazione del CNEL.

Scrittrice: Autrice di romanzi, tra cui il thriller "Fine dell'estate", nota per ambientare le sue storie in contesti italiani come Bologna.

Psicologa: La Dott.ssa Giulia Mancini è una psicologa sanitaria e psicoterapeuta specializzata in ambito sistemico-relazionale.
Basket: Esiste anche una giovane cestista, Giulia Mancini (classe 2007), che gioca come guardia per la MEP Pellegrini Alpo. 

E qui salta agli occhi l'errore, Fine dell'estate non è un thriller ma un romanzo d'amore e soprattutto di formazione, ma va bene così, sono comunque nella lista. Molto interessante anche il link ad alcune interviste fatte alcuni anni fa con alcuni blogger noti. Come concludere? niente di più, è stato un esperimento molto interessante. 


Fonti immagini: Paxabay

mercoledì 11 febbraio 2026

Il vestito nuovo dell’imperatore

In un'epoca di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell

 


La prima favola della mia vita non è stata Biancaneve né Cenerentola. No, nessuna di quelle favole da bambine (forse è per questo che sono diventata una ribelle?).

È stata Il vestito nuovo dell’imperatore di Hans Christian Andersen. 

Avevo quattro, forse cinque anni. Di certo non andavo ancora a scuola e non sapevo leggere. Nelle edicole del mio paese vendevano delle favolette illustrate, di forma quadrata: nella pagina di sinistra c’era il disegno di una scena, in quella di destra la sua descrizione, quattro o cinque righe appena.

Mia madre me ne comprò una, probabilmente per sfinimento. Io non sapevo leggere, ma ero irrimediabilmente attratta dalla copertina illustrata e la volevo a tutti i costi. Costavano poco, così lei cedette.

Poi costrinsi le mie sorelle più grandi a leggermela. Una volta, due volte, tre volte, infinite volte, finché la imparai a memoria.

Guardavo la pagina a sinistra e declamavo ciò che stava scritto nella pagina a destra.

Qualcuno pensò che a quattro anni sapessi già leggere e gridava al prodigio. Mia madre sorrideva e spiegava che no, la sapevo semplicemente a memoria. Anche quella, in fondo, era una dote: la mia memoria visiva.

Ancora oggi non so perché capitò proprio quella favola. Ma era una storia emblematica.

Ve la riporto di seguito in forma di riassunto.

Un imperatore era ossessionato dai vestiti eleganti e spendeva tutti i suoi soldi per averne sempre di nuovi, trascurando il suo regno. Un giorno arrivarono due imbroglioni che si finsero tessitori e dissero di saper creare una stoffa speciale: invisibile per chi era stupido o non degno della propria carica.

L’imperatore, incuriosito, li fece lavorare per lui. In realtà i due non tessevano nulla, ma tutti fingevano di vedere la stoffa per paura di sembrare stupidi o incapaci. Anche l’imperatore, pur non vedendo niente, finse di ammirare i vestiti.

Durante una grande sfilata, l’imperatore uscì indossando i “nuovi abiti” che in realtà non esistevano. Tutti lo lodavano, finché un bambino disse la verità: “Non ha niente addosso!”. La gente capì che era vero e iniziò a ripeterlo. L’imperatore, pur vergognandosi, continuò la sfilata fingendo sicurezza.

Morale: la paura di dire la verità e il desiderio di conformarsi agli altri possono far credere a una bugia evidente; solo l’innocenza e il coraggio (come quello del bambino) svelano la verità. 

da qui deriva l'espressione "il re è nudo" infatti nella favola per paura di sembrare stupidi o inetti, il re, i cortigiani e il popolo fingono di vedere il meraviglioso vestito, finché un bambino, non condizionato dal conformismo, grida la verità: "Ma il re è nudo!".

Questa frase è usata metaforicamente per denunciare verità evidenti che nessuno ha il coraggio di ammettere per conformismo, paura o ipocrisia, smascherando l'arroganza del potere.

Questa favola ha camminato con me per tutta la vita. Non l’ho mai dimenticata: è rimasta impressa nella mia memoria come un segno profondo. Ogni tanto tornava a farsi sentire nei miei pensieri, e rivedevo quello sciocco imperatore che si lasciava ingannare e non riusciva ad ammettere il proprio errore nemmeno davanti all’evidenza. E insieme a lui rivedevo chi gli stava intorno, incapace di parlare per paura, pronto ad applaudire una sfilata vuota, fingendo di vedere un vestito che non esisteva.

In questi giorni questa fiaba continua a riaffiorare, riporta con sé i ricordi della mia infanzia e, senza che io lo voglia, si intreccia con ciò che sto osservando nel presente. Guardando l’Italia e il mondo, ho la sensazione che molti stiano scegliendo di non vedere, di negare una verità che è sotto gli occhi di tutti: una società che sembra smarrire la propria direzione.

