domenica 21 febbraio 2021

Troppo tardi


Questo post nasce da un twit del blogger Ariano Geta  in cui affermava che, nonostante il proverbio dica che “non è mai troppo tardi”, talvolta desiderare troppo a lungo qualcosa senza ottenerlo, comporta che, dopo averlo a lungo bramato, si perda del tutto interesse per quell’obiettivo e quando questo, alla fine, si realizza non si provi più nessuna gioia. 

È successo anche a voi? 

A me è capitato di desiderare fortemente qualcosa, di impegnarmi con tutta me stessa per arrivarci e di veder deluse le speranze. Il dolore è stato grande, ma con testardaggine e perseveranza ci ho riprovato, mi sono dannata, inutilmente. 

Poi quando ormai non ci pensavo più quella cosa tanto bramata è arrivata. Eh sì, mi sono accorta che non mi importava più nulla, anzi quel desiderio realizzato tardivamente mi lasciava in bocca un sapore amaro, un senso di frustrazione che mi faceva piangere di rabbia.

Quando ero poco più che adolescente lessi un romanzo di Carlo Cassola, intitolato appunto Troppo tardi, che rendeva bene questo sentimento, ricordo che rimasi molto colpita dalla storia, ma soprattutto dal senso di fragilità ineluttabile che esprimeva, tanto che mi è rimasto ben impresso nella mente nonostante siano passati tanti anni, per chi è curioso lascio il link Troppo tardi di Carlo Cassola

Nella mia vita ho provato spesso la sensazione di arrivare troppo tardi, purtroppo mi sono resa conto che questo ha determinato in me un cambiamento: ho smesso di desiderare, sogno ancora certo, sono consapevole di volere determinate cose e che forse dovrei cercare di ottenerle o almeno provarci, ma poi lascio perdere. Ogni tanto penso che la mia vita si svolga in una specie di limbo, non sono del tutto soddisfatta, ma non ci sto neanche male e quindi perchè dannarsi?

Così tutto resta immobile, poi però ritorna quella sottile inquietudine e mi chiedo: sto facendo abbastanza?  Il timore è quello di lottare, darsi da fare e alla fine restare delusi. Solo che il tempo passa inesorabile e quello che anelavi comincia a scolorire, ci sono cose che possono essere apprezzate solo in certi momenti della vita, se si realizzano dopo, diciamo fuori tempo massimo, non è più la stessa cosa, non si prova più gioia.

Se analizziamo il significato etimologico del verbo “desiderare” vuol dire sentire la mancanza, avere bisogno di qualcosa.

Quello che, tuttavia, è davvero importante è riuscire a focalizzare i nostri desideri reali, non quelli fittizi dettati dalle mode o dagli stimoli altrui. Spesso mi accorgo che molte questioni dipendono più dalle influenze degli altri, familiari, parenti, amici, conoscenti con opinioni moleste, più che da una reale mia esigenza. I desideri indotti sono palliativi che non ci servono quasi a nulla, salvo un breve benessere temporaneo se lo realizziamo, magari anche senza impegnarsi troppo. Per questo ogni tanto cerco di analizzare alcune mie aspirazioni per capire ciò di cui ho realmente bisogno. Mi rendo conto alla fine che i miei desideri concreti si riducono sempre agli stessi. Dopo questa analisi però mi fermo senza davvero il coraggio di tentare di realizzarli. Magari ciò avviene perchè tutto sommato sto bene lo stesso e perchè è vera la seguente frase:

Coloro che reprimono il desiderio, lo fanno perché il loro desiderio è abbastanza debole da essere represso. (William Blake)

Chissa se è davvero così. Se volete dite pure la vostra. 

  

Fonti testi: Wikipedia

Fonti immagini: Pixabay

domenica 14 febbraio 2021

Lavorare stanca



«Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo /mio cugino è un gigante vestito di bianco/ che si muove pacato, abbronzato nel volto,/ taciturno. Tacere è la nostra virtù./ Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo/ - un grand'uomo tra idioti o un povero folle -/ per insegnare ai suoi tanto silenzio[1]»

Il titolo di questo post nasce da un’opera di Cesare Pavese, una raccolta di poesie intitolate appunto “Lavorare stanca” (sopra un estratto della poesia I mari del sud sezione Antenati).
Pavese era uno scrittore di cui mi ero follemente invaghita dopo aver letto il suo diario pubblicato postumo Il mestiere di vivere, un insieme di riflessioni dell'autore sulla vita e sulla morte.
La raccolta di poesie di Cesare Pavese non c'entra molto con il contenuto di questo post, ma il titolo sì. Ogni volta che qualcuno si aspetta di ottenere qualcosa con poco sforzo io esordisco con la frase: eh sì lavorare stanca!

Quando studiavo, ai tempi dell'università, ero una stacanovista, studiavo moltissimo, anche perché dovevo mantenere un certo numero di esami e, se possibile, una certa media, per continuare ad avere diritto alla borsa di studio che mi ero guadagnata al primo anno e che sarebbe, presumibilmente, proseguita fino alla laurea.
I miei compagni di corso erano molto meno resilienti di me in fatto di studio (per la cronaca la parola "resilienza" era meno alla moda di quanto lo sia oggi, ma uso questo termine per rendere meglio il concetto).
Studiavo almeno otto ore al giorno, delle volte arrivavo anche a dieci ore, facevo una pausa di un'ora per andare a mangiare alla mensa universitaria e studiavo in una sala studio per non avere distrazioni. Riuscivo a preparare gli esami in tempi record (molto più celermente di molti miei compagni di corso).
Ero resiliente e molto costante anche perchè non ero affatto un genio, alcuni esami li ho "sudati" più di altri, per esempio matematica, sono stata bocciata alla prova scritta per ben cinque volte prima di approdare all'orale, però non avevo delle buone basi di matematica, per me integrali e derivati erano arabo, non avendoli studiati alle superiori (la matematica generale viene studiata bene al liceo Scientifico e non ha nulla a che fare con la matematica finanziaria che si studia negli Istituti Tecnici e io avevo fatto l'Istituto tecnico).

Ogni tanto qualcuno mi chiedeva come facessi a dare tanti esami in un anno accademico mentre loro riuscivano a darne sempre molto meno. Io ogni anno ero in pari con tutti gli esami.
 
La mia risposta era:
esiste un metodo infallibile, bastava solo incollarsi alla sedia davanti un libro e studiare, studiare e, ancora,  studiare.
Certo con matematica non era bastato, ero dovuta andare a ripetizioni da un professore che insegnava in un liceo scientifico per farmi le basi (anche perché il mio professore universitario di matematica spiegava davvero molto male, c'è poco da fare c'è chi è portato per l'insegnamento e chi no, la matematica la spiegava molto meglio il mio professore di Economia politica, il prof citato nel post qui )
Poi però, mi ero incollata alla sedia a studiare matematica per poter superare finalmente lo scritto.

Per riuscire nella vita bisogna perseverare e sudare tanto, niente arriva gratis.

Anche coloro che sembra facciano tutto facilmente, non lasciatevi ingannare, se arrivano a un obiettivo è perché prima hanno lavorato tanto, ma tanto tanto. 
Sì, vabbè ci sono anche i raccomandati, i ricchi ereditieri, i figli di papà, quelli che hanno avuto la strada spianata ecc ecc
È possibile, però se vuoi fare qualcosa di buono, se vuoi realizzare qualcosa serve lavorare duramente.

Spaccarsi la schiena è fondamentale per costruire qualcosa, oppure se non vuoi spaccarti la schiena puoi anche frodare il prossimo, anche questa é una strada ma è anche un'altra cosa...

Poi non è detto che lavorare duro sia sufficiente, un pizzico di fortuna serve sempre, essere al posto giusto al momento giusto, trovare sulla propria strada non dico un buon samaritano, ma almeno una persona corretta che non ti metta i piedi in testa, non soccombere nella giungla del mondo lavorativo.
 
