sabato 21 maggio 2022

Lamentosi e postulanti


Sono così incompreso che non si comprendono neanche i miei lamenti di essere incompreso.

(Søren Kierkegaard)

Avevo iniziato a scrivere questo post tempo fa...esasperata da una serie di lamentele che arrivavano puntualmente alla mia attenzione anche se non lavoro all’ufficio reclami, no. Ho solo un atteggiamento “gentile” cerco di esserlo almeno, ma spesso la gente scambia la gentilezza per debolezza o per il muro del pianto, ah eccoti, vengo da te a lamentarmi per sfogarmi un po’.

Credo di essere diventata sempre più insofferente e sono un po’ preoccupata, sono diventata una tipa arcigna e antipatica? 

Ora, io non sopporto chi si lamenta, é inutile lamentarsi anche perché per carattere preferisco “fare”, se ho mille incombenze da affrontare preferisco rimboccarmi le maniche e mettermi all’opera, invece arriva il lamentoso di turno e per mezz’ora si mette a parlare dei suoi problemi, anche se la soluzione non posso trovargliela io, ma intanto mi ha gettato addosso le sue lamentele. In questo periodo che tutti sono tornati in presenza al lavoro, mi ritrovo talvolta a perdere tempo per le chiacchiere altrui, su cose per le quali io non ho assoluto interesse, peraltro con tutte le cose urgenti che ho da fare non ho assolutamente voglia di perdere tempo.

Il significato della parola "lamentarsi" presa dal dizionario è la seguente: esprimere la propria scontentezza, dolersi presso altri di cosa che non ci soddisfa, di un torto subìto, di quanto ci fa soffrire: lamentarsi della cattiva sorte; si lamenta di crampi allo stomaco; lamentarsi di essere stato isolato; spesso è inclusa l’idea di un certo risentimento: lamentarsi del cattivo trattamento, del pessimo vitto, della poca pulizia di un locale, della disorganizzazione degli uffici; lamentarsi di lavorare troppo; lamentarsi presso i superiori, ecc.

Ho provato a stilare una lista di categorie di lamentosi:

Il lamentoso cronico: è colui che è costantemente afflitto, preda di incomparabili problemi, ingiustizie e tragedie inenarrabili. Una di quelle persone che “Ah non puoi immaginare quanto io stia male” e “Beato te che non hai i miei problemi“. Quello che poi liquida come quisquilie i problemi degli altri per parlare solo e costantemente dei suoi, quelli sì, di impossibile soluzione.

Il lamentoso inconcludente: c’è quello che si lamenta per passare il tempo e farti perdere tempo come una mia collega che parla male di tutto e tutti, solo e semplicemente per chiacchierare, perché non ha voglia di lavorare e pensa che quello che dice sia tanto interessante. Ogni tanto esordisce con “ti ho già detto di Tizio?” “Sì tre volte grazie” argh, di solito, quando riesco, adotto la strategia della fuga, ma ho scoperto di non essere la sola. 

Il lamentoso disprezzante: è colui che disprezza tutti, il bastian contrario, tu dici bianco e lui dice nero, tu dici rosso lui dice blu. Solo che, se tu -per quieto vivere- dici blu pensando di andargli incontro ecco che lui cambia nuovamente idea, tanto per farti dispetto. Insomma é il lamentoso che semina zizzania e che, se te lo ritrovi sul lavoro, è quello che sa sempre tutto lui, conosce le leggi meglio di te, per qualsiasi cosa é pronto a fare una class action o una rivendicazione sindacale, e diventa subito tuo nemico se non la pensi come lui. Quelli che “se lo conosci lo eviti...”

Il lamentoso produttivo: c’è anche colui che si lamenta per condividere il suo problema provando a cercare una soluzione dal confronto “produttivo” dello scambio di opinioni, forse questa persona non rientra neanche nella categoria dei lamentosi veri, in fondo tutti noi, chi più chi meno, quando ha un problema cerca conforto e consigli. 

A volte penso di essere diventata, nel tempo, sempre meno paziente e, soprattutto, sempre meno desiderosa di ascoltare chiacchiere inutili, sono diventata insofferente alle persone, avendo l’impressione che mi succhino energia vitale, è una sensazione che mi assale da un po’ di tempo, per questo vorrei liberarmi da tutti questi individui inopportuni, tanto che sono perfettamente felice quando sono lontana dalla gente. 

Sono diventata pericolosamente asociale? 

