mercoledì 12 agosto 2026

La gatta nel giardino che scotta


Ringrazio Maria Teresa Steri per avermi dato la possibilità di leggere il suo ultimo thriller che ho letto in un tempo record, l’ho trovato davvero avvincente, una lettura scorrevole, piena di tensione e colpi di scena, con un protagonista fragile e tormentato che mi ha fatto provare sentimenti contrastanti: a volte avrei voluto dirgli di lasciar perdere, altre volte ero curiosissima di scoprire insieme a lui la verità.



TRAMA

Un giardiniere improvvisato. Una gatta complice. Un omicidio brutale.

Robbie è il tipo di uomo che passa inosservato. Cinquant'anni, senza lavoro da mesi e con poche prospettive davanti a sé. Quando accetta un impiego come giardiniere presso una villa di Roma, vuole solo guadagnare qualche soldo e rimettere ordine nella propria vita.

Ma nel giardino che cura con mani inesperte scopre qualcosa che non avrebbe dovuto vedere: una giacca macchiata di sangue e un paio di cesoie che potrebbero essere l’arma di un delitto.

Intanto il quartiere è scosso dal ritrovamento del corpo di un uomo in una piscina. Per Robbie l’omicidio smette presto di essere una notizia di cronaca e diventa un’ossessione. L’unico conforto arriva da Giselle, l'affascinante gatta dei proprietari della villa, presenza enigmatica e rassicurante nelle sue giornate tormentate.

Quando un innocente viene arrestato per omicidio, ignorare quei sospetti non è più possibile e Robbie decide di cercare la verità. Una decisione che lo trascinerà in una rete di segreti familiari, menzogne e rancori, dove ogni risposta apre nuove domande e ogni passo lo avvicina a un pericolo mortale.

Un thriller psicologico ambientato a Roma, tra le ville e i segreti di Casal Palocco, dove le apparenze ingannano e l’ossessione per la verità può costare la vita.


ESTRATTO

Indirizzò un’occhiata nervosa oltre il cancello. Il giardino che circondava la villa era immenso. Ordinato, rigoglioso, variopinto benché fosse dicembre inoltrato. Un lavoro da specialista, pensò Robbie, non da uno che aveva passato la vita seduto dietro una scrivania. Dio santo, cosa gli era saltato in testa? E alla sua età, cosa credeva, di mettersi a fare lavori pesanti?

Valutò l’idea di andarsene. Sarebbe stato più semplice rinunciare a priori, non sprecare tempo, non sottoporsi a l’ennesimo esame destinato a fallire miseramente. Ma doveva mangiare, pagare l’affitto, le bollette. Katia lo aveva già aiutato abbastanza, e lui era ormai alla canna del gas. Se c’era anche una minima possibilità…

Allungò una mano verso il campanello.


La mia recensione su Goodreads e Amazon

Ho letto questo romanzo molto velocemente, trascinata da una trama avvincente e dai continui colpi di scena, che mi hanno tenuta con il fiato sospeso fino alla fine.

Roberto, o Robbie come viene chiamato, è un uomo di cinquant'anni alla deriva. Prima ha perso la moglie Camilla, che amava profondamente, e poi si è ritrovato senza lavoro. Mentre cerca faticosamente di ricostruire la propria vita, accetta un impiego per il quale non ha alcuna esperienza: fare il giardiniere in una grande villa di Casal Palocco.
Robbie è un uomo solo e ancora profondamente segnato dal lutto. Frequenta Katia, una donna che conosceva già dal suo precedente lavoro, ma il loro rapporto è tutt'altro che semplice. Robbie non si sente veramente compreso né accettato da lei e, forse, una parte del problema sta proprio nel fatto che non ha ancora elaborato fino in fondo la perdita di Camilla. Anche alcuni atteggiamenti di Katia sembrano rendere ancora più difficile questo momento della sua vita.
Fin dalle prime pagine, il romanzo è pervaso da un forte senso di precarietà e inquietudine. A Robbie sembra quasi strano aver ottenuto quel lavoro così facilmente e ben presto si accorge che, alla famiglia Torretta, la cura del giardino sembra interessare relativamente. Forse hanno altro a cui pensare. Il precedente giardiniere, infatti, è stato trovato morto in una piscina del quartiere e questa circostanza non può non apparire inquietante agli occhi di Robbie.
Mentre cerca di svolgere un lavoro per il quale non ha alcuna manualità, Robbie combina anche qualche piccolo disastro: pota troppo una siepe, danneggia alcune parti del giardino e, nonostante tutto, si sorprende del fatto che i Torretta non lo licenzino.
E poi c'è Gisele, la gatta della famiglia Torretta, che ho adorato. In mezzo a una storia sempre più inquietante, la sua presenza rappresenta per Robbie un piccolo momento di serenità. Quando corre da lui nel capanno e gli fa compagnia, sembra quasi essere l'unica creatura di cui possa fidarsi davvero.