Cosa stavo dicendo? Mi sono un po' persa. In realtà volevo parlare della scrittura, fare una specie di parallelismo tra studio e scrittura. In entrambi i casi bisogna impegnarsi e perseverare, perché altrimenti si perde la strada e, aggiungo, anche la voglia di farlo.
Negli ultimi mesi ho arrancato parecchio, nelle giornate libere dal lavoro poltrivo a letto fino a tardi, leggevo libri, vagavo sui social, mi concedevo cazzeggi e scambi di idee su WhatzApp con amici vari e infine accendevo il pc e provavo a scrivere. 
Ovviamente dopo aver disperso le mie energie in altre amene e inutili attività non avevo in testa più nulla, la mia creatività scendeva al livello più basso, più o meno sottoterra, e dopo un'ora e tre righe stringate scritte mi arrendevo.
Poi ho deciso di svegliarmi presto e dedicarmi a scrivere come prima cosa e cazzeggiare dopo, qualora me ne fosse restato il tempo.
È andata meglio, decisamente meglio, con fatica, ma più soddisfazione.
Negli ultimi due fine settimana mi sono svegliata alle sei del mattino e ha scritto per l'intera mattinata, sabato e domenica. Poi avendo dato una piccola svolta alla storia che sto scrivendo ci ho dedicato anche un paio di sere nel corso della settimana.
Insomma non possiamo salvare capra e cavoli, non si può avere tutto, chi non risica non rosica.
Tanto per dirla con le frasi fatte o sono proverbi? Comunque ho reso il senso del mio sproloquiare.
 
Prima di salutarvi e chiedervi cosa ne pensate, vi auguro buon San Valentino (per gli innamorati lettori di questo blog).


Fonti testi: Wikipedia (Cesare Pavese)

Fonti immagini: Pixabay

martedì 9 febbraio 2021

L' amore che ci manca e le similitudini dell'amore

 Cari amici

Oggi sul Blog Volpi che camminano sul ghiaccio di Elena Ferro si parla del mio romanzo L'amore che ci manca nell'ambito del tema Le similituini dell'amore, una nuova rubrica del blog che ho avuto il piacere di inaugurare. Ringrazio Elena per questa bella idea che mi ha davvero emozionato, sono felice di averle dato questa idea con un semplice commento sul suo blog, è sorprendente come possano nascere in rete queste belle e spontanee interazioni.

Eccovi il link 

Volpi che camminano sul ghiaccio 



Inoltre vi segnalo che, essendo questa la settimana di San Valentino, ho aderito alla promozione su IBS per L'amore che ci manca e per Insostenibili barriere del cuore entrambi in offerta a 0,99 fino al 14 febbraio.

Vi lascio sotto i link 

L'amore che ci manca link IBS

Insostenibili barriere del cuore link IBS 

 

sabato 6 febbraio 2021

La strana saggezza del destino

Coincidenza è il modo di Dio di restare anonimo (Albert Einstein)

 
Era il sei dicembre del 1990, una data che ricordo bene perchè mia madre era con me, era venuta a Bologna per una visita medica specialistica presso l'ospedale Maggiore di Bologna.
Quel giorno un piccolo aereo precipitò su una scuola, l'istituto Salvemini di Casalecchio di Reno provincia di Bologna.

Riporto uno stralcio da wikipedia 

Il disastro aereo dell'Istituto Salvemini fu un incidente aereo avvenuto il 6 dicembre 1990, quando un Aermacchi MB-326 dell'Aeronautica Militare italiana fuori controllo precipitò contro l'Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno (Bologna), causando la morte di dodici persone e il ferimento di altre 88. Il velivolo aveva subito un'avaria circa dieci minuti prima ed era stato abbandonato dal pilota, che si era paracadutato, rimanendo ferito

 
L'anno 2020, oltre che l'anno della pandemia, è stato anche un anno di anniversari, i quarant'anni della strage di Bologna, del terremoto dell'Irpinia, del disastro di Ustica e i trent'anni della strage del Salvemini.

Avevo quasi dimenticato questa storia, tuttavia quando a dicembre scorso hanno ricordato questa vicenda nel telegiornale ho ripensato a un episodio della mia vita. E, come accade nel film Sliding Doors, non ho potuto fare a meno di pensare: e se mi fossi trovata là? come sarebbe andata se? 
 