È una domanda che ogni tanto mi pongo, ma documentandomi un po’ in rete sembra che il lamentoso sia davvero un male diffuso ed estremo, perché quando ci lamentiamo sprigioniamo tanta energia negativa che attiva il cortisolo, l'ormone dello stress. Questo ormone ha effetti sull'ippocampo, zona del cervello che ha importanza nel processo di apprendimento ed è responsabile della memoria e dell'immaginazione...insomma il lamentoso nuoce gravemente alla salute, la sua ma soprattutto a quella di coloro che lamentosi non sono, questo perché chi si lamenta è affetto da egocentrismo totale, i suoi sono veri problemi, gli altri sono felici e vivono nel mondo di bangodi, mentre lui è perseguitato dalla sorte oppure è vittima di un complotto.

Che poi, questo atteggiamento rischia di scivolare nella situazione di chi grida sempre "al lupo, al lupo" e non viene più ascoltato neanche quando il lupo arriva davvero.

E poi ci sono i postulanti

Definizione: Persona che chiede, in genere con una certa insistenza, favori, concessioni, o fa istanze e premure per ottenere (o farsi ottenere) un impiego, una carica e simili favori o vantaggi.

È una categoria molto popolata, tra postulanti di carattere e postulanti di professione, i primi sono simili ai lamentosi cronici, cercano la soluzione dei loro problemi dagli altri, come la manna dal cielo, “ho questo problema, me lo risolvi tu?” Non che ci sia nulla di male a chiedere aiuto, ma spesso si tratta di persone incapaci di rimboccarsi le maniche e darsi da fare autonomamente per la loro vita; i secondi sono quelli che ormai trovi dappertutto dai call center ai venditori porta a porta, mi capita ormai quando vado al centro commerciale di fare lo slalom per evitarli e raggiungere indenne l’entrata del supermercato dove vorrei fare la spesa, possibilmente senza fare un nuovo contratto telefonico, comprare un depuratore di acqua o aderire al club degli editori.  

Che poi ormai usano ogni forma di espediente per fermarti tipo:

Scusi solo un paio di domande per una statistica, lei è a favore dell’ambiente? Sì, allora le serve un depuratore, eccolo qui è in offerta solo oggi! 

Lei ama leggere? Sì ma leggo solo eBook, ma comprerà ogni tanto anche un libro di carta per regalarlo, oppure i libri per i bambini? Beh sì ogni tanto capita, allora venga che le do una tessera sconto gratuita! 

Questa ultima situazione mi é capitata di recente, quando sono entrata nella libreria per la tessera sconto (tra l’altro con la busta della spesa piena con il desiderio urgente di rientrare a casa a mettere tutto in frigo) la postulante ha chiesto i miei dati ed è saltato fuori che voleva rifilarmi l’iscrizione al club degli editori, solo 4 libri di carta in un anno, da comprare presso la loro libreria, argh, ho detto che mi si scioglievano i surgelati e che sarei ripassata, sono scappata a gambe levate. Ora se anche volessi comprare un libro di carta eviterò la suddetta libreria per non ritrovarmi placcata dalla postulante del Club degli editori. Faccio presente che sono stata iscritta per anni al suddetto club e ho comprato parecchi libri nel tempo, qualche volta è anche capitato un libro che mi è piaciuto, ma spesso nel catalogo, tra i libri che dovevi comprare per assolvere l’obbligo, non c’erano quasi mai i libri che mi interessavano davvero e alcuni dei libri comprati “per forza” sono rimasti intonsi nella mia libreria senza che riuscissi a leggerli. La lettura è un piacere e per esserlo non deve essere forzata.

Avete anche voi qualche categoria di lamentoso o postulante da segnalare?

Fonti testi: Wikipedia

Fonti immagini: Pixabay

domenica 8 maggio 2022

Festa del lavoro

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero. Aristotele

Lo so, arrivo tardi perché il primo maggio è già passato, difficilmente dedico dei post alle ricorrenze tuttavia quest’anno, per la prima volta, la festa del lavoro mi è sembrata particolarmente sentita dai media, forse è solo una mia sensazione ma ho ascoltato dei discorsi in cui mi ci sono ritrovata molto più che in passato. 

Il sindacalista Maurizio Landini, in una breve intervista, ha evidenziato il rapporto molto stretto tra stipendi ed economia, oggi siamo di fronte a salari sempre più bassi, mentre una volta con lo stipendio si viveva dignitosamente e si mettevano da parte dei risparmi, addirittura si poteva comprare la macchina nuova o la casa, sia pur accendendo un mutuo, il livello salariale di oggi non solo non permette tutto questo ma  è a livello di sussistenza, permette appena di sopravvivere. Come può girare l’economia se non c’è un’adeguata retribuzione? si chiede di consumare ma se non c’è la possibilità di farlo diventa impossibile, i minori consumi causano un ristagno dell’economia che di conseguenza impatta sul resto. Se poi pensiamo che gli orari di lavoro sono sempre più fagocitanti oserei dire che manchi anche il tempo da dedicare ai consumi, io per esempio non ho mai il tempo di fare acquisti (intendo quegli acquisti che davvero desidero e non quelli indotti e inutili). Oggi il lavoro, oltre a essere poco pagato è diventato sempre più precario, ovvio che la precarietà non aiuti l’economia, se non sono sicura di avere il lavoro domani non sarò spinta a spendere o perlomeno a fare investimenti sul medio o addirittura lungo termine, insomma il tanto demonizzato posto fisso è quello che permette di costruire il futuro non solo personale ma di un’intera società, è così difficile capirlo? Invece questo legittimo desiderio di stabilità ci è stato venduto come un blocco per l’economia, come qualcosa che non permetteva la giusta flessibilità del mondo del lavoro (perché in America è tutto molto più snello, certo ma in America non esiste la burocrazia che ingessa il sistema e non esiste l’evasione fiscale che c’è in Italia. Quanto mi irrita questo diffuso pensiero che gli americani facciano meglio di noi, non é così, ci sono cose buone e cose cattive ma contestualizzate la situazione). 

Quindi senza stipendi adeguati e dignitosi che garantiscano la vita e non la semplice sussistenza, senza la stabilità del lavoro e non la precarietà, l’economia non può funzionare. Ma se sono accorti adesso?

Io lo penso da anni, ma in fondo io non sono nessuno, questa é semplicemente una legge economica, strano che tutti i geni al governo non se ne siano accorti, tutti quei grandi pensatori che ci hanno massacrato con leggi inique rubando diritti acquisiti dopo anni di lotte, in nome di una flessibilità del lavoro che doveva garantire maggiore occupazione, hanno contribuito alla rovina dell’economia italiana. L’Italia è il paese dove il salario è rimasto fermo negli ultimi vent’anni, in tutti gli altri paesi europei il salario medio é cresciuto, l’Italia precede solo la Grecia e la Turchia per livello di salario. E ci meravigliamo se l’economia non va come dovrebbe? In Italia ci salviamo solo perché molti giovani hanno alle spalle le famiglie, la generazione degli anni sessanta e settanta che ha risparmiato e che ora supporta i figli con lavori precari. 

La globalizzazione è stata per il capitalismo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite.
Serge Latouche 


Ci siamo asserviti a un mondo sempre più globalizzato, convinti di avere dei vantaggi, il che può essere anche essere vero, sotto certi aspetti, sotto altri non è detto. Ciò premesso, c’é un concetto importante che deve passare bene, il lavoro non deve essere schiavitù, invece oggi molti lavoratori sono schiavi e troppo spesso ricattabili, a causa dei contratti precari da rinnovare ogni tot mesi, alle necessità di avere una retribuzione, anche se da fame.

A supporto del mio pensiero arrivano poi articoli che mi capita di leggere che raccontano storie vere su questa situazione; sul n. 11 di Donna Moderna del 3 marzo scorso ho letto un’inchiesta di Eleonora Lorusso intitolata “Altro che dalle 9 alle 5...” A quanto pare è sempre più difficile rientrare nelle ore canoniche di lavoro, dalle 9 alle 5 può essere una chimera, già per gli impiegati è sempre più difficile osservare l’orario, spesso si va ben oltre, ma per coloro che devono fare dei turni diventa pressocché impossibile. In questo articolo si parla di una donna che lavorava in un supermercato e faceva dei turni estremamente rigidi e pur avendo un contratto precario di 24 ore settimanali (che però diventavano 40 quando era costretta a prolungare i turni con la promessa di un contratto di lavoro a tempo indeterminato) faceva fatica a conciliare lavoro e gestione del figlio in età scolare, finché - quando è venuto a mancare il supporto familiare che seguiva suo figlio quando lei non poteva -visto che il marito lavorava fuori regione - si è dovuta  licenziare, non per scelta, ma perché con i turni era impossibile gestire la famiglia che grava sulle spalle delle madri, quasi sempre. Nello stesso articolo si parla di un’azienda di logistica che ha imposto alle sue dipendenti due turni 5,30-13,30 e 14,30-22,30 cancellando il turno centrale 8,30-15,30 unico turno compatibile con gli orari di scuola dei figli. Assurdo, una volontà deliberata di nuocere al lavoratore. Non tutti possono permettersi una baby sitter o un familiare che aiuti nella gestione dei figli. E poi ci meravigliamo delle culle vuote? Le dipendenti hanno fatto causa e il giudice (del tribunale di Bologna) ha dato ragione alle dipendenti. Esistono comportamenti che mettono in condizione di svantaggio i lavoratori, in particolare le donne con figli (ma se vogliamo anche un uomo che cresce il figlio da solo). 

