domenica 24 gennaio 2021

Scrivere vuol dire approfondire

 
Il romanzesco è la verità dentro una bugia (Stephen King)

Scrivere vuol dire fare i conti con la vita, capire un po' di più, andare oltre la superficie, in pratica fare i conti con l'introspezione.

Questi pensieri sono affiorati in me da qualche tempo, da quando sono riemersi ricordi lontani nel tempo. Alcuni ricordi li ho riportati nei miei post con l'etichetta #storieneiricordi, altri invece sono difficili da raccontare, si tratta di storie molto tristi o terribili, storie di cui ho afferrato bene il senso ripensandoci a distanza di anni, storie di persone conosciute, incontrate nel mio percorso di vita.

Si tratta di vicende che sono quasi tutte storie da romanzo e forse è per questo che scriviamo, per dare voce a quelle storie che non riusciamo a raccontare in altro modo e che, tuttavia, restano attaccate alla pelle e scolpite dentro la nostra mente. 

Questo pensiero, che restava in me in forma nebulosa, mi è stato confermato da un articolo letto durante le vacanze di Natale, è un'intervista alla scrittrice Sara Rattaro. Lei afferma che la vita non è facile da raccontare e che la sua narrativa arriva dove la vita "arrossisce", nei suoi romanzi racconta storie di donne che portano sulle spalle il peso di un cambiamento epocale oscillante tra la voglia di affermare se stesse e il desiderio di un focolare e di una famiglia regolare. 

Le considerazioni di questo articolo mi hanno fatto riflettere e io ci aggiungo che certe storie sono talmente difficili che, probabilmente, l'unico modo per parlarne è scrivere un romanzo dove i personaggi possano mostrarsi come sono davvero, nel bene e nel male.

Per fare un esempio pratico, mi è venuta in mente il corso degli eventi legati a un famoso romanzo Amabili resti di Alice Sebold dove la protagonista “Susie Salmon, una quattordicenne assassinata in seguito a uno stupro, racconta la sua storia e dall'aldilà, una specie di "paradiso personale" chiamato il Cielo, osserva gli avvenimenti successivi alla sua scomparsa: la sua famiglia traumatizzata dal dolore della perdita, il suo assassino e i suoi amici”.

In realtà l'autrice attraverso questa  opera racconta un pezzo della sua vera storia, perché ai tempi del college subì uno stupro e, dopo anni di angoscia e di inutili terapie, trovò il modo di “liberarsi” di questo avvenimento curando il suo trauma, attraverso la stesura di questo romanzo.

Una vicenda può essere così dolorosa e difficile da descrivere che raccontarla semplicemente come un fatto realmente accaduto può essere impossibile, ma usare la forma romanzesca può rendere tutto più semplice oltre che terapeutico perché, in tal modo, si usa la scrittura come cura.

Il romanzo diventa un modo per trattare temi scomodi, conflitti e tabù che altrimenti non verrebbero affrontati.

È così che è nato il mio primo giallo sul Commissario Sorace, Fragile come il silenzio, volevo trattare il tema della violenza sulle donne, ma trovavo difficile inserirlo in una storia rosa, soprattutto perché, pur non avendo mai vissuto in prima persona simili vicende, era un argomento che suscitava in me prevalentemente rabbia e desiderio di vendetta. Mi è servito quindi incanalare questi sentimenti nei personaggi di un thriller.

Il romanzo permette al narratore di mettersi al di sopra della storia e di raccontarla senza giudizi. 

E voi cosa ne pensate?

Fonti immagini
Pexel 

Fonti testi 
Wikipedia (Amabili resti)
Donna moderna n. 50/2020
(Intervista a Sara Rattaro, Carlotta Risi) 

22 commenti:

  1. La narrativa è certamente anche questo. Si può scrivere un romanzo rosa di pura fantasia la cui lettura deve essere un semplice intrattenimento, un passatempo per il lettore, o si può raccontare una storia in cui gli eventi diventano uno spunto per permettere all'autore di inserire riflessioni, ipotesi, pensieri... Insomma, si può scrivere un romanzo che diventa anche una sorta di saggio filosofico, oppure una autobiografia nascosta come nel caso che citi. In effetti spesso le autobiografie (se scritte da autori con una buona capacità narrativa) sono letture persino più intense di un romanzo proprio perché pulsano di esperienza vissuta e si percepisce leggendole (a prescindere dai contenuti: anche esperienze non estreme come uno stupro, ma più comuni come una storia d'amore un po' tira-e-molla o una quotidiana sensazione di oppressione nella città in cui si è nati e si vive, raccontati in modo autobiografico possono essere illuminanti e coinvolgenti per chi le legge).
    Come dicevi giustamente bisogna però avere la forza di affrontare queste situazioni. Rievocarle e raccontarle significherebbe anche un po' riviverle, soprattutto condividerle con gli altri, un'opzione per niente facile.
    Io ho vissuto due periodi particolarmente neri nella mia vita in cui sono stato abbastanza vicino a commettere qualcosa di irreversibile... Se dovessi provare a raccontare in modo dettagliato e autobiografico quei periodi della mia vita so che non ci riuscirei. Lo so perché persino quando inserisco qualcosa di quel periodo nelle vicende di un mio personaggio (quindi in modo nascosto) ho una sensazione di fastidio, di nervosismo, di tensione... Diluire quei ricordi qua e là in ciò che scrivo è forse terapeutico, ma se lo facessi in modo troppo "frontale" avrebbe un effetto opposto.
    Sì, a volte scrivere è saper affrontare il lato oscuro della (propria) vita. Beati coloro che non hanno questa necessità.

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    1. Credo che ogni persona, prima o poi, si ritrovi in un momento buio della propria esistenza, può accadere nel momento dell'infanzia o dell'adolescenza oppure più tardi in età adulta, non tutti sentono la necessità di affrontarle e trasporre in un testo scritto, ma chi lo fa può uscirne e rinascere. Io posso affermare che metto un pezzetto di me in ogni personaggio, è un po' come esorcizzare le paure e le insicurezze che ho facendole affrontare al mio personaggio. Nei cattivi metto la rabbia e la vendetta, nei buoni il coraggio e la forza, insomma è una forma - spero costruttiva - di affrontare certi argomenti (perlomeno ci provo). Ci sono argomenti però che anch'io faccio fatica ad affrontare perché sono ambiti in cui mi sento particolarmente fragile.

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  2. Credo che sia una delle tante forze della narrativa. Spesso, però il giudizio emerge tra le righe, perché ogni scelta dell'autore è indice del suo giudizio (prendendo Amabili resti, a raccontare è la vittima e già questo è un taglio di interpretazione) e non credo che questo sia un male.

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    1. Hai ragione il giudizio c'è sempre perché è insito nel punto di vista di chi racconta, nel caso specifico la vittima vuole che il colpevole venga scoperto, assicurato alla giustizia in modo da non fare ancora del male ad altre ragazze, questo diventa una forma di riscatto non solo per l'autrice ma anche per chi ha vissuto storie analoghe e ha avuto modo di ritrovarsi.

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  3. Forse è proprio il principio cardine di ogni romanzo. Un romanzo può di fatto narrare tutto, perché appartiene alla sfera dell'immaginario, inteso anche come metodo per narrare fatti realmente accaduti o molto verosimili.
    E in particolare credo valga proprio per il genere giallo e thriller.

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    1. Penso che sia proprio questa prerogativa del romanzo a renderlo unico e potente, tanto da consentirgli di resistere nel tempo. È una rappresentazione della realtà in forma creativa e fantasiosa per renderlo fruibile più o meno da tutti.

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  4. Al di sopra della storia? Non so.
    Io credo di aver sempre "inseguito" le storie. Una specie di caccia o meglio: un ritrovamento "archeologico". Le storie sono storie di gente che non finisce mai sui giornali. Quindi sono sepolte da qualche parte e io cerco di riportarle alla luce, senza fare danni.

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    1. Probabilmente è impossibile restare al di sopra della storia in senso assoluto, un giudizio c'è sempre, come afferma Tenar, il giudizio si legge tra le righe. Anche tu Marco nella tua Trilogia delle erbacce inserisci un giudizio, perchè parli di persone "invisibili" quelle persone scomode che nessuno vuol vedere: l'operaio che perde il lavoro, la madre del bambino disabile, la donna che scappa dalla violenza e nascondi i segni sul collo con un foulard, chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. Tu racconti la loro storia cercando di restare in disparte come un cantastorie neutrale, ma il tuo giudizio è proprio nella semplice scelta di raccontali e riportarli alla luce...che è poi per questo che sono storie che toccano il cuore e l'anima del lettore.

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  5. Del resto, come dice il Maestro, "scrivi di ciò che conosci". Io credo che questo principio riguardi anche il fatto che nello scrivere una storia, per quanto di fantasia, si parta sempre da un vissuto o dalla vicinanza a un certo vissuto. Il fatto stesso che si sia interessati a determinati argomenti vuol dire che con essi si ha un qualche legame. Probabilmente è vero che la scrittura in questo senso è catartica.

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    1. La potenza catartica della scrittura è proprio quella di "nascondersi" dentro i personaggi. Mi è capitato più volte, una volta in una storia d'amore ho fatto morire un mio personaggio perché in lui vedevo un amore che mi faceva soffrire, così come nei thriller ho ucciso qualche "cattivo" e inseguito qualche ideale di giustizia...

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  6. La scrittura può diventare davvero una forma di terapia e guarigione. Anch'io faccio rivivere ad alcuni personaggi esperienze personali che non avrei mai il coraggio di narrare in forma autobiografica. In fondo ciascun autore si cela dietro i suoi personaggi.
    Sospendere il giudizio è imprescindibile... non c'è niente di più indisponente, per quanto mi riguarda, del romanzo moraleggiante dove si trinciano giudizi sui comportamenti dei vari protagonisti.

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    1. È così Cristina, qualche volta ho parlato nei romanzi di argomenti che mi stavano a cuore perché vissuti abbastanza da vicino, diventa una forma di terapia, addirittura di maggiore comprensione e riconciliazione con il passato.

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  7. Dipende. Ci sono storie vere che non possono essere in alcun modo usate all'interno di un romanzo, nemmeno trasformandole, finché sono ancora in vita persone strettamente collegate allo scrittore. La formula "Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale" non sarebbe sufficiente né a proteggersi legalmente né a evitare un dolore a quelle persone.
    Provo a fare un esempio. In Amabili resti l'autrice non ha raccontato proprio la sua storia, c'è uno stupro di una quattordicenne, non di una ragazza adulta al college. Probabilmente il dramma fisico e psicologico è il suo, trasformato però all'interno di una finzione che non coinvolge del tutto sé stessa, la sua famiglia e il vero stupratore.
    Ma se il vero stupro avesse riguardato sua sorella o sua madre, l'autrice avrebbe davvero potuto scriverne, senza un loro consenso? Si fosse anche inventata tutta un'altra storia, con ambientazione totalmente differente, ma sempre con il fatto scatenante relativo ad uno stupro, avrebbe potuto comunque scriverne se in famiglia la persona stuprata non fosse lei, ma qualcun'altro che ancora ne soffriva?
    E' il caso di Teresa Ciabatti, con il suo La più amata, romanzo autobiografico dove la figura del padre non è proprio stupenda. E infatti ha atteso la morte del padre per poter scrivere quel libro, e in disaccordo col fratello se non ricordo male, non è certo un caso.
    E anche se avesse scritto un romanzo totalmente inventato ma con una figura di un padre forte e dispotico, anche di secondo piano, avrebbe rischiato ugualmente non pochi problemi. Per questo dico che non sempre l'autore è libero di "usare" le proprie esperienze.

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    1. Un romanzo è comunque un'opera di fantasia, l'autore deve saper contemperare le diverse verità. Amabili resti parla di una quattordicenne e della sua morte forse proprio perché Alice Sebold voleva mettere un certo distacco dalla sua reale vicenda (che tra l'altro aveva già raccontato in una autobiografia), forse proprio questo distacco le ha consentito di tirare fuori quello che aveva dentro.
      Per esempio quando viaggiavo in treno mi capitava di parlare con degli sconosciuti viaggiatori meglio che con i miei familiari, dicevo quello che pensavo con più facilità. Con il romanzo è un po' la stessa cosa, il nostro personaggio può dire quello che pensa l'autore più liberamente dell'autore stesso. Se poi un romanzo è "dichiaratamente autobiografico" allora bisogna stare davvero attenti a quello che si scrive perché in quel caso si racconta una storia vera.
      Poi ognuno in una storia può leggerci quello che vuole...

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  8. Penso che a volte raccontare una storia personale attraverso un romanzo sia molto liberatorio. Per quanto mi riguarda, ho usato alcune circostanze particolari nei miei romanzi ma molto ben camuffate, perché mi ispiravano. In realtà non c'è mai stato bisogno di lavorare di fantasia per renderle "poco riconoscibili" perché è sempre successo che da un'idea iniziale, poi tutto prendesse una sua specifica strada. Tuttavia, a volte servono molti anni e una bella dose di distacco per poter mettere nero su bianco certe vicende. Comunque, io nego sempre che ci siano cose autobiografiche nei miei romanzi :P

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    1. In effetti lo affermo anch'io, nei miei romanzi non ci sono eventi autobiografici, o meglio non lo sono quasi mai (ne La libertà ha un prezzo altissimo mi ispiro alla storia dei miei nonni parlando dei nonni della protagonista, ma lì è stato proprio il mio desiderio di non dimenticare la vita di tanti italiani emigrati in America, così come parlo della morte della madre della protagonista ispirandomi alla mia). Tuttavia alcune sensazioni descritte in altri romanzi mi appartengono sempre, sono sempre abbastanza camuffate ma ci sono. Confermo che è piuttosto liberatorio esprimere certi sentimenti...

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  9. Per me, questo è il vero limite della mia scrittura: io ho sempre scritto per raccontare me stessa e mi sono servita dei miei personaggi per rendere oggettivo qualcosa di profondamente soggettivo, ma questo, adesso, mi blocca, anziché darmi la spinta, perché subentra quella inconscia volontà di non fare trapelare segnali riconoscibili della mia persona e della mia vita.

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    1. Sai Marina, anch'io provavo le stesse tue paure, soprattutto quando ho scritto il mio primo romanzo in cui c'è molto di me, ma non è la mia storia (e un po' mi dispiace perché nel mio romanzo c'è il lieto fine che avrei voluto vivere). Poi la voglia di scrivere ha preso il sopravvento e ho risolto il problema sia scrivendo in terza persona sia mettendo delle parti di me in personaggi che sono abbastanza lontani da come sono io. Ricordati però che anche se descrivi personaggi lontani ed eventi assolutamente non vissuti l'anima del romanzo è sempre quella dell'autore che lo scrive.

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  10. Questa è sicuramente una delle tante funzioni della scrittura. Attribuendo certe vicende a un personaggio, puoi riuscire a raccontare quello che fatica a uscire; ma anche la seconda possibilità, in cui come autore indaghi situazioni che non hai mai vissuto, mi sembra importante. Potresti restare per sempre lontano da certi temi, invece ti informi, inizi a scavare, e la tua sensibilità fa il resto. E' un avvicinamento tra le persone che aiuta anche a dissipare superficialità e pregiudizi.

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    1. Eh sì, il romanzo può essere tante cose, può servire a tirare fuori un peso interiore o a capire meglio certe realtà appartenenti ad altre persone, proprio perché, per poterne parlare, è necessario documentarsi e approfondire, insomma mettersi nei difficili panni degli altri senza pregiudizi.

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  11. Mi piace quando ultimamente ti soffermi sui ricordi del passato e li narri a noi con la freschezza e la profondità di un ricordo "digerito" