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sabato 8 febbraio 2025

Superare le paure del mondo

L’uomo porta dentro di sè le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo. Italo Calvino 

Circa un anno fa lessi un articolo sulla paura e sull’ansia che caratterizza sempre più la nostra società. Cerco di riportare di seguito quello che mi è rimasto più impresso e quello di cui avevo preso appunti. 


“Viviamo immersi in un clima di cupi presagi, circondati da pensieri che agitano il nostro presente: pandemie, catastrofi climatiche, guerre alle porte. Il 57º Rapporto sulla situazione sociale del Paese, pubblicato dal Censis, fotografa una società che guarda al futuro con paura. Tra le preoccupazioni più diffuse spiccano il cambiamento climatico, gli sconvolgimenti globali legati ai flussi migratori e il timore di un conflitto mondiale. Basta aprire un giornale o accendere il telegiornale per scatenare ogni tipo di ansia.

L’ansia è il male del nostro tempo: viviamo in un costante stato di allerta per eventi che non sono ancora accaduti e che forse non accadranno mai, ma che potrebbero verificarsi. La paura accompagna il pericolo reale, mentre l’ansia lo anticipa. Oggi la mente umana è perennemente in allerta: si teme di perdere il lavoro, di essere esclusi dal proprio gruppo sociale, di ammalarsi gravemente.”


Purtroppo, l’ansia può intrappolarci in meccanismi pericolosi. Una delle trappole più comuni è l’evitamento: ci sottraiamo a una situazione per paura di non saperla affrontare, ma più la evitiamo, più la paura si trasforma in fobia. Un’altra trappola è la dipendenza da qualcuno: incapaci di affrontare una situazione da soli, cerchiamo la compagnia di una persona che ci dia sicurezza. Tuttavia, questo comportamento non fa che rafforzare la convinzione della nostra inadeguatezza, rendendoci sempre più dipendenti. Infine, vi è la trappola del controllo: tentiamo di gestire razionalmente le nostre reazioni fisiologiche—come il battito cardiaco accelerato o il respiro affannoso—ma questo sforzo può rivelarsi controproducente e sfociare in attacchi di panico. 

Io stessa sono abbastanza ansiosa, cerco di controllare l’ansia anticipando - per esempio- gli impegni lavorativi, programmando il più possibile le attività in anticipo, ma non sempre funziona perché c’è sempre l’imprevisto in agguato. 



Conosco persone che soffrono di ansia patologica e che vivono con grande difficoltà. Un parente del mio compagno, ad esempio, vive in una paura ossessiva di tutto. Se deve andare in ospedale per un controllo, non riesce a dormire per il terrore di aver contratto qualche virus o di aver assorbito radiazioni semplicemente passando vicino al laboratorio di radiologia. È affetto da disturbo ossessivo-compulsivo e, nonostante stia cercando di curarsi, non mostra segni di miglioramento.


Ai tempi dell’università, una coinquilina di una mia amica soffriva di una forma di agorafobia: non riusciva a uscire di casa da sola e aveva sempre bisogno di essere accompagnata. Le sue coinquiline si alternavano per starle vicino, perché quando era sola evitava di andare all’università. Non so come sia riuscita a laurearsi—seppur in ritardo—ma so che ha intrapreso un percorso con uno psicoterapeuta e oggi, forse, sta bene.


Anch’io ho avuto una fobia: la paura dei cani. Me l’ha trasmessa mia madre, che da piccola mi diceva sempre di stare attenta ogni volta che ne vedevo uno. Era lei ad avere paura, ma io, istintivamente, ho interiorizzato la sua fobia. Da adulta, però, sono riuscita a superarla: ho iniziato ad avvicinarmi al cane di una mia amica e, con il tempo, ho preso confidenza. Ora i cani piccoli non mi spaventano più—una volta sì, anche quelli minuscoli—e nemmeno quelli più grandi mi fanno paura. Tuttavia, continuo a essere guardinga con alcune razze considerate pericolose, come pitbull e dobermann. Non si tratta più di una fobia, ma di una normale prudenza.


Mia sorella, negli ultimi vent’anni, ha sempre avuto dei cani. Ha iniziato con uno di piccola taglia, che è vissuto fino a 13 anni, e oggi ne ha uno di media grandezza, ormai anziano. Spesso mi capita di portarlo fuori e, ormai, interagisco con i cani di parenti e amici in modo del tutto spontaneo, senza più alcuna paura.


L’articolo che ho letto è di un anno fa, ma resta attuale: la situazione non sembra affatto migliorata. Siamo ancora con la guerra alle porte, più o meno, e un nuovo presidente americano deciso a dominare il mondo insieme a un miliardario che si crede onnipotente.


La democrazia mi pare sempre più fragile, forse perché nel pensiero comune appare troppo faticosa. La libertà è indissolubilmente legata alla responsabilità, e questo la rende difficile da gestire. Governare democraticamente significa confrontare opinioni diverse, cercare un accordo o almeno un buon compromesso nel rispetto dei diritti di tutti. Ma significa anche proteggere le minoranze e i più fragili—eppure, oggi, questi ultimi sembrano sempre più oppressi e schiacciati.


Si fa strada l’idea che sia più semplice affidarsi a un “uomo forte”, capace di decidere per tutti, riducendo problemi complessi a soluzioni rapide e autoritarie. E forse è proprio questo che mi spaventa di più: vedere la democrazia vacillare sotto il peso della sua stessa complessità.



Pensate che il mio quadro sia troppo pessimistico? Voi di cosa avete paura?


Fonti immagini: pexels 




Con

sabato 15 giugno 2024

Viaggiare leggeri


Il mio luogo di vacanza 

Recentemente sono tornata da una breve vacanza che mi ha ispirato a scrivere su un tema che ritengo fondamentale: viaggiare leggeri. Nella mia esperienza, ho imparato che portare con sé poche cose non solo alleggerisce lo zaino, ma anche lo spirito, un bagaglio leggero può trasformare completamente il modo in cui viviamo e apprezziamo i nostri viaggi.

Devo confessare, non è affatto semplice; ogni volta è un’impresa titanica decidere cosa portare e cosa lasciare a casa. Sempre c’è qualcosa che sembra indispensabile, solo per rendersi conto, una volta arrivati, che tutto sommato avremmo potuto farne a meno.

Del resto, viaggiando in moto, la leggerezza del bagaglio é un’esigenza oggettiva, io devo ridurre tutto ai minimi termini e ho imparato nel corso degli anni a ottimizzare il mio bagaglio. I viaggi in moto, di solito, li facciamo in estate e questo ci aiuta, anche se siamo stati anche in luoghi freddi, ma per ora tralasciamo questo punto. Parliamo della nostra ultima meta che era un luogo di mare.

Quello che serve al mare è davvero minimo, un costume (di solito ne porto due ma il secondo non l’ho mai usato, lo lavo la sera e al mattino è asciutto o quasi, così questa volta ne ho portato uno solo), una tenuta da mare, ossia un pantalone comodo e alcune magliette, io uso un pantalone di lino fantasia e delle magliette e canotte in cotone con i colori giusti da abbinare. Aggiungo un giacchino in cotone + una felpa nel caso in cui cambiasse il tempo e abbia bisogno di coprirmi di più. Quasi sempre la felpa resta nel bauletto della moto e il giacchino me lo lego in vita insieme al marsupio. Ai piedi scarpe da ginnastica. 