Ma proprio nel capanno Robbie fa una scoperta inquietante: trova delle cesoie insanguinate e si convince che possano essere l'arma con cui è stato ucciso il suo predecessore.
L'atteggiamento ambiguo della famiglia Torretta alimenta i suoi sospetti e Robbie si convince sempre di più che possano essere coinvolti nel delitto. Ma chi gli crederà? Di certo non Katia, che interpreta i suoi sospetti come le paranoie di una mente fragile e ancora provata dal dolore. Robbie, però, si sente osservato e, giorno dopo giorno, scopre nuovi particolari inquietanti e possibili indizi che sembrano confermare la sua teoria.
A un certo punto viene spontaneo pensare: “Ma perché non si fa gli affari suoi e lascia perdere?”. La polizia sta indagando e prima o poi la verità verrà a galla. Ma Robbie non riesce a tirarsi indietro e alcune sue decisioni avventate lo trascinano in una pericolosa catena di eventi dalla quale diventa sempre più difficile uscire.

Ovviamente non posso raccontare altro senza fare spoiler, quindi mi fermo qui. Posso solo dire che, pagina dopo pagina, la storia riesce a catturare sempre di più e la tensione cresce fino a farci desiderare di arrivare al più presto all'epilogo, per scoprire finalmente cosa si nasconde dietro tutti quei misteri.
Una lettura che mi ha coinvolta e che, grazie ai continui colpi di scena e all'atmosfera di inquietudine, mi ha spinta a continuare a leggere per sapere come sarebbe andata a finire.
Per buona parte della storia mi sono ritrovata a chiedermi se Robbie stesse davvero scoprendo qualcosa di importante oppure se, come gli fanno credere gli altri, si trattasse soltanto delle paranoie di un uomo provato dal dolore e dalla solitudine.
Un bel romanzo che mi ha tenuta incollata alle pagine. La cosa che ho apprezzato maggiormente è proprio questa continua sensazione di dubbio: non sai mai fino in fondo se puoi fidarti di quello che Robbie vede, pensa e scopre. Pagina dopo pagina volevo semplicemente arrivare alla fine per capire cosa fosse realmente successo.
Una lettura scorrevole, piena di tensione e colpi di scena, con un protagonista fragile e tormentato che sono, in fondo, i personaggi che amo di più. 
E quando un libro riesce a farmi venire voglia di continuare a leggere per sapere “come va a finire”, per me ha già fatto centro.



L’autrice 

Maria Teresa Steri è nata e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia si è trasferita a Roma, dove vive con il marito. Giornalista pubblicista, cura il blog Anima di carta dedicato alla scrittura e alla lettura. Ha pubblicato nove romanzi tra thriller psicologici e narrativa esoterica. Ama Hitchcock, i fumetti Disney e si interessa di Antroposofia.Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, “I Custodi del Destino” (fuori catalogo); nel 2015 “Bagliori nel buio”, un noir sovrannaturale, e nel 2017 il thriller esoterico “Come un dio immortale”. Nel 2019 è uscita la seconda edizione del primo romanzo, interamente riveduta, con il titolo “Tra l'ombra e l'anima”.Dal 2020 ha dato vita a una serie di thriller psicologici con un'anima noir: “Sarà il nostro segreto” (2020), “Non fidarti della notte” (2021), “Dal passato all'improvviso” (2022), “Sento i tuoi passi” (2023), “Sarò il tuo Mecenate” (2024), “Finché crimine non ci separi” (2025), “La gatta nel giardino che scotta” (2026).”


