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mercoledì 5 agosto 2026

La sensazione di essere infelici

 

Ciò che nella vita rimane, non sono i doni materiali, ma i ricordi dei momenti che hai vissuto e ti hanno fatto felice. Alda Merini 

Parafrasando il titolo di un celebre romanzo, ho scelto di intitolare questo post La sensazione di essere infelici. È un titolo che mi accompagna da tempo, che continuava ad affacciarsi nei miei pensieri. Ho esitato a lungo prima di usarlo, perché non volevo scrivere un post triste o lamentoso. Eppure quelle parole continuavano a tornare, come se chiedessero di essere ascoltate.

Con l'arrivo dell'estate ci aspettiamo di sentirci più leggeri, più spensierati. Chissà perché ci imponiamo questa aspettativa. Forse perché dentro di noi conserviamo il ricordo delle estati dell'infanzia, quando il mondo sembrava più semplice, più libero, più luminoso, e la felicità aveva il sapore delle giornate infinite.

Ma quella leggerezza appartiene a un altro tempo. È il ricordo di una stagione della vita ormai lontana, forse irripetibile. 

Oggi l'estate arriva mentre continuiamo a fare i conti con il lavoro, con le spese che non sempre tornano, con le ansie e le paure che accompagnano il passare degli anni. Ci confrontiamo con ciò che avremmo voluto essere e non siamo stati, con le occasioni perdute, con i rimpianti e con quei bilanci interiori che, a volte, sembrano più pesanti di quanto riusciamo a sostenere.

Mi sono chiesta più volte da dove venga questa sensazione. In fondo, potrei dire che va tutto più o meno come sempre. Più o meno, appunto.

La verità è che mi accompagna un senso costante di precarietà. La salute di mia sorella, che ci ha portato una brutta notizia ma anche buone prospettive di guarigione. Le ferie interrotte. L'auto che si guasta. Il caldo asfissiante che ci sfinisce e ci fa sentire impotenti. E poi le notizie che arrivano dal mondo, con quei pazzi al potere – ormai li definisco così – e la paura che tutto possa peggiorare ancora.

Sono sempre stata una persona ansiosa, ma per anni sono riuscita a convivere con la mia ansia affrontando un problema alla volta. Oggi, però, mi sembra molto più difficile. Di giorno mi concentro su ciò che devo fare: il lavoro, il caldo, l'organizzazione della casa, gli impegni quotidiani. Vado avanti quasi con il pilota automatico. La sera crollo dalla stanchezza, ma la notte è un'altra storia.

Mi sveglio all'improvviso e la mente comincia a costruire scenari. E se domani si rompesse anche il condizionatore, proprio mentre fuori ci sono quarantuno gradi? È già successo davvero e l'idea mi angoscia abbastanza. E se mi ammalassi? E se si ammalasse una delle persone che amo? Ogni pensiero sembra aprire la porta a quello successivo, in una catena che pare non finire mai.

Non è il singolo problema a spaventarmi, è la sensazione che tutto possa rompersi da un momento all'altro.

Forse il problema non è sentirsi fragili. Il problema è credere di dover essere sempre forti.

La vita non è una linea continua di serenità, e forse non lo è mai stata. Solo che, crescendo, impariamo a vedere anche le crepe. Eppure sono proprio quelle crepe a ricordarci che siamo vivi, che continuiamo ad amare, a preoccuparci, a sperare.

In fondo la felicità non è l'assenza di inquietudine. Forse è continuare a coltivare fiducia anche quando l'inquietudine bussa alla porta, probabilmente non siamo diventati più infelici, siamo diventati più consapevoli della fragilità della vita. E, nonostante questo, continuiamo a cercare la bellezza, magari è proprio questa ostinazione, alla fine, la nostra forma più adulta di felicità.

Spero di non avervi appesantito con queste mie riflessioni. Vi auguro un agosto sereno, ricco di quei piccoli momenti di leggerezza che spesso passano inosservati. 

E vi lascio con una domanda: capita anche a voi di vivere periodi in cui, pur non essendo davvero infelici, vi sentite attraversati da una sottile inquietudine? Se vi va, raccontatemelo nei commenti: credo che condividere queste sensazioni ci faccia sentire un po' meno soli.


Fonti immagini: Pixabay fiori di loto 


mercoledì 8 luglio 2026

Hair e il mondo di oggi




Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra. Jim Morrison


Esistono film iconici, destinati a rimanere nel tempo, eppure molti di questi non li avevo ancora visti. Uno era Hair, un film del 1979: ne avevo sentito parlare solo vagamente e conoscevo già molte delle sue canzoni, ma non l'avevo mai guardato. Ho colmato questa lacuna all'inizio di luglio, dopo che il mio compagno me ne aveva parlato come di uno dei suoi film preferiti e aver scoperto che era disponibile su Prime.

Che dire? Mi ha conquistata. Appena finito, sono andata a cercare la traduzione dei testi delle canzoni e mi sono messa a studiare la storia della guerra del Vietnam per comprenderne meglio il contesto.

Al di là della storia raccontata nel film – che ho trovato bellissimo, soprattutto per le scene musicali e per lo straordinario finale sulle note di Let the Sunshine In, davanti al Lincoln Memorial – mi è venuta voglia di approfondire la guerra del Vietnam.

Mi ha colpito rendermi conto che si è trattato di un conflitto durato quasi vent'anni, conclusosi con la sconfitta degli Stati Uniti. Più leggevo, più mi veniva spontaneo fare dei parallelismi con la realtà di oggi: cambiano i contesti e gli attori, ma certe dinamiche sembrano ripetersi.

E mi sono chiesta come sia possibile che una guerra così lunga e così distante nel tempo riesca ancora a parlare così chiaramente a chi la osserva oggi. Alcune immagini, alcuni temi — la protesta, la disillusione, il bisogno di libertà — mi sono sembrati sorprendentemente attuali.

Forse è questo il potere del cinema: non si limita a raccontare una storia, ma apre domande che restano addosso anche dopo i titoli di coda.


Riporto la trama (attenzione spoiler) 

Hair è un dramma musicale del 1979 diretto da Miloš Forman, tratto dall'omonimo musical di Broadway creato da Gerome Ragni e James Rado. Pur ispirandosi all'opera teatrale, il film se ne discosta sia nello sviluppo della trama sia nell'ordine dei numeri musicali.

Il protagonista è Claude, un giovane dell'Oklahoma chiamato a combattere nella guerra del Vietnam. Giunto a New York pochi giorni prima della partenza, incontra a Central Park un gruppo di hippie formato da Berger, Jeannie, Hud e Woof. Affascinato fin dal primo incontro da Sheila, una ragazza dell'alta borghesia, viene aiutato dai nuovi amici a conquistarla.

Grazie a Berger, Claude scopre un mondo fatto di libertà, anticonformismo e contestazione, vivendo esperienze che mettono in discussione tutto ciò in cui aveva sempre creduto. Tra amicizie profonde, momenti di spensieratezza e sequenze oniriche, arriva però il momento di raggiungere il campo di addestramento.

Decisi a regalargli un ultimo incontro con Sheila, gli amici si recano alla base militare. Berger prende temporaneamente il posto di Claude, ma proprio in quel momento scatta la partenza improvvisa dei soldati destinati al Vietnam. Costretto a salire sull'aereo, il giovane pacifista si ritrova a combattere una guerra che ha sempre rifiutato, mentre Claude ottiene involontariamente la libertà. Berger diventerà così una delle innumerevoli vittime del conflitto.

La guerra in breve 

La guerra del Vietnam (1955-1975) fu un conflitto tra il Vietnam del Nord (comunista), sostenuto da Unione Sovietica e Cina, e il Vietnam del Sud, appoggiato dagli Stati Uniti.

Gli USA intervennero principalmente perché volevano impedire l'espansione del comunismo in Asia, seguendo la teoria del domino: temevano che, se il Vietnam fosse diventato comunista, anche altri Paesi vicini lo sarebbero diventati.

Nonostante il grande impiego di uomini e mezzi, gli Stati Uniti si ritirarono nel 1973 e nel 1975 il Vietnam del Nord conquistò il Sud, unificando il Paese sotto un governo comunista.

Gli Stati Uniti ebbero circa: 58.220 militari morti e oltre 150.000 feriti. Migliaia di reduci riportarono traumi fisici e psicologici, come il disturbo da stress post-traumatico.

La guerra causò complessivamente milioni di vittime vietnamite (civili e militari), rendendola uno dei conflitti più devastanti del XX secolo.


A pensarci bene, il mio interesse per la guerra del Vietnam era stato stuzzicato circa un mese fa, quando ho letto Io sono Dio di Giorgio Faletti.