Forse quella favola finì tra le mie mani per caso: le più ambite costavano di più o erano già tutte esaurite, e io, che volevo a ogni costo una favola illustrata, mi accontentai. Chissà, forse il destino aveva già deciso per me.
Oggi so che non era una favola qualunque. Era una lezione gentile ma potente. E, a distanza di anni, sono grata a quella coincidenza che allora sembrava solo una rinuncia e che invece si è rivelata un dono.

In fondo è questa la funzione delle favole: dire la verità ai bambini, perché imparino a guardare il mondo senza maschere e ad avere il coraggio di riconoscere ciò che gli altri preferiscono ignorare.


Fonti immagini: pixabay 

giovedì 29 gennaio 2026

Piccoli attimi di silenzio



I momenti di pace sono pause preziose per l’anima. Madre Teresa di Calcutta 

Ogni mattina mi ritaglio un tempo solo mio, fatto di letture lente e parole scritte sul blog.

Il mondo, a quell’ora, dorme ancora: tace, non chiede nulla, e mi concede spazio per pensare. Sono frammenti di silenzio che mi attraversano e mi rimettono al mondo. Il mondo è ancora addormentato e, finché dorme, non mi invade. Posso pensare senza rumore.

Sono piccoli attimi di quiete che mi rigenerano. Mi aiutano a rimettere ordine dentro, prima che la giornata cominci davvero.

Nel silenzio posso ascoltarmi meglio, senza dover rispondere a nulla. Quando il giorno comincia davvero, io sono già un passo avanti: più centrata, più presente. Quel silenzio del mattino è una promessa che faccio a me stessa, ogni giorno. 

Ognuno può scegliere il proprio momento, per me è la fascia oraria tra le sei e le sette del mattino, la prima mezz’ora è proprio solo mia, prendo il caffè con calma, leggo una rivista, scrivo sul tablet, controllo la posta personale, soprattutto penso con calma. Se ho un dubbio o un problema da risolvere spesso è in quella mezz’ora che trovo la soluzione o, semplicemente, faccio chiarezza a me stessa. Dalle sei e trenta in poi mi preparo per andare al lavoro, ma è ancora un tempo in cui organizzo mentalmente il resto del giorno e quello che dovrei fare. 

È un tempo breve, ma prezioso che mi rigenera e mi accompagna nel resto della giornata. È come se, prima di affrontare il fuori, avessi bisogno di sistemare il dentro.

Non è sempre facile ritagliarsi questo spazio. La tentazione di rimandare, di riempire subito il tempo, è forte. Eppure ho imparato che quando rinuncio a questo momento, qualcosa nella giornata resta in sospeso, come se mancasse un punto di partenza.
Ho anche pensato di sfruttare questo momento per scrivere, ma è uno spazio così breve che difficilmente riuscirei a portare a termine qualcosa di davvero concreto. Tuttavia è un tempo che, a suo modo, mi serve anche per la scrittura.
Talvolta ho preso appunti su un foglio di carta per fissare un’idea, per prendere nota di qualche spunto per la trama che, magari, stavo scrivendo. Mi è capitato spesso di salvare un pensiero prima che volasse via dalla mente travolto dal vortice del lavoro e di tornarci poi verso sera ritrovandolo su quel pezzo di carta. 
Questi momenti mi servono spesso per scrivere sul blog, fissando pensieri e idee sul mio Ipad per poi completarli in un momento successivo quando ho più tempo.

Avevo già trattato questo argomento, anche se in forma lievemente diversa, in un post del 2022 parlando de la mia routine mattutina

In fondo la scrittura non è solo un insieme di parole messe in fila. È un modo per dare forma ai pensieri, per fermare il caos della mente e trasformarlo in qualcosa di comprensibile.

Scrivere significa scegliere: cosa dire, cosa tacere, come dirlo. In un mondo che corre veloce, la scrittura è uno spazio lento. Un luogo dove possiamo ascoltarci davvero. Che sia su un quaderno, su uno schermo o in un messaggio, scrivere resta uno dei modi più umani per esistere, una specie di casa interiore che ci salva un po’ ogni giorno.

Così, ogni mattina, tra le sei e le sette, nel silenzio, nel caffè caldo, nelle parole appena accennate mi godo il mio semplice rito, il mio modo di ricordarmi chi sono, prima che il mondo cominci a chiedermi altro. Forse è proprio questo il senso di quei minuti rubati all’alba: non produrre e non correre, ma solo un momento di riflessione.

Questo è il mio tempo lento, la mia piccola tregua quotidiana.

E tu, hai un momento della giornata che tieni solo per te, in cui il silenzio ti aiuta a rimettere ordine dentro?


Fonti immagini: Pixabay 


mercoledì 14 gennaio 2026

Tre parole per il 2026 tra buoni propositi e illusioni

 

Il tempo è una dimensione dell'anima. Sant'Agostino.

Rovistando nel mio blog, che come sempre è piuttosto disordinato, mi sono accorta che l’ultima volta in cui avevo scelto tre parole da seguire come un faro era il 2023. Poi ho smesso. Eppure, ogni inizio d’anno, puntuale, torna quella voglia: fermarmi un attimo e cercare alcune parole che possano accompagnarmi, dare un senso al nuovo anno.