Titolo: La gatta nel giardino che scotta 

Autore: Maria Teresa Steri 

Data di pubblicazione: 15 luglio 2026

Genere: thriller psicologico

Pagine: 214

In vendita solo su Amazon in eBook e cartaceo

link Amazon

Prezzo eBook € 2,99

Prezzo cartaceo 

copertina flessibile € 9,35 copertina rigida € 14,55

Gratis con Kindle Unlimited 


Se vi piacciono i thriller psicologici, se siete in vacanza, se vi piacciono i gatti, se volete distrarvi dal caldo torrido e tante altre ragioni, vi consiglio questo romanzo e approfitto per augurarvi buon ferragosto 😎 

mercoledì 5 agosto 2026

La sensazione di essere infelici

 

Ciò che nella vita rimane, non sono i doni materiali, ma i ricordi dei momenti che hai vissuto e ti hanno fatto felice. Alda Merini 

Parafrasando il titolo di un celebre romanzo, ho scelto di intitolare questo post La sensazione di essere infelici. È un titolo che mi accompagna da tempo, che continuava ad affacciarsi nei miei pensieri. Ho esitato a lungo prima di usarlo, perché non volevo scrivere un post triste o lamentoso. Eppure quelle parole continuavano a tornare, come se chiedessero di essere ascoltate.

Con l'arrivo dell'estate ci aspettiamo di sentirci più leggeri, più spensierati. Chissà perché ci imponiamo questa aspettativa. Forse perché dentro di noi conserviamo il ricordo delle estati dell'infanzia, quando il mondo sembrava più semplice, più libero, più luminoso, e la felicità aveva il sapore delle giornate infinite.

Ma quella leggerezza appartiene a un altro tempo. È il ricordo di una stagione della vita ormai lontana, forse irripetibile. 

Oggi l'estate arriva mentre continuiamo a fare i conti con il lavoro, con le spese che non sempre tornano, con le ansie e le paure che accompagnano il passare degli anni. Ci confrontiamo con ciò che avremmo voluto essere e non siamo stati, con le occasioni perdute, con i rimpianti e con quei bilanci interiori che, a volte, sembrano più pesanti di quanto riusciamo a sostenere.

Mi sono chiesta più volte da dove venga questa sensazione. In fondo, potrei dire che va tutto più o meno come sempre. Più o meno, appunto.

La verità è che mi accompagna un senso costante di precarietà. La salute di mia sorella, che ci ha portato una brutta notizia ma anche buone prospettive di guarigione. Le ferie interrotte. L'auto che si guasta. Il caldo asfissiante che ci sfinisce e ci fa sentire impotenti. E poi le notizie che arrivano dal mondo, con quei pazzi al potere – ormai li definisco così – e la paura che tutto possa peggiorare ancora.

Sono sempre stata una persona ansiosa, ma per anni sono riuscita a convivere con la mia ansia affrontando un problema alla volta. Oggi, però, mi sembra molto più difficile. Di giorno mi concentro su ciò che devo fare: il lavoro, il caldo, l'organizzazione della casa, gli impegni quotidiani. Vado avanti quasi con il pilota automatico. La sera crollo dalla stanchezza, ma la notte è un'altra storia.

Mi sveglio all'improvviso e la mente comincia a costruire scenari. E se domani si rompesse anche il condizionatore, proprio mentre fuori ci sono quarantuno gradi? È già successo davvero e l'idea mi angoscia abbastanza. E se mi ammalassi? E se si ammalasse una delle persone che amo? Ogni pensiero sembra aprire la porta a quello successivo, in una catena che pare non finire mai.

Non è il singolo problema a spaventarmi, è la sensazione che tutto possa rompersi da un momento all'altro.

Forse il problema non è sentirsi fragili. Il problema è credere di dover essere sempre forti.

La vita non è una linea continua di serenità, e forse non lo è mai stata. Solo che, crescendo, impariamo a vedere anche le crepe. Eppure sono proprio quelle crepe a ricordarci che siamo vivi, che continuiamo ad amare, a preoccuparci, a sperare.

In fondo la felicità non è l'assenza di inquietudine. Forse è continuare a coltivare fiducia anche quando l'inquietudine bussa alla porta, probabilmente non siamo diventati più infelici, siamo diventati più consapevoli della fragilità della vita. E, nonostante questo, continuiamo a cercare la bellezza, magari è proprio questa ostinazione, alla fine, la nostra forma più adulta di felicità.