Pantolone in lino con elastico e canotte/magliette da mare


Per la spiaggia uso sempre un telo in microfibra che è leggero da trasportare e occupa poco spazio, un pareo che serve sempre, può diventare anche un foulard per coprire la gola in caso di vento e cambio repentino del tempo, come borsa mare uso una borsa di stoffa in cotone “gadget ricordo” di una vacanza di tanti anni fa. Tuttavia di borse di stoffa in commercio ce ne sono diverse che costano meno di 5 euro, sono ecologiche, lavabili e riutilizzabili. 

Telo mare, pareo e borsa di stoffa 


Borse in tela di cotone viste in un negozio di Bologna

Poi ci sono i vestiti da usare la sera o durante il giorno se non si va in spiaggia. Anche qui con il tempo ho ridotto sempre più le mie esigenze, porto un pantalone di lino e alcune magliette più carine (o pseudo “eleganti” in senso molto ma molto lato) con colori abbinabili tra loro, in realtà sono piuttosto monocromatica, anche perché per la sera abbino anche una felpa con giubbino di jeans “leggero” per non avere freddo (di sera anche in piena estate servono sempre) in pratica il bianco e l’azzurro sono predominanti, ma ognuno può scegliere i colori che preferisce. Infine aggiungo il pigiama e un paio di cambi di biancheria e la borsa è fatta.


Pantaloni di lino, maglia bianca e azzurra, felpa e giubbino 

Organiser di varie dimensioni 


Uso un paio di organiser in cui metto tutto, compresi un paio di sandali e le infradito che uso sia come ciabatte da camera sia per il mare, il resto lo porto addosso nel viaggio dove indosso un giubbino di jeans più pesante e un kway antipioggia e anti vento. Abbiamo dietro anche un completo “serio” anti acqua da moto - giacca e pantalone - che speriamo di non usare e di lasciare piegato sul fondo del baule. L’ultima volta é andata bene, ma non succede spesso, qualche acquazzone lo becchiamo sempre. Se piove poco il k-way è sufficiente.

K-way preso da un sito internet molto simile al mio

Da quando ho scoperto gli organiser riesco a ottimizzare il bagaglio. Metto quello che mi serve avere a portata di mano in quello più piccolo (pigiama, biancheria ma anche un cambio veloce) e il resto in quello più grande. Li ho comprati per caso, un paio di anni fa, in un negozio di Bologna che si chiama D-mail che vende un po’ di tutto comprese queste soluzioni per i viaggi, ma si trovano anche on line, soprattutto adesso che si sono diffusi. Sono comodi anche perché quando arrivi in albergo non è necessario disfare tutto il bagaglio, io appendo solo i pantaloni e quello che avevo già fuori. Sembra incredibile ma alla fine uso sempre meno di quello che porto, perché in vacanza la mente si libera totalmente e anche l’ossessione modaiola viene relegata in un angolo. Ovviamente in estate, con il sole e il caldo, è tutto più facile perché serve davvero poco per vestirsi. 

Oltre alla moto ci sono altri mezzi di trasporto che impongono di viaggiare leggeri, il treno per esempio impone dei bagagli piccoli e maneggevoli altrimenti non trovano posto nei nuovi treni moderni più veloci ed efficienti, ma senza più il vecchio “scompartimento”, ne ho parlato in un mio vecchio post  I miei viaggi in treno per non parlare poi dell’aereo dove portare un bagaglio in più é diventato un lusso pagato a peso d’oro (e non è un eufemismo). Ormai viaggiare leggeri é una necessità, del corpo e dello spirito. 

La veduta dal terrazzo del nostro bed and breakfast 


Magari vi state chiedendo, ma dove sono andata? Siamo tornati all’isola d’Elba e precisamente a Marciana Marina dove abbiamo goduto anche dell’anteprima di alcune riprese de I delitti del Barlume e incrociato diversi attori del set. Abbiamo trovato posto in una villa sopra la collina da cui si godeva una veduta meravigliosa e la mattina prendere il caffè in terrazza con quella visuale era davvero speciale.

E anche questa vacanza è terminata e questo viaggio “in leggerezza” é già diventato una nuova pagina dell’album dei miei ricordi preziosi da custodire. 

E voi, a prescindere dal mezzo di trasporto, riuscite a viaggiare leggeri?

venerdì 3 maggio 2024

Sono esaurita di Sophie Kinsella

 


Leggere attraverso la biblioteca digitale mi permette di leggere libri che probabilmente non comprerei, non tanto perché non mi piacciano, ma semplicemente per una questione di costi. Così quando mi sono registrata al sito della biblioteca digitale di sala borsa mi sono divertita a spulciare il catalogo con i libri più richiesti e sono stata subito attratta dal romanzo di Sophie Kinsella Sono esaurita, eh sì già il titolo era una promessa, libro molto richiesto tanto che sono stata in lista di attesa per oltre tre mesi. Quando finalmente è arrivato il prestito, l’ho letto molto velocemente, il romanzo mi è piaciuto soprattutto nella prima parte quando racconta dei problemi lavorativi e di come la protagonista si sente. 

Avevo già iniziato a scrivere questo post quando è arrivata la notizia della malattia della scrittrice, un colpo al cuore, mi dispiace molto e spero che ci sia una possibilità di guarigione anche se un glioblastoma al cervello non sembra lasciare scampo. Già la morte di Michela Murgia lo scorso anno mi ha addolorata e lasciata senza parole. 

Tornando al libro, leggendolo, mi sono resa conto che certe dinamiche delle attuali situazioni lavorative sono ormai diventate universali, la causa è quello che è diventato il mondo del lavoro, ma anche le nuove tecnologie che permettono una deriva pericolosa, ossia impadronirsi del tempo anche fuori dagli orari e dagli spazi del lavoro. Il mondo attuale gira a ritmi frenetici e tutti vivono nella costante sensazione di essere in debito con il tempo. Troppe mail, troppe notifiche sullo smartphone, troppe invasioni del proprio tempo libero che libero non è più. È necessario - ora più che mai - arginare queste invasioni di campo e mettere dei paletti. Il lavoro non deve succhiare via ogni energia vitale. Bisogna lavorare per vivere e non vivere per lavorare. 

Dalla rete vi riporto una definizione del burnout: uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da un’eccessiva e prolungata esposizione allo stress lavorativo o da situazioni di lavoro intense e disfunzionali. Si manifesta con sintomi come stanchezza cronica, irritabilità, disillusione, e una sensazione di inefficacia e impotenza. Il burnout può compromettere seriamente il benessere e le prestazioni sul lavoro, oltre alla salute mentale e fisica della persona coinvolta.

Nel romanzo Sono esaurita il tema è trattato con maestria e competenza, oltre che con la solita vena comica dello stile dell’autrice. Sasha ha un bellissimo lavoro, era il lavoro dei suoi sogni, la responsabile di un settore in una start up di grande successo

“Non sono le mail a mandarmi nel panico. Non sono neanche le mail che ti inseguono. Sono quelle che inseguono le mail che ti inseguono. Quelle con ‼️ due punti esclamativi rossi. Queste sono le mail che mi provocano una fitta al petto e il tremito all’occhio sinistro.” 

Io sono la responsabile del reparto offerte speciali, che copre quattordici territori. Ed è davvero un lavoro figo. Sulla carta. Zoose è una realtà giovane, sta crescendo velocemente, nel nostro ufficio open space c'è una parete di piante verdi e le tisane sono gratis. Quando ho cominciato mi sono sentita fortunata. Tutte le mattine mi svegliavo e pensavo "beata me". Ma a un certo punto quel pensiero si è trasformato in: "Oh, mio Dio, non posso farcela, quante mail ho, quante riunioni, cosa ho dimenticato, come me la caverò, che faccio adesso?"

Non so bene quando è successo. Ma mi sembra di essere in questa condizione da sempre. Una specie di tunnel, in cui l'unica scelta possibile è continuare ad andare avanti. Solo andare avanti.

I momenti drammatici e divertenti (con un sorriso però un po' amaro) sono quando la responsabile di Sasha le ricorda che non ha mai scritto nulla sulla "bacheca delle aspirazioni" una bacheca creata per il benessere del personale dove ognuno dovrebbe condividere "i momenti di gioia".

Dove lo trovo il tempo per riflettere? Come faccio a vivere momenti di gioia se sono perennemente in preda al panico? Come posso scrivere le mie aspirazioni quando la mia unica aspirazione è "stare al passo con la vita" e non ci riesco?

La verità è che Sasha svolge il lavoro di tre persone da quando due collaboratori si sono licenziati e non si parla assolutamente di rimpiazzi, una situazione generalizzata e che mi ricorda qualcosa...e la bacheca delle aspirazioni mi fa pensare ai questionari che ogni tanto manda la mia azienda sulla soddisfazione dei dipendenti, sulla conciliazione lavoro-vita privata degli orari di lavoro. Sono questionari dove puoi rispondere solo sì o no a domande pilotate e alla fine sembra che tutto sia idilliaco, ho smesso di compilarli da tempo. 

E così questo libro mi ha fatto arrabbiare ma anche sorridere, forse sperare che il lieto fine ci sia.

La mia recensione su Goodreads 

Il romanzo tocca un tema importante, il burnout e l’autrice lo tratta con la sua solita verve umoristica. La prima parte del romanzo è davvero efficace nel descrivere la situazione che si crea sul lavoro quando si chiede troppo. “…faccio il lavoro di tre persone e continuo a perdermi dei pezzi”; “Ogni sera, quando rientro, mi sento come se avessi fatto la maratona trascinandomi appresso un elefante”. Queste alcune delle frasi che rendono pienamente il senso della situazione. Così Sacha, ormai in piena crisi, non riesce a vedere una soluzione tranne quella di scappare dal lavoro e rifugiarsi in un luogo di mare, una vacanza fuori stagione per ritrovare se stessa. Dopo varie situazioni paradossali arrivano tanti lieti fine, l’amore e la rivincita sul lavoro e tante altre cose magnifiche, sarebbe bello credere che arrivino anche nella realtà, ma intanto accontentiamoci di sognare leggendo questo romanzo.

E visto che è appena passato il primo maggio, non posso non fare una breve considerazione sul lavoro in generale e su quello che ci dobbiamo augurare: stabilità, non precariato, salari dignitosi, non elemosine, sicurezza (di non morire o farsi male) sempre. 

Mi sembra che tutto questo non ci sia, anzi stiamo perdendo sempre più dei diritti e mi chiedo se stiamo facendo davvero tutto il possibile per evitare questa deriva sociale generalizzata. A me viene in mente un film visto tempo fa che, sempre in forma di commedia tragica, parlava del mondo del lavoro. Vi lascio il link 



sabato 18 novembre 2023

Volere è potere?

 

Sii selettivo nelle tue battaglie. A volte è meglio avere pace che avere ragione.

Quante volte abbiamo sentito questa frase? Volere è potere. Con la volontà arrivi dappertutto. Pensa positivo. Insegui il tuo sogno con perseveranza. È vero, senza forza di volontà riesci a fare poco, ma non basta solo la forza di volontà. Io sono arrivata a questa conclusione da parecchio tempo, ma era un pensiero che esternavo poco. L’ho toccato con mano nel mio lavoro e nella mia vita personale. Nel lavoro ho lavorato tantissimo per realizzare un’organizzazione efficiente di alcuni servizi, magari me lo chiedevano i grandi capi per rifilarmi un incarico ciofeca che nessuno voleva, non mi sono mai tirata indietro, ma quando raggiungevo l’obiettivo per cui forse potevo raccogliere i frutti del mio lavoro (per esempio una promozione o semplicemente lavorare con più tranquillità) cambiava qualcosa, una legge nuova, nuove esigenze oppure la nuova governarce che riorganizzava gli uffici. É successo diverse volte che quello che avevo realizzato con sudore e sangue venisse smantellato in nome della ennesima riorganizzazione. Negli ultimi 15 anni la mia carriera è rimasta ferma, ma non voglio lamentarmi perché ho una buona posizione, ma mi si chiede sempre di più, ma non solo a me, a tutti i colleghi in generale, solo che io per il mio ruolo di responsabile sono quella su cui grava tutta l’organizzazione e la fatica. Per stare dietro a tutto ormai non faccio più la pausa pranzo, mangio un panino davanti al pc e, sotto scadenze particolari, lavoro nel week end. Insomma la volontà di “fare” non basta, ci sono altri scogli: gli altri, le decisioni che non dipendono da noi, la sfortuna, tipo trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, o semplicemente, la nostra stanchezza che, a un certo punto, ci fa mollare il colpo e dire “chi se ne frega, vada come vada”. Il lavoro è solo un esempio, anche nella vita privata, non é bastata la mia volontà per raggiungere certi obiettivi, certe volte ne ho raggiunti altri che non cercavo, ma quelli a cui tenevo di più sono rimasti incompiuti. Ma è la vita no? A volte bisogna accontentarsi e godere del buono che si ha, perché a ben guardare del buono c’è.

E quindi “Volere non sempre è potere”, soprattutto quando questa frase ci viene detta per costringerci a dare sempre il massimo, in questa società che ci vuole sempre connessi e al top. Ebbene, anche no. C’è stata una pandemia, c’è la guerra in Ucraina, c’è una nuova guerra in medio oriente e chissà tutto questo dove ci porterà, c’è la crisi climatica e la crisi economica, quindi forse è ora di accogliere la nostra fragilità accettandola in modo da vivere meglio.

Così mentre nella mia mente, da tempo, si faceva strada questa consapevolezza ho letto un articolo intitolato “Elogio del passo indietro” di Isabella Fava (DM n. 19 del 4/5/23). In questo articolo si invita a riscoprire la mitezza per affrontare meglio le tempeste della vita, quello che prima era considerato un atteggiamento negativo, non da vincente, diventa un punto di forza che ci consente di sfuggire alla fretta, alle decisioni improvvisate e alla smania di potere e di voler essere sempre i primi. Ci invita alla meditazione, alla ricerca di quello che avviene nella vita interiore nostra e degli altri, ad accogliere le nostre fragilità come espressione di sensibilità e di delicatezza. Un invito a cambiare il passo per essere quello che siamo. “Essere positivi a tutti i costi” non ci aiuta a vivere bene, anzi questa positività diventa una positività tossica. “Volere é potere” è una grande bugia, è la negazione della realtà, perché abbiamo dei limiti e accettarlo può consentire un’esistenza migliore, perché gli slogan che ci vogliono sempre al massimo, a dimostrare di essere i più bravi, in forma, belli pimpanti ed efficienti ci portano al manicomio, ci fanno vivere con una sensazione di inadeguatezza e di malessere. Alleluia, era ora che qualcuno se ne accorgesse, ci voleva la pandemia seguita da un paio di guerre per capirlo. 

Nell’articolo sono citati alcuni libri sull’argomento: Mitezza dello psichiatra Eugenio Borgna, la disciplina dell’imperfezione dello psicologo Giulio costa, Positività tossica - sottotitolo “come liberarsi dalla dittatura del pensiero positivo riconoscere le proprie emozioni e stare meglio” - di Whitney Goodman.