Il romanzo, un thriller ambientato a New York, ruota attorno a una serie di attentati compiuti con il napalm da un misterioso killer che si autoproclama "Dio". Nel corso dell'indagine, condotta dalla detective Vivien Light e dal fotoreporter Russell Wade, emerge un legame profondo tra l'attentatore, la guerra del Vietnam e alcuni oscuri segreti militari e politici.
Forse è stata proprio la combinazione tra questo romanzo e Hair a spingermi ad approfondire un capitolo di storia che conoscevo solo superficialmente.

E, prima di salutarvi, vi lascio con il link Youtube dell'ultima scena del film, con la bellissima canzone che è anche un messaggio di speranza Let the sunshine In 




 E voi avete visto questo film?


Fonti immagini: Pixabay 

sabato 20 giugno 2026

La generazione ansiosa

 

L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo. Jodi Picoult . 


È raro che io legga dei saggi, ma, sfogliando i libri disponibili nella biblioteca digitale, sono stata subito incuriosita da un titolo: La generazione ansiosa di Jonathan Haidt.

Jonathan Haidt è uno psicologo sociale che ha scritto questo libro dopo anni di ricerche e approfondimenti nel campo della psicologia, anche attraverso studi condotti sui propri studenti. Secondo l’autore, con il passaggio dai Millennials, che hanno conosciuto principalmente il telefono cellulare, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone, si è assistito a un notevole aumento dei livelli di ansia e della dipendenza dai dispositivi digitali.

Ho trovato questo saggio davvero interessante perché analizza l’impatto che smartphone e social network hanno avuto sulla Generazione Z, evidenziando come abbiano contribuito a creare importanti cambiamenti nel modo di vivere, relazionarsi e affrontare la crescita.

Il libro racconta ciò che è accaduto alla generazione nata dopo il 1995, comunemente definita Generazione Z, successiva ai Millennials, nati tra il 1981 e il 1995. A partire dal 2012 è cresciuto in modo esponenziale il numero di adolescenti che condividono online foto e video della propria vita, non solo per essere osservati dai coetanei e dagli estranei, ma anche per ottenere approvazione e consenso.

Secondo Jonathan Haidt, i livelli di ansia e la dipendenza dalla tecnologia sono aumentati man mano che si è passati dai Millennials, abituati ai primi telefoni cellulari, alla Generazione Z, cresciuta con gli smartphone fin dall’infanzia.

cerco di riassumere qualche concetto tratto dal libro:

"All’inizio degli anni 2000, le aziende tecnologiche della West Coast degli Stati Uniti svilupparono una serie di prodotti innovativi sfruttando la rapida espansione di Internet.

In quel periodo si diffuse un forte ottimismo nei confronti della tecnologia: questi strumenti rendevano la vita più semplice, divertente e produttiva, permettevano di comunicare facilmente e di connettere persone in ogni parte del mondo. Per molti sembravano rappresentare un enorme vantaggio anche per le democrazie emergenti. Tuttavia, secondo Haidt, le aziende non avevano condotto ricerche approfondite sulle possibili conseguenze che tali prodotti avrebbero potuto avere sulla salute mentale di bambini e adolescenti, né avevano condiviso dati con gli studiosi che ne analizzavano gli effetti. Al contrario, di fronte alle prove sempre più numerose dei danni provocati dall’uso intensivo dei social media tra i più giovani, molte imprese hanno reagito con strategie di negazione, minimizzazione del problema e campagne di pubbliche relazioni.

L’autore riconosce però che le piattaforme digitali e i social media possono essere strumenti molto utili per gli adulti: aiutano a trovare informazioni, lavoro, amicizie e relazioni, semplificano gli acquisti, favoriscono l’organizzazione politica e rendono più efficienti molte attività quotidiane. Sebbene anche alcuni adulti sviluppino forme di dipendenza da queste tecnologie, in genere si ritiene che siano in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

La situazione è diversa per i minori. Le aree del cervello legate alla ricerca della ricompensa maturano prima della corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e del processo decisionale, che raggiunge il pieno sviluppo solo intorno ai 25 anni. Per questo motivo bambini e preadolescenti sono particolarmente vulnerabili.

All’inizio della pubertà, infatti, molti ragazzi sono socialmente insicuri, facilmente influenzabili dalla pressione dei coetanei e fortemente attratti da tutto ciò che offre approvazione e gratificazione sociale. Haidt osserva che, mentre la società vieta ai minori di acquistare tabacco, alcolici o di entrare nei casinò, consente loro di accedere liberamente ai social media, nonostante questi possano esercitare un forte potere di coinvolgimento e creare forme di dipendenza."

Secondo Haidt, la Generazione Z è cresciuta in un contesto completamente diverso rispetto alle generazioni precedenti, trascorrendo sempre più tempo nel mondo virtuale e sempre meno nelle esperienze concrete e nelle relazioni dirette.

L’autore sostiene che molti genitori hanno adottato un atteggiamento di forte iperprotezione nella vita reale, limitando l’autonomia dei figli e cercando di eliminare ogni rischio. Allo stesso tempo, però, hanno concesso loro un accesso quasi illimitato al mondo digitale, spesso senza comprenderne i possibili effetti o sapere come porre dei limiti.

Eppure, per svilupparsi in modo sano, i bambini hanno bisogno di tempo libero, gioco e piccole sfide quotidiane, che li aiutano a costruire autonomia e resilienza. Infatti, proprio la combinazione tra eccessiva protezione nel mondo reale e scarsa tutela nel mondo virtuale è una delle principali cause dell’aumento di ansia e fragilità osservato nella Generazione Z.

Nel 2017 era ormai chiaro che l’aumento di depressione e ansia avveniva in diversi paesi tra gli adolescenti di tutti i livelli culturali, classi sociali ed etnie. Gli individui nati a partire dal 1996 erano diversi dal punto di vista psicologico da quelli nati, solo pochi anni prima. Subito dopo aver ricevuto un iPhone, i teenager iniziavano a diventare più depressi e chi lo usava di più era più depresso, mentre più sani erano quelle che dedicavano più tempo alle attività dal vivo come sport di squadre. 

I social media nuocciono agli adolescenti, soprattutto alle ragazze nella fase della pubertà e le cause del problema sono molto più ampie, non riguarda solo smartphone e social media, ma una trasformazione storica e senza precedenti dell’infanzia umana. Nel mondo virtuale i bambini erano abbandonati e quasi indifesi a loro stessi, ora è sempre più evidente che l’infanzia fondata sul telefono nuoce alla salute mentale dei nostri bambini li isola dal punto di vista sociale e li rende profondamente infelici.

Se pensiamo agli adulti della generazione X e alle precedenti del 2010, questi non hanno visto un particolare incremento dei disturbi di depressione e ansia, anche se molti di noi sono diventati più stanchi, dispersi e logorati dalle nuove tecnologie e dalle loro continue interruzioni e distrazioni. Noi però siamo adulti e forse possiamo riacquistare il controllo della nostra mente.

In pratica, dal 2010 in poi c’è stato un incremento a livello internazionale del tasso di ansia depressione tra gli adolescenti.

L’ansia è legata alla paura, ma non è la stessa cosa perché la paura è la risposta emotiva a un imminente minaccia reale o percepita mentre l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura

Ansia e paura sono entrambe reazioni naturali e utili, perché aiutano a riconoscere e affrontare i pericoli. La paura si manifesta di fronte a una minaccia immediata, mentre l’ansia nasce quando un possibile pericolo viene solo immaginato o anticipato. In situazioni di rischio è normale sentirsi in allerta, ma quando questo stato si attiva continuamente anche in assenza di reali motivi, può trasformarsi in un disturbo e compromettere il benessere psicologico.

Un altro problema sempre più diffuso tra i giovani è la depressione. I sintomi principali includono un umore persistentemente triste, un senso di vuoto o disperazione e la perdita di interesse per attività che prima risultavano piacevoli. Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione, pensieri negativi ricorrenti, eccessivi sensi di colpa e una visione distorta di sé e della realtà. Nei casi più gravi, chi soffre di depressione può arrivare a pensare al suicidio, percependo la propria sofferenza come senza via d’uscita e destinata a durare per sempre. 

Non mi soffermerò oltre sui temi affrontati in questo libro, ma vorrei condividere una riflessione nata dopo aver letto una recente notizia. Disagio Giovanile e Nuove Tecnologie. «Mia figlia, suicida a soli 12 anni». L’orrore dietro la prima causa civile italiana a Meta e TikTok.

Mi ha colpito il caso di una famiglia che ha intentato una causa civile contro Meta e TikTok dopo il suicidio della figlia dodicenne, sostenendo che l’esposizione ai contenuti proposti dagli algoritmi abbia avuto un ruolo nel suo crescente disagio psicologico.

Indipendentemente dalle responsabilità che saranno accertate, episodi come questo fanno riflettere. Negli ultimi anni sono infatti aumentati i casi di autolesionismo e di problemi di salute mentale tra gli adolescenti, e infatti il libro di Haidt richiama l’attenzione anche sull’incremento dei tassi di suicidio giovanile registrato negli Stati Uniti.

Questa lettura mi ha portato a pormi una domanda: se la Generazione Z rappresenta gli adulti di domani, quale tipo di società costruiremo in futuro?

Credo che sia fondamentale affrontare fin da oggi il tema del benessere mentale dei più giovani e promuovere un uso più consapevole delle tecnologie digitali. Solo così si potranno prevenire tragedie come quella della dodicenne citata e contribuire alla formazione di una società più equilibrata, capace di tutelare la salute psicologica delle nuove generazioni.

Alcuni paesi europei ci stanno già pensando con delle leggi che vietano i social ai ragazzi sotto una certa soglia di età, vedremo cosa succederà in Italia.

qual è il vostro parere al riguardo?


Fonti immagini: Pixabay e screenshot della copertina 


domenica 31 maggio 2026

Un sorriso gratis

 

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso. Madre Teresa di Calcutta


Che cosa può cambiare il colore di una giornata?

Ci sono mattine in cui ci si sveglia con il peso del mondo addosso. Le scadenze rincorrono i pensieri, le preoccupazioni si affollano nella mente ancora prima del primo caffè, e il cuore sembra camminare qualche passo dietro di noi.

Si esce di casa distratti, con lo sguardo basso e l’anima in disordine. Poi, quasi senza accorgersene, accade qualcosa di minuscolo eppure capace di spostare il baricentro della giornata: una mano che ti tiene aperta la porta, un buongiorno inatteso, il sorriso di uno sconosciuto sull’autobus o al bancone del bar.

Sono gesti piccoli, quasi invisibili, ma hanno la forza gentile della luce quando entra in una stanza buia. Per un attimo il mondo sembra migliore, le inquietudini della notte sfumano e persino il peso dei pensieri si fa più leggero.

Io li chiamo “sorrisi gratis”, prendendo in prestito il titolo di una canzone di Gino Paoli: sorrisi che non chiedono nulla, che non hanno secondi fini, ma nascono soltanto dal desiderio umano di riconoscersi, anche per un istante, nella gentilezza.

Forse ci fanno star bene proprio perché stanno diventando sempre più rari. Eppure basterebbe così poco per rendere il mondo, ogni giorno, appena più abitabile.

Abbiamo bisogno di sorrisi gratuiti. Lo penso spesso. L’altra sera, però, guardando il programma L’Eredità, ho avuto la conferma che non sono l’unica. Durante uno dei giochi è stata mostrata una statistica sulle cose che riescono a rendere più bella una giornata e a farci stare bene.

Tra le più apprezzate c’erano il profumo del pane appena sfornato, un odore che ci riporta ai ricordi dell’infanzia, la sorpresa di sentire alla radio la nostra canzone preferita e il sorriso gentile di una persona sconosciuta. C’erano anche altre risposte, ma queste sono quelle che mi hanno colpita di più. Forse perché parlano di quelle piccole gioie che non costano nulla e che, proprio per questo, hanno un valore speciale.

Alla fine, le cose che ci fanno stare meglio sono spesso le più semplici. E un sorriso sincero resta uno dei regali più preziosi che possiamo fare, senza spendere nulla. E così - in questo maggio piuttosto faticoso per una serie di motivi - ho pensato di scrivere un post un po' ottimistico cercando di parlare di cose belle.

E per voi? Qual è quella piccola cosa, semplice e quotidiana, che riesce sempre a strapparvi un sorriso e a rendere più bella la giornata?

Mentre ci pensate vi lascio il link della bellissima canzone di Gino Paoli.



Fonti immagini: Pixabay

domenica 19 aprile 2026

Energie rinnovabili


La situazione è grave ma non è seria. Ennio Flaiano

Qualche giorno fa discutevo con un mio amico sulla guerra del golfo e del suo impatto sui prezzi dell’energia. Secondo il mio amico in Italia dovremmo investire nel petrolio (infatti esistono dei giacimenti, ma non vengono sfruttati) così ho fatto qualche ricerca in rete e sembra che i giacimenti in Italia ci siano, ma è troppo oneroso sfruttarli. 

Questi i principali problemi:i giacimenti non sono molto grandi, costi di estrazione elevati, Vincoli ambientali e opposizione locale, politiche energetiche orientate alla riduzione dei combustibili fossili

Le principali aree petrolifere italiane sono: 

Basilicata: è la zona più importante (soprattutto la Val d’Agri)

Sicilia: storicamente rilevante

Mar Adriatico: estrazioni offshore

In misura minore anche in Emilia-Romagna e altre zone

L’Italia produce solo una piccola parte del petrolio che consuma e copre circa 5-10% del fabbisogno nazionale, il resto viene importato da altri Paesi

a quanto pare l’Italia produce circa: 70.000 – 90.000 barili di petrolio al giorno

cioè circa 3,5 - 4,5 milioni di tonnellate all’anno ma il consumo italiano è molto più alto (oltre 1 milione di barili al giorno) quindi la produzione interna copre solo una piccola parte del fabbisogno.

La maggior parte arriva dalla Val D'Agri (in Basilicata) che da sola fa oltre la metà della produzione nazionale, poi ci sono alcuni giacimenti offshore nel Mar Adriatico e alcuni campi in Sicilia.

se digitate la ricerca "val d'Agri petrolio" questo è quello che vi appare

Il giacimento della Val d'Agri, in Basilicata, rappresenta il più grande giacimento petrolifero su terraferma ("onshore") d'Europa. Gestito principalmente da Eni (60,1%) con Shell (39,9%), il centro olio di Viggiano (COVA) separa il greggio estratto dai numerosi pozzi. È un polo energetico cruciale che contribuisce significativamente alla produzione di idrocarburi italiana, sebbene le estrazioni abbiano avuto cali recenti.

Lo sapevate? io non lo sapevo. Se non avessi approfondito con delle ricerche in rete e alcune domande mirate sul solito motore di ricerca non lo avrei scoperto e sarei rimasta nel limbo dell'ignoranza su questi argomenti 

Le principali compagnie coinvolte sono ENI che è la più importante e altre aziende energetiche internazionali più piccole.

L'Italia è più rilevante per il gas naturale che per il petrolio con una produzione di circa 3–5 miliardi di metri cubi all’anno,  anche qui però si importa la maggior parte del prodotto.

In realtà io penso che il grande potenziale energetico dell’Italia non sia nel petrolio ma in altre forme di energia:

solare (il più grande)

eolico, soprattutto nel sud

geotermia in alcune aree.

teoricamente il sud Italia potrebbe diventare uno dei principali “esportatori di elettricità” d’Europa

Il motivo principale è una combinazione di geografia, clima e nuove tecnologie energetiche. Molti studi energetici europei prevedono che il Sud Italia potrebbe diventare un hub di produzione elettrica rinnovabile per l’Europa, per le seguenti motivazioni:

1. Molto più sole rispetto al Nord Europa

Il Sud Italia riceve una quantità di radiazione solare tra le più alte d’Europa.

Regioni come sicilia, puglia, sardegna e basilicata possono produrre molta più energia per pannello solare rispetto a paesi del nord Europa.

Per confronto: la Germania ha installato moltissimo solare pur avendo circa il 30-40% di sole in meno.

2. Ottime zone per l’eolico

Il Sud e le isole hanno anche buone condizioni di vento, specialmente:

nel Canale di Sicilia

nel Mar Adriatico meridionale

nelle zone montuose dell’Appennino.

Questo permette di combinare solare ed eolico, che producono energia in momenti diversi della giornata e dell’anno.

3. Posizione strategica nel Mediterraneo

da una ricerca in rete ho scoperto che l’Italia è una specie di ponte energetico tra:

Europa

Nord Africa

Medio Oriente.

Per esempio cavi elettrici sottomarini e progetti energetici stanno già collegando l’Italia con Tunisia, Grecia e Albania. Questo permette di scambiare elettricità tra regioni con sole e vento diversi.

Il problema storico delle rinnovabili è che sole e vento sono variabili, ma le nuove tecnologie stanno cambiando la situazione con batterie giganti per accumulo, produzione di idrogeno verde con energia in eccesso. L’idrogeno può essere esportato o usato nell’industria.

4. Nuove “autostrade elettriche” europee

L’Europa sta costruendo nuove linee ad alta capacità per trasportare elettricità tra paesi.

L’Italia è già collegata con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia 

Con più produzione rinnovabile nel Sud, parte dell’energia potrebbe fluire verso il Nord Europa, dove il sole è molto meno.

In sintesi

Il Sud Italia potrebbe diventare esportatore di energia perché ha molto sole, buon vento, posizione centrale nel Mediterraneo,  possibilità di accumulo energetico, collegamenti elettrici con il resto d’Europa.

Curiosità: secondo alcuni scenari energetici europei, il Mediterraneo potrebbe diventare per l’elettricità quello che il Golfo Persico è stato per il petrolio.

E se, invece che incaponirsi con il ponte sullo stretto, si investisse seriamente nelle energie rinnovabili? 

Io sono anni che lo penso, ma ai più sembra un pensiero assurdo, forse perché non si tratta di informazioni così diffuse, del resto nella tv generalista nessuno ne parla, forse fa comodo tenere il sud Italia in una posizione subalterna in balia delle mafie, oltre che mantenere l'Italia intera in balia dei paesi produttori di petrolio, quando si potrebbe diventare nel tempo sempre più indipendenti dalle produzioni di altri paesi, per di più con fonti di energia non inquinanti.

E voi cosa ne pensate?


Fonti immagini: Pixabay 



sabato 7 marzo 2026

La vita che volevo

Per ogni cosa che valga la pena di avere nella vita, vale la pena che si lavori per ottenerla. Andrew Carnegie 



Qualche tempo fa, commentando un post di Ariano Geta, ho scritto:

“Che vita voglio vivere? Bella domanda. Dopo le superiori, però, spesso non si ha un’idea chiara: si segue l’istinto. E, di solito, l’istinto non sbaglia. Ricordo quando decisi di fare l’università a Bologna, con l’idea di trovare anche un lavoro, perché volevo essere indipendente… Potrei scriverci un post intero.”

Riflettendo, mi chiedo oggi se avessi davvero chiaro il mio obiettivo di vita. In realtà, molte scelte nascono dall’istinto, senza pensarci troppo. Ma lasciare la Puglia per Bologna fu una decisione ben precisa.

Vivere in un piccolo paese della provincia di Foggia mi stava stretto. Da bambina, mi sembrava un luogo limitato, senza grandi eventi, un posto noioso dove non succedeva mai niente. Con il tempo ho capito che era una visione riduttiva: anche nei posti più tranquilli accadono storie, dettagli, eventi – e io me ne sono nutrita per i miei gialli. Però c’era qualcosa di vero nella mia sensazione: se volevo cambiare vita, dovevo andare via.

Da bambina ero curiosa e intelligente; crescendo, sono diventata un po’ ribelle, insofferente alle regole. Non tutte le regole, solo quelle che mi sembravano assurde. Per esempio, diventare indipendente come donna, in un paese di circa 16.000 abitanti, era complicato. Le donne si sposavano e facevano le casalinghe, o si accontentavano di lavori precari, spesso in nero, che abbandonavano quando si sposavano e diventavano dipendenti dal marito. Oppure lavoravano nell’attività del coniuge. L’idea di dipendere da un uomo non mi piaceva: la rifiutavo, anche se a volte confusamente. Con gli anni, quella convinzione è diventata sempre più solida.

E così, tra curiosità, ribellione e desiderio di libertà, ho capito che la mia vita la potevo costruire solo scegliendo di andare altrove.

Perché scelsi Bologna? Anche questa decisione nacque da considerazioni pratiche, ma non solo. Bologna mi attirava per molti motivi.

Prima di tutto, adoravo Francesco Guccini e altri cantautori bolognesi: Lucio Dalla, Luca Carboni, e artisti meno noti come Claudio Lolli. L’idea di vivere nella loro città mi affascinava, come se Bologna avesse già una colonna sonora capace di parlarmi.

Per un breve periodo, sull’onda di una cotta travolgente per Alberto Fortis, avevo pensato anche a Milano. Ma poi la realtà prese il sopravvento. Informandomi sull’assistenza agli studenti fuori sede, scoprii che Bologna offriva un sistema eccellente: se riuscivi ad accedere alla borsa di studio - attraverso una selezione che contemplava merito scolastico e reddito al di sotto di una certa soglia - avevi tutto, un posto nella casa dello studente e un assegno mensile di mantenimento. Non era una grande cifra, ma a me bastava. Stringendo la cinghia, riuscivo a vivere con dignità e autonomia, senza chiedere soldi ai miei.

Seguendo anche i consigli di un paio di amiche già iscritte all’Università di Bologna, decisi di iscrivermi anch’io.

Col senno di poi, mi rendo conto che quella scelta fu una soglia: l’ingresso vero nella vita adulta. Bologna offriva molto anche dal punto di vista lavorativo e, dopo la laurea, trovai quasi subito un impiego. Nel frattempo, avevo incontrato anche un amore bolognese. Così, senza accorgermene, mi ero costruita una nuova casa.

Insomma, una volta arrivata qui, non sono più riuscita a ripartire. Quella che doveva essere una tappa è diventata una radice.

Il bivio del destino

Occorre però che vi racconti un piccolo episodio, capace di spiegare come si possa arrivare a compiere certe scelte decisive. Accadde alla fine della terza media e fu determinante per la decisione di continuare a studiare, cosa che allora non era affatto scontata per me.

Esistono incontri che ti cambiano la vita, in meglio o in peggio. A volte i genitori non riescono a motivarti né a indicarti una strada. Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo come un cagnolino. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è pienamente ricambiato.

C’è un episodio della mia vita che ancora oggi considero un punto di svolta. Accadde alla fine della terza media, quando mi trovai davanti a una scelta che allora non sembrava importante, ma che avrebbe deciso molto del mio futuro: continuare a studiare oppure no.

A quell’età esistono incontri che possono cambiarti la vita. E a volte sono proprio le persone più insospettabili a farlo. I genitori, pur amandoti, non sempre riescono a indicarti una strada.

Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo ovunque, come un’ombra. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è ricambiato allo stesso modo. Lei non amava studiare e decise che, finita la terza media, sarebbe andata a lavorare.

Io pensai che avrei fatto lo stesso. In fondo era quello che mi veniva ripetuto in casa.

Mia madre, donna dolce ma prigioniera di idee antiche, mi diceva come una cantilena che le donne non dovevano studiare, che io, essendo la più piccola, dovevo diventare il “bastone della sua vecchiaia”.

La amavo moltissimo, ma quelle parole pesavano come macigni.

E poi c’era la frase che concludeva sempre ogni discorso:“Anche se studi, il lavoro non lo trovi, se non hai le conoscenze giuste”.

Le mie sorelle rimasero ai margini di quella decisione. Erano adolescenti distratte, ignare che il mio futuro avrebbe toccato anche il loro.

Un pomeriggio, mentre tornavo a casa, incontrai per strada mio prozio, il fratello minore di mia nonna. Era così giovane che mio padre aveva solo sette anni più di lui. Era un uomo che si era costruito da solo, con una ditta di costruzioni e una vita solida alle spalle.

Mi salutò con affetto e mi chiese:

«A quale scuola superiore ti iscriverai?»

Io risposi senza pensarci, ripetendo le parole di mia madre:

«Non continuerò a studiare. Tanto non troverò lavoro lo stesso».

Lui mi guardò come se avessi detto qualcosa di incomprensibile.

«Ma come? Una brava come te!» esclamò. Sapeva che a scuola avevo quasi sempre il massimo dei voti.

Poi iniziò a parlarmi dello studio come di una porta aperta sul futuro. Mi disse che non dovevo rinunciare, che il sapere era una ricchezza che nessuno mi avrebbe mai potuto togliere.

Mi consigliò di iscrivermi a un istituto tecnico: così avrei avuto un diploma, una possibilità concreta di lavorare, e, se avessi voluto, anche di continuare con l’università.

Quell’incontro durò pochi minuti. Ma cambiò la direzione della mia vita.

Quel giorno capii che volevo continuare a studiare e intraprendere una mia strada.  Dentro di me qualcosa si era mosso. Una piccola ribellione silenziosa. Capivo che studiare non significava solo andare a scuola: significava scegliere me stessa.

Non so se mio prozio si rese conto di ciò che aveva fatto. Forse per lui fu solo una conversazione qualunque. Per me fu una porta che si aprì.

E ogni volta che ripenso a quel pomeriggio, rivedo quella strada, il sole che calava e una ragazza che, senza saperlo, stava iniziando a camminare verso la propria libertà.

Alcune riflessioni

Per me era fondamentale diventare indipendente. Non è stato immediato. Quando ho iniziato a lavorare, guadagnavo uno stipendio, ma dovevo affrontare un affitto alto (oggi lo è ancora di più) e tutte le spese: bollette, cibo, vita quotidiana. Spesso arrivavo a fine mese con fatica.

Paradossalmente avevo meno pensieri quando studiavo, anche se stringevo la cinghia ancora di più. A volte mi chiedevo se sarei davvero riuscita a diventare autonoma. E spesso pensavo di tornare in Puglia. Ma l’amore, in quel momento, era qui a trattenermi.

Vivendo lontano da casa ho scoperto di essere più determinata e resistente di quanto credessi. Ho resistito finché non ho trovato una casa in affitto decente, dopo aver cambiato abitazione una decina di volte: infatti conosco quasi tutti i quartieri di Bologna.