L’articolo 25 del codice delle pari opportunità del 2006 vieta queste condotte. Con la riforma del 2021, inoltre, é stata recepita una direttiva comunitaria che include espressamente tra i fattori discriminanti la gravidanza, la maternità e la paternità, anche adottive.

Non sempre le aziende rispettano le leggi, ma si può fare ricorso, tuttavia bisogna avere  tempo, energie e soldi per farlo (in Emilia Romagna, per ora la prima regione ad averlo adottato, è stato istituito un fondo di 20.000 euro per le spese legali per le donne che devono sostenere una causa di lavoro per discriminazione). 

Potrei dilungarmi ancora ma mi fermo qui, vi lascio con il video di Massimo Gramellini che, nella buonasera del 30 aprile, ha spiegato molto bene il concetto di lavoro dignitoso parlando del caso di una dipendente di Amazon “addetta al confezionamento dei pacchi” 






Fonti immagini: Pixabay 

Fonti testi: Donna moderna n. 11 marzo 2022

sabato 30 aprile 2022

Michele, immagine nel tempo come una vecchia cartolina

 

Certi ricordi sono come amici di vecchia data, sanno fare pace. Marcel Proust 

È sempre stato il mio cugino bello, quello che sembrava un attore, il nipote prediletto di mia madre, figlio unico del fratello degenere “comunista”, ma adorato comunque da tutte le sorelle. Michele, purtroppo, viveva troppo lontano dalla Puglia, lavorava a Milano e ci si vedeva sempre più raramente.

Non so come accadde, ma un giorno mi telefonò e mi chiese: ma non sei mai stata a Milano? perché non ci vieni a trovare questo week end? Vivevo già a Bologna, forse mi ero appena laureata, forse già lavoravo, é un ricordo nebuloso, non ricordo bene, ma ricordo ogni minuto di quel soggiorno a Milano con lui e la sua famiglia. 

Era un week end lungo, quello dei morti o dell’Immacolata, non so, sono solo sicura che fosse in autunno, perché in quel week end, la domenica, andammo tutti insieme a raccogliere le castagne in una località boschiva vicino Como dove ci raggiunsero le altre cugine che facevano le insegnanti in un piccolo centro in provincia di Como.  Fu una bella occasione per ritrovarci tutti e passare un po’ di tempo insieme. Fu molto bello passare insieme quei giorni con le sue due bambine e sua moglie. La sera del mio arrivo Michele telefonò a mia madre facendo finta di averla chiamata per un saluto e poi disse “ti passo una persona” ricordo ancora la voce squillante e gioiosa di mia madre che non riusciva a capacitarsi del fatto che fossi a Milano da suo nipote “Lilino” come lo chiamava affettuosamente.

Il lunedì successivo, era una bellissima giornata di sole e io, seguendo le sue istruzioni sull’autobus da prendere, andai a visitare il centro di Milano, visitai il duomo e il castello Sforzesco e mi stupii molto della bellezza della città che immaginavo molto più grigia e nebbiosa.  Comunque tornai a casa per l’ora di pranzo e mangiai in compagnia di sua moglie, Ida, davanti a una soap opera dell’epoca intitolata “Quando si ama” che andò in onda in Italia fino al 1990 poi fu soppiantata da Beautiful. Lei faceva l’insegnante in una scuola vicina e riusciva a tornare a casa per pranzo, a differenza di Michele che lavorava fuori tutto il giorno e tornava a casa solo la sera. La loro vita mi era sembrata così lineare e piacevole, un connubio perfetto, anche se faticoso, per incastrare ogni giorno gli impegni quotidiani del lavoro e delle bambine in una città come Milano e con i nonni lontani che vivevano in Puglia.

Michele aveva 42 anni quando ci lasciò, stroncato da un tumore, in silenzio, mio zio ci informò solo dopo il funerale perché lui voleva così. Mi sono sempre chiesta perché non avesse voluto informare gli altri familiari, solo anni dopo ho capito, quando ci si ammala si preferisce lasciarsi dietro il ricordo di quando si è in salute, non si desidera nessun sentimento che assomigli alla pietà o alla commiserazione, a parte la vicinanza dei familiari più stretti. 

In questi giorni ricordando tutte le volte che sono stata a Milano ho ripensato a lui, i miei zii avevano solo quel figlio e la loro vita non fu più la stessa dopo la morte di Michele anche se le due nipotine riempirono molto la loro vita, ogni estate si trasferivano a casa loro in Puglia e passavano tutto il tempo con loro, dopo la morte del padre il legame con i nonni si era fortificato ancora di più. Oggi sono due splendide donne realizzate e sicure.