Quindi smettiamola di correre, di vivere senza fermarci mai e senza ascoltare la voce del cuore. La mitezza la gentilezza la tenerezza la timidezza e la delicatezza ci consentono di vivere una vita più serena non divorata dalla conflittualità e dall’aggressività ecco il senso del fare un passo indietro. (Eugenio Borgna). 

Comunque questo non è un invito a buttare la forza di volontà nel cestino della spazzatura, ma semplicemente ad accettare i propri limiti, a non incaponirsi nel raggiungimento di obiettivi irraggiungibili quando tutto questo ci fa soffrire e ci porta alla disperazione. Parlo per la mia esperienza, a volte mi sono imposta grandi sofferenze per obiettivi per cui non valeva la pena incaponirsi, ma io continuavo imperterrita a combattere contro i mulini a vento, quando ho acquisito la consapevolezza di questo e mi sono arresa, sono stata meglio e ho ricominciato a vivere. 

La volontà può fare molto, ma non è tutto e non tutto dipende da noi, a volte è meglio avere pace che avere ragione

Quest’ultima frase sulla pace e sulla ragione mi piace moltissimo, vale per ogni situazione, anche per questi tempi terribili funestati dalle guerre. Soprattutto, però, cerchiamo di capire quali sono i nostri sogni, sono davvero nostri o imposti dall’idea che gli altri hanno di noi? È bene farci anche questa domanda ogni tanto. Succede più spesso di quanto non si creda di voler corrispondere all’idea che qualcun altro ha di noi, può essere un familiare, il padre, la madre, un gruppo di amici o la società in cui viviamo, finché si raggiunge la consapevolezza di voler semplicemente essere se stessi e si capisce che quello che stiamo perseguendo è solo il sogno di qualcun altro. Invece, se il sogno è davvero nostro, combattiamo con tenacia per raggiungerlo ma se, nonostante tutti i nostri sforzi, non dovessimo realizzarlo, beh, forse è il caso di arrendersi e cominciare a vivere anche al di fuori di quel sogno. Che c’è tanta vita ancora da vivere. Potremmo anche accorgerci che quello che abbiamo vicino a noi é tutto quello di cui abbiamo bisogno e che ci rende non dico felici, ma almeno sereni (che poi la serenità può essere un dono prezioso da non sottovalutare). 

E voi cosa ne pensate? Volere è sempre potere o rivendicate il diritto di fallire felicemente e senza sensi di colpa? 

Fonti immagini: Pixabay 

mercoledì 1 novembre 2023

Leggere è un lusso

 

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra - che già viviamo - e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. Cesare Pavese.



Gli editori si lamentano del calo dei lettori, nessuno legge più eppure, probabilmente, c’è da farsi delle altre domande, perché forse il nocciolo della questione non è nella mancanza di lettori ma nel contorno. Esaminiamo un po’ le motivazioni che stanno alla base del lettore, di solito chi legge lo fa per diversi motivi, per evadere e avere un momento di svago in solitudine, per sognare una storia d’amore oppure farsi travolgere e intrigare da un giallo, chi legge per informarsi e imparare qualcosa di nuovo al di fuori dei canali ordinari come scuola o università, per il semplice gusto di imparare senza essere giudicati sulla propria preparazione. 

I libri soddisfano il nostro bisogno di immaginazione, ci portano altrove. 

Ho elencato le motivazioni principali che, a fasi alterne, ho avuto io negli anni di lettura pura e intendo con “lettura pura” quella che facevo quando non scrivevo. Questo perché quando scrivi cambia la prospettiva, leggi non più solo per i motivi esposti ma anche per “studiare” le modalità di scrittura, farsi un’idea consapevole di un autore di successo con l’illusione di poterne carpire i segreti, insomma cose così. 

Torniamo al libro e alle sue vicende. Il fatto che la lettura sia un lusso è un pensiero che mi ha sfiorato la mente più volte in questi ultimi mesi, poi c’è anche qualche blogger che fa delle riflessioni interessanti sulla natura del libro come in questo  Post  di Marco Freccero e così ti viene voglia di tornarci sopra. 

Quali sono i lussi della lettura

Tempo: per leggere serve tempo, questo elemento, diventato nel corso degli anni sempre più raro, è molto importante perché quando hai una giornata piena di impegni che sia di lavoro, familiari, e di altro arrivi a sera che l’unica energia che ti rimane è quella di crollare e, talvolta, se ti impegni e apri un libro prima di dormire, ti fermi alla prima pagina per piombare nel mondo di Morfeo. A questo si aggiunge il fatto che il limite tra tempo libero e tempo lavorativo si è sempre più andato restringendo per colpa di questo pazzo mondo che ti vuole sempre connesso, efficiente e pimpante, io non abbocco e fuori dagli orari resto sconnessa ma sembro io quella strana.

Serenità mentale: può capitare di avere tempo, ma non la serenità sufficiente per dedicarsi alla lettura. Mi è successo in alcuni periodi della vita, quando avevo dei “pensieri” più assillanti di altri che mi occupavano la mente, per questo non avevo la piena serenità per dedicarmi a leggere libri. Leggere in fondo è uno stato di grazia che non sempre c’è. 

Prezzo: io leggo prevalentemente eBook per motivi vari, non occupano spazio e mi trovo meglio come modalità di lettura perché ho tutti i libri che voglio leggere sempre con me e ciò mi agevola nella lettura anche prima di dormire, inoltre gli eBook costano meno o meglio dovrei dire “costavano meno” perché negli ultimi tempi gli eBook di autori più famosi arrivano a costare anche 12 o 13 euro per non parlare di alcuni autori come Ken Follet il cui eBook costa ben 16 euro. Io ho sempre comprato eBook fino a 10 euro oltre mi sembra esagerato, per principio se un eBook costa più di dieci euro non lo compro e magari aspetto le offerte, è con le offerte che ho letto molti romanzi di Donato Carrisi o di Ilaria Tuti. Purtroppo però alcune case editrici non fanno quasi mai delle promozioni, così ho quasi smesso di leggere autori che amavo come Maurizio De Giovanni ed Elena Ferrante. Tuttavia nella ricerca di prezzi più abbordabili ho scoperto autori meno famosi ma molto bravi, tanto che ho letto quasi di seguito tutti i loro romanzi; una di questi é Grazia Verasani (con prezzi degli ebook che non vanno mai oltre gli otto euro) di cui ho letto tutta la serie sull’ investigatrice Giorgia Cantini, pubblicata da Marsilio editore, da cui è stata tratta anche una serie tv. É un’autrice che scrive davvero bene e che mi piace molto, tanto che esauriti i libri della serie sto pensando di leggere anche gli altri suoi romanzi. 

Ci sono però delle soluzioni per chi vuole leggere risparmiando.

Prestito bibliotecario: ovviamente prendere i libri cartacei in prestito in biblioteca é un ottimo modo per leggere senza spendere soldi, per chi non ha le mie fisse con gli eBook va benissimo. Per anni ho letto moltissimi libri tramite la biblioteca comunale del mio paesello, ai tempi in cui il libro era solo di carta. Mi piaceva anche scoprire le annotazioni a matita di qualche lettore che li aveva letti prima di me, era come sbirciare nelle vite degli altri. Tra l’altro oggi le biblioteche si sono modernizzate e presentano una vasta scelta anche di libri molto recenti. 

Scaricare ebook gratuitamente: a volte me ne dimentico, ma spesso ci sono degli eBook interessanti da scaricare, bisogna però fare una piccola cernita tra quelli disponibili, ma se volete andare sul sicuro potete puntare sui classici, spesso sono gratis, su Apple per esempio ho trovato dei racconti di Dostoevsky, Canne al vento di Grazia Deledda letto anni fa che vorrei rileggere e tempo fa avevo scaricato e riletto La coscienza di Zeno di Italo Svevo. I classici in eBook - anche quando non sono gratis - possono comunque costare molto poco, talvolta meno di un euro. Infine per chi è abbonato ad Amazon prime, come me, c’è la possibilità di scaricare gratis diversi eBook, anche se in realtà si tratta di un prestito come quello delle biblioteche, c’è un numero di eBook oltre il quale non si può andare, per prendere nuovi eBook in prestito occorre restituirne qualcuno. Con Prime ho letto diversi romanzi e ho scoperto anche bravi autori che prima ho letto con questa formula gratuita e poi ho continuato a leggere comprandoli, sono autori meno noti con prezzi eBook moderati tra i 3 e i 6 euro.

In questi giorni mi piacerebbe rileggere Pavese, poi però mi accorgo che ci sono ancora tanti libri che vorrei leggere, per esempio qualcosa di Calvino oppure Baricco. Poi ci sono alcuni classici che mi dico: “devi assolutamente leggerli” ma poi c’è il tempo, il primo lusso che non ho, quindi pazienza lo farò se potrò, in fondo la lettura possiede in sé un altro fantastico lusso, é libera. 

E voi cosa ne pensate, come vivete la lettura?


Fonti immagini: la foto è mia, è una sala della bellissima Biblioteca universitaria di Bologna 

domenica 30 luglio 2023

La nuova moda: l’eleganza dell’essenziale

 

Non seguire i trend. Non lasciare che la moda ti possieda, sii tu a decidere chi sei, ciò che vuoi esprimere nel modo in cui vesti e il modo in cui vivi. Gianni Versace 

Non ho mai seguito troppo la moda nella mia vita, un po’ per questioni economiche, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per questioni di fisico, infine per carattere. Seguire la moda, oltre ad avere grande disponibilità economica, comporta dispendio di tempo ed energia, non per niente oggi ci sono le fashion blogger che ne hanno fatto un mestiere. Io ho sempre seguito la moda a modo mio, prendevo dalle ultime tendenze quello che poteva andar bene per me, se un vestito mi stava bene e mi piaceva lo compravo altrimenti ne facevo volentieri a meno. Inoltre un aspetto fondamentale del mio “attingere” dalla moda riguardava la comodità, se un capo era comodo aveva molta probabilità di finire nel mio armadio, questo non vuol dire che non abbia mai comprato capi scomodi, no ne ho comprati tantissimi, solo che restavano nell’armadio a lungo senza indossarli e poi infine a malincuore me ne liberavo. Oggi sono arrivata alla “quasi”  piena consapevolezza che è meglio non comprare indumenti scomodi: un pantalone troppo stretto anche se stretching, un pantalone a vita bassa, una gonna o una maglietta troppo corta, che non indossavo volentieri neanche quando ero una taglia 42 figuriamoci adesso. Ci sono indumenti in cui ci sentiamo bene e altri no, quindi facciamocene una ragione e smettiamo di comprare ciò che non va bene per noi! Quando la moda strizza l’occhio noi distogliamo lo sguardo. 

E così, dopo aver superato abbondantemente i 50 anni, sono arrivata alla consapevolezza di voler stare comoda in tutto quello che indosso, ma soprattutto che non mi serve comprare molte cose perché spesso le possiedo già. Con gli ultimi cambi degli armadi ho riscoperto vestiti che non ricordavo neppure di avere. E sembra che anche la moda (quella dei giornali e della tv) se ne sia accorta, un articolo letto su Donna Moderna intitolato Mettiti comoda (numero del 25/5/23) parlava proprio di questa nuova tendenza. A quanto pare questa estate sono di gran moda le tuniche ampie, le camicie over, i panta-palazzo, i sandali flat insomma tutto ciò che è largo, comodo, ampio. La moda o la tendenza si chiama lady style. Con la pandemia tute e ciabattine sono diventate indispensabili nella nostra vita quotidiana e quindi anche la moda si è adeguata, possiamo stare comode con classe, del resto la vita è già troppo complicata, perché quindi dovremmo farcela complicare ancora di più da un vestito scomodo, quello che quando lo indossi non vedi l’ora di togliere? 

La semplicità e la comodità sono sempre state un must di Giorgio Armani e molti altri stilisti hanno scoperta l’eleganza dell’essenziale, tessuti morbidi, fluidi, scivolati addosso che puoi portare tutto il giorno.

Dal canto mio vi dico quello che indosso ora e che prima - di norma - non mettevo (anche perché non li trovavo in negozio): i pantaloni con l’elastico - non l’elastico stile pigiama ma quello ben strutturato, piatto che non ingrossa - un primo pantalone del genere l’avevo ordinato on line ai tempi della pandemia e poi l’ho adottato in diverse versioni, comprandoli però in un negozio Benetton (che prima non li aveva). Ho eliminato i tacchi da molto tempo, l’unica caratteristica che richiedo a un paio di scarpe, oltre alla comodità, è la qualità del pellame, mai usato un tacco dodici ma anche i tacchi più bassi che una volta mettevo li ho eliminati del tutto, mi accontento di un leggero rialzo indispensabile per non avere mal di schiena, per me anche le ballerine rasoterra sono “out” distruggono la schiena. Infine prediligo le fibre naturali, soprattutto in estate cotone e lino sono il mio must, preferisco spendere di più ma avere un capo in fibre naturali da sfruttare a lungo e non inquinare con il fast fashion, sì perché oltre a inquinare i nostri armadi i vestiti, soprattutto quelli che compriamo a prezzi bassi e magari sono in materiale sintetico o misto, inquinano l’ambiente. L’industria dell’abbigliamento é tra le più inquinanti non solo per il sistema di produzione di alcuni capi (per produrre un jeans servono 9.500 litri di acqua, per produrre una maglietta 2700 litri di acqua) ma anche perché quando ci liberiamo di questi vestiti, perché non li mettiamo più (e magari non li abbiamo mai messi o messi solo paio di volte), finiscono dispersi nell’ambiente. 

Ammetto la mia ignoranza, fino a qualche tempo fa, non sapevo che per produrre un jeans servisse tanta acqua, ma non mi ero mai interessata prima alla questione, ora però - se proprio devo comprare un indumento nuovo - ci penso due volte, mi chiedo sempre se mi serve davvero oppure no, primo perché non voglio occupare l’armadio con cose inutili, non importa se quel capo costa poco anzi, se costa poco ci penso ancora di più, costa poco perché qualcuno viene sfruttato, che non vuol dire solo sottopagato, ma che lavora in condizioni terribili, per esempio nelle concerie di alcuni paesi vengono usati i bambini che stanno tutto il tempo in mezzo a prodotti chimici che accorceranno la loro vita. Ho visto di recente una indagine giornalistica sul fenomeno e queste condizioni di lavoro fanno accapponare la pelle. E tutto per un paio di jeans…

Le nuove regole (mie) della moda ma sembrano ormai assorbite dalla tendenza corrente sono:

Non è necessario cambiare look tutti i giorni (questa ormai è un’abitudine acquisita da tempo) una volta cercavo di variare abbigliamento ogni giorno che andavo al lavoro, con il risultato che perdevo tanto tempo a decidere cosa mettermi e magari finivo comunque con mettermi le stesse cose, quelle in cui mi sentivo a mio agio.