Nel frattempo mi sono sposata, e poi il matrimonio è finito. Ho cambiato amore, ho cambiato lavoro, e poi tante altre cose.

In fondo, le scelte fatte per istinto si sono rivelate giuste. Oggi sono una persona indipendente, più consapevole, tutto sommato serena. Non ho rimpianti veri: ho solo strade percorse.

Cosa direi oggi alla ragazza che partiva dalla Puglia

Le direi di non avere paura della fatica.

Che si sentirà sola, qualche volta, e che penserà di aver sbagliato strada. Ma le direi anche che diventerà più forte di quanto immagini.

Che l’indipendenza non sarà un punto d’arrivo, ma un processo lungo, fatto di traslochi, amori sbagliati, lavori precari e piccole conquiste.

Le direi: vai. Parti. Fidati del tuo istinto.

Perché anche se non tutto andrà come speravi, diventerai esattamente la persona che avevi bisogno di diventare.

La vita che vorrai non sarà quella che immagini adesso. Non sarà lineare, né facile, né perfetta. Sarà fatta di stanze cambiate spesso e di valigie rifatte troppe volte, di amori che finiscono e di altri che arrivano quando non te li aspetti, di paure, di conti che non tornano, di giorni in cui penserai di aver sbagliato tutto.

E ogni volta che avrai paura di non farcela, ricordati perché sei partita: per essere libera, per non dipendere da nessuno, per scegliere da sola chi essere.

Ma dentro quella vita ci sarai sempre tu: la tua fame di libertà, la tua testardaggine, il tuo desiderio di non dipendere da nessuno.

Conclusioni

Non voglio dilungarmi oltre ma, ritornando al titolo del post: ho avuto la vita che volevo?

Se devo essere sincera, sì e no. L’indipendenza è l’unico desiderio che ho realizzato davvero, gli altri desideri si sono persi un po’ per strada, alcuni si sono arenati nonostante abbia speso impegno, dolori ed energie, altri sono arrivati a un compromesso (a volte è necessario arrendersi per non soccombere) altri sono stati accantonati, ma non sto a farvi l’elenco dettagliato, non avrebbe senso, però la mia è stata una vita consapevole, sono stata io la regista e non altri e questo non è poco.


E voi cosa ne pensate? avete la vita che avevate immaginato? 


Fonti immagini: Pixabay 


giovedì 29 gennaio 2026

Piccoli attimi di silenzio



I momenti di pace sono pause preziose per l’anima. Madre Teresa di Calcutta 

Ogni mattina mi ritaglio un tempo solo mio, fatto di letture lente e parole scritte sul blog.

Il mondo, a quell’ora, dorme ancora: tace, non chiede nulla, e mi concede spazio per pensare. Sono frammenti di silenzio che mi attraversano e mi rimettono al mondo. Il mondo è ancora addormentato e, finché dorme, non mi invade. Posso pensare senza rumore.

Sono piccoli attimi di quiete che mi rigenerano. Mi aiutano a rimettere ordine dentro, prima che la giornata cominci davvero.

Nel silenzio posso ascoltarmi meglio, senza dover rispondere a nulla. Quando il giorno comincia davvero, io sono già un passo avanti: più centrata, più presente. Quel silenzio del mattino è una promessa che faccio a me stessa, ogni giorno. 

Ognuno può scegliere il proprio momento, per me è la fascia oraria tra le sei e le sette del mattino, la prima mezz’ora è proprio solo mia, prendo il caffè con calma, leggo una rivista, scrivo sul tablet, controllo la posta personale, soprattutto penso con calma. Se ho un dubbio o un problema da risolvere spesso è in quella mezz’ora che trovo la soluzione o, semplicemente, faccio chiarezza a me stessa. Dalle sei e trenta in poi mi preparo per andare al lavoro, ma è ancora un tempo in cui organizzo mentalmente il resto del giorno e quello che dovrei fare. 

È un tempo breve, ma prezioso che mi rigenera e mi accompagna nel resto della giornata. È come se, prima di affrontare il fuori, avessi bisogno di sistemare il dentro.

Non è sempre facile ritagliarsi questo spazio. La tentazione di rimandare, di riempire subito il tempo, è forte. Eppure ho imparato che quando rinuncio a questo momento, qualcosa nella giornata resta in sospeso, come se mancasse un punto di partenza.
Ho anche pensato di sfruttare questo momento per scrivere, ma è uno spazio così breve che difficilmente riuscirei a portare a termine qualcosa di davvero concreto. Tuttavia è un tempo che, a suo modo, mi serve anche per la scrittura.
Talvolta ho preso appunti su un foglio di carta per fissare un’idea, per prendere nota di qualche spunto per la trama che, magari, stavo scrivendo. Mi è capitato spesso di salvare un pensiero prima che volasse via dalla mente travolto dal vortice del lavoro e di tornarci poi verso sera ritrovandolo su quel pezzo di carta. 
Questi momenti mi servono spesso per scrivere sul blog, fissando pensieri e idee sul mio Ipad per poi completarli in un momento successivo quando ho più tempo.

Avevo già trattato questo argomento, anche se in forma lievemente diversa, in un post del 2022 parlando de la mia routine mattutina

In fondo la scrittura non è solo un insieme di parole messe in fila. È un modo per dare forma ai pensieri, per fermare il caos della mente e trasformarlo in qualcosa di comprensibile.

Scrivere significa scegliere: cosa dire, cosa tacere, come dirlo. In un mondo che corre veloce, la scrittura è uno spazio lento. Un luogo dove possiamo ascoltarci davvero. Che sia su un quaderno, su uno schermo o in un messaggio, scrivere resta uno dei modi più umani per esistere, una specie di casa interiore che ci salva un po’ ogni giorno.

Così, ogni mattina, tra le sei e le sette, nel silenzio, nel caffè caldo, nelle parole appena accennate mi godo il mio semplice rito, il mio modo di ricordarmi chi sono, prima che il mondo cominci a chiedermi altro. Forse è proprio questo il senso di quei minuti rubati all’alba: non produrre e non correre, ma solo un momento di riflessione.

Questo è il mio tempo lento, la mia piccola tregua quotidiana.

E tu, hai un momento della giornata che tieni solo per te, in cui il silenzio ti aiuta a rimettere ordine dentro?


Fonti immagini: Pixabay 


domenica 23 novembre 2025

Tutto il mondo è Sicilia

la mia granita cioccolato e pistacchio a Taormina 

La scorsa settimana sono stata a Catania a trovare una vecchia amica insieme a un’altra amica: ci conosciamo tutte e tre dal lontano 1997, quindi ormai da quasi trent’anni. È stata una sorta di rimpatriata: non tornavamo a Catania da ottobre 2019, prima della pandemia. Nel 2020 avremmo voluto fare un viaggio in Irlanda, ma con il Covid è saltato tutto.

Siamo rimaste a Catania quattro giorni, dal venerdì mattina al lunedì sera, quando siamo ripartite per Bologna. Quattro giorni che mi sono sembrati una settimana. Non so perché, ma al Sud il tempo sembra dilatarsi: forse è l’effetto della vacanza, che scorre più lentamente, oppure il fatto che in quei giorni fai così tante cose che il tempo sembra più lungo.

Venerdì, appena arrivate, abbiamo iniziato la giornata con una lunga passeggiata per il centro, godendoci quel clima quasi estivo che sembrava volerci dare il benvenuto. Siamo arrivate fino al lungomare, dove l’aria profumava di mare e le persone sembravano più lente, più serene. Dopo un po’ siamo tornati a casa per pranzare e, tra una chiacchiera e l’altra, qualche risata e un momento di riposo, il pomeriggio è scivolato via senza che ce ne accorgessimo. All’improvviso era già ora di prepararci per la serata: avevamo i biglietti per uno spettacolo al teatro San Giorgi. La nostra amica li aveva presi per assistere al concerto di Olivia Sellerio, e saremmo andati tutti insieme al suo gruppo di amici.

Olivia Sellerio è la voce che canta, in un siciliano avvolgente e profondissimo, le sigle di alcuni episodi di Montalbano. Devo ammettere che quelle sigle mi hanno sempre stregata, ma non avevo mai saputo chi fosse la cantante. Scoprirlo quella sera è stato come aprire una porta su un piccolo mondo: lei è una bravissima artista siciliana, figlia di Enzo ed Elvira Sellerio, gli editori di Camilleri. Nella prima stagione del giovane Montalbano era stata lei a interpretare sia la sigla iniziale che quella finale; nella seconda aveva scritto sei brani che compongono la colonna sonora, una sequenza di emozioni una dietro l’altra. 

Il concerto, organizzato nell’ambito del centenario della nascita di Camilleri, è stato una vera sorpresa. Eravamo vicinissimi al palco, così vicini da percepire l’intensità della sua voce e l’energia dei musicisti, tutti straordinari. È stata una di quelle serate che sembrano arrivare al momento giusto, in cui tutto si allinea: la musica, l’atmosfera, la compagnia. Una serata che ti rimane addosso.

Poi siamo andati a mangiare in un ristorante e, tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo fatto le ore piccole. È stata una sensazione strana: non mi sentivo né estranea né fuori posto, anzi, era una sensazione piacevole, come se quel luogo mi appartenesse un po’. A un certo punto mi sono sorpresa a immaginare come sarebbe vivere lì, lontana da tutto. Mi succede spesso: nei posti che visito finisco sempre per immaginare una possibile vita alternativa.

Giardini Naxos

Il sabato siamo partiti verso Giardini Naxos. Il mare ci ha accolti con un’acqua incredibilmente limpida, così bella che non abbiamo resistito: ci siamo tolti le scarpe e abbiamo camminato a piedi nudi lungo la riva. Sembrava irreale poterlo fare a metà novembre. Dopo un pranzo in un ristorantino sulla spiaggia, con il rumore delle onde come sottofondo, siamo saliti a Taormina. Dalla terrazza panoramica la vista era talmente perfetta da sembrare dipinta: il mare, l’Etna, le case incastonate nella montagna… tutto sembrava sospeso.

Veduta dalla strada verso Taormina 
Veduta dalla terrazza panoramica 


La sera, una volta rientrate a Catania, la stanchezza si è fatta sentire. Dopo una cena leggera siamo uscite comunque a fare una passeggiata: il centro notturno pullulava di vita, un flusso continuo di voci, luci e movimento che sembrava inesauribile. Dimenticavo: la nostra amica vive in un bellissimo appartamento in pieno centro, e uscire a piedi è semplicissimo — un vantaggio enorme, perché trovare parcheggio il sabato sera è difficile quanto a Bologna.

La domenica, invece, l’abbiamo trascorsa ad Aci Castello, camminando a lungo sul lungomare prima di fermarci in un ristorante affacciato sulla piazza principale da cui comunque si vedeva il mare. Poi ci siamo spostati ad Aci Trezza per una granita, inevitabile rito siciliano, e abbiamo concluso la giornata con un’altra passeggiata serale. Il lungomare era già adornato con le luci di Natale, e quell’atmosfera un po’ sospesa ci ha spinto naturalmente a parlare di Verga, dei Malavoglia, dei nostri ricordi scolastici e letterari. Chissà perché alcuni luoghi fanno riaffiorare certe storie con una facilità sorprendente.

Questi pochi giorni mi hanno ricordato quanto sia importante fermarsi, ritrovare vecchi legami e scoprire che certi posti sanno ancora sorprenderti. Catania è stata questo: un ritorno, una pausa, un pezzo di tempo che sembrava più grande di ciò che era.

Quando lunedì sera siamo risalite sull’aereo per Bologna, avevo la sensazione di lasciare qualcosa di sospeso, come se quei quattro giorni non fossero bastati a contenere tutto quello che avevo provato. La Sicilia ha questo strano potere: dilata il tempo, amplifica le emozioni, fa riaffiorare ricordi che pensavi dimenticati.

Sono tornata a casa con la mente piena di immagini—il mare di novembre, le luci di Aci Trezza, la musica che ti entra dentro, le nostre chiacchiere infinite—e con la certezza che alcuni luoghi ti restano addosso più di altri. 

E voi conoscete la Sicilia e, in particolare, Catania?

Vi lascio, attraverso un link Youtube, un assaggio della incredibile voce di Olivia Sellerio 






mercoledì 12 novembre 2025

Mentre aspetto di essere felice

 


La felicità non dipende dalle cose esterne, ma dal modo in cui le vediamo. Lev Tolstoj

Mia madre diceva sempre: “Non vedo l’ora di invecchiare e potermi sedere tranquilla, nel mio angolino, senza più pensieri. Finalmente in pace.”

Si illudeva che la vecchiaia portasse con sé la pace, ma quella pace non l’ha mai trovata. Del resto, non è neppure arrivata a essere davvero vecchia: la morte l’ha colta prima che potesse diventare una candida vecchietta.

La verità è che spesso immaginiamo un traguardo oltre il quale saremo finalmente sereni, liberi dalle ansie e forse persino felici. Ma è solo un’illusione: ogni volta che raggiungiamo un obiettivo, ne appare subito un altro, e con esso un nuovo motivo di inquietudine o insoddisfazione.

Anch’io cado spesso in questa trappola.

Da ragazza aspettavo l’estate come il momento in cui avrei potuto fare tutto ciò che durante l’inverno la scuola o gli esami universitari mi impedivano. Quando andavo a scuola, l’arrivo dell’estate mi riempiva di euforia: tre mesi senza studio, un periodo spensierato che oggi rimpiango. Ma in realtà, allora, mi annoiavo molto.

Mentre alcune amiche partivano per il mare o per qualche bel viaggio, io restavo in paese, con la sola prospettiva di riposare, leggere libri presi in biblioteca e fare passeggiate serali con le amiche rimaste. Non erano molte, e le “fortunate” che avevano la casa al mare erano poche.

Alla fine, però, anche quella noia aveva il suo fascino: leggevo tanto, sognavo, fantasticavo sul futuro e sulle serate che mi aspettavano, sperando sempre che accadesse qualcosa di diverso dalla solita passeggiata con un gelato in mano.

Ora rimpiango persino quella noia estiva, così salutare per la mia fantasia. È allora che ho capito di voler scrivere.

All’università quella sensazione di attesa si fece ancora più intensa, e le estati ancora più deludenti. Ogni anno studiavo senza tregua per finire gli esami e, appena conclusa la sessione, mi immaginavo un’estate perfetta, piena di giorni spensierati e leggeri.

Invece finivo sempre per annoiarmi un po’. Non che mi dispiacesse del tutto — amavo crogiolarmi nel dolce far niente, leggere, riposare — ma le serate con gli amici o gli incontri con il ragazzo che amavo non erano mai come li avevo sognati.

Avrei voluto uscire, divertirmi davvero, vivere tutto con quella pienezza che avevo immaginato…

Lo so, la vita è un alternarsi di attese e brevi serenità; la pace non è un traguardo, ma un lampo.

Forse la pace o, forse è più corretto dire, la serenità non arriva tutta insieme, non si conquista una volta per sempre: è fatta di attimi brevi, di silenzi improvvisi, di giornate in cui il tempo sembra fermarsi e tutto, per un momento, ha un senso.

Negli anni ho acquisito la consapevolezza di quanto certe attese siano una mera illusione ed è proprio questo che probabilmente mi ha reso più serena e ho imparato a riconoscere i momenti di calma nella vita quotidiana.

La serenità non è “lì davanti”, ma “qui e ora” 

Oggi non aspetto più l’estate come una promessa. La serenità non arriva quando finisci un esame, un lavoro o una stagione: arriva a sprazzi, quando smetti di rincorrerla.

A volte la trovo in una mattina silenziosa, in un libro che mi prende, o nel semplice piacere di non dover fare nulla.

Forse non si arriva mai davvero da nessuna parte — ma si può imparare a stare bene anche lungo la strada.


Fonti immagini: Pixabay 

domenica 12 ottobre 2025

Ballando sull’orlo del precipizio

 

Tutta la propaganda di guerra, tutte le urla, le bugie e l'odio, provengono invariabilmente da persone che non stanno combattendo. George Orwell.

Non so voi, ma in questi giorni ho la sensazione di vivere nell’attesa di una catastrofe imminente, come se la terza guerra mondiale potesse scoppiare da un momento all’altro. Putin gioca con i droni nei cieli d’Europa, mentre quell’americano grottesco, che prometteva di chiudere la guerra in Ucraina in tre giorni se fosse stato eletto, ora minaccia di mandare in mare i suoi sommergibili nucleari. Sembra di assistere a due bambini che giocano con i destini del mondo — il nostro mondo occidentale, indebolito da ottant’anni di pace e incapace di imparare davvero dalla storia.

E cosa possiamo fare noi, cittadini comuni e spesso inermi? Oltre, magari, ad andare a votare quando è il momento — finché viviamo in una democrazia — occorre agire. Bisogna farsi sentire, partecipare, fare rumore con scioperi e manifestazioni in piazza.

Devo dire che questo Paese, tutto sommato, mi ha stupito: ho visto una grande partecipazione sia il 22 settembre sia il 3 ottobre. In quest’ultima occasione mi sono trovata personalmente coinvolta nei disagi della manifestazione: mio malgrado, ero nei pressi di una strada che portava alla tangenziale, dove avrei dovuto passare anch’io. Ci ho messo due ore e mezza per riuscire a tornare a casa, ma nonostante tutto ero contenta di vedere tanta gente in strada — finalmente qualcosa si muoveva.