Sono tornata a Milano tante volte, per motivi vari, a trovare degli amici, oppure a vedere delle mostre o dei concerti, ogni volta è stata un’occasione per scoprire aspetti nuovi della città, ma non sono mai andata a trovare la moglie di Michele, ci siamo sempre viste in Puglia durante le calde estati quando ancora i miei zii erano vivi e passavo a salutarli e a parlare di lui. Ora che hanno abbandonato la vita anche loro da molto tempo sono finite le occasioni per ritrovarsi, ma mi piace frugare nei miei ricordi e ritrovare pezzi di vita dimenticati. Sarà mica sintomo di vecchiaia? 

Forse è solo la voglia di ritrovare una parte di me, di ricongiungere qualche filo spezzato, mi rendo conto che il passato l’ho attraversato troppo di fretta, per l’ansia di vivere e di costruire, guardando sempre avanti con l’ossessione del tempo. Grazie ai ricordi, oggi mi sembra di riappropriarmi del presente e di recuperare uno sguardo sereno sulla vita senza attesa né nostalgia.


Fonti immagini: Pixabay 


sabato 23 aprile 2022

Un’ora sola scriverei

 

Voi occidentali, avete l’ora ma non avete mai il tempo. Mahatma Gandhi 

Parafrasando la famosa canzone “un’ora sola ti vorrei” vi racconto un escamotage che ho impostato per riuscire a scrivere. È diventato sempre più difficile ritagliarsi del tempo per la scrittura, ogni week end devo scegliere tra riposare o uscire per svagarmi un po’ oppure scrivere. 

Ogni settimana mi ritrovo al sabato sempre più stanca e debilitata e l’ultimo dei miei pensieri é scrivere. Invece una volta, il sabato mattina mi svegliavo presto, scrivevo fino a mezzogiorno e poi per il resto della giornata facevo altro. Oggi mi ritrovo che il sabato devo fare ancora le pulizie di casa o la spesa o, peggio, entrambi, perciò la mattina la perdo così, dopo faccio qualcosa di bello con il mio compagno, se possibile andiamo fuori altrimenti restiamo in casa, se il tempo è brutto. 

Durante la settimana mi sveglio prestissimo, lavoro sempre oltre l’orario e arrivo sfinita, per questo mi riesce sempre più difficile svegliarmi presto anche al sabato (o alla domenica) ho tanta stanchezza da recuperare e, diciamocelo, anche la voglia é scemata parecchio tra pandemia, lo spettro della guerra e gli anni -e la vita- che sembrano scivolare via sempre più veloci. Tuttavia la voglia di scrivere c’è sempre e i miei personaggi chiamano per poter vivere ancora attraverso le mie pagine...

Così, un giorno di un week end in cui avevo poco tempo e pensavo con rammarico alla mia scrittura che languiva, pensai che avrei potuto dedicarvi circa un’ora o forse meno, così ho acceso il computer ho puntato la sveglia dopo un’ora e mi sono messa lì a cercare di scrivere. Ovviamente non si scrive a comando, così non sempre sono riuscita a scrivere un capitolo, magari soltanto poche righe che però mi sono servite per scrivere le righe successive la volta dopo. È così che di ora in ora - che talvolta diventavano due quando mi sentivo ispirata -  ho scritto parecchi capitoli, scoprendo che come l’appetito vien mangiando anche la scrittura vien scrivendo. 

Il fatto é che iniziare a scrivere, nel senso di accendere il computer e mettersi lì fisicamente, può essere difficile ma poi una volta in mezzo all’attività riga dopo riga, pensiero dopo pensiero si va avanti un passo per volta. Lo scorso week end, approfittando del lunedì di festa, sono riuscita perfino a scrivere due capitoli fondamentali e, cosa importantissima, ho individuato il titolo giusto, forse. Di solito fin dal principio ho un’idea del titolo anche se nebulosa, invece per il sesto episodio del commissario Sorace ero nella nebbia più assoluta, il titolo mi aiuta anche ad avere una direzione più definita del percorso del romanzo, mi è capitato di avere un titolo in testa ben chiaro fin dalle prime righe, altre volte era un’idea che poi diventava più delineata dopo i primi capitoli della storia, con questa storia non è accaduto subito, tanto che il file si chiamava Sorace sei, a questo punto continuo a chiamarlo così per praticità (forse anche per scaramanzia). Insomma non so ancora se questo romanzo riuscirò a finirlo, ma ormai mi piacerebbe arrivarci un’ora alla volta, perché citando Walt Whitman “Per me ogni ora del giorno e della notte sono un indicibile miracolo perfetto”.