Spero di non avervi appesantito con queste mie riflessioni. Vi auguro un agosto sereno, ricco di quei piccoli momenti di leggerezza che spesso passano inosservati. 

E vi lascio con una domanda: capita anche a voi di vivere periodi in cui, pur non essendo davvero infelici, vi sentite attraversati da una sottile inquietudine? Se vi va, raccontatemelo nei commenti: credo che condividere queste sensazioni ci faccia sentire un po' meno soli.


Fonti immagini: Pixabay fiori di loto 


sabato 18 luglio 2026

L’asinello di zio Peppino

 


Ciò che ricordiamo dall'infanzia lo ricordiamo per sempre - fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista. Christian Bovee


Questa è una storia un po' tenera e un po' divertente, è una storia vera, un piccolo ricordo della mia infanzia, fatto di persone, luoghi e momenti che il tempo non è riuscito a cancellare.

C'era un piccolo e ridente paese dell'Appennino Dauno, il paese natale di mia madre. Lì vivevano le mie zie e i miei zii: zia Antonietta e zio Peppino, zia Pina e zio Costantino, zio Antonio e zia Gina.

Zio Peppino e zia Antonietta abitavano nel centro del paese, che contava poco più di millecinquecento anime. La loro era una casa indipendente su tre livelli. Al piano terra c'era un grande locale che in seguito sarebbe diventato un garage, ma che allora era ancora l'antica stalla. Al primo piano si trovava l'appartamento, di circa novanta metri quadrati, dove vivevano gli zii insieme alle loro tre figlie. Al secondo piano, invece, c'era un appartamento già arredato: in futuro sarebbe diventato la casa della cugina che si sarebbe sposata, ma allora era riservato agli ospiti. Quando andavamo a trovarli per qualche giorno, quello era il nostro piccolo regno.

Il paese è situato a circa seicento metri sul livello del mare. D'estate l'aria era fresca e piacevole. Non so se sia ancora così: ormai non ci torno da molti anni. All'epoca era una meta molto frequentata dai paesi vicini. Noi ci trascorrevamo forse una o due settimane ogni estate, ma nei ricordi di bambina sembravano durare un'eternità.

Di quel periodo ricordo tanti particolari. Di fronte alla casa di mia zia c'era la merceria di Loretta, un negozio che sembrava vendere qualsiasi cosa. C'erano bottoni di ogni forma e colore, merletti, nastri, mollette per capelli, caramelle, gomme da masticare e mille altri piccoli tesori che per noi bambini erano irresistibili.

Accanto alla merceria sorgeva la caserma dei carabinieri. Era piena di giovani allievi che facevano battere il cuore delle mie cugine. Poco più in là si apriva una piazzetta con due grandi alberi che regalavano una fresca ombra e due panchine dove la gente si fermava a chiacchierare nelle giornate di sole.

Ma uno dei personaggi che ricordo con più affetto era l'asino di zio Peppino. Lo chiamerò Vladimiro, perché il suo vero nome, purtroppo, non lo ricordo più.

Ogni mattina mio zio andava in campagna a dorso di Vladimiro. Al ritorno comparivano lentamente lungo la strada del paese: davanti l'asino, dietro mio zio, e sulla soma grandi sacchi pieni di frutta e verdura. Ricordo soprattutto i fichi, dolcissimi, appena raccolti, che sembravano avere un sapore diverso da qualsiasi altro fico abbia mangiato dopo.

Una volta rientrati, Vladimiro veniva accompagnato nella sua stalla. Mio zio lo trattava con un affetto che oggi riserveremmo a un animale di famiglia: lo strigliava con cura, gli dava da bere, gli preparava il fieno e controllava che stesse bene. E Vladimiro, come per ringraziarlo, rispondeva con sonore e allegre ragliate che riecheggiavano per tutto il vicinato.

Erano gli anni Settanta. Le automobili erano ancora poche e, soprattutto nei piccoli paesi di montagna, gli animali rappresentavano un mezzo di trasporto prezioso. L'asino non era soltanto un aiuto nel lavoro: era un compagno di vita, parte integrante della famiglia e della quotidianità.

Non andavo dalle mie cugine soltanto d'estate. A volte ci trascorrevamo anche qualche giorno nel periodo di Pasqua, quando il paese si riempiva di un'atmosfera speciale.

Il momento più atteso era la processione della Madonna. Attraversava lentamente il corso principale e passava proprio sotto casa dei miei zii. Dietro la statua camminavano le pie donne, che intonavano antichi canti religiosi. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi sorprendo a ricordarne quasi tutte le parole.

Subito dopo arrivava la banda musicale.

Ed era proprio in quel momento che Vladimiro entrava in scena.

Non appena sentiva i primi squilli delle trombe e il rullare dei tamburi, cominciava a ragliare con tutto il fiato che aveva, come se volesse accompagnare la musica e far parte anche lui della processione. Per lui, evidentemente, era un'occasione per far sentire la sua voce.

Una delle mie cugine, invece, viveva quella scena come una tragedia. Ogni volta scoppiava a piangere disperata.

«Adesso lo sanno tutti che in questa casa c'è un asino! Cosa penserà la gente?»

Io, al contrario, ridevo fino alle lacrime. Mi sembrava la cosa più buffa del mondo: la banda che suonava e Vladimiro che, puntuale come un musicista d'orchestra, offriva il suo personale accompagnamento.

Gli anni passarono e anche Vladimiro invecchiò. Quando morì, ormai consumato dalla vecchiaia, in quella casa piansero tutti.

Lo piansero mio zio, che lo aveva accudito con affetto per tanti anni, lo piansero le mie zie e lo piansero anche le mie cugine. 

Perfino quella stessa cugina che da ragazza si vergognava di lui pianse la sua morte.

Forse è proprio questo il bello dei ricordi: ci fanno capire che spesso vogliamo bene alle persone, e anche agli animali, molto prima di rendercene conto.

Ogni tanto mi torna in mente quella scena: la banda che suona, Vladimiro che raglia felice e mia cugina che si dispera.

Credo che Vladimiro non sapesse nulla di processioni, di bande o di figuracce. Sentiva la musica e rispondeva a modo suo. Forse era il suo modo di dire che anche lui faceva parte di quella piccola comunità.

E a pensarci adesso, mi rendo conto che volevo bene a quel mondo fatto di paesi piccoli, porte sempre aperte, processioni, mercerie, asini e persone semplici.

Un mondo che allora ci sembrava normale, quasi scontato, e che invece oggi riconosco come qualcosa di straordinario.

E voi avete qualche ricordo o una storia dell’infanzia da raccontare?


mercoledì 8 luglio 2026

Hair e il mondo di oggi




Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra. Jim Morrison


Esistono film iconici, destinati a rimanere nel tempo, eppure molti di questi non li avevo ancora visti. Uno era Hair, un film del 1979: ne avevo sentito parlare solo vagamente e conoscevo già molte delle sue canzoni, ma non l'avevo mai guardato. Ho colmato questa lacuna all'inizio di luglio, dopo che il mio compagno me ne aveva parlato come di uno dei suoi film preferiti e aver scoperto che era disponibile su Prime.

Che dire? Mi ha conquistata. Appena finito, sono andata a cercare la traduzione dei testi delle canzoni e mi sono messa a studiare la storia della guerra del Vietnam per comprenderne meglio il contesto.

Al di là della storia raccontata nel film – che ho trovato bellissimo, soprattutto per le scene musicali e per lo straordinario finale sulle note di Let the Sunshine In, davanti al Lincoln Memorial – mi è venuta voglia di approfondire la guerra del Vietnam.

Mi ha colpito rendermi conto che si è trattato di un conflitto durato quasi vent'anni, conclusosi con la sconfitta degli Stati Uniti. Più leggevo, più mi veniva spontaneo fare dei parallelismi con la realtà di oggi: cambiano i contesti e gli attori, ma certe dinamiche sembrano ripetersi.

E mi sono chiesta come sia possibile che una guerra così lunga e così distante nel tempo riesca ancora a parlare così chiaramente a chi la osserva oggi. Alcune immagini, alcuni temi — la protesta, la disillusione, il bisogno di libertà — mi sono sembrati sorprendentemente attuali.

Forse è questo il potere del cinema: non si limita a raccontare una storia, ma apre domande che restano addosso anche dopo i titoli di coda.


Riporto la trama (attenzione spoiler) 

Hair è un dramma musicale del 1979 diretto da Miloš Forman, tratto dall'omonimo musical di Broadway creato da Gerome Ragni e James Rado. Pur ispirandosi all'opera teatrale, il film se ne discosta sia nello sviluppo della trama sia nell'ordine dei numeri musicali.

Il protagonista è Claude, un giovane dell'Oklahoma chiamato a combattere nella guerra del Vietnam. Giunto a New York pochi giorni prima della partenza, incontra a Central Park un gruppo di hippie formato da Berger, Jeannie, Hud e Woof. Affascinato fin dal primo incontro da Sheila, una ragazza dell'alta borghesia, viene aiutato dai nuovi amici a conquistarla.

Grazie a Berger, Claude scopre un mondo fatto di libertà, anticonformismo e contestazione, vivendo esperienze che mettono in discussione tutto ciò in cui aveva sempre creduto. Tra amicizie profonde, momenti di spensieratezza e sequenze oniriche, arriva però il momento di raggiungere il campo di addestramento.

Decisi a regalargli un ultimo incontro con Sheila, gli amici si recano alla base militare. Berger prende temporaneamente il posto di Claude, ma proprio in quel momento scatta la partenza improvvisa dei soldati destinati al Vietnam. Costretto a salire sull'aereo, il giovane pacifista si ritrova a combattere una guerra che ha sempre rifiutato, mentre Claude ottiene involontariamente la libertà. Berger diventerà così una delle innumerevoli vittime del conflitto.

La guerra in breve 

La guerra del Vietnam (1955-1975) fu un conflitto tra il Vietnam del Nord (comunista), sostenuto da Unione Sovietica e Cina, e il Vietnam del Sud, appoggiato dagli Stati Uniti.

Gli USA intervennero principalmente perché volevano impedire l'espansione del comunismo in Asia, seguendo la teoria del domino: temevano che, se il Vietnam fosse diventato comunista, anche altri Paesi vicini lo sarebbero diventati.

Nonostante il grande impiego di uomini e mezzi, gli Stati Uniti si ritirarono nel 1973 e nel 1975 il Vietnam del Nord conquistò il Sud, unificando il Paese sotto un governo comunista.

Gli Stati Uniti ebbero circa: 58.220 militari morti e oltre 150.000 feriti. Migliaia di reduci riportarono traumi fisici e psicologici, come il disturbo da stress post-traumatico.

La guerra causò complessivamente milioni di vittime vietnamite (civili e militari), rendendola uno dei conflitti più devastanti del XX secolo.


A pensarci bene, il mio interesse per la guerra del Vietnam era stato stuzzicato circa un mese fa, quando ho letto Io sono Dio di Giorgio Faletti.

Il romanzo, un thriller ambientato a New York, ruota attorno a una serie di attentati compiuti con il napalm da un misterioso killer che si autoproclama "Dio". Nel corso dell'indagine, condotta dalla detective Vivien Light e dal fotoreporter Russell Wade, emerge un legame profondo tra l'attentatore, la guerra del Vietnam e alcuni oscuri segreti militari e politici.
Forse è stata proprio la combinazione tra questo romanzo e Hair a spingermi ad approfondire un capitolo di storia che conoscevo solo superficialmente.

E, prima di salutarvi, vi lascio con il link Youtube dell'ultima scena del film, con la bellissima canzone che è anche un messaggio di speranza Let the sunshine In 




 E voi avete visto questo film?


Fonti immagini: Pixabay 

sabato 20 giugno 2026

La generazione ansiosa

 

L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo. Jodi Picoult . 


È raro che io legga dei saggi, ma, sfogliando i libri disponibili nella biblioteca digitale, sono stata subito incuriosita da un titolo: La generazione ansiosa di Jonathan Haidt.

Jonathan Haidt è uno psicologo sociale che ha scritto questo libro dopo anni di ricerche e approfondimenti nel campo della psicologia, anche attraverso studi condotti sui propri studenti. Secondo l’autore, con il passaggio dai Millennials, che hanno conosciuto principalmente il telefono cellulare, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone, si è assistito a un notevole aumento dei livelli di ansia e della dipendenza dai dispositivi digitali.