È di questi giorni la notizia dell’accordo di pace tra Israele e Gaza (sarà vero?). Io resto alla finestra e aspetto gli eventi: spero che non sia soltanto un’illusione, anche se, probabilmente, è appena iniziato il tempo degli affari legati alla ricostruzione — affari da cui, certamente, trarranno vantaggio i grandi registi che hanno deciso la pace alle loro condizioni.

Tuttavia, anche così, dobbiamo rallegrarci: i bambini di Gaza potranno mangiare e tornare a scuola, anche se per ora vivranno nelle tende.

E l’Ucraina? C’è speranza anche per l’Europa? Putin smetterà, finalmente, di bombardare?

È difficile dirlo: in questa guerra pesano interessi economici enormi — le famose terre rare — e, purtroppo, la guerra resta soprattutto una questione di economia. Come recita una bella poesia di Trilussa, “la guerra la fanno i poveri, ma la decidono i ricchi”.

La storia ci ha insegnato che ogni pace è fragile, ma anche la più imperfetta vale più di qualsiasi guerra, perché ogni tregua, ogni bambino che torna a scuola, ogni silenzio dopo una sirena è già un piccolo inizio. E da qualche parte, forse, la pace sta imparando a camminare. 

Restiamo sull’orlo del precipizio, sospesi tra guerra e pace, tra verità e propaganda, con il vento della storia che ci spinge e la paura di cadere. Ma forse, proprio lì, su questo margine incerto vale la pena credere che qualcosa possa cambiare. 

Vi lascio con questa bellissima poesia recitata dal grande Gigi Proietti - link yuotube - mai parole mi sono sembrate così attuali 



Fonti immagini: Pixabay 

domenica 28 settembre 2025

Viaggio di ricordi tra tutti i miei sport

 

Lo sport allena il corpo, fortifica la mente.

Qualche tempo fa lessi un articolo su Donna Moderna che parlava delle nuove tendenze del fitness.

"no pain no gain" nessun dolore nessun risultato. Negli anni 80 questo moto vagamente minaccioso ha fatto il giro del pianeta. Lo ripeteva, nei suoi celebri VHS, la regina del fitness dell’epoca. L’obiettivo? Un corpo più magro e tonico, anche a costo di stancarsi da morire.

Quarant’anni dopo, le motivazioni che ci spingono ad allenarci sono cambiate radicalmente. Non più solo estetica e sacrificio, ma benessere, equilibrio e divertimento.

Ed è stato proprio quel ricordo a farmi pensare a tutti gli sport che ho provato nella mia vita.

Gli anni universitari: zero sport, solo studio

Da ragazza non facevo nessuno sport. Ero magrissima, mangiavo quello che volevo e non mettevo su un etto. A vent’anni funzionava così: metabolismo miracoloso o forse semplicemente un’alimentazione più sana.
All’università, invece, tra studio e mancanza di soldi, la palestra era impensabile. Vivevo per la borsa di studio della regione Emilia-Romagna e l’unico obiettivo era laurearmi. Ci riuscii in 4 anni, nei tempi canonici (col senno di poi, forse avrei potuto prendermela più comoda).

Tennis: la mia prima passione sportiva

Il vero approccio allo sport arrivò con la vita lavorativa. 

Frequentavo un gruppo di amici in cui c’era una ragazza che di professione faceva la maestra di tennis e quindi ci convinse a frequentare una serie di corsi offerti a prezzi promozionali dal circolo del dopolavoro ferroviario di Bologna. Insieme a una cara amica, principiante assoluta come me, frequentammo il primo corso e poi ne seguirono altri due. 

La maestra di tennis organizzò addirittura un torneo presso il circolo, per il nostro gruppo di amici e ci divertimmo molto.

Io e la mia amica principiante provammo a organizzarci per qualche partita dopo il lavoro. Spesso ci univamo ad amici più esperti: nel tennis è l’unico modo per non passare la serata a rincorrere palline 🥎. Ci riuscimmo solo un paio di volte, poi gli impegni presero il sopravvento e finimmo per lasciar perdere. Dopo tre corsi, scoraggiate, decidemmo di non iscriverci al quarto.

Ho un bellissimo ricordo di quel periodo, anche se non durò a lungo. Ancora oggi chiamo quel gruppo “la compagnia del tennis” e con alcuni sono rimasta in contatto.

In cantina conservo ancora la mia racchetta Rossignol usata e un tubo con tre palline gialle che non ho mai avuto il coraggio di buttare.

Nuoto: affrontare la paura dell’acqua

Dopo il tennis decisi che era tempo di uno sport diverso, da praticare anche da sola. Così mi iscrissi ai corsi di nuoto, con l’obiettivo di superare la mia paura dell’acqua.

Feci ben quattro corsi, dal principiante fino al primo livello. Due sere a settimana, dalle 20 alle 21. Ricordo bene la routine: uscire dal lavoro, cenare al volo, correre in piscina, allenarmi, doccia, capelli, fila negli spogliatoi… e rientrare a casa quasi alle 23. 

Faticoso sì, ma una soddisfazione enorme. Finalmente non mi limitavo più a stare “dove si tocca”: sapevo quasi nuotare davvero, ma solo in piscina, perché oggi in mare resto dove si tocca. 

Alla fine abbandonai i corsi di nuoto: erano diventati troppo impegnativi. Dopo l’allenamento c’era tutta la trafila di doccia, capelli da asciugare, file infinite agli spogliatoi… e in pieno inverno non potevi certo uscire con la testa bagnata senza rischiare un malanno.

Così decisi di provare l’acquagym, sempre nella stessa piscina. Era più semplice, non serviva bagnarsi i capelli e comunque muoversi in acqua restava molto salutare.

Per un anno funzionò, poi cambiò l’insegnante (o forse sospesero i corsi, non ricordo bene) e finì che lasciai la piscina definitivamente.

Palestra: tra obbligo e noia

Passò del tempo e per alcuni anni non praticai nessuno sport in modo costante, anche se ogni fine settimana facevo trekking con mio marito. Era più una sua passione che mia, ma comunque un modo per mantenere un minimo di attività fisica. Poi, un giorno, spinta da una collega, iniziai a frequentare una palestra. Provai un po’ di tutto: corsi di aerobica, zumba, fit boxing, total body, crossfit, spinning e molte altre attività, affiancandole a esercizi a corpo libero con pesetti e attrezzi vari. Vi confesso però che la palestra l'ho sempre trovata piuttosto noiosa, però ho fatto delle belle amicizie con alcune ragazze che frequentavano i miei stessi corsi.  

Corsa: un respiro nel verde 

Nonostante la palestra fosse parte della mia routine, gli sport che più mi appassionavano erano quelli all’aria aperta. Durante l’inverno frequentavo regolarmente la palestra, ma con l’arrivo della bella stagione preferivo correre nel parco dei Cedri, un’oasi verde vicino a Bologna. Ho continuato finché i menischi non mi hanno dato problemi. Oggi mi limito alla camminata veloce vicino casa.

Bicicletta: mettersi alla prova

Poi arrivò la bicicletta. Ogni domenica percorrevo circa 40 km lungo la Val di Zena, e ogni uscita era una piccola gioia: pedalare tra le colline bolognesi nelle mattine di primavera era un’esperienza impagabile, che mi dava energia e serenità.

Yoga e Pilates: una vera scoperta 

Un anno scoprii lo yoga tramite una delle insegnanti della palestra che era anche insegnante di Yoga ed era bravissima. 
Lo yoga è una disciplina che unisce movimento, respiro e concentrazione per favorire il benessere fisico e mentale. Consiste in posizioni (asana), esercizi di respirazione e spesso anche di meditazione o rilassamento. L’obiettivo è migliorare flessibilità, forza, equilibrio e postura, oltre a ridurre stress e tensioni, aumentando consapevolezza e calma interiore. In poche parole, lo yoga non è solo ginnastica: è un allenamento del corpo e della mente insieme. 
Per un anno non mi sono persa una lezione, poi la maestra lasciò la palestra che frequentavo e non riuscii a seguirla per motivi logistici e di orari inconciliabili con il mio lavoro. 

Tuttavia una delle insegnanti di aerobica (la mia preferita e che ho seguito per anni in varie palestre) mi fece scoprire il Pilates, anche questo è un metodo di allenamento che punta a rafforzare i muscoli profondi, migliorare postura, equilibrio e flessibilità, e aumentare consapevolezza del corpo. Si basa su movimenti controllati, respirazione coordinata e concentrazione, ed è adatto a tutti, sia per chi vuole tonificare sia per chi cerca un’attività più dolce ma efficace. Come stavo bene dopo le lezioni di Pilates!

Ahimè, dopo la pausa dovuta alla pandemia, c'è stata una battuta di arresto, non riesco più a tornare dalla mia maestra di pilates: adesso le lezioni sono davvero troppo lontane da casa mia.