Andiamo per gradi. 
Mi sono laureata nel giugno 1988 e subito dopo la laurea ho inviato il mio curriculum, che in pratica conteneva solo la mia storia scolastica e universitaria, ad alcune scuole superiori di Bologna e provincia.
Non avevo ancora idea del lavoro che volevo fare, non mi sarebbe dispiaciuto insegnare quindi avevo inviato una ventina di raccomandate ai presidi degli Istituti tecnici commerciali e simili da me raggiungili attraverso i mezzi pubblici.
All'epoca, ma forse anche adesso, era possibile avere la chiamata diretta dai presidi per le supplenze.
Dopo qualche mese, a settembre o forse inizio ottobre, mi arrivò una telefonata di un Istituto scolastico che mi proponeva una supplenza addirittura annuale!
 

Rivedo ancora l'immagine di me stessa che rispondo al telefono e parlo con la preside dell'istituto.
Salve abbiamo ricevuto il suo curriculum e abbiamo bisogno di una supplente in informatica.
Io resto interdetta, per un po' penso di aver capito male e rispondo: 
Guardi che io sono laureata in Economia non in Informatica.
 
La preside mi spiegò che, siccome era estremamente difficile trovare dei laureati in informatica disposti a insegnare perchè erano estremamente rari o in numero irrisorio, il Ministero dell'Istruzione riconosceva tale possibilità ai laureati in economia a prescindere dalle loro effettive conoscenze di informatica, anche se non avevano nessun esame nel piano di studi. Era probabilmente il primo o il secondo anno in cui questa nuova materia veniva introdotta come insegnamento ufficiale negli istituti tecnici.
Adesso sembra fantascienza e forse un po' lo era anche allora, ma nel 1988 l'informatica era ancora una parola astrusa e poco praticata, non erano troppo diffusi i computer e i cellulari, si telefonava ancora con la linea fissa, con il telefono a rotella (i telefoni con i tasti erano già qualcosa di straordinario) insomma che cosa era questa nuova materia? 
Qualcosa di strano e nuovo che si stava muovendo piano verso il futuro. 
Giusto per la cronaca sembra che la facoltà di informatica sia nata alla normale di Pisa nel 1969 ma non fu seguita subito da altre università, nel corso degli anni nacque il Corso di Studi in Scienze dell'Informazione, comprendente diverse materie con prevalenza di matematica e solo nel 1992 il Corso di Scienze dell'informazione divenne il Corso di studi in Informatica.
Sono nati poi i corsi di Ingegneria Informaticam e Ingegneria Elettronica. 

La preside mi disse che avrei dovuto seguire le classi nelle ore di laboratorio con un paio di ore settimanali di teoria.
Si trattava della preside dell'Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno, provincia di Bologna, una zona che io conoscevo molto bene perchè da quelle parti abitava il mio fidanzato di allora.
Non ricordo se ci ho pensato per un giorno oppure no, comunque alla fine rifiutai la supplenza decretando quindi il mio destino, dopo un paio di mesi avrei ricevuto un'altra offerta di lavoro e da lì sarebbero cominciate una serie di esperienze lavorative che mi avrebbero portato al posto in cui lavoro attualmente.
 
Una mia compagna di università ricevette la stessa offerta di supplenza annuale da un istituto tecnico della Calabria e siccome lei era calabrese accettò, pur di tornare a casa sua, mi disse che si era messa a studiare la materia da zero e che all'inizio, tutto sommato, era stato abbastanza semplice, aveva delle ore di laboratorio in cui le classi provavano il primo utilizzo del computer e ore di teoria in cui spiegava poche nozioni di elementi di informatica, insomma forse avrei potuto farlo anch'io, se davvero avessi voluto accettare la sfida e avessi voluto insegnare. La mia amica qualche anno dopo fece il concorso e passò di ruolo, dopodichè fece il concorso per cambiare materia e insegnare Scienze aziendali o qualcosa di analogo. Sono anni ormai che non la sento più...
 
Come scrivevo sopra, l'istituto che mi propose la supplenza annuale era il Salvemini e, probabilmente, data la situazione esistente per la materia, anche a me avrebbero confermato la supplenza e forse quel 6 dicembre 1990 mi sarei trovata in una di quelle aule colpite dall'aereo in avaria.
O forse no, magari sarei stata assente per accompagnare mia madre a quella visita specialistica, chi può dirlo?