Ho trovato questo saggio davvero interessante perché analizza l’impatto che smartphone e social network hanno avuto sulla Generazione Z, evidenziando come abbiano contribuito a creare importanti cambiamenti nel modo di vivere, relazionarsi e affrontare la crescita.

Il libro racconta ciò che è accaduto alla generazione nata dopo il 1995, comunemente definita Generazione Z, successiva ai Millennials, nati tra il 1981 e il 1995. A partire dal 2012 è cresciuto in modo esponenziale il numero di adolescenti che condividono online foto e video della propria vita, non solo per essere osservati dai coetanei e dagli estranei, ma anche per ottenere approvazione e consenso.

Secondo Jonathan Haidt, i livelli di ansia e la dipendenza dalla tecnologia sono aumentati man mano che si è passati dai Millennials, abituati ai primi telefoni cellulari, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone fin dall’infanzia.

cerco di riassumere qualche concetto tratto dal libro:

"All’inizio degli anni 2000, le aziende tecnologiche della West Coast degli Stati Uniti svilupparono una serie di prodotti innovativi sfruttando la rapida espansione di Internet.

In quel periodo si diffuse un forte ottimismo nei confronti della tecnologia: questi strumenti rendevano la vita più semplice, divertente e produttiva, permettevano di comunicare facilmente e di connettere persone in ogni parte del mondo. Per molti sembravano rappresentare un enorme vantaggio anche per le democrazie emergenti. Tuttavia, secondo Haidt, le aziende non avevano condotto ricerche approfondite sulle possibili conseguenze che tali prodotti avrebbero potuto avere sulla salute mentale di bambini e adolescenti, né avevano condiviso dati con gli studiosi che ne analizzavano gli effetti. Al contrario, di fronte alle prove sempre più numerose dei danni provocati dall’uso intensivo dei social media tra i più giovani, molte imprese hanno reagito con strategie di negazione, minimizzazione del problema e campagne di pubbliche relazioni.

L’autore riconosce però che le piattaforme digitali e i social media possono essere strumenti molto utili per gli adulti: aiutano a trovare informazioni, lavoro, amicizie e relazioni, semplificano gli acquisti, favoriscono l’organizzazione politica e rendono più efficienti molte attività quotidiane. Sebbene anche alcuni adulti sviluppino forme di dipendenza da queste tecnologie, in genere si ritiene che siano in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

La situazione è diversa per i minori. Le aree del cervello legate alla ricerca della ricompensa maturano prima della corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e del processo decisionale, che raggiunge il pieno sviluppo solo intorno ai 25 anni. Per questo motivo bambini e preadolescenti sono particolarmente vulnerabili.

All’inizio della pubertà, infatti, molti ragazzi sono socialmente insicuri, facilmente influenzabili dalla pressione dei coetanei e fortemente attratti da tutto ciò che offre approvazione e gratificazione sociale. Haidt osserva che, mentre la società vieta ai minori di acquistare tabacco, alcolici o di entrare nei casinò, consente loro di accedere liberamente ai social media, nonostante questi possano esercitare un forte potere di coinvolgimento e creare forme di dipendenza."

Secondo Haidt, la Generazione Z è cresciuta in un contesto completamente diverso rispetto alle generazioni precedenti, trascorrendo sempre più tempo nel mondo virtuale e sempre meno nelle esperienze concrete e nelle relazioni dirette.

L’autore sostiene che molti genitori hanno adottato un atteggiamento di forte iperprotezione nella vita reale, limitando l’autonomia dei figli e cercando di eliminare ogni rischio. Allo stesso tempo, però, hanno concesso loro un accesso quasi illimitato al mondo digitale, spesso senza comprenderne i possibili effetti o sapere come porre dei limiti.

Eppure, per svilupparsi in modo sano, i bambini hanno bisogno di tempo libero, gioco e piccole sfide quotidiane, che li aiutano a costruire autonomia e resilienza. Infatti, proprio la combinazione tra eccessiva protezione nel mondo reale e scarsa tutela nel mondo virtuale è una delle principali cause dell’aumento di ansia e fragilità osservato nella Generazione Z.