Rileggendo, ho scoperto anche di aver ripetuto alcune parole. Forse vuol dire che certi miei bisogni tornano ciclicamente: perché sono obiettivi mai davvero raggiunti, o perché, più semplicemente, mi sono dimenticata delle parole scelte negli anni precedenti. La dimenticanza è una buona candidata. Nel frattempo il 2026 è già partito in quarta, e io sono ancora qui a chiedermi in che direzione andare.

Leggo molti blogger che condividono con entusiasmo le loro parole guida e così provo a fare lo stesso, senza troppe pretese: pensare a parole che possano servirmi davvero, da tenere lì come un faro, anche quando perdo l’orientamento. Venerdì, preparando per lavoro una relazione sulle attività svolte nell’anno, mi sono resa conto di quanto il tempo sfugga: alcune cose fatte a inizio anno mi sembravano così lontane da pensare appartenessero all’anno precedente. Un anno è lungo, e spesso, senza accorgercene, ci perdiamo dei pezzi di vita.

Allora mi chiedo se abbia davvero senso scegliere delle parole da seguire. Forse sì, se servono a non perdermi di vista. Ma sento anche il bisogno che siano parole che dipendano da me, perché troppo spesso ciò che desideriamo resta appeso a qualcosa che non controlliamo.

Per questo provo a fare un piccolo riepilogo degli anni passati: per capire meglio quali parole scegliere adesso e, soprattutto, per non ripetermi (o almeno provarci).

anno 2016 tre parole per il 2016 determinazione, costanza e gioia 

anno 2017 tre parole per il 2017 leggerezza, cambiamento e libertà

anno 2018 e anno 2019 nessuna parola 

anno 2020 tre parole per il 2020 costanza, equilibrio e gentilezza 

anno 2021 e 2022 nessuna parola 

anno 2023 tre parole per il 2023 ordine, cura e movimento 

anno 2024 e 2025 nessuna parola

Riflettendo sulle parole che vorrei portare con me nel 2026, me ne sono venute in mente diverse. Alcune, però, erano delle ripetizioni: cura, leggerezza. Me ne sono accorta rileggendo il riepilogo degli anni passati e ho capito che, se tornano, è perché certi bisogni continuano a farsi sentire. Ma proprio per questo ho deciso di lasciarle andare, almeno per ora, e di provare a guardare più a fondo.

Così ho cercato altre parole, concentrandomi soprattutto su ciò che sto desiderando davvero: l’esigenza interiore che sento più forte in questo momento.

La prima parola è Essenziale.

È un concetto che sento molto vicino al minimalismo che sto cercando di praticare negli ultimi anni, ma non solo in senso materiale. Essenziale, per me, significa scegliere.

Scegliere il lavoro, senza permettergli di occupare tutto.

Proteggere il tempo libero, senza sentirmi in colpa.

Significa tenere vicino ciò — e chi — mi nutre davvero, e lasciare andare il superfluo con rispetto, ma senza rimorsi.

È una parola gentile, ma ferma.

Per rendere l'essenziale qualcosa di concreto e vivibile, è importante sapere cosa conta davvero. Dire no a ciò che confonde, occupa, drena energia.

La seconda è Gratitudine.

Allenare lo sguardo su ciò che c’è, non solo su ciò che manca. In un mondo che spesso sento tremendo, scelgo di essere grata per le cose buone che ho, per le persone care che mi stanno accanto e anche per come sono, con i miei limiti e le mie risorse.

La terza è Allineamento.

Vivere in modo coerente tra ciò che sento, penso e faccio. Qui so che c’è del lavoro da fare: è un’esigenza che sento forte, ma spesso mi lascio trascinare dalle richieste degli altri, da persone che assorbono energia o trasmettono negatività. Forse è il momento di definire meglio i confini, perché l’equilibrio nasce anche dall’imparare a dire sì e no con la stessa serenità.

Ho pensato anche a una frase-mantra, qualcosa di semplice da ricordare e da tornare a leggere nei momenti di confusione:

Scelgo ciò che è essenziale per me.

Meno cose, ma più senso.

Faccio spazio a ciò che conta, lasciando andare ciò che pesa.

Infine, mentre cercavo le parole del 2026 ho trovato in un libro che sto leggendo la seguente considerazione sul tempo secondo Sant'Agostino (il romanzo è Se tu non ridi più di Barbara Perna

"Secondo Sant'Agostino il tempo è una dimensione dell'anima. Il tempo si dilata quando hai qualcosa che ti appassiona e ti rende felice. Basta sceglierlo con saggezza come impiegarlo il proprio tempo. Liberarsi delle scorie, eliminare le cose inutili."

Vi lascio quindi con questo piccolo estratto in cui mi riconosco molto e che mi sembra proprio in linea con le mie parole e con il senso di questo post.

Voi cosa ne pensate? 

Fonti immagini: heart by Pixabay