Procedere un passo alla volta è un sistema che vale per molte cose, per esempio lo uso anche per il blog, non scrivo un post dall’inizio alla fine tutto in una volta, di solito se mi viene un’idea per un post butto giù due righe su blogger con l’iPad (grande invenzione, se dovessi accendere il computer ogni volta non potrei farcela) poi scrivo un pezzetto per volta durante la settimana, di solito la sera dopo il lavoro per rilassarmi un po’ e distrarmi dai pensieri lavorativi logoranti, infine rifinisco il tutto nel fine settimana, rileggendo e aggiungendo un’immagine, una citazione o quello che più mi sembra adatto. Altro sistema che trovo molto utile ed evita di farmi perdere il filo è fare le liste delle cose da fare, sempre nel tempo libero, stilo una lista su un post it delle cose che vorrei fare nel week end e poi depenno man mano che lo faccio, in mezzo ci metto un po’ di tutto, scrittura e incombenze varie, ma ogni volta depennare una cosa fatta mi da una piccola soddisfazione, è qualcosa che mi aiuta a incasellare il tempo che vorrei ed è anche un trucco per liberare la mente, se scrivi una cosa sulla lista sai che non la dimenticherai (forse) e con la mente scaricata dallo sforzo di dover ricordare puoi fare altro. Con me funziona, non è detto sia così sempre ma la maggior parte delle volte va bene, se poi non rispetto tutta la lista ma faccio solo una parte sarà meglio di niente no? 

Voi cosa dite? Cosa ne pensate del mio metodo di scrittura un’ora alla volta?


Fonti immagini: Pixabay 


sabato 16 aprile 2022

Una soffice crema in una scatola blu

 

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo. Gandhi

C’era una volta un re che con la sua regina guidò un regno dove tutti vivevano in grande letizia, grazie al suo cuore magnanimo e alla sua grande lungimiranza e generosità. Questa potrebbe essere una fiaba invece non lo è perché è una storia di tanto tempo fa che può davvero stupirci. 

Un giovane farmacista chiamato Troplowitz diventa un imprenditore e inventa un prodotto di bellezza semplice ma di grande impatto, una crema per il viso e per il corpo che arriverà a dominare il mercato, ma che cosa ha di così fantastico questa storia? A parte la crema che é durata fino ai nostri giorni, quello che colpisce è la personalità di Troplowitz, un uomo pioniere dei diritti civili, nella sua fabbrica aveva ridotto l’orario di lavoro da 60 a 48 ore settimanali, introdotto le ferie pagate, il pranzo gratuito, l’assicurazione sanitaria e il fondo pensionistico, ma soprattutto il congedo di maternità creando nella sua azienda un asilo aziendale e anche una stanza dedicata all’allattamento. Ed era l’anno 1911. 

Una soffice crema bianca 

Ricordo ancora il profumo di quella crema sulle mani di mia madre che, poverina, la usava per ammorbidire la sua pelle martoriata dai troppi lavaggi in tempi in cui non c’era ancora la lavatrice. È un profumo che insieme al borotalco mi riporta all’infanzia.

In questi ultimi tempi viene voglia di parlare di cose belle per dimenticare l’angoscia di quello che ci circonda, così mentre pensavo al post da scrivere, mi sono ricordata di un articolo letto tempo fa sul solito settimanale “Donna Moderna” era un numero di gennaio che parlava della storia dell’azienda che produceva la crema Nivea, ve la ricordate? credo che oggi conservi ancora il suo tipico odore nella scatolina blu. Essa nasce per opera di un farmacista, il sopracitato Oscar Troplowitz, nato nel 1890. Emulsionando l’Eucerit con acido citrico, glicerina ed essenze agrumi, lavanda, giglio e acqua di colonia ottenne questa crema soffice e bianca come la neve, da ciò il nome Nivea dal latino nivis.

Venne lanciata nel 1911 con una scatolina gialla a fiori, poi nel 1925 fu lanciata con la scatola blu e la scritta bianca simbolo di purezza che è arrivata fino ai giorni nostri.

