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venerdì 18 aprile 2025

Cuccuruccù

 

E gli orizzonti perduti non ritornano mai. Franco Battiato


Era una di quelle sere in cui il sonno proprio non arrivava. Sfogliando distrattamente i canali televisivi, mi imbattei in un concerto su Rai Storia: sul palco c’era Battiato. Rimasi incantata a guardarlo. Era il Battiato giovane, quello de La voce del padrone, di Bandiera Bianca e Cuccuruccù. E così, senza nemmeno accorgermene, iniziarono a riaffiorare i ricordi.

Era il 1982, un’estate intera trascorsa ad ascoltare La voce del padrone. Ogni volta che partiva una sua canzone, mi sentivo trasportata in uno stato quasi di trance, immersa in quelle atmosfere sonore così insolite e penetranti.

Ma il ricordo che mi travolse davvero non era solo legato alla musica, quanto alla sensazione di ciò che ero allora: quella percezione luminosa e vibrante di un futuro ancora tutto da scoprire, quel senso di promessa che la vita sembrava custodire in ogni suo angolo.

E così per un attimo fui presa da quel tipo di nostalgia struggente che ti prende all’improvviso. Ti si riaccende qualcosa dentro. Una risata, un pomeriggio sul divano, la voce in sottofondo mentre facevi i compiti.

Ascoltavo il concerto e osservano la scena, la televisione di qualche anno fa era diversa. Era più lenta, più ingenua forse, ma più “nostra”. Adoravo Franco Battiato, anche quelle canzoni più ermetiche e meno note. 

L'estate del 1982 era molto calda e c'erano i mondiali di calcio, forse l'unico mondiale vero che io ricordi, quell'anno l'Italia vinse e quella vittoria rimase eterna, impressa nella memoria collettiva. 

Tornando a Battiato, per anni consumai le cassette musicali delle sue canzoni, poi dopo un po' ho smesso di ascoltarlo, sono stata presa dal rock di Ligabue tanto che ho partecipato a molto suoi concerti, ma Battiato ha sempre avuto con la sua voce il potere di portarmi in certe atmosfere.

L’estate 1982 fu segnata da La voce del padrone ma anche dagli album precedenti Patriots, Pollution e L’era del cinghiale bianco. Poi seguirono L’arca di noè colonna sonora del mio ultimo anno delle superiori (insieme alla discografia di Guccini soprattutto, ma di altri cantautori come De André, De Gregori e Dalla) 

Orizzonti perduti (Album del 1983 contenente la famosa La stagione dell’amore) e Mondi lontanissimi segnarono i miei anni universitari, molto ascoltati anche dopo, nei primi anni lavorativi. Ho smesso di ascoltare Battiato con costanza per tornarci poi saltuariamente a periodi alterni. Ci sono canzoni però che ritrovo e riascolto ogni volta che cerco una connessione più intima con i miei pensieri: Prospettiva Nievski, Segnali di vita, Gente in progresso, I treni di Tozeur, L’animale, Testamento, per citarne alcune quelle che ricordo meglio e che esprimono con più forza certe mie sensazioni.

Le frasi di alcune canzoni riecheggiano nei miei pensieri, tanto che ho provato a scrivere un breve componimento: 

Passammo l’estate su una spiaggia solitaria, con il vento che scompigliava i pensieri e fuggivamo il tempo senza orari né promesse. 

Erano giorni sospesi, lontani dai sabati vuoti di questa città dove c’è gente che lavora per avere un mese all’anno di ferie, noi avevamo tutto, ma non lo sapevamo ancora. La stagione dell’amore viene va e la nostra venne piano con passi leggeri e senza fare rumore. Ci lasciò in silenzio, con la sabbia ancora addosso e gli occhi pieni di tramonti. Ora a volte torno con la mente a cercare qualcosa che ho perduto o forse mai davvero avuto. Tuttavia un rapimento mistico e sensuale mi imprigiona a te. E ti vengo a cercare, almeno nei ricordi.

Ma lo so bene, è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire, eppure continuo a cercarla tra le pieghe di una canzone, tra i ricordi che il tempo non riesce a cancellare. 


Ci sono personaggi che sembrano amici, persone care, parte della nostra memoria emotiva. Come se, rivedendoli, tornassimo per un attimo a chi eravamo.

E dopo avervi augurato Buona Pasqua vi chiedo: qual è quel programma o quel volto che, quando lo rivedete, vi stringe un po’ il cuore ma vi fa sorridere?


Fonti immagini: Pixabay 



venerdì 14 marzo 2025

Le nuove frontiere del libro

 

Non ci sono amicizie più rapide di quelle tra persone che amano gli stessi libri. Irving Stone.



Alcuni anni fa andai a trovare un’amica a Catania. Ci sono tornata altre volte, ma quella prima visita mi è rimasta impressa: era la mia prima volta in città, e in quei giorni di vacanza - tre giorni pieni, tra Capodanno e l’Epifania -  ebbi modo di viverla intensamente. Catania mi sorprese piacevolmente per la sua frenesia culturale, la bellezza e la modernità. 

Un pomeriggio, dopo aver camminato a lungo tra negozi e luoghi da visitare, ci fermammo in un locale molto particolare. Non era solo un bar, ma anche un negozio e una libreria con sala da tè. La mia amica Carmen mi disse che ci andava spesso, perché lo considerava un posto speciale. Da un lato c’era un negozio vintage, poi si proseguiva nella libreria, dove si poteva scegliere un libro, sedersi in sala e ordinare un tè, un caffè o persino un aperitivo. Se il libro appassionava, si poteva acquistarlo al modico prezzo di un euro, perché si trattava di volumi usati, portati dagli avventori in un sistema simile al book crossing.

Era il 2005, e all’epoca trovai questo concept davvero all’avanguardia. A Bologna non esistevano ancora luoghi così e mi sembrò un’idea brillante: un modo per far riscoprire il piacere della lettura e al tempo stesso offrire un’alternativa ai soliti bar, un posto dove concedersi una vera pausa, senza fretta.

A Catania esisteva anche un altro bar-libreria, senza la parte vintage. Anche là ci fermammo per una tazza di tè e un momento di relax.

Negli ultimi anni sono nati molti locali simili. A Bologna, ad esempio, ci sono bar-ristoranti con un angolo dedicato al bookcrossing, dove il tempo sembra rallentare un po’ e la pausa diventa anche un’esperienza culturale.

Proprio per questo mi ha colpita un articolo di Donna Moderna (n. 1/2 del 24/12/24), che parlava dei book bar sorti in diverse città italiane.

A Trieste, nel cuore della città, si trova l’Antico Caffè San Marco, uno storico caffè letterario nato nel 1914. Qui, tra le sue eleganti sale, si incontravano spesso Italo Svevo e Umberto Saba, e ancora oggi il locale ospita quotidianamente presentazioni di libri.

A Siracusa c’è il Biblos Café, un luogo dove non solo si può leggere, ma anche guardare un film proiettato tra gli scaffali della libreria, assistere a un concerto o fermarsi nell’angolo dedicato al bookcrossing.

A Milano troviamo la libreria Verso, uno spazio di incontro e confronto attorno ai libri. Il sabato mattina ospita il Silent Book Club, dove si legge in silenzio, lasciando il cellulare in borsa, meglio se spento o almeno silenziato.

A Roma, invece, c’è Tra le righe, una libreria indipendente con bistrot d’ispirazione francese, dove scaffali ricolmi di libri si affiancano a bottiglie di vino da degustare tra una pagina e l’altra. Si può entrare per acquistare un libro e poi fermarsi per un caffè o un aperitivo. Qui vengono organizzati gruppi di lettura, presentazioni di libri, spettacoli e degustazioni.

A Firenze c’è perfino una libreria-cinema Giunti Odeon, nata nel 2023 da un progetto che ha ridato vita a un cinema degli anni venti, occupa le sale di un antico palazzo del centro di Firenze, il Palazzo dello strozzino, al suo interno c’è un grande schermo la libreria, una galleria e una platea di poltroncine in velluto dove leggere, disegnare, lavorare o godersi le proiezioni gratuite che ogni giorno fanno da sottofondo con film cult, film muti e corti. Tutto in un ambiente stile liberty che ha conservato il fascino di un tempo.

Tornando dalle mie parti, a Bologna c’è Baak libreria Bistrot “un luogo dove farsi guidare dalle emozioni in un’avventura consapevole tra libri e cucina” così recita il suo sito web che vi riporto Qui

Poi c’è la libreria Ambasciatori, situata in pieno centro, in via degli Orefici, una delle strade più belle di Bologna, a pochi passi da Piazza Maggiore. All’ultimo piano ospita il ristorante Eataly. Ci sono stata molte volte e, mentre mi perdevo tra gli scaffali, ho esplorato anche i piani superiori, dove si trova un’area negozio. Qui è possibile acquistare non solo libri, ma anche prodotti biologici, passando comodamente alla cassa con un romanzo e un barattolo di miele.

Dal sito della libreria riporto un breve stralcio descrittivo:

"Nata nel 2008 da un progetto innovativo che unisce Librerie Coop ed Eataly, la libreria si estende su 1.450 mq distribuiti su tre piani. Offre cibo, libri ed esperienze di socialità e cultura per accompagnare i diversi momenti della giornata. È aperta tutti i giorni dalle 8 alle 24."

In questa libreria ho assistito a diverse presentazioni di autori famosi e ho passato molti momenti piacevoli anche mangiando nel ristorante all’ultimo piano con amici letterari come me. Insomma le frontiere del libro non sono esaurite, si può sempre trovare un nuovo modo di immergersi nella lettura. 

Vi piacciono queste librerie? Le conoscete e ne avete nella vostra città? Magari ne ho nominata una in cui andate spesso, nel caso fatemi sapere nei commenti. 

Fonti immagini: Pixabay 




domenica 23 febbraio 2025

Il lato ribelle di ognuno di noi

 

Non c'è nulla di comodo nella libertà. Nasce da un grido di battaglia, da una ribellione, da un salto nel vuoto. (Fabrizio Caramagna)

Ognuno di noi ha un lato ribelle, ne sono convinta. In fondo, siamo tutti fatti di sfaccettature diverse, ma non sempre le mostriamo. Alcuni aspetti emergono solo in determinate situazioni o quando ci troviamo in un contesto più familiare.

L’altro giorno leggevo un’intervista a Ewan McGregor, un attore che mi piace molto e che ho visto di recente in Pastorale americana, tratto dal libro di Philip Roth. É un attore estremamente versatile, capace di interpretazioni sempre intense e diverse tra loro. Nell’intervista parlava proprio del suo lato ribelle. Mi ha fatto pensare a quanto mi aveva colpito in Trainspotting (1996), un film crudo e potente in cui interpretava un ruolo particolarmente duro. Negli anni l’ho riscoperto in altri film, apprezzando sempre di più la sua capacità di trasformarsi. In Pastorale americana è davvero straordinario e, leggendo l’intervista, ho scoperto che non solo vi recita, ma lo ha anche diretto.

Tornando alla sua vena ribelle, raccontava di sognare un viaggio in solitaria attraverso gli Stati Uniti su una moto d’epoca, una American Chopper vintage. Lo affascina l’idea di osservare il paese con gli occhi di un americano, vivendo la strada e il viaggio in modo autentico.

E questo mi ha fatto riflettere: ognuno di noi ha un lato che rimane nascosto fino a quando non si trova nel giusto contesto. Spesso le persone appaiono in un certo modo in base all’ambiente in cui le incontriamo. Sul lavoro, ad esempio, vediamo solo una parte della loro personalità, quella che meglio si adatta a quel contesto. Ma fuori da quell’ambiente possono sorprenderci. Mi viene in mente un impiegato della banca dove ho il conto. Lo vedevo sempre in giacca e cravatta, impeccabile nel suo ruolo, ma un dettaglio mi aveva colpito: portava un orecchino. Mi sembrava quasi un piccolo atto di ribellione contro il rigido ambiente bancario. Un giorno, chiacchierando con lui, scoprii che nel tempo libero suonava in una band rock. E in un certo senso, non ne ero sorpresa: dietro la sua immagine formale, c’era un’anima diversa.

Anche io, fuori dall’ufficio, sono una persona diversa. Una volta una collega mi ha detto: ma sai che sei molto simpatica fuori dal lavoro? In ufficio sei sempre così seria! In effetti, quando si è concentrati sul lavoro, non c’è tempo per battute e chiacchiere leggere. Ma questo non significa avere due facce: semplicemente, adattiamo il nostro modo di essere al contesto in cui ci troviamo.

Alla fine, siamo tutti più complessi di quanto sembri a prima vista. E forse, proprio in quelle sfumature che sveliamo solo a volte, si nasconde la parte più autentica di noi.

Credo di esprimere la mia ribellione attraverso la scrittura, in fondo i miei personaggi osano più di me e fanno scelte e azioni che io non ho il coraggio di fare. Forse è anche per questo che mi piace scrivere. Nelle mie intenzioni più nobili cerco anche di raccontare verità scomode che non saprei descrivere in altri modi. Non so se ci riesco fino in fondo, ma nei miei gialli ci provo. 

È il mio modo di ribellarmi a certi aspetti della realtà che non mi piacciono e provare a raccontare una verità oggi sempre più sfumata e strumentalizzata. 

Ma sulle verità da raccontare ci sarebbe ancora molto da dire. Forse ne parlerò meglio in un altro post. Queste sono solo riflessioni, un po' frettolose, di una domenica mattina di semi ozio, in cui mi sono resa conto che anche questo febbraio 2025 sta per finire, dopo un Festival di Sanremo, di cui mi ha colpito la "piattezza": nessuna polemica, cantanti impeccabili, spazio solo per canzoni d'amore e dolori rassicuranti. Nessun tema controverso, nessuna protesta. Personalmente, ho sentito molto la mancanza di voci come Dargen D'Amico e Ghali.

Ecco la domanda per voi: avete un lato ribelle e come lo manifestate?


Fonti immagini: pexels 


sabato 8 febbraio 2025

Superare le paure del mondo

L’uomo porta dentro di sè le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo. Italo Calvino 

Circa un anno fa lessi un articolo sulla paura e sull’ansia che caratterizza sempre più la nostra società. Cerco di riportare di seguito quello che mi è rimasto più impresso e quello di cui avevo preso appunti. 


“Viviamo immersi in un clima di cupi presagi, circondati da pensieri che agitano il nostro presente: pandemie, catastrofi climatiche, guerre alle porte. Il 57º Rapporto sulla situazione sociale del Paese, pubblicato dal Censis, fotografa una società che guarda al futuro con paura. Tra le preoccupazioni più diffuse spiccano il cambiamento climatico, gli sconvolgimenti globali legati ai flussi migratori e il timore di un conflitto mondiale. Basta aprire un giornale o accendere il telegiornale per scatenare ogni tipo di ansia.

L’ansia è il male del nostro tempo: viviamo in un costante stato di allerta per eventi che non sono ancora accaduti e che forse non accadranno mai, ma che potrebbero verificarsi. La paura accompagna il pericolo reale, mentre l’ansia lo anticipa. Oggi la mente umana è perennemente in allerta: si teme di perdere il lavoro, di essere esclusi dal proprio gruppo sociale, di ammalarsi gravemente.”


Purtroppo, l’ansia può intrappolarci in meccanismi pericolosi. Una delle trappole più comuni è l’evitamento: ci sottraiamo a una situazione per paura di non saperla affrontare, ma più la evitiamo, più la paura si trasforma in fobia. Un’altra trappola è la dipendenza da qualcuno: incapaci di affrontare una situazione da soli, cerchiamo la compagnia di una persona che ci dia sicurezza. Tuttavia, questo comportamento non fa che rafforzare la convinzione della nostra inadeguatezza, rendendoci sempre più dipendenti. Infine, vi è la trappola del controllo: tentiamo di gestire razionalmente le nostre reazioni fisiologiche—come il battito cardiaco accelerato o il respiro affannoso—ma questo sforzo può rivelarsi controproducente e sfociare in attacchi di panico. 

Io stessa sono abbastanza ansiosa, cerco di controllare l’ansia anticipando - per esempio- gli impegni lavorativi, programmando il più possibile le attività in anticipo, ma non sempre funziona perché c’è sempre l’imprevisto in agguato. 



Conosco persone che soffrono di ansia patologica e che vivono con grande difficoltà. Un parente del mio compagno, ad esempio, vive in una paura ossessiva di tutto. Se deve andare in ospedale per un controllo, non riesce a dormire per il terrore di aver contratto qualche virus o di aver assorbito radiazioni semplicemente passando vicino al laboratorio di radiologia. È affetto da disturbo ossessivo-compulsivo e, nonostante stia cercando di curarsi, non mostra segni di miglioramento.


Ai tempi dell’università, una coinquilina di una mia amica soffriva di una forma di agorafobia: non riusciva a uscire di casa da sola e aveva sempre bisogno di essere accompagnata. Le sue coinquiline si alternavano per starle vicino, perché quando era sola evitava di andare all’università. Non so come sia riuscita a laurearsi—seppur in ritardo—ma so che ha intrapreso un percorso con uno psicoterapeuta e oggi, forse, sta bene.


Anch’io ho avuto una fobia: la paura dei cani. Me l’ha trasmessa mia madre, che da piccola mi diceva sempre di stare attenta ogni volta che ne vedevo uno. Era lei ad avere paura, ma io, istintivamente, ho interiorizzato la sua fobia. Da adulta, però, sono riuscita a superarla: ho iniziato ad avvicinarmi al cane di una mia amica e, con il tempo, ho preso confidenza. Ora i cani piccoli non mi spaventano più—una volta sì, anche quelli minuscoli—e nemmeno quelli più grandi mi fanno paura. Tuttavia, continuo a essere guardinga con alcune razze considerate pericolose, come pitbull e dobermann. Non si tratta più di una fobia, ma di una normale prudenza.


Mia sorella, negli ultimi vent’anni, ha sempre avuto dei cani. Ha iniziato con uno di piccola taglia, che è vissuto fino a 13 anni, e oggi ne ha uno di media grandezza, ormai anziano. Spesso mi capita di portarlo fuori e, ormai, interagisco con i cani di parenti e amici in modo del tutto spontaneo, senza più alcuna paura.


L’articolo che ho letto è di un anno fa, ma resta attuale: la situazione non sembra affatto migliorata. Siamo ancora con la guerra alle porte, più o meno, e un nuovo presidente americano deciso a dominare il mondo insieme a un miliardario che si crede onnipotente.


La democrazia mi pare sempre più fragile, forse perché nel pensiero comune appare troppo faticosa. La libertà è indissolubilmente legata alla responsabilità, e questo la rende difficile da gestire. Governare democraticamente significa confrontare opinioni diverse, cercare un accordo o almeno un buon compromesso nel rispetto dei diritti di tutti. Ma significa anche proteggere le minoranze e i più fragili—eppure, oggi, questi ultimi sembrano sempre più oppressi e schiacciati.


Si fa strada l’idea che sia più semplice affidarsi a un “uomo forte”, capace di decidere per tutti, riducendo problemi complessi a soluzioni rapide e autoritarie. E forse è proprio questo che mi spaventa di più: vedere la democrazia vacillare sotto il peso della sua stessa complessità.



Pensate che il mio quadro sia troppo pessimistico? Voi di cosa avete paura?


Fonti immagini: pexels 




Con

sabato 20 luglio 2024

Desiderare o determinare?

 


Avere dei desideri significa prima di tutto incanalare le emozioni e le energie verso un obiettivo che si vuole raggiungere (redazione DiLei)


Sono stata parecchio assente in questo ultimo periodo, ma luglio è un mese davvero faticoso, spero sempre di riuscire a fare qualche giorno di ferie nel corso del mese, ma a parte un week end lungo all'inizio poi non sono più riuscita a muovermi, sembra che tutti aspettino questo mese rovente per riaprire i cassetti e riesumare pratiche rimaste ferme tutto l'inverno, così mi sono ritrovata a gestire delle scadenze cascate sulla mia testa tra capo e collo, poi il caldo torrido non ha aiutato. 

E poi con il caldo mi si bruciano le idee e non riesco a trovare argomenti per scrivere un post, talvolta mi viene un pensiero che poi si scioglie alle alte temperature di luglio. Nel frattempo continuavo a leggere i blog amici e così ho preso spunto da un post di Elena Ferro Chiedi e ti sarà dato in cui si parla della legge dell’attrazione e di come i desideri possano essere realizzati manifestandoli, esplicitare un desiderio e “chiedere” all’universo di ottenere una certa cosa “visualizzandola” con la fede di ottenerla porta alla realizzazione di quel desiderio. Ho semplificato molto ma il senso è quello, potete approfondire leggendo il post di Elena che ha parlato di un libro famoso (che io però non conoscevo) di Rhonda Byrne The secret. Sono andata a cercarlo su Amazon e vi riporto uno stralcio della quarta di copertina: 

Il Segreto racchiude la saggezza dei maestri del mondo moderno, uomini e donne che l'hanno usato per ottenere ricchezza, salute e felicità. Mettendo in pratica la conoscenza del Segreto essi portano alla luce storie avvincenti che raccontano di malattie sconfitte, ingenti guadagni, del superamento di ostacoli e del conseguimento di obiettivi da molti ritenuti irraggiungibili.