Nel mezzo c'è stato anche il periodo della danza orientale e ne ho parlato in un post I migliori anni della nostra vita quindi non mi dilungo oltre, questo post è stato quasi un viaggio nei ricordi. Guardando indietro, capisco che lo sport non è stato per me una questione di fisico o di prestazioni. Mi ha regalato momenti, persone, emozioni. Alla fine, ciò che resta non sono i muscoli o la forma perfetta, ma il piacere di averci provato.

E voi che rapporto avete con lo sport?


Fonti immagini: Pixabay 

domenica 7 settembre 2025

Vacanze tra insonnia, letture e serie tv

 

L’estate è come una promessa che non mantiene mai. William Faulkner


Vacanze, quell’attesa che sa di sogno, di libertà, di giornate infinite da vivere a pieno. Si immaginano posti straordinari, avventure indimenticabili, momenti perfetti. E poi… arriva la realtà: corse, imprevisti, stanchezza che sembra non finire mai. E la delusione di scoprire che non sempre le vacanze sono come nei nostri pensieri.

Forse il segreto non è cercare lo straordinario a tutti i costi, ma imparare a riconoscere la bellezza anche nelle piccole cose, nei dettagli semplici, nei respiri lenti.

Perché alla fine, più che di mete lontane, abbiamo bisogno di ritrovarci davvero. E io avevo bisogno di ritrovare me stessa, soprattutto il tempo per me stessa, ma di fatto non è stato così, alla fine i giorni di ferie sono stati un po’ risicati anche se ho cercato di allungarli alternando ferie e telelavoro, scoprendo che il lavoro anche a distanza resta lavoro. 

Tutto sommato, però, l’estate è anche un tempo di riflessione, un tempo sospeso nel suo lungo abbraccio caldo, tra il colore della notte e l’attesa dell’alba. Tra la stanchezza e l’insonnia. La notte insonne ha un suono tutto suo, fatto di silenzi che pesano più di qualsiasi rumore. Le lancette dell’orologio si muovono con una lentezza ostinata, eppure i pensieri corrono veloci e nel buio tutto sembra amplificato: un ricordo lontano riaffiora come se fosse successo ieri, un dubbio si ingigantisce fino a occupare l’intera stanza, un desiderio irrealizzato diventa pungente come una ferita appena aperta. In queste ore la mia diventa inquieta, irrequieta, incapace di fermarsi. Di giorno, distrazioni e impegni tengono a bada questo flusso sotterraneo, ma la notte lo lascia libero di scorrere. Per sfuggire alla corsa dei pensieri cerco quindi di occupare il tempo, anche se nelle notti insonni nonostante l’oscurità tutto può diventare improvvisamente più chiaro. 

Ma è nelle notti insonni che ho trovato il tempo per me, nel silenzio della notte, nella luce soffusa mi sono spesso ritrovata a pensare, ma anche a leggere e a guardare serie tv, che tanto al mattino potevo dormire qualche attimo in più. 

Nel mese di agosto sono stata catturata da una serie tv che mi ripromettevo di vedere da diverso tempo: 1992-1993 e 1994 

Riporto quanto trovato in rete 

La trilogia “1992”, “1993” e “1994”, prodotta da Sky, racconta in chiave romanzata gli eventi di Tangentopoli e l’inchiesta Mani Pulite, che portarono alla fine della Prima Repubblica. La trama segue sei personaggi le cui vite si intrecciano con la politica italiana dei primi anni ’90, con apparizioni di figure storiche. La storia è ambientata principalmente a Roma e Milano. Tra i protagonisti figurano Stefano Accorsi, Miriam Leone, Guido Caprino, Tea Falco, Domenico Diele, Antonio Gerardi, con l’introduzione di Laura Chiatti e Paolo Pierobon nel ruolo di Silvio Berlusconi.

Vedere questa serie è stato quasi come fare un viaggio nella mia vita: mi ha fatto ripensare a quegli anni e ai paralleli con la mia esistenza. All’epoca ero molto giovane e distratta, senza rendermi conto di quanto stava accadendo intorno a me, eppure quegli eventi hanno segnato non solo il futuro del nostro paese, ma anche la mia vita. Solo oggi, a distanza di tempo, comprendo molte cose. La politica non è qualcosa di astratto: un cattivo governo, prima o poi, cambia la vita dei cittadini, spesso in peggio, anche se ogni tanto qualcuno riesce a cavarsela. Lo abbiamo visto con la globalizzazione, le pensioni, il Covid, le guerre.

Avete mai sentito la storiella della rana che, immersa inizialmente in acqua fredda che poi si scalda lentamente, non salta fuori fino a morire bollita? 

Oggi rischiamo di vivere la cosiddetta “sindrome della rana bollita”: una potente metafora di quanto sia facile adattarsi a peggioramenti lenti e graduali senza percepirne davvero il pericolo, finché la situazione diventa insostenibile e reagire diventa quasi impossibile. È il rischio di accettare passivamente ciò che peggiora a poco a poco, fino a ritrovarsi travolti.

Ho visto anche qualche film ma quello che mi è rimasto più impresso (avevo iniziato a vederlo per potermi addormentare e poi mi ha catturato fino alla fine) è Humane della regista esordiente Catling Cronenberg (figlia di David) una storia tra il distopico e il dramma familiare, più che mai attuale. 

Per quanto riguarda le mie letture dell’estate vi riporto sotto l’elenco di giugno-luglio-agosto direttamente dal post che mantengo aggiornato man mano che concludo ogni libro

Giugno
17. Chi dice e chi tace di Chiara Valerio (Emilia digital Library)
18. La scoperta dell’alba di Walter Veltroni (Emilia digital Library) 
19. Il vento conosce il mio nome di Isabel Allende (Amazon 2,99)
Luglio 
20. Dimmi di te di Chiara Gamberale (Emilia digital Library)
21. Sarò il tuo mecenate di Maria Teresa Steri (Amazon 1,50)
Agosto
22. Le bugie sepolte nel mio giardino di Kim Jin Yeong (Apple 1,99)
23. Felici tutti i giorni di Laurie Colwin (Emilia digital Library)
24. Passeggeri notturni di Gianrico Carofiglio (Emilia digital Library)
25. La regina dei sentieri di Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone (prime gratuito)


Sto leggendo meno in questo ultimo anno, ma non lo considero un problema, piuttosto non ho ancora letto un libro che mi abbia entusiasmato davvero. Molto bello “Il vento conosce il mio nome” di Isabelle Allende. Questa autrice è sempre molto brava a trattare storie difficili. Samuel bambino ebreo che sfugge ai campi di stermino ma perde tutta la sua famiglia e vive tutta la vita cercando un senso all’orrore che ha vissuto, si ritrova anni dopo negli occhi di Anita, bambina salvadoregna rimasta sola, separata dalla madre, al confine degli Stati Uniti per le politiche anti migratorie di Trump. Temi purtroppo ancora troppo attuali.
Avvincente il thriller psicologico di Maria Teresa Steri “Sarò il tuo mecenate” che mi ha fatto compagnia quasi tutto luglio tanto che mi è dispiaciuto averlo finito, per fortuna non era in prestito! 
Molto piacevole il romanzo La regina dei sentieri di Marco Malvaldi e Samanta Bruzzone, mi ha portato nelle atmosfere del BarLume da me tanto amate, ma tutto al femminile.
Le altre letture piacevoli a parte “Le bugie sepolte nel mio giardino” che ho trovato veramente brutto e faticoso da leggere.
Come dicevo non trovo più delle letture che mi entusiasmino e quindi sto cercando nuovi autori, l’altro giorno sono stata in una libreria con una mia amica che si è fatta consigliare diversi libri da una commessa (accanita lettrice) che ci ha segnalato parecchie letture; la mia amica ha comprato tre libri, io ho ascoltato con attenzione perché li voglio prenotare presso la biblioteca digitale, non riesco più a leggere il cartaceo, quindi mi affido agli eBook sia comprati che in prestito. Tra l’altro sto trovando molto più piacevole l’app Kindle di Amazon, prima preferivo quella di Apple ma dopo gli ultimi aggiornamenti mi piace molto meno, tanto che, quando compro un eBook, ormai tendo a comprarlo su Amazon invece che su Apple. Invece è fatta molto bene quella della biblioteca digitale, peccato che il tempo concesso per il prestito sia così breve, pazienza. 

Non mi dilungo oltre, ormai ho ripreso il lavoro pieno da due settimane e le vacanze sembrano già lontane. La foto del post l’ho fatta io, un giorno che mi ero svegliata presto per andare a comprare il pesce fresco.  L’alba sull’Adriatico può essere davvero bellissima. 

E voi cosa ne pensate, di estate, film, serie tv, libri e qualsiasi cosa; riuscite davvero a staccare in vacanza?