Nel 2017 era ormai chiaro che l’aumento di depressione e ansia avveniva in diversi paesi tra gli adolescenti di tutti i livelli culturali, classi sociali ed etnie. Gli individui nati a partire dal 1996 erano diversi dal punto di vista psicologico da quelli nati, solo pochi anni prima. Subito dopo aver ricevuto un iPhone, i teenager iniziavano a diventare più depressi e chi lo usava di più era più depresso, mentre più sani erano quelle che dedicavano più tempo alle attività dal vivo come sport di squadre. 

I social media nuocciono agli adolescenti, soprattutto alle ragazze nella fase della pubertà e le cause del problema sono molto più ampie, non riguarda solo smartphone e social media, ma una trasformazione storica e senza precedenti dell’infanzia umana. Nel mondo virtuale i bambini erano abbandonati e quasi indifesi a loro stessi, ora è sempre più evidente che l’infanzia fondata sul telefono nuoce alla salute mentale dei nostri bambini li isola dal punto di vista sociale e li rende profondamente infelici.

Se pensiamo agli adulti della generazione X e alle precedenti del 2010, questi non hanno visto un particolare incremento dei disturbi di depressione e ansia, anche se molti di noi sono diventati più stanchi, dispersi e logorati dalle nuove tecnologie e dalle loro continue interruzioni e distrazioni. Noi però siamo adulti e forse possiamo riacquistare il controllo della nostra mente.

In pratica, dal 2010 in poi c’è stato un incremento a livello internazionale del tasso di ansia depressione tra gli adolescenti.

L’ansia è legata alla paura, ma non è la stessa cosa perché la paura è la risposta emotiva a un imminente minaccia reale o percepita mentre l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura

Ansia e paura sono entrambe reazioni naturali e utili, perché aiutano a riconoscere e affrontare i pericoli. La paura si manifesta di fronte a una minaccia immediata, mentre l’ansia nasce quando un possibile pericolo viene solo immaginato o anticipato. In situazioni di rischio è normale sentirsi in allerta, ma quando questo stato si attiva continuamente anche in assenza di reali motivi, può trasformarsi in un disturbo e compromettere il benessere psicologico.

Un altro problema sempre più diffuso tra i giovani è la depressione. I sintomi principali includono un umore persistentemente triste, un senso di vuoto o disperazione e la perdita di interesse per attività che prima risultavano piacevoli. Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione, pensieri negativi ricorrenti, eccessivi sensi di colpa e una visione distorta di sé e della realtà. Nei casi più gravi, chi soffre di depressione può arrivare a pensare al suicidio, percependo la propria sofferenza come senza via d’uscita e destinata a durare per sempre. 

Non mi soffermerò oltre sui temi affrontati in questo libro, ma vorrei condividere una riflessione nata dopo aver letto una recente notizia. Disagio Giovanile e Nuove Tecnologie. «Mia figlia, suicida a soli 12 anni». L’orrore dietro la prima causa civile italiana a Meta e TikTok.

Mi ha colpito il caso di una famiglia che ha intentato una causa civile contro Meta e TikTok dopo il suicidio della figlia dodicenne, sostenendo che l’esposizione ai contenuti proposti dagli algoritmi abbia avuto un ruolo nel suo crescente disagio psicologico.

Indipendentemente dalle responsabilità che saranno accertate, episodi come questo fanno riflettere. Negli ultimi anni sono infatti aumentati i casi di autolesionismo e di problemi di salute mentale tra gli adolescenti, e infatti il libro di Haidt richiama l’attenzione anche sull’incremento dei tassi di suicidio giovanile registrato negli Stati Uniti.

Questa lettura mi ha portato a pormi una domanda: se la Generazione Z rappresenta gli adulti di domani, quale tipo di società costruiremo in futuro?

Credo che sia fondamentale affrontare fin da oggi il tema del benessere mentale dei più giovani e promuovere un uso più consapevole delle tecnologie digitali. Solo così si potranno prevenire tragedie come quella della dodicenne citata e contribuire alla formazione di una società più equilibrata, capace di tutelare la salute psicologica delle nuove generazioni.

Alcuni paesi europei ci stanno già pensando con delle leggi che vietano i social ai ragazzi sotto una certa soglia di età, vedremo cosa succederà in Italia.

qual è il vostro parere al riguardo?


Fonti immagini: Pixabay e screenshot della copertina