Avere pochi capi ma di qualità (Made in Italy e fibre naturali) spendere un po’ di più ma scegliere qualcosa che duri a lungo, lavorare sul proprio stile, magari mescolando quello che abbiamo in modo diverso, come dicevo mi è già capitato di recuperare cose dimenticate dal mio armadio a cui ho dato nuova vita. Questo non vuol dire che non compro più nulla, ogni tanto se proprio trovo qualcosa che mi piace la compro, ma con maggiore consapevolezza.

Un classico è per sempre per me almeno lo è, in fondo conosco già quello che mi serve, quando la moda mi propone qualcosa che esula troppo dalle mie abitudini finisco con non metterlo, quindi meglio scegliere quello che so che va bene per me, se amo il color sabbia e il blu, non ha senso comprare una giacca rossa o gialla solo perché mi dicono che dovrei “osare” di più con i colori. Se proprio voglio osare con i colori magari mi concedo un foulard molto colorato, credetemi funziona, per me. 

E quindi visto che abbiamo parlato di moda e forse qualcuno partirà per un viaggio o forse solo per un breve week end al mare o in montagna la mia domanda è: qual è la cosa che mettete sempre in valigia con qualunque tempo e qualunque destinazione? 

Per una riflessione sull’impatto ambientale dei nostri vestiti vi lascio il link del primo episodio di “Junk: Armadi pieni” una docuserie di Sky Italia in sei episodi che si trova anche su YouTube.



Fonti immagini: Pixabay 



domenica 4 giugno 2023

Le ricette ecologiche della nonna

 

Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare. Andy Warhol

Mia madre aveva una borsa verde di rete metallica con dei manici in osso (o forse era plastica dura chissà) la usava quando andava a comprare la verdura dall’ortolano, di solito ci andava la domenica sera perché l’ortolano vicino casa nostra portava la verdura dalla campagna che avrebbe venduto il lunedì mattina al mercato, ma lui vendeva volentieri ai suoi vicini una parte del raccolto domenicale. Mia madre tornava a casa con quella borsa piena di pomodori, finocchi, sedano, cicorie e se capitava qualche mela, quella borsa verde ora ce l’ha mia sorella che la usa ogni tanto proprio per la spesa e la custodisce gelosamente perché è un ricordo di mamma. Mi è tornata in mente leggendo degli articoli sull’ecologia e sulla necessità di riciclare, mia madre non usava quasi mai buste di plastica, se penso che quella borsa (strano che sia proprio di colore verde) ha ormai oltre 50 anni perché me la ricordo da quando ero bambina, credo che il passato sia stato molto più ecologico del presente.

La borsa della spesa di mia madre mi è tornata in mente leggendo un articolo sulle shopper di juta che, a quanto pare, sono diventate glamour bag perché ecologiche e quindi possiamo vederle in giro in materiale riciclato o riciclabile (è vietata la plastica perché non ecologica) in mano a modelle e attrici come un oggetto trend. Addirittura Balenciaga ha creato una borsa in pelle bianca con i laccetti rossi che ricorda il sacco della spazzatura (al modico prezzo di 1400 euro) si chiama Trash Bag Grande, assurdo. Io preferisco sempre la borsa di mia madre. Comunque va detto che la moda sta sempre più seguendo la strada del riciclo, un brand da tenere d’occhio, per esempio, è Simon Cracker basato sul recupero di tessuti e di vecchi abiti, insomma non si butta via nulla perché tutto può avere una seconda vita. 

Ma torniamo all’ecologia, è da mia madre che deriva la mia politica contraria agli sprechi, mia madre non buttava via nulla in cucina, tutto veniva riciclato,  certo non era l’unica in paese; dopo la seconda guerra mondiale in cui si era patito la fame non era pensabile di poter buttare il cibo e mia madre aveva vissuto la guerra. 

Una ricetta che ricordo con grande nostalgia è quella delle frittelle di pane, una ricetta molto semplice ma tutta basata sulla necessità di evitare gli sprechi, quando in casa avevamo del pane raffermo mia madre lo faceva a pezzetti, lo ammorbidiva con l’acqua, poi mescolava il tutto con uova, prezzemolo, sale e pepe, poi faceva delle piccole frittelle che friggeva e metteva nel sugo di pomodoro, in modo da costituire un perfetto secondo al posto della carne. Mi piaceva osservare mia madre mentre friggeva le frittelle di pane e lei me ne metteva da parte un paio perché a me piacevano anche senza sugo. Su YouTube oggi ci sono molti tutorial antispreco, comprese le frittelle di pane con diverse varianti.

Altre ricette antispreco tipiche della Puglia - sempre con il pane raffermo - sono l’acquasale e il pancotto.

L’acquasale era un modo per utilizzare il pane raffermo soprattutto d’estate, ricordo che mia madre nei giorni torridi d’estate esordiva al mattino dicendo: “ragazze oggi a pranzo facciamo l’acquasale? Ho un sacco di pane duro”. Capitava quando mio padre non tornava per pranzo e diventava per mia mamma un modo per non cucinare con il caldo e ripiegare su un piatto freddo. Disponeva su un piatto enorme che poi metteva a centro tavola delle fette di pane raffermo che lei aveva bagnato nell’acqua fredda e sopra ci metteva del pomodoro, dell’olio d’oliva, sale e origano, tutto interno disponeva della cipolla fresca e altre verdure crude, per esempio delle fette di cetriolo. Poi ognuno si serviva prendendo una fetta di pane e mangiando la quantità desiderata, quel piatto freddo emanava un profumo incredibile, forse per l’origano o il pomodoro fresco oppure la cipolla, non so, era buonissimo e tra l’altro era fresco, d’estate era proprio piacevole mangiarlo.

Era un piatto povero ma genuino che saziava molto perché era ricco di acqua e verdure. Per me l’acquasale era il profumo dell’estate. Anche questo piatto oggi spopola sul web tra i piatti genuini di una volta, pensare che mia madre si scusava quasi di proporci quel piatto perché era una cucina “arrangiata” diceva lei, ma a noi figlie piaceva moltissimo, tanto che ogni tanto glielo chiedevamo più spesso e lei diceva che non aveva abbastanza pane raffermo, così lo metteva da parte e lo teneva all’aria per farlo indurire prima (cosa non semplice perché il pane pugliese resta morbido per diversi giorni, provare per credere).

Tipica pagnotta di pane pugliese 


Pensate che sui Navigli di Milano c’è una trattoria che si chiama Acquasale, ci sono passata davanti una sera alla fine di un weekend fuori porta, sono rimasta colpita subito dal nome e mi sono fermata a leggere il menu, purtroppo non ho potuto provarla perché quella sera avevamo già cenato e il giorno dopo partivamo, ma mi è rimasto impresso, magari un giorno ci andrò. Vi lascio il link Trattoria Acquasale


Poi c’era il pancotto, anche questo un piatto povero basato sul riciclo, si cucinava il pane raffermo assieme alle erbe spontanee di campagna, prevalentemente cicoria, poi si aggiungevano patate, pomodori, olive, aglio e olio d’oliva. Mia madre cucinava il pane raffermo ma non lo faceva diventare troppo molle, nel piatto quindi manteneva quindi una sua consistenza e per me era davvero ottimo. Negli ultimi anni era diventato il piatto preferito di mio padre e mia sorella per farlo contento e poterlo preparare metteva da parte il pane per una settimana. Una ricetta che assomiglia al pancotto pugliese é la ribollita toscana, ma lì il pane diventa più simile a una pappa, insomma è un piatto più brodoso che si gusta meglio in inverno, invece il pancotto in casa mia si mangiava più o meno in tutte le stagioni, ma forse anche il pancotto è un piatto più invernale.

Foto presa dal sito tipikoshop.it su cui è possibile ordinare specialità pugliesi 


Non so come sia finita a parlare di ricette partendo dalla borsa verde di mia madre, è che i ricordi fanno spesso dei voli pindarici incontrollati, però un filo conduttore c’è ed è la ricerca di una sostenibilità nella nostra vita quotidiana, occorre forse tornare alle vecchie abitudini di una volta quando tutto veniva recuperato e le cose avevano un valore reale e non erano “usa e getta” come avviene oggi per la maggior parte dei consumi, per questo voltarsi indietro può essere utile per capire meglio come muoversi nel nostro pianeta senza soffocarlo, prima che sia troppo tardi. 

E voi avete tra i vostri ricordi buone abitudini e ricette a favore del riciclo?


Fonti immagini: Pixabay e sito Tipiko


domenica 19 febbraio 2023

Casa dolce e “cara”

 

Essere felici a casa è il massimo risultato dell’ambizione. Samuel Johnson

L’idea di questo post nasce da alcune notizie recenti sul carovita sui costi delle case, così ho pensato di parlarne raccontando anche la mia esperienza. 

Era il lontano novembre 1983 e io arrivavo a Bologna per il primo anno di università, avevo fatto domanda per ottenere l’alloggio nella casa dello studente, cosa che mi era stata concessa, avevo una cartolina della regione Emilia Romagna che lo attestava, ma nel frattempo dovevo arrangiarmi con una camera provvisoria in attesa di avere l’assegnazione ufficiale del posto. Così arrivai a Bologna e fui ospite di un amico per una settimana e, nel frattempo, cercai una camera in affitto che trovai in breve tempo accontentandomi di una camera in centro abbastanza fatiscente ma economica, 150.000 lire (eh sì c’era ancora la lira!) sperando di avere l’assegnazione della casa dello studente prima possibile. Mentre cercavo una camera ho visto diverse situazioni abitative, per la maggior parte parecchio brutte, alcune camere decenti ma che costavano il doppio, alcune carine e a buon mercato ma lontanissime dal centro, per una studentessa che doveva frequentare le lezioni all’università in centro spostarsi in autobus non era il massimo. Fu così che quando trovai questa camera in pieno centro, decisi di accettare. L’appartamento era in un palazzo antico in via santo Stefano, una delle strade più belle del centro di Bologna, e a raccontarla così sembra fantastico, ma io non avevo una camera, bensì un posto letto perché la camera era da condividere con un’altra studentessa, ma questa in fondo era la cosa bella perché l’altra ragazza era una studentessa di Torino che frequentava il DAMS che io trovavo adorabile. Il problema era che avevo la camera senza uso cucina e se a pranzo andavo a mensa la sera mangiavo panini, non era una situazione sostenibile a lungo. Per fortuna poco prima di Natale mi assegnarono il posto e devo dire che la casa dello studente era piuttosto bella, ogni appartamento aveva una cucina spaziosa con tutti gli utensili necessari, due bagni e tre camere, ogni camera aveva due letti, due scrivanie dotate di libreria, due armadi a un’anta, insomma ogni studente aveva il suo spazio, anche se essere in sei persone non aiutava troppo a trovare la concentrazione per studiare. Da quel momento in poi cominciava una nuova sfida: studiare  in qualsiasi posto (spesso l’ho fatto in sala studio perché la casa era una fonte di distrazioni) per mantenere la borsa di studio. L’appartamento era in un condominio immerso nel verde a San Lazzaro di Savena, ne ho parlato in questo post Io vagabondo 

Non voglio dilungarmi oltre sulla mia esperienza che era tutto sommato favorevole, anche se ovviamente dovevo studiare ed essere sempre in regola con gli esami per poter mantenere il diritto alla casa dello studente; però molti altri studenti fuori sede - che ho avuto modo di conoscere nei miei anni universitari - abitavano in case molto meno accoglienti della mia e pagavano degli affitti piuttosto alti. Il prezzo medio di un posto letto in una camera allora si aggirava intorno alle 200 mila lire e arrivava fino a 250, le camere singole invece andavano da 300 a 400 mila lire, a cui bisognava aggiungere le spese per le bollette e le spese per mangiare. Mi resi conto veramente dei prezzi delle case quando, dopo la laurea, cercai una soluzione abitativa da lavoratrice, scoprendo che pur lavorando e prendendo uno stipendio anche dignitoso non mi potevo permettere l’affitto di un appartamento, era già un lusso poter ottenere una camera singola. Per circa un paio di anni abitai ancora con altri studenti e con lavoratori, finché non trovai, tramite un conoscente che conosceva il proprietario e garantì per me, un appartamento a un affitto accettabile, anche se poi con le bollette e le spese consumavo tutto lo stipendio. Ho vissuto in quella casa fino al mio matrimonio, ma se non avessi avuto accanto il mio futuro marito forse avrei maturato la decisione di lasciare Bologna e trasferirmi in una sede lavorativa in un’altra regione. 

Ma veniamo ai nostri giorni, ormai quella camera singola che costava 350 mila delle vecchie lire (con il cambio poco più di 180 euro) oggi costa da 450 euro in su, se va bene, perché da un articolo del Resto del carlino di qualche giorno fa sembra che una camera arrivi a costare fino a 600 euro, il che mi sembra una follia, anche se ho visto degli annunci di camere anche di 700 euro.



Essere una città universitaria comporta una elevata richiesta di case in affitto, c’è una domanda altissima da parte di studenti universitari fuori sede ed è normale che il livello dei prezzi sia alto, ma quando lo è troppo diventa insostenibile e forse controproducente perché  molti studenti potrebbero abbandonare la città. Quando mio nipote venne a studiare a Bologna lo aiutai nella ricerca della casa, anzi a dirla tutta si affidò totalmente a me, feci una ricerca forsennata on line e trovammo una camera singola in un appartamento molto carino a un buon prezzo, 360 euro più le spese, l’appartamento era appena fuori porta condiviso con altri due ragazzi. Era il 2012 e la situazione forse era ancora sostenibile, anche se nel corso della lunga ricerca con mio nipote ho visto delle situazioni assurde: cantine ristrutturate a 500 euro al mese, camere di mezzo metro, praticamente ex sgabuzzini adattati, dove ci stava a malapena il letto senza l’armadio a 300 euro e cose che “voi umani non avete mai visto”, eh sì da lacrime nella pioggia. Insomma i proprietari di casa pensano di poter affittare di tutto, anche garage ristrutturati, solo perché c’è molta domanda. Nell’articolo de Il resto del Carlino c’è l’intervista di una studentessa che dopo sei mesi di ricerca infruttuosa (le hanno proposto dei prezzi troppo alti a condizioni improponibili) nel frattempo era ospite da un’amica, ha deciso di ritornare a casa sua trasferendosi nell’Università più vicina raggiungibile da pendolare. Bologna accogliente ma non in questo caso, era il sottotitolo dell’articolo. Bologna e gli affitti, un rapporto complicato sin dal Medioevo, quando i proprietari delle case costruivano stanze in più per affittarle agli studenti dell’Università più antica d’Europa “la ricerca di un alloggio in città è sempre stata complicata, ma a quanto pare dopo la pandemia le cose sono addirittura peggiorate”. Probabilmente questo è dovuto anche al fatto che Bologna è diventata molto più turistica di un tempo, molti proprietari preferiscono quindi puntare sugli affitti brevi e sulle camere affittate con la formula dell’affitto temporaneo o come Bed and breakfast, cosa che consente un maggior guadagno e minori rischi, il rischio è quello di non poter più disporre della propria casa come è successo al mio vicino che ha affittato a una famiglia con tre bambini, ma dopo lo sfratto sta ancora aspettando che la casa venga liberata la famiglia in questione è in attesa dell’assegnazione di una casa popolare, quindi per ora stanno lì. Forse anche le leggi italiane non aiutano granché, una seconda casa ha dei costi in termini di tasse e manutenzione piuttosto alte, c’è poco da fare, la politica non aiuta e con le prossime direttive europee sulle riqualificazioni energetiche i costi delle case sono destinati ad aumentare e a ricadere sempre più sulle spalle del privato cittadino.

