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| è meglio prendere decisioni imperfette che essere alla continua ricerca di decisioni perfette che non si troveranno mai. (Charles de Gaulle) |
È la celebre frase di Rossella O’Hara in Via col vento, pronunciata nell'indimenticabile finale del film. Una frase che, a pensarci bene, contiene una saggezza forse più profonda di quanto immaginiamo: non tutto deve essere risolto subito. A volte, rimandare è il modo migliore per ritrovare la lucidità.
Mi capita spesso di arrivare a sera così affaticata che persino la più piccola decisione diventa un peso enorme. Cosa mangiare? Quale programma guardare? A volte mi accorgo di essere talmente stanca da non avere nemmeno la voglia di cambiare canale. E poi mi arriva a tradimento quel piccolo dubbio, quel tarlo su un problema lavorativo o personale, la mia mente stanca vacilla. E così mi dico: ci penserò domani!
È come se, dopo una giornata intera trascorsa a pensare, valutare, scegliere e risolvere problemi, la mia mente non avesse più risorse da spendere. Anche decidere che cosa fare nel tempo libero diventa una fatica.
Me ne accorgo soprattutto nel tardo pomeriggio, durante le giornate di lavoro più impegnative, quando alcuni colleghi mi rivolgono domande apparentemente semplici. Sono situazioni che possono irritarmi parecchio. Per esempio, dopo aver discusso una pratica per due ore al mattino ed essere già arrivati a una conclusione, ecco che nel pomeriggio qualcuno torna alla carica: «Allora, mando avanti questa pratica?». Oppure: «Che faccio, metto in firma questo documento?».
Domande alle quali ho già risposto, talvolta più di una volta. Eppure, sembra che la decisione debba essere nuovamente confermata, come se la responsabilità di scegliere non potesse essere assunta fino in fondo da chi mi sta interpellando.
In quei momenti ho la sensazione che mi venga chiesto non tanto un parere, quanto una rassicurazione. È come se una parte del peso della decisione, anche quando si tratta di qualcosa di irrilevante, venisse trasferita sulle mie spalle.
E quando le energie sono ormai al limite, anche questa piccola richiesta può diventare insopportabile.
Così, a volte, rispondo semplicemente: «Pensiamoci domani, a mente fresca. Se non l'abbiamo fatto fino a questo momento, non cambierà nulla se ce ne occupiamo il giorno dopo».
E, nella maggior parte dei casi, è proprio così. Il mondo non si ferma, le cose non precipitano e quella decisione che la sera sembrava urgente torna ad avere, il mattino seguente, le sue dimensioni reali.
Una volta non capivo perché queste situazioni mi dessero tanto fastidio. In fondo, mi dicevo, era soltanto una domanda. Poi ho cominciato a chiedermi se, dietro la mia irritazione, non ci fosse qualcosa di più.
La risposta è arrivata quest'estate, quasi per caso, leggendo una rivista sotto l'ombrellone. Mi sono imbattuta nell'articolo di una psicoterapeuta che descriveva una condizione nella quale mi sono riconosciuta immediatamente: l'affaticamento decisionale, conosciuto anche con il termine decision fatigue.
È la sensazione che si manifesta quando siamo chiamati a prendere decisioni in continuazione e, a un certo punto, ci sembra di non avere più la lucidità, la pazienza o l'energia necessarie per valutarle. Ogni giornata ci chiede di scegliere, confrontare alternative, prevedere conseguenze, risolvere imprevisti e assumerci responsabilità. Alcune decisioni sono importanti, altre quasi insignificanti. Ma si accumulano, una dopo l'altra, fino a occupare uno spazio mentale considerevole.
Il problema, quindi, non è necessariamente la difficoltà della singola scelta, ma la quantità di scelte che abbiamo già affrontato prima di arrivare a quel momento.