Questa storia vera è raccontata in un romanzo intitolato Il sogno della bellezza di Lena Johannson di cui vi riporto la sinosssi:

Amburgo, 1889. Oscar Troplowitz è un giovane farmacista, deciso a sperimentare nuove formule per quello che secondo lui sarà l’affare del secolo: i prodotti di bellezza per le donne. Così, quando scopre che l’imprenditore Paul Beiersdorf vende il suo laboratorio farmaceutico per ragioni famigliari, non esita a farsi avanti. Tuttavia, all’entusiasmo iniziale fanno seguito le prime difficoltà: Oscar è ebreo, e inoltre ha idee “troppo” moderne sui benefici da riservare ai lavoratori. Ma per fortuna, accanto a lui, c’è sua moglie Gerda. Appassionata di arte, per promuovere il progetto del marito organizza nella loro villa mostre e vernissage, invitando ospiti influenti dell’alta società di Amburgo. Coinvolge l’artista Irma von Hohenlamburg, che dipinge quadri fortemente drammatici, attirando l’attenzione del pubblico e contribuendo a salvare la reputazione di Oscar. Presto, grazie all’aiuto di Toni Peters, un’intraprendente operaia della Beiersdorf, Oscar individua il componente fondamentale per proteggere e lenire ogni tipo di cute. Un ingrediente che gli permetterà di produrre un rivoluzionario cerotto, e in seguito la Nivea, la crema destinata a comparire nelle case di ogni donna. E con un grande lavoro di squadra, la Beiersdorf si avvia a diventare l’impero che oggi tutti conoscono.


È una storia che mi ha fatto riflettere sull’umanità, soprattutto su quella umanità speciale che si distingue dalla massa, che non dipende dalle epoche e dal progresso, si può essere illuminati, un passo avanti agli altri in tempi apparentemente più retrogradi, oggi un uomo che abbraccia delle buone politiche a favore delle donne e, in generale, dei suoi operai è ben considerato (ma ci viene il dubbio che sia un po’ costretto dai nostri tempi moderni che poi tanto moderni non sono mai); un uomo del 1911, invece, ci sorprende perché é lui a essere precursore di un cambiamento positivo del suo tempo. Mi sembra un bel messaggio per questa Pasqua insanguinata dalla guerra in Europa, possiamo sperare che nasca ancora un uomo o una donna portatori di innovazione e giustizia. Per questo mi è venuta voglia di raccontare questa storia proprio in prossimità della Pasqua e farvi gli auguri con un messaggio di speranza. 

Questo perché a me le belle storie vere fanno credere ancora nel futuro, a voi succede lo stesso?

Buona Pasqua.


Fonti testi Donna moderna n. 5/2022

Fonti immagini: Pixabay 


domenica 10 aprile 2022

Dal passato, all’improvviso

In questi ultimi giorni ho letto l’ultimo thriller psicologico di Maria Teresa Steri che, devo ammettere, mi ha catturato più di altri, credo che la scrittura di Maria Teresa si stia perfezionando sempre più su questo genere.

E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato.
Francis Scott Fitzgerald 


Poi, per una strana combinazione, mentre riportavo sul blog l’elenco delle mie letture annuali, mi sono accorta che questo è l’undicesimo romanzo che leggo in questo anno, ma era l’undicesimo anche “Non fidarti della notte” il romanzo di Maria Teresa Steri uscito lo scorso anno, buffo no? 

Pur essendo un romanzo lungo, cosa sottolineata dalla sua autrice ma di cui non mi sono quasi accorta, l’ho letto molto velocemente, perché è un romanzo che scorre bene con una scrittura davvero fluida. All'inizio sembrava di conoscere già il finale, perchè il vecchio amore della protagonista, Cinzia, era indubbiamente il "cattivo" di turno, l'uomo che le ha rovinato la vita portandola in una situazione terribile, suo malgrado, è un uomo più vecchio che si è approfittato di una minorenne portandola a compiere (forse) un atto terribile. Man mano che ci addentriamo nella storia scopriamo invece dei risvolti inaspettati su Giulio, la vittima, e sulle altre persone che ruotavano intorno a lui. Gli eventi della notte del delitto si sono svolti davvero come Cinzia ricorda? Le sue bugie la fanno apparire più colpevole di quanto sembri, che ruolo ha avuto davvero nella vicenda? Tante domande per le quali le risposte si sveleranno lentamente mentre i protagonisti rischieranno di perdersi nell'angoscia e il lettore con loro.