Una ragazza che lavorava dal mio parrucchiere originaria di Avellino, era la mia preferita e chiedevo sempre di essere servita da lei, ha vissuto a Bologna per tre anni, abitava in un monolocale abbastanza centrale e pagava 750 euro al mese. Mi raccontava che era un appartamento accogliente anche se erano solo 40 metri, ciononostante ha deciso di lasciare Bologna e di tornare nella sua città natale. “Adoro Bologna, ma lavoro tutto il giorno e alla fine del mese non sono riuscita a risparmiare neanche un euro, due terzi del mio stipendio se ne vanno tra affitto e bollette, con il resto mi pago il cibo e qualche uscita serale”. Come darle torto? Io stessa, con il senno di poi potendo tornare indietro, forse sceglierei di vivere in una città meno cara e, magari, più piccola e vivibile, ma come dice il proverbio “del senno di poi sono piene le fosse”.

E voi cosa ne pensate? Conoscete gli affitti delle case nella vostra città?



Fonti immagini: Pexels, una pagina de Il resto del Carlino 

domenica 6 novembre 2022

La mia routine mattutina


La routine fa i tre quarti di quanto è necessario nel lavoro della vita, domani come ieri.
Pietre-Claude-Victor Boiste.

Il proverbio afferma che il mattino ha l’oro in bocca, penso che nel mio caso sia vero perché é al “mattino presto” che mi vengono le idee migliori, poi magari ci metto tutto il giorno per svilupparle districandomi tra mille difficoltà. Comunque sarà che ormai la mia mente ottenebrata dal lavoro fatica a trovare nuovi argomenti per il blog ho pensato di scrivere un post su un argomento molto poco interessante, ma tanto per parlare eccoci qua. 

Ogni mattina punto la sveglia alle 5.30 mi alzo, accendo il fuoco sotto la moka e mi stendo sul divano a dormire ancora un po’ finché non sento la caffettiera gorgogliare, quindi subito dopo mi alzo, a quel punto sono le 5.40 o le 5.50 dipende dalla mia solerzia ad abbandonare il divano, talvolta resto altri dieci minuti, ho puntato la sveglia sul telefonino che suona ogni dieci minuti finché non decido di spegnerla del tutto. Comunque faccio colazione sul tavolo della cucina e allora comincia il mio momento di libertà mattutino.

Ore 5.50 comincio la lettura del settimanale Donna moderna, ho la rivista pronta sul tavolo e mi piace sfogliarla mente bevo il caffè in tazza grande senza zuccheri dove intingo due biscotti integrali. A proposito, a me piace il caffè della moka, non sopporto il caffè con le cialde, ogni tanto lo bevo se me lo offrono, ma per me il caffè con la moka è meglio, tra l’altro mi piace fare un caffè con molta acqua, insomma un caffè annacquato perché quello troppo forte mi da fastidio, dopo nel corso della giornata prendo un paio di caffè al bar e quelli sono normali. Quando sono con il mio compagno (in ferie o al fine settimana) lui prepara delle caffettiere strong con un caffè nero potentissimo, in quel caso bevo solo una tazzina normale perché di più non riesco. Ma sto divagando. La lettura di donna moderna dura venti minuti, leggo davvero, non mi limito a sfogliare le pagine, quindi vado a rilento, in pratica per finire la lettura della rivista ci metto una settimana allungandomi il sabato e la domenica.

Ore 6.10 chiudo Donna moderna e apro l’iPad, mi leggo le mail personali e leggo i vari blog amici e, se riesco commento,  sembra incredibile ma questi venti minuti volano via, talvolta riesco a fare molto poco, questi però sono i venti minuti della giornata più preziosi perché spesso in questi momenti mi viene in mente qualcosa da scrivere e così prendo appunti su un foglio di carta (i miei romanzi e racconti sono nati in mezzo a tanti fogli sparsi che poi inserisco nel pc), in realtà succede lo stesso anche per i post del blog, immagino un argomento e comincio a scriverlo sull’iPad nei miei venti minuti di libertà mattutini, poi proseguo qualche sera nel corso della settimana per completarlo. 

Alle 6,30 smetto e mi preparo per andare in ufficio, mi serve circa mezz’ora per poter uscire di casa alle 7,00-7,10 cerco di non tardare perché se arrivo troppo tardi trovare parcheggio è un’impresa. Prima di arrivare in ufficio mi fermo nel mio solito bar dove prendo un tramezzino da mangiare a pranzo, è un abitudine che ho preso da quando mi capitava di non riuscire a mangiare nulla perché mi mettevano una riunione imprevista o altre beghe in prossimità dell’ora di pranzo. Insieme al tramezzino prendo un caffè e, se nessun avventore se ne è già impossessato, mentre sorseggio il caffè dalla tazzina sfoglio il quotidiano locale, Il resto del Carlino di Bologna, mi piace leggere soprattutto la cronaca locale, ogni tanto trovo anche qualche articolo interessante per i miei post che fotografo come è successo con l’articolo sulla biblioteca americana di cui parlo qui Le vite degli altri

Tra le 7.40 e le 8.00 circa arrivo in ufficio e lì comincia la rumba, il tempo non è più mio. Succede qualche volta che i miei venti minuti di libertà del mattino siano invasi dal lavoro, mi capita quando devo leggere con attenzione qualche documento del lavoro e ho bisogno di essere concentrata, così sacrifico quel tempo per poter finalmente portare a termine qualcosa più volte rimandato, in questo modo spesso risolvo delle questioni lavorative anche se, la cosa non mi piace troppo, hanno invaso il mio esiguo tempo libero.

Ogni tanto penso che siano questi piccoli riti a salvarmi, perché rendono la giornata meno gravosa, quel tempo dedicato a me stessa e ai miei pensieri è molto importante, ognuno in fondo ha le sue fissazioni, ma mi è capitato di seguire qualche tutorial su YouTube di persone varie che parlano dell’importanza della routine mattutina, ognuno in quel tempo ci mette quello che vuole. Ho trovato anche degli articoli in rete sull’importanza della routine mattutina. Una volta riuscivo anche a infilarci dieci minuti di ginnastica sul tappetino, alternavo addominali, stretching e yoga, ora non riesco più, ogni tanto ci provo ma finisco con il fare tardi e non trovare più parcheggio, quindi mi limito a farli nel week end. Voi direte, cosa sono dieci minuti di ginnastica, non serve a niente! Forse, ma servono al mio spirito e poi lo stretching fa davvero bene alle articolazioni, delle volte dopo averlo fatto mi sento molto meglio, soprattutto la schiena ringrazia.

Una volta mi svegliavo più tardi, alle 6,45 circa, facevo tutto di fretta e mi limitavo a un caffè veloce in tazza grande, giusto per svegliarmi un po’ però oggi apprezzo molto quel piccolo tempo che ho per me.

Bene e, dopo questo inutile post sulla mia routine mattutina, vi saluto e vi chiedo, anche voi avete delle piccole abitudini mattutine a cui non sapreste rinunciare oppure siete di quelli che dormite fino all’ultimo minuto e poi scappate al lavoro? 

Fonti immagini:Pexels