Secondo l'articolo (e questa cosa mi è rimasta impressa) sembra che a livello biochimico aumenti la produzione di cortisolo delle ghiandole surrenali, l’ormone dello stress che a livelli elevati continui contribuisce alla sensazione di esaurimento mentale
Se il cervello non si ferma mai ed è continuamente sotto pressione può cercare delle strade alternative, prende delle scorciatoie: rimandare una decisione, scegliere impulsivamente per liberarci del problema, evitare di scegliere oppure irritarci anche per richieste che, in altre circostanze, avremmo accolto senza difficoltà.
Non significa necessariamente che siamo diventati meno capaci o meno pazienti. Può significare, più semplicemente, che siamo arrivati al limite delle nostre energie disponibili. E allora anche una domanda banale può diventare la goccia che fa traboccare il vaso.
Questa fatica può riguardare chiunque, ma nella vita contemporanea pesa particolarmente sulle donne, ancora spesso chiamate a ricoprire più ruoli contemporaneamente.
Non si tratta soltanto di lavorare, occuparsi della casa o organizzare la vita familiare. C'è anche tutto ciò che non si vede: ricordare gli appuntamenti, coordinare gli orari, anticipare i bisogni degli altri, mediare i conflitti, tenere insieme gli impegni e preoccuparsi del benessere emotivo delle persone che ci circondano.
È un lavoro mentale continuo, fatto di pianificazione, previsioni e piccole decisioni che raramente vengono riconosciute come tali. E proprio perché spesso rimane invisibile, può diventare difficile accorgersi di quanto spazio occupi e di quanta energia richieda.
Se a questo si aggiungono il perfezionismo, l'ansia di sbagliare e la difficoltà a delegare, il rischio è quello di continuare a farsi carico di tutto, fino a sentirsi esauste.
Che cosa possiamo fare, allora?
Forse il primo passo è smettere di considerare ogni decisione come qualcosa che richiede necessariamente la nostra attenzione immediata.
Possiamo imparare a distinguere ciò che è davvero urgente da ciò che può aspettare, eliminare gli impegni superflui, semplificare le abitudini quotidiane e affidare agli altri una parte delle responsabilità. Possiamo anche stabilire alcune routine che ci evitino di dover scegliere ogni volta da capo, soprattutto per le questioni meno importanti.
E poi c'è una lezione che, almeno per me, resta particolarmente difficile da mettere in pratica: rinunciare alla perfezione.
Non tutto deve essere fatto in modo perfetto. A volte è sufficiente che sia fatto “abbastanza bene”. Non tutte le alternative devono essere soppesate fino all'ultimo dettaglio, non tutte le incertezze devono essere eliminate e non tutte le decisioni devono essere prese immediatamente.
Accettare che qualcosa possa aspettare non significa essere irresponsabili. Imparare a delegare non significa essere meno capaci. E concedersi una pausa non è una debolezza.
È un modo per rispettare i propri limiti e conservare le energie per ciò che conta davvero.
Per questo, quando arrivo a sera e sento che anche la più piccola scelta mi costa una fatica sproporzionata, provo a ricordarmi che non devo necessariamente trovare una risposta a tutto, subito.
Posso fermarmi. Posso lasciare in sospeso una questione. Posso concedermi il tempo di cui ho bisogno.
E posso anche dirmi, senza sensi di colpa: ci penserò domani.
A volte il modo migliore per affrontare un problema non è insistere fino allo sfinimento, ma allontanarsene per un po', lasciando alla mente il tempo di ritrovare chiarezza. In fondo, lo sappiamo: il troppo stroppia. E questo vale anche per le decisioni, soprattutto quando pretendiamo da noi stesse di essere sempre lucide, disponibili e pronte a trovare una risposta per tutti.
Domani, con un po' di riposo in più, molte cose ci appariranno più semplici. E quelle che non lo saranno potranno comunque aspettare il momento giusto per essere affrontato.
Capita anche a voi di sentirvi sopraffatti o affaticati da decisioni di ordinaria importanza? Avete mai provato questa sensazione?
Fonti immagini: Pexels