Quando, quel sei dicembre, ebbi notizia dell'accaduto, pensai subito allo strano scherzo del destino, tra l'altro non lo seppi dal telegiornale ma dai miei colleghi di lavoro che avevano dei figli che frequentavano quella scuola, guarda caso la prima azienda presso cui lavoravo era proprio in quella zona, per fortuna nessuno dei figli dei miei colleghi ebbe danni gravi.

Ebbi a che fare con il mio primo computer quando iniziai a lavorare, molte attività del mio lavoro si facevano ancora a mano e sulla carta, ma le operazioni contabili della giornata andavano poi registrate con il computer e inviate all'amministrazione della sede centrale attraverso una trasmissione di chiusura giornata. Adesso ho capito che la "chiusura giornata" considerata importantissima dai miei capi era il modo di salvare tutti i dati su un server centrale. Se non ricordo male era un computer dell'IBM e operavo solo con i tasti, il "mouse" era ancora un oggetto sconosciuto, lo avrei scoperto soltanto un anno dopo.

La vita sembra uno strano gioco di incastri, un insieme di eventi in cui il destino sembra divertirsi a giocare spianandoti la strada oppure facendoti inciampare.
 
Capita anche a voi di pensare: e se quella volta avessi...?


Fonti testi
Wikipedia

Fonti Immagini
Pixabay



sabato 30 gennaio 2021

La concorrenza perfetta forse esiste


Mi piace giocare con i titoli, il titolo famoso è il Gli effetti collaterali dei sogni, un libro uscito qualche anno fa, ma io pensavo agli effetti collaterali dei ribassi dei prezzi, guardando a ciò che accade quando c'è un prezzo ribassato su uno store, ve lo racconto.
 
Come sapete io pubblico su Streetlib e su Amazon.
Ho cominciato con Streetlib, nel 2014 quando ancora si chiamava Narcissus, ed è stata una esperienza nel complesso positiva perchè, per un autore alle prime armi che non sa niente di editoria e di altri meccanismi, è una piattaforma che fornisce molte informazioni dando un buon supporto. 
Intanto era un sito italiano e pubblicava dei tutorial su come operare sul sito (quando ancora i tutorial su yuotube erano poco frequenti), quindi io non ho mai abbandonato Streetlib anche quando ho cominciato a pubblicare con Amazon.
Con Streetlib puoi scegliere di essere presente su tutti gli store on line, Amazon compresa, e a me questa cosa piaceva molto anche se poi in realtà i miei romanzi, pur disponibili su tutti gli store, vendevano quasi esclusivamente su Amazon.
A un certo punto della mia vita da self ho deciso di pubblicare con Amazon, in particolare per provare l'esperienza e capire meglio certi meccanismi. 
Così quando dovevo pubblicare il romance "Insostenibili barriere del cuore" mi sono affidata solo ad Amazon e l'ebook andò benissimo, non so se fu merito del fatto che uscì in estate oppure di una congiunzione astrale favorevole, ma vendette molto e soprattutto ebbi un altissimo numero di pagine lette.

Dare l'esclusiva ad Amazon con Kindle Unlimited sembrava quindi un buon affare, tanto che il mio terzo giallo lo pubblicai solo su Amazon.
L'ombra della sera, credo forse l'episodio migliore (a sentire alcuni) il più completo come trama e il più intrigante sotto l'aspetto tecnico e di suspense, quando uscì non fu notato neanche un po'.
Forse non era il periodo giusto (19 aprile 2019) forse non ho spinto troppo la promozione, ma in quello stesso mese ho avuto un lutto in famiglia e quindi avevo altri problemi ben più gravi di cui occuparmi. 
Fu così che aprile divenne per me davvero il più crudele dei mesi, il dolore del lutto e il romanzo appena uscito che non vendeva neanche una copia; non che ciò potesse lenite il dolore ma sapere che un romanzo a cui avevo dedicato tempo ed energia non vendesse niente - neanche con le offerte a 0,99 - mi deprimeva ancora di più. 
 
Così, dopo essermi leggermente ripresa dal triste periodo, ho deciso di togliere il romanzo da Kindle Unlimited e pubblicarlo, attraverso la piattaforma Streetlib, anche sugli altri store.
Senza dilungarmi oltre il romanzo su Ibs e gli altri store ha recuperato moltissimo e poi ho potuto assistere a un fenomeno strano che si verificava, di cui ti rendi conto soprattutto se pubblichi anche su Amazon.
Ogni volta che parte una promo su IBS (che poi si estende quasi in automatico a Kobo, ad Apple e altri store) Amazon dopo un po' se ne accorge e si adegua, infatti abbassa il prezzo.
 
Insomma il meccanismo della concorrenza perfetta esiste.
 
Come forse sapete ho una laurea in economia ed è un corso di studi che ho amato moltissimo, gli argomenti del mio corso di laurea li ho sempre trovati stimolanti perchè agganciati alla realtà che ciascuno di noi viveva.
Quello che studi per dovere, se ti resta nella memoria, entra a far parte del tuo bagaglio culturale e diventa tuo per sempre. Ci sono delle norme o nozioni che sono rimaste impresse e una di queste è la teoria della concorrenza perfetta, conosciuta anche come la teoria del consumatore.

In economia, la concorrenza perfetta è una forma di mercato caratterizzata dall'impossibilità degli imprenditori di fissare il prezzo di vendita dei beni prodotti, che è fissato invece dall'incontro della domanda e dell'offerta, che a loro volta sono espressione dell'utilità e del costo marginale. L'impresa non può determinare contemporaneamente quantità e prezzo d'equilibrio del mercato.

La definizione di concorrenza perfetta fa riferimento a quella situazione in cui, per il numero degli operatori economici presenti sul mercato, ciascuno di essi (sia esso espressione della domanda ovvero consumatore e/o sia esso espressione dell'offerta ovvero produttore) crede fermamente di non avere la possibilità di influenzare in alcun modo, attraverso i propri comportamenti, il prezzo di vendita dei beni e/o servizi scambiati sul mercato.

Ho riportato uno stralcio da wikipedia.
 
In pratica se vendi un prodotto sarà il mercato a decidere il prezzo, ogni volta che un venditore abbassa il prezzo, anche gli altri venditori lo faranno e quindi il prezzo tenderà ad assestarsi sul livello determinato dal mercato.
Ricordo ancora le meravigliose lezioni del mio professore di Economia Politica I (cosiddetta microeconomia), il tempo con lui volava perchè trasmetteva il sapere in forma leggera coinvolgendoci nel discorso.
 
Un concetto però che non ho mai dimenticato e che lui non mancava di sottolineare è che 
la concorrenza perfetta nella realtà non esiste
perchè non esistono prodotti perfettamente omogenei e interscambiabili tra loro.
 
E poi perchè ci sono altri fattori che fanno sì che un consumatore compri anche a prezzo più alto, per esempio se compri il pane nel negozio sotto casa a 2 €, pur sapendo che nel negozio del centro puoi pagarlo 1 € lo comprerai lo stesso, perchè in quel momento il negozio sotto casa ha per te un valore aggiunto, è vicino, appunto.
Insomma il mercato non è uno spazio omogeneo con prodotti omogenei perfettamente interscambiabili, tranne forse per il web. 
Eh sì, perché con internet certe differenziazioni sono cadute, un eBook venduto su tutti gli store on line diventa un prodotto perfettamente omogeneo su quel mercato, se uno store abbassa il prezzo, lo faranno anche gli altri. 
Non so cosa accada per gli altri prodotti diversi dai libri, probabilmente avviene lo stesso meccanismo.
Cosa voglio trasmettere con questo post? Non ne ho idea, è la semplice condivisione di un'esperienza con qualche riflessione lanciata nell'etere.
Sarebbe interessante seguire oggi una lezione di economia all'università, sarà senza dubbio più aggiornata ai tempi odierni...
Credo che il mercato abbia subito molti cambiamenti in questi anni, tra globalizzazione selvaggia e diffusione degli acquisti on line con l'improvvisa accelerazione della pandemia, tanto che perfino i più recalcitranti, nel 2020, si sono ritrovati a comprare qualcosa on line visto che non potevano comprare direttamente.
L'anno 2020, deleterio per molti, è diventato una manna per altri che hanno puntato sul digitale.
Amazon ha perfino lanciato il suo concorso Amazon Storyteller.
Insomma l'evoluzione dei mercati negli anni potrebbe portare quasi alla concorrenza perfetta, ma certamente non alla perfezione del mercato o della società, quella è un'altra cosa.

Cosa ne dite?

Fonti testi
Wikipedia

Fonti immagini
Pexel
 

domenica 24 gennaio 2021

Scrivere vuol dire approfondire

 
Il romanzesco è la verità dentro una bugia (Stephen King)

Scrivere vuol dire fare i conti con la vita, capire un po' di più, andare oltre la superficie, in pratica fare i conti con l'introspezione.

Questi pensieri sono affiorati in me da qualche tempo, da quando sono riemersi ricordi lontani nel tempo. Alcuni ricordi li ho riportati nei miei post con l'etichetta #storieneiricordi, altri invece sono difficili da raccontare, si tratta di storie molto tristi o terribili, storie di cui ho afferrato bene il senso ripensandoci a distanza di anni, storie di persone conosciute, incontrate nel mio percorso di vita.

Si tratta di vicende che sono quasi tutte storie da romanzo e forse è per questo che scriviamo, per dare voce a quelle storie che non riusciamo a raccontare in altro modo e che, tuttavia, restano attaccate alla pelle e scolpite dentro la nostra mente. 

Questo pensiero, che restava in me in forma nebulosa, mi è stato confermato da un articolo letto durante le vacanze di Natale, è un'intervista alla scrittrice Sara Rattaro. Lei afferma che la vita non è facile da raccontare e che la sua narrativa arriva dove la vita "arrossisce", nei suoi romanzi racconta storie di donne che portano sulle spalle il peso di un cambiamento epocale oscillante tra la voglia di affermare se stesse e il desiderio di un focolare e di una famiglia regolare. 

Le considerazioni di questo articolo mi hanno fatto riflettere e io ci aggiungo che certe storie sono talmente difficili che, probabilmente, l'unico modo per parlarne è scrivere un romanzo dove i personaggi possano mostrarsi come sono davvero, nel bene e nel male.

Per fare un esempio pratico, mi è venuta in mente il corso degli eventi legati a un famoso romanzo Amabili resti di Alice Sebold dove la protagonista “Susie Salmon, una quattordicenne assassinata in seguito a uno stupro, racconta la sua storia e dall'aldilà, una specie di "paradiso personale" chiamato il Cielo, osserva gli avvenimenti successivi alla sua scomparsa: la sua famiglia traumatizzata dal dolore della perdita, il suo assassino e i suoi amici”.

In realtà l'autrice attraverso questa  opera racconta un pezzo della sua vera storia, perché ai tempi del college subì uno stupro e, dopo anni di angoscia e di inutili terapie, trovò il modo di “liberarsi” di questo avvenimento curando il suo trauma, attraverso la stesura di questo romanzo.

Una vicenda può essere così dolorosa e difficile da descrivere che raccontarla semplicemente come un fatto realmente accaduto può essere impossibile, ma usare la forma romanzesca può rendere tutto più semplice oltre che terapeutico perché, in tal modo, si usa la scrittura come cura.

Il romanzo diventa un modo per trattare temi scomodi, conflitti e tabù che altrimenti non verrebbero affrontati.

È così che è nato il mio primo giallo sul Commissario Sorace, Fragile come il silenzio, volevo trattare il tema della violenza sulle donne, ma trovavo difficile inserirlo in una storia rosa, soprattutto perché, pur non avendo mai vissuto in prima persona simili vicende, era un argomento che suscitava in me prevalentemente rabbia e desiderio di vendetta. Mi è servito quindi incanalare questi sentimenti nei personaggi di un thriller.

Il romanzo permette al narratore di mettersi al di sopra della storia e di raccontarla senza giudizi. 

E voi cosa ne pensate?

Fonti immagini
Pexel 

Fonti testi 
Wikipedia (Amabili resti)
Donna moderna n. 50/2020
(Intervista a Sara Rattaro, Carlotta Risi)