TRAMA

Guardati le spalle, perché il passato colpisce sempre a tradimento

Cinzia sta passeggiando per le vie del quartiere, quando un uomo attira la sua attenzione. È Morris, un vecchio amore che non vedeva da vent'anni. Un incontro in apparenza casuale, durante il quale nessuno dei due accenna al terribile segreto che condivide con l'altro.
Qualche giorno dopo, però, Cinzia viene a sapere che nel suo paese natale è stato dissotterrato il cadavere di Giulio, un amico che risultava scomparso, e capisce che Morris non è tornato per caso nella sua vita. Per lei è il momento di fare i conti con un incubo: la paura di essere incriminata per un crimine mai commesso, ma nel quale è suo malgrado coinvolta.
Confidarsi con il marito Samuele sembra impossibile e mentre le bugie si moltiplicano per tenere sepolta quella parte oscura della sua vita, la polizia comincia a scavare nel passato in cerca del responsabile dell'omicidio.
Intanto, Samuele viene contattato dalla sorella di Giulio che gli chiede aiuto per far luce sul delitto del fratello. La sua curiosità di giornalista e la paura di perdere Cinzia lo spingono a indagare, anche a costo di scoprire una scomoda verità.
In che modo Cinzia è coinvolta nell'omicidio? Perché Giulio è stato ucciso? E chi è Morris, l'uomo che Cinzia teme così tanto?

La mia mente venne trascinata indietro di vent’anni e bombardata dai ricordi. Fatti che erano rimasti per tanto tempo sotto il livello della coscienza, ora riaffioravano come detriti indesiderati. I giri in auto. Gli incontri clandestini. Le effusioni furtive. Il soggiorno con sangue ovunque. Il terrore di essere incriminata per omicidio.


INCIPIT 

Lo notai nel riflesso di una vetrina. Non ero sicura che fosse proprio lui, ma bastò quella visione indistinta a provocarmi una fitta allo stomaco. 

Finsi di guardare i vestitini per bambini esposti al di là del vetro, tentando di mettere a fuoco il volto rispecchiato. Se l’uomo dall’altro lato della strada era davvero Morris, si era irrobustito, aveva sostituito la barbetta caprina con un folto barbone brizzolato, e ora portava i capelli – anch’essi spruzzati di grigio – molto corti. Del resto, era passato del tempo da quando l’avevo visto l’ultima volta, riflettei mentre adocchiavo il vetro. Vent’anni. Era ancora un bell’uomo, uno di quelli a cui giova invecchiare, uno dei fortunati ai quali il tempo regala fascino e non solo rughe. Feci un rapido calcolo. Doveva aver superato la cinquantina.

La mia recensione su Goodreads e Amazon 

Una rosa di spine 

Un thriller psicologico davvero coinvolgente che cattura fin dalle prime pagine. Non lasciatevi fuorviare dal fatto che sembri tutto già chiaro, non è come sembra. Cinzia cammina per le strade del suo quartiere, sta vivendo un momento magico della sua vita perché aspetta un bambino dall’uomo che ama, suo marito, ma incontra, e non per caso, un suo vecchio amore, un uomo più grande di lei che le aveva rubato l’innocenza quando era ancora poco più che adolescente e che l’aveva trascinata in un incubo, un incubo che lei aveva cercato di dimenticare nascondendolo in un passato lontano e in un mare di bugie. 

Ma la verità non può restare nascosta troppo a lungo e, dopo vent’anni, lotta per emergere e venire alla luce. È solo Cinzia che ha mentito nascondendo la verità? Forse non è proprio così, forse quello che a lei sembrava chiaro e inequivocabile è solo un paravento di una realtà ben più tragica. È necessario andare fino in fondo alle proprie paure per affrontarle e scoprire finalmente la verità con tutte le dolorose conseguenze.


L'autrice

Maria Teresa Steri è nata nel 1969 e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia si è trasferita a Roma, dove vive attualmente con il marito. Ha collaborato come giornalista pubblicista nella redazione di quotidiani e riviste. Cura il blog Anima di carta (https://animadicarta.blogspot.com/) dedicato a chi ama scrivere e leggere. Si interessa di scrittura creativa e antroposofia. È un’appassionata di Alfred Hitchcock. I suoi autori di narrativa preferiti sono Ruth Rendell e Joyce Carol Oates.

Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, “I Custodi del Destino” (fuori catalogo). Nel 2015 è uscito “Bagliori nel buio”, un noir sovrannaturale, nel 2017 il thriller esoterico “Come un dio immortale”; nel 2019 la seconda edizione del primo romanzo, interamente riveduto, con il titolo “Tra l'ombra e l'anima”; nel 2020 ha pubblicato “Sarà il nostro segreto”, nel 2021 “Non fidarti della notte” e nel 2022 “Dal passato all’improvviso”, tutti thriller psicologici.

I suoi romanzi sono disponibili su Amazon in formato ebook e cartaceo.

 

Titolo: Dal passato, all'improvviso

Autore: Maria Teresa Steri

Data di pubblicazione: 15 marzo 2022

Genere: thriller psicologico

Pagine: 542

In vendita solo su Amazon in eBook e cartaceo

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Prezzo eBook € 2,99

Prezzo cartaceo € 11,96 

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