Serve un manuale motivazionale di auto aiuto per raggiungere degli obiettivi e realizzare i propri desideri? 

In un certo senso può servire, perché focalizzare quello che si vuole realizzare serve molto, ma - ovviamente - é importante focalizzare per “agire”. Non tutti si rendono conto che dietro un successo, un obiettivo, un traguardo importante c’è tanto impegno e fatica. Non esiste il risultato facile, il paniere con il regalo che scende dal cielo. 

Leggendo il post di Elena mi è tornato alla mente un periodo della mia vita in cui ho frequentato un gruppo dedito al buddismo. Era un momento in cui la mia vita era in una fase di grande cambiamento e di crisi, mi ero separata e mi sentivo abbastanza sconfortata.

Quello che avevo tentato di realizzare con il matrimonio, ossia una famiglia con dei figli e il sogno del Mulino Bianco, era miseramente fallito. Vivevo in una casa più piccola, da sola, e mi interrogavo sul senso della vita. Per fortuna avevo ancora il mio lavoro, anche se non avevo raggiunto gli obiettivi che mi sarei meritata. La mia carriera si era fermata a un passo dalla meta, il che era fonte di ulteriore insoddisfazione.

Una vecchia amica, riemersa dalle ombre del passato, mi parlò del buddhismo del Sutra del Loto e mi portò in un gruppo di Bologna. Ogni giovedì sera ci si ritrovava a casa di qualcuno per un meeting durante il quale si trattava un argomento; ognuno poteva esprimere le proprie idee, condividere problemi, pensieri o altro.

Il meeting terminava con la recitazione del mantra tutti insieme. Ero scettica sull’utilità di quegli incontri, ma poiché mi riconoscevo nei valori espressi, continuavo a partecipare. Inoltre, erano nate alcune amicizie, come quella con una ragazza che lavorava per una rivista del Resto del Carlino, una ex giornalista a Milano in crisi per il rientro a Bologna, un professore universitario, una ragazza calabrese trasferitasi a Bologna per lavorare alle poste, e altre persone di età ed esperienze diverse, ma tutte unite da questa pratica.

Frequentare questi gruppi era definito "pratica" e c'era anche la possibilità per chi lo desiderasse di fare volontariato presso il Kaikan, una delle sedi nazionali degli istituti buddisti italiani della Soka Gakkai, situata a Bologna. Io ci sono stata un paio di volte per accompagnare la mia amica giornalista, che aveva abbracciato la causa con totale convinzione e dedizione. Le sedi del Kaikan si trovano anche a Firenze, Milano e in altre città italiane.

Vi riporto il concetto principale di questa branca del buddismo dal sito

Il Buddhismo della Soka Gakkai si basa sugli insegnamenti del Budda Nichiren Daishonin (1222-1282) i cui valori chiave, racchiusi nell’insegnamento del Sutra del Loto di Shakyamuni, sono il rispetto per la dignità di ogni forma di vita e l’interconnessione fra tutte le forme di vita. La pratica religiosa consiste nella recitazione quotidiana di “Nam-myoho-renge-kyo” (la Legge Mistica) e nella lettura dei capitoli Hoben e Juryo del Sutra del Loto

Rispetto alle altre forme di buddismo il Buddhismo della Soka Gakkai è più recente e si tratta di un'associazione laica, mentre le scuole appartenenti all'UBI sono quelle della tradizione antica. 

Il buddismo è una delle religioni più antiche del mondo, nata in India intorno al VI secolo a.C. con gli insegnamenti di Siddhartha Gautama, conosciuto come il Buddha. Nel corso dei secoli, il buddismo ha dato origine a diverse scuole e tradizioni. Le principali forme di buddismo sono Theravada, Mahayana e Vajrayana. 

1. Theravada

  • Origine: È la forma più antica di buddismo e significa "La Dottrina degli Anziani".
  • Distribuzione geografica: Prevalente nel Sud-Est asiatico, tra cui Sri Lanka, Thailandia, Birmania (Myanmar), Laos e Cambogia.
  • Caratteristiche principali:
    • Scritture: Utilizza il Canone Pali, una raccolta di testi attribuiti al Buddha.
    • Filosofia: Si concentra sull'insegnamento originale del Buddha e sulla pratica della meditazione per raggiungere il Nirvana.
    • Monachesimo: Grande enfasi sulla vita monastica e sulla disciplina personale.

2. Mahayana

  • Origine: È emerso circa quattro secoli dopo il Theravada, come una nuova interpretazione e ampliamento degli insegnamenti del Buddha.
  • Distribuzione geografica: Prevalente in Cina, Corea, Giappone, Vietnam e Tibet.
  • Caratteristiche principali:
    • Scritture: Include una vasta gamma di testi, tra cui i Sutra Mahayana.
    • Filosofia: Enfatizza la compassione e il concetto di Bodhisattva, esseri che rinunciano al proprio Nirvana per aiutare gli altri a raggiungerlo.
    • Pratiche: Include una varietà di pratiche religiose, rituali e meditazioni.

3. Vajrayana

  • Origine: Si sviluppa dal Mahayana e significa "Veicolo del Diamante" o "Veicolo del Tuono".
  • Distribuzione geografica: Principalmente praticato in Tibet, ma anche in Bhutan, Mongolia e alcune regioni della Cina e del Giappone.
  • Caratteristiche principali:
    • Scritture: Utilizza sia testi Mahayana che propri testi tantrici.
    • Filosofia: Combina insegnamenti Mahayana con pratiche esoteriche e rituali tantrici.
    • Pratiche: Include pratiche avanzate di meditazione, visualizzazioni, mantra, mudra e mandala. È noto anche come buddismo tantrico o tibetano.
    • Lama: I maestri spirituali (lama) giocano un ruolo cruciale, con il Dalai Lama come figura di spicco.
Il Buddhismo della Soka Gakkai deriva dalla forma Mahayana, non so molto di più. Senza dilungarmi troppo sulla pratica, vi parlo di ciò che ho ottenuto da essa. Prima di tutto, recitare il mantra ogni mattina mi aiutava a gestire l'ansia, il che è stato particolarmente utile durante i cambiamenti che ho dovuto affrontare mio malgrado. Inoltre, mi ha aiutato a focalizzare i miei obiettivi quotidiani. Ogni volta che avevo bisogno di mettere a fuoco un obiettivo, la recitazione del mantra mi aiutava, specialmente quando dovevo prendere decisioni importanti e mi sentivo dilaniata dall'incertezza.
Tuttavia, con il passare del tempo, i meeting del giovedì hanno cominciato a soffocarmi. La stanchezza accumulata alla fine della giornata di lavoro contribuiva a rendere il tutto pesante, e inoltre alcuni membri del gruppo erano eccessivamente convinti che la recitazione del mantra fosse la soluzione a ogni problema. Se qualcosa andava storto, la colpa veniva sempre attribuita al fatto che "non avevi recitato abbastanza". Alla fine ho deciso di smettere di frequentare i meeting, riappropriandomi del mio tempo. Tuttavia, ho continuato a usare il mantra per i suoi effetti positivi. 

Non si tratta, però, di una formula magica, ma di un metodo che ho trovato per autosostenermi. Qualsiasi cosa vogliate realizzare richiede forza di volontà, determinazione, impegno e tempo da dedicare. Nulla viene regalato.

Insomma prima di salutarvi da questo unico post di luglio vi lascio con le mie domande.

Riuscite a essere determinati e a realizzare i vostri desideri? E come ve la cavate con il caldo? 


Fonti Immagini: pexels


domenica 11 febbraio 2024

Rimedi contro il logorio della vita moderna

 


Non ho parole che traccino la rotta di questo 2024, anno bisestile e già in sé inquietante, perché l’ultimo anno bisestile il 2020 ci ha portato la pandemia. Certo non possiamo affermare che gli anni successivi non bisestili siano stati migliori, il 2021 oltre agli strascichi della pandemia ha portato una serie di problemi e di disordini legati ai vaccini, tutti amici a cantare sui balconi nel 2020 e poi tutti in piazza a scannarsi perché “vaccini sì e vaccini no”. Il 2022 guerra in Ucraina, il 2023 guerra in medio oriente, inflazione galoppante, mutui in salita, alluvioni, tragedie varie climatiche e non, piove governo ladro. Ecco perché questo 2024 non mi ispira nessuna fiducia nel futuro, vorrei soltanto che non fosse peggiore del precedente. 

Lo so, mi sto ripetendo e ho già espresso le mie inquietudini nel post precedente Chissà, chissà domani ma questo post ha un altro scopo, vorrei delineare qualche rimedio, qualche strategia su come operare per salvarsi dall’ansia, solo da quella, perché è impossible salvarsi dai mali del mondo, almeno in generale e in assoluto. Ovviamente sono rimedi validi per me, non ho una ricetta universale per tutti, semplicemente ho cercato di trovare una mia soluzione per il mio carattere ansioso, una soluzione operativa che poi è una risoluzione adottata da sempre, ma di cui ogni tanto mi dimentico ed è sempre la stessa: di fronte a un problema devo giocare di anticipo, faccio prima quello che potrei fare dopo oppure a ridosso della scadenza. 

Giocare di anticipo” significa agire in modo preventivo o anticipato per ottenere un vantaggio o per prevenire eventuali problemi. Lo so che sembra la scoperta dell’acqua calda eppure, sembra incredibile, sono pochissimi quelli previdenti che preparano con il dovuto anticipo quello che c’è da fare, questo significa che spesso certe incombenze arrivano alla scadenza (nella vita come nel lavoro) in ritardo oppure con incredibile ansia di chi deve farvi fronte. Per esempio, al lavoro devo produrre un documento pieno di dati (sono i dati contabili di un triennio quindi una massa enorme di informazioni da mettere in ordine) la scadenza è a fine marzo, ma io ho cominciato a lavorarci da metà gennaio, la mia speranza è di concludere tutto per l’inizio di marzo, perché guarda caso fine marzo è Pasqua, quindi la scadenza effettiva da considerare è almeno dieci giorni prima. Alcuni miei colleghi mi considerano un po’ folle, perché ho cominciato così in anticipo, tuttavia quando ho inviato all’ufficio bilancio il mio report in cui riepilogavo tutti i dati contabili che mi servivano e di cui chiedevo la copia, hanno ringraziato perché li ho chiesto con il dovuto anticipo (per fare il report ci ho perso la vista e due settimane di tempo in cui utilizzavo ogni ritaglio di tempo per lavorarci, perché nel frattempo il lavoro ordinario doveva andare avanti). 


Inoltre, un ulteriore rimedio può essere quello di “Avere un metodo” cioè “seguire un approccio organizzato o una procedura specifica per raggiungere un obiettivo o svolgere un’attività in modo sistematico e strutturato”. Adottare un metodo spesso è salvifico, si imposta una procedura che viene seguita pedissequamente. Facciamo un esempio: io cerco di essere sempre in pari con le mail del lavoro, ogni mattina come prima cosa  - quando arrivo in ufficio - leggo sempre tutte le mail arrivate, per esempio quelle di notifica della contabilità che mi segnalano l’arrivo delle fatture elettroniche dei fornitori: il mio metodo é controllare subito la fattura per verificare se sia corretta, in caso contrario segnalo subito l’errore all’ufficio competente, se la fattura è corretta la scarico in pdf e la inserisco nel mio scadenzario dei pagamenti; poi ci sono le mail inutili o di spam, che cancello, le mail informative che salvo nelle comunicazioni da tenere; quelle a cui devo dare una risposta semplice e rispondo subito; quelle che richiedono una risposta e un’azione più complessa che salvo in una cartella apposita, me le stampo per poterle leggere con maggior attenzione, magari evidenziando i punti importanti. 

Insomma cerco di avere un sistema di archiviazione organizzato per tenere traccia di documenti importanti e delle informazioni relative alle scadenze. Inoltre cerco di annotare tutte le date di scadenza in un apposito calendario elettronico dove imposto avvisi e promemoria, ma uso anche un’agenda planning di carta su cui scrivo le scadenze principali, di solito con quella mi oriento in modo più immediato perché ho sotto gli occhi gli impegni principali della giornata prima ancora di accendere il computer. Purtroppo questo non sempre basta per tenere tutto sotto controllo, ma è un buon aiuto.

Anche nella vita privata adotto lo stesso metodo per star dietro agli impegni personali, ho sempre un’agenda settimanale cartacea dove appunto le scadenze, scrivo promemoria e inserisco documenti vari di cui devo ricordarmi in prossimità di una certa data. Inoltre mi faccio ogni tanto una lista delle cose da fare e quando le ho fatte le cancello con una bella riga sopra, un momento liberatorio meraviglioso. 

Fare di testa propria potrebbe essere il terzo rimedio al logorio della vita moderna, quando decido di fare qualcosa la faccio e basta, non ho ancora capito perché gli altri vogliano a tutti i costi darmi consigli non richiesti. Decido di lavorare di domenica mattina (approfittando di una domenica piovosa) e tutti a dirmi,: ma no, ma perché non ti riposi, chi te lo fa fare…e poi capisco che se lo avessi fatto mi sarei trovata in vantaggio. Credo che sia sempre più opportuno prendere decisioni o agire indipendentemente, senza essere influenzati dagli altri. È sempre meglio “Fare di testa propria” quindi agire autonomamente, senza dipendere dalle decisioni o dalle azioni degli altri, prendere iniziative e responsabilità in totale autonomia (anche un po’ in segreto, per scaramanzia) senza essere influenzati dalle opinioni altrui. In sostanza, sono io il miglior consigliere di me stessa. Ciò vale per le piccole cose, ma soprattutto per quelle più grandi. E se sbaglierò sarà solo colpa mia, ma almeno non vivrò la frustrazione di aver ascoltato gli altri. 

Inserire una buona abitudine nella propria routine, quarto rimedio non legato all’ansia ma al proprio benessere. Quante volte ci ripromettiamo di fare qualcosa che poi rimane appesa nei meandri dei buoni propositi, questo perché ogni promessa che facciamo a noi stessi è legata alla forza di volontà che con gli anni diventa sempre più flebile e sfilacciata. Ricordo che a vent’anni ero incredibilmente determinata, se decidevo di fare una cosa la facevo e basta, come per esempio la dieta, oppure studiare 10 ore al giorno per preparare un esame. Oggi che non ho più vent’anni, sarà il lavoro che assorbe tempo, sarà che a fine giornata ho bisogno di gratificarmi, sarà che ho imparato che non sempre volere é potere - come scrivevo in quel post di novembre scorso Volere é potere? - la mia volontà è sempre meno forte, anzi è debolissima. Tuttavia se inserisco una buona abitudine nella mia routine mattutina, per esempio, poi la seguo abbastanza fedelmente. Insomma mi pongo un piccolo obiettivo piuttosto che uno troppo grande per la mia ormai debole forza di volontà. Per questo ho inserito nella mia routine mattutina dieci minuti di ginnastica, faccio cento addominali, diversi esercizi con i pesetti e poi lo stretching finale. Non sarà molto, ma se lo faccio tutti i giorni il mio corpo sarà più tonico, forse. E comunque da quando lo faccio mi sento meglio. Di più non riesco a fare perché mi sveglio già alle 5,30 e non posso anticipare oltre. Più avanti vorrei inserire qualche esercizio di yoga, ma vedremo. Al mattino la mia volontà è più forte, poi diminuisce perché sfinita dal logorio del lavoro moderno. 

Altri suggerimenti ne avete? Io per ora ne ho pensato solo questi, ma se volete lasciate un commento, mentre io vi lascio con un video da boomer, un meraviglioso spot contro il logorio della vita moderna, anche se non ho mai assaggiato il Cynar 



Fonti immagini: immagine creata con App Imagine AI



sabato 16 dicembre 2023

Come si cambia

 

Sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo. Mahatma Gandhi



Come si cambia per non morire, come si cambia per amore 

Così cantava Fiorella Mannoia nel 1984, l'anno in cui ho gettato le radici a Bologna, tra le vie della mia giovinezza universitaria iniziate nel novembre del 1983. È una canzone che ho sempre amato e in un certo senso la sento molto mia. Sono cambiata anch’io spesso per amore, ma soprattutto sono mutata per non soccombere quando l'amore vacillava o non era abbastanza per salvarmi. Il 2023 è stato il palcoscenico di un certo cambiamento nella mia esistenza o forse dovrei dire nel mio modo di essere, anche se all'esterno impercettibile a molti. 

In realtà non sono stati cambiamenti epocali ma tante piccole cose, partiamo, per esempio, dagli occhiali. Uso le lenti a contatto dal 1982, avevo dovuto mettere gli occhiali da vista un anno prima perché ero diventata miope, nella mia famiglia avevano tutti dieci decimi invece io, che passavo molto tempo sui libri, mi ero accorta di non leggere più bene la lavagna, così ero andata dall’oculista, avevo messo gli occhiali e non mi piacevo. Un anno dopo convinsi mia madre a farmi provare le lenti a contatto e fu così che cominciai a usarle ogni giorno, portavo gli occhiali soltanto in casa al riparo da sguardi indiscreti. 

Quarant’anni di lenti a contatto quindi. Negli ultimi anni ero passata a quelle usa e getta mensili, molto più comode sotto l’aspetto manutentivo. In realtà portavo le lenti senza nessun problema, usavo delle lenti morbide a elevata idrofilia e non mi davano alcun fastidio, tranne la schiavitù di doverle indossare ogni giorno. Poi arrivò l’età in cui cominci a vedere male da vicino, come miope da vicino vedevo benissimo, invece con le lenti a contatto ero costretta a indossare degli occhiali da lettura, soprattutto al lavoro. Dovevo portare sempre con me la soluzione salina per eventuali problemi con le lenti, gli occhiali da lettura per leggere da vicino e gli occhiali da vista nel caso fosse stato necessario togliere le lenti e, in estate, gli occhiali da sole, perché mi dava fastidio la luce. Così, ho pensato che fosse meglio convertirmi del tutto agli occhiali, ma mentre stavo maturando questa decisione è arrivata la pandemia e ho rimandato: la mascherina è davvero scomoda con gli occhiali che si appannano. Dopo la fine della pandemia ho rimandato per mancanza di tempo, dovevo andare dall’ oculista per controllare la vista prima di cambiare occhiali (avevo comunque degli occhiali da vista da portare in casa, non puoi portare le lenti a contatto e rinunciare del tutto agli occhiali, se sei miope devi avere un set di occhiali e di lenti a contatto a disposizione). Quello che mi pesava di più era portare diverse paia di occhiali in vacanza, mi servivano le lenti a contatto e gli occhiali da sole normali, poi gli occhiali da sole graduati per quando andavo in spiaggia dove, ovviamente, non potevo portare le lenti, poi gli occhiali da vista semplici. All’inizio dell’anno cominciai a sentire un po’ di fastidio agli occhi, avvertivo un forte dolore ai bulbi oculari, pensai fosse un problema di stanchezza e anche che fosse giunto il momento di andare dall’ oculista visto che i controlli della medicina del lavoro erano in ritardo, visto per la pandemia era stato rimandato un po’ tutto. Prenotai una visita dal mio oculista che mi prescrisse degli occhiali nuovi, dato che la mia miopia era variata, con l’aumentare dell’età vedevo meglio perché la presbiopia compensava la miopia quindi avevo bisogno di occhiali meno graduati. Scelsi una bella montatura e delle lenti fotocromatiche per non avere problemi con la luce del sole. Nello stesso tempo avevo ancora delle scatole di lenti a contatto usa e getta che contavo di usare, ma ciò non è avvenuto, ad oggi. In realtà una volta provata la comodità degli occhiali ho del tutto lasciato perdere le lenti a contatto, inoltre guardandomi allo specchio mi trovavo più bella con gli occhiali, pensare che a vent’anni non li sopportavo ed ora invece eccomi qui. Nel frattempo i miei dolori oculari non sparivano, e dopo sono essere andata dal più bravo e più caro oculista di Bologna che mi ha rassicurato sulla situazione dei miei occhi, ho risolto il problema con un impacchi e collirio specifico, visto che il mio problema era causato dalla secchezza oculare, sembra sia un problema che sorga con l’uso del computer e con l’età.  

Sempre per il problema agli occhi ho cominciato a non truccarmi più, non che prima facessi chissà quali sedute di make up, mettevo solo la matita e il mascara e l’ho fatto per quasi trent’anni, ma nell’ultimo periodo il trucco mi causava un gran prurito agli occhi (magari era la secchezza oculare oppure era una reazione al collirio) alla fine non potendo truccare gli occhi ho cominciato a mettere solo il rossetto che prima non usavo quasi mai. Ho aumentato invece le sedute dal parrucchiere, una volta ci andavo per fare il colore o il taglio, ma ho cercato di regalarmi la coccola di fare anche solo una piega soprattutto nelle occasioni di qualche uscita serale. Spesso mi sono sentita dire che stavo molto bene, nonostante la mancanza di trucco e gli occhiali, ma la piega dal parrucchiere fa miracoli.

Un altro cambiamento ha riguardato il mio rapporto con la moda, forse dovrei dire il mio rapporto con i vestiti visto che per me seguire la moda è una parola grossa. Ormai sono arrivata alla consapevolezza di voler stare comoda in tutto quello che indosso e ne ho parlato in questo post La nuova moda: l’eleganza dell’ essenziale ormai per me fare shopping é diventato un fastidio a cui ogni tanto vengo trascinata da amiche folli che spendono dei gran soldi per un vestito in più, ma non per questo ho smesso di comprare, diciamo che compro solo quello che davvero mi serve o che desidero.

Nel corso di quest’anno, ho drasticamente ridotto la mia presenza sui social, considerando addirittura l’idea di cancellarmi da Facebook. Ho constatato, sempre di più, che questo mondo virtuale assorbe notevoli energie ed emana influssi negativi. Non che prima scrivessi venti post al giorno, ero sempre abbastanza refrattaria, non avendo neanche il tempo, ma ora mi è venuto proprio il rigetto, avevo parlato della tossicità dei social anche in un post dello scorso marzo Le parole fanno male.

Inoltre è successo spesso che mi arrivassero dei messaggi spam via Messenger sulla mia pagina autrice, una pagina che uso il minimo indispensabile, giusto per qualche promozione dei miei eBook. Nelle promozioni metto sempre il link di Amazon o degli altri store, basta cliccarci sopra. Ciononostante mi ritrovavo dei messaggi di gente che chiedeva informazioni sui miei libri del tipo: ma i libri li spedite a casa? È un eBook lo scarichi come tutti gli eBook, invece se vuoi il cartaceo ti arriva a casa sempre tramite Amazon, ma il cartaceo costa di più e non è in promo. A questi messaggi, comunque, sia pure con qualche perplessità, ho sempre cercato di rispondere con gentilezza, magari era qualcuno che si approcciava agli store per la prima volta…

Poi c’erano i tentativi di phishing: ho un problema con il tuo libro clicca qui. Una volta mi è capitato anche uno stalker che voleva chattare e mi ha scritto, in un giorno, una ventina di messaggi completi di insulti perché non rispondevo finché non l’ho bloccato. Alla fine ho deciso di disabilitare Messenger sulla mia pagina, chi vuole contattarmi può usare la mail che è indicata nella pagina, stop. 

Andando a rileggere la lista dei miei post di quest’anno ho ritrovato il post Tre parole per il 2023 in cui avevo indicato tre parole da usare come faro nel corso dell’anno: ordine, cura e movimento. Riflettendoci mi pare di averle osservate abbastanza, ho fatto parecchio ordine nella mia vita, ho dedicato più tempo ed energie alla cura di me stessa e anche il movimento è stato una presenza costante nel corso dell’anno anche se posso sicuramente fare di più.

È passato l’anno e mi sento bene nella nuova dimensione di me stessa, un cambiamento che posso riassumere nel seguente concetto: voglio stare bene.

Come dice Caparezza: sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo. Superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene. 


Cercate anche voi di stare bene e passate un buon natale e delle feste serene.

Fonti immagini: Pixabay 

venerdì 25 agosto 2023

Un biglietto dal passato


Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono leggere solo il titolo. Virginia Woolf

Ogni tanto faccio pulizia nei miei libri, scelgo dei romanzi dalla mia libreria che ho già letto e che non rileggerò e li metto da parte per portarli nelle casette dei libri, ce n’è una nel parco adiacente il parcheggio aziendale e ogni tanto li porto lì, non riesco a fare lo stesso per i libri cosiddetti “scolastici”, ho diversi libri del periodo universitario oppure più recenti, comprati per un corso di aggiornamento sul lavoro oppure per altri motivi che sono nella mia libreria da un tempo infinito. Qualche giorno fa passando dalla zona universitaria ho visto un banchetto per book crossing contenente libri universitari, manuali di diritto o di economia, di inglese e quant’altro, così mi è venuta l’idea di portare alcuni miei libri. Ho cominciato così a cercare tra i miei libri quelli di cui liberarmi, in realtà quasi sempre finisco per spolverarli e rimetterli a posto, perché poi vengo presa dalla nostalgia e rimando il distacco, ma stavolta ne ho trovato tre, così ho controllato che all’interno non ci fossero fogli o documenti personali, con nomi o altri dati sensibili ed é saltato fuori dal libro di Diritto Pubblico un biglietto scritto a mano:

Ciao sto per partire ci vediamo verso il 13 circa. Ho lasciato il mio numero di telefono a Letizia. Se c’è qualche cosa di importante fatemi sapere.(Naturalmente la chiamata sarà a carico del destinatario.)

A presto Roberta.

PS cerca di stare tranquilla. Svagati un po’. 


Ho cercato di mettere a fuoco quel momento, per un attimo ho avuto il vuoto nella mente, non capivo chi potesse aver scritto quel biglietto poi, subito dopo, ho ricordato chi fosse la Roberta del biglietto. E mi sono ricordata la sua storia. Mi ha fatto tenerezza quel moto di affetto con cui mi raccomandava di stare tranquilla e svagarmi un po’, oggi Roberta non mi avrebbe scritto un biglietto di carta ma avrebbe scritto un messaggio su whatsapp che si sarebbe perso nei meandri degli altri infiniti messaggi persi sui nostri cellulari. Invece a distanza di trent’anni ecco la sua vita spuntare fuori da un libro, chissà perché quel biglietto è rimasto al suo interno tanti anni, chissà il 13 di quale mese era, non posso ricordarlo, molto probabilmente era il 1989, questa é quasi una certezza. Mi sono laureata nel giugno del 1988 e dopo aver abitato i successivi mesi estivi in un monolocale fatiscente con una mia amica altoatesina che però aveva passato tutto il tempo a lavorare in un pub a Londra per perfezionare il suo inglese, tra ottobre e novembre sono approdata in un appartamento del centro, si era liberato un posto letto e una mia amica - ex compagna di università - che abitava nell’appartamento al piano di sopra me lo segnalò ed io afferrai l’occasione al volo. 

Ho abitato lì poco meno di un anno eppure nel ricordo sembra un tempo molto più lungo, forse perché ho incontrato più vite in quei pochi mesi che in tutti gli anni successivi. Ma cominciamo dall’inizio, l’appartamento era un piccolo gioiello al secondo piano di una palazzina del centro, dietro piazza Galileo, la piazza della questura di Bologna, ogni mattina per andare al lavoro attraversavo piazza Galileo e subito dopo piazza Maggiore, non avevo mai abitato così in centro, perché piazza Maggiore é proprio il cuore di Bologna e passare da quella piazza ogni mattina era davvero fantastico. Abitare in centro è bellissimo, certo non ti deve servire la macchina, oppure devi avere un garage, ma ovviamente avere un appartamento in pieno centro con un garage comporta una disponibilità economica notevole. Già all’epoca il centro era chiuso al traffico, l’entrata in auto era permessa solo ai residenti o alle persone che ci lavoravano e avevano uno studio, un ufficio o un negozio, anche se non era ancora blindato come adesso con le telecamere ai varchi di accesso. La maggior parte della gente comune si spostava in autobus o a piedi, il centro di Bologna lo giri benissimo a piedi, con piedi buoni e scarpe comode. Anche adesso camminare per il centro di Bologna è una piacevole parentesi in cui mi piace perdermi, soprattutto per i vicoli meno frequentati e sconosciuti. 

Il mio appartamento era affittato a sei persone, c’erano due camere doppie e due camere singole con doppi servizi, noi per comodità ci eravamo divisi l’uso dei due bagni in base alla vicinanza alla camera, anche per semplicità nel turno di pulizia. Io dividevo la camera con Roberta, la ragazza del biglietto. Eravamo in sei, io e Roberta, Letizia e Milena, nella camera accanto alla nostra. Le camere singole erano occupate da Linda che stava preparando la tesi e Alberto che era un ricercatore universitario, io proprio in quei mesi avevo iniziato a lavorare, tutti gli altri erano ancora studenti universitari, all’ultimo anno o laureandi. Tutti in una stagione di transizione della nostra vita. 

In quel breve periodo di tempo avevo legato soprattutto con Milena con cui avevo trovato una sintonia incredibile e poi con Roberta che era una persona un po’ folle, sempre allegra e sconclusionata, passava davvero poco tempo a Bologna e soprattutto a studiare, la maggior parte del tempo andava a Padova a trovare il suo ragazzo che non ho mai conosciuto. Anch’io spesso passavo il week end fuori a casa del mio ragazzo che abitava con i genitori in un paese limitrofo collinare della provincia di Bologna e che tutte le volte che mi veniva a prendere (dopo le 20 perché di giorno in centro non si entrava in auto) si lamentava del fatto che abitassi in centro e sosteneva che era assurdo e dovevo cambiare casa prima o poi. A me però quella situazione non dispiaceva affatto, pensavo che, in fondo, ci sarebbe stato tutto il tempo per decidere quando e se cambiare casa, ma come sempre il destino decide prima e la necessità di traslocare arrivò all’improvviso.

Quando mi affacciavo alla finestra della grande sala potevo ammirare i tetti rossi di Bologna e sbirciare le vite che si svolgevano sui piccoli terrazzi tra i tetti (Bologna viene chiamata la rossa proprio per il colore dei tetti e non come pensa qualcuno per il colore politico). 

Abitare in centro, soprattutto in una città come Bologna che vive molto anche di notte, ha tutto un altro sapore. Tante volte io e Milena, dopo aver cercato invano un programma decente in tv, abbiamo optato per una passeggiata in piazza maggiore, e lì la prospettiva cambiava subito, potevi sederti a un tavolino di uno dei bar della piazza, oppure prendere un gelato e andarlo a mangiare seduti sulle scale di San Petronio e potevi fare tardi senza preoccuparti troppo degli orari degli autobus o della necessità di prendere un taxi, tanto eravamo lì a due passi. Quando abiti fuori dal centro ogni uscita va un minimo programmata, soprattutto se è proprio il centro la tua meta, perché devi fare i conti con la ricerca del parcheggio se sei in auto oppure con la necessità di prendere un taxi (che forse la spesa é la stessa, visti i prezzi dei parcheggi sempre più alti). Abitare in centro vuol dire vivere davvero la città e questo l’ho capito bene in quel periodo. Certo ci sono i pro (vivere bene la città) e i contro (il costo molto alto delle case soprattutto se hai la necessità di avere un garage perché, magari, il lavoro ti porta fuori città).

Ricordo abbastanza bene tutti i miei coinquilini, nelle sere d’inverno non guadavamo la tv ma passavamo il tempo a parlare del più e del meno oppure dei nostri progetti per il futuro, spesso facevamo il “gioco del vocabolario”: uno di noi - a turno- sceglieva una “parola incomprensibile” dal vocabolario e poi scriveva su un foglio la definizione vera, poi diceva ad alta voce la parola scelta e ognuno doveva inventare la definizione scrivendola su un foglietto in stampatello, dopo aver mescolato i fogli si estraeva a caso e si doveva indovinare la definizione corretta. Sembra incredibile ma quasi nessuno indovinava o conosceva la vera definizione, la lingua italiana è davvero variegata e ricca. Nel corso di quel gioco riuscivamo a scatenare la fantasia con definizioni spesso molto originali che magari erano le più votate, e a farci un sacco di risate insieme. 

Alla fine la mia permanenza in quell’appartamento è durata meno di un anno, il proprietario è morto all’improvviso e il figlio, unico erede, ci ha chiesto di cercare un’altra sistemazione perché voleva affidare gli appartamenti a un’agenzia per affittare possibilmente uso ufficio, spiegandoci che lui non aveva il tempo, avendo un lavoro impegnativo,  di gestire la formula di affitti agli studenti. Preso atto della richiesta cercai un’altra sistemazione anche perché avevo trovato un nuovo lavoro fuori dal centro e avevo la necessità di muovermi in auto.

Come detto sopra la ragazza con cui avevo legato di più era Milena, credo fosse la più affine a me come carattere, inoltre era bravissima a disegnare, infatti si era appena diplomata all’accademia delle belle arti di Bologna (per inseguire il suo sogno di fare la fumettista) e nel frattempo stava ultimando la laurea in filosofia (per accontentare i genitori e darsi una seconda chance lavorativa). I suoi abitavano a Milano e credo che alla fine non abbia cercato un nuovo appartamento ma abbia deciso di accettare un’offerta di lavoro come illustratrice di una casa editrice che pubblicava libri per bambini. Invece Roberta decise di raggiungere il suo fidanzato a Padova e di terminare gli studi lì, non so molto degli altri, a parte Alberto che ora è professore universitario presso l’Università di Venezia come era nei suoi obiettivi. 

Ogni tanto, quando passeggio per le strade del centro, passo ancora da piazza Galileo e attraverso il breve vicolo che porta al mio ex appartamento, mi fermo a guardare i nomi sui campanelli, gli ultimi due piani sono occupati da una società, sicuramente saranno diventati degli uffici ampi e luminosi come sono molti studi del centro dalle parcelle elevate. Di fronte alla palazzina c’è una piazzetta deliziosa con due panchine di legno che ho sempre adorato, è una via che si interseca con altre strade del centro storico poco trafficate e la palazzina dove ho abitato è in un angolo che si congiunge con un’altra stradina molto breve che si chiama via Val’Aposa (solo anni dopo leggendo la storia di Bologna ho scoperto che l’Àposa è stato un torrente importante che attraversava la città e che ora è interrato, fa parte della Bologna acquatica sotterranea che oggi viene anche visitata dai turisti più avventurosi). Un semplice biglietto scritto a mano ha scatenato il percorso dei ricordi e mi chiedo dove siano ora i protagonisti di quelle vite lontane, ma è una domanda che lascio al vento perché la terra dei ricordi può essere molto più bella lasciata libera nella fantasia della creatività. 


Fonti immagini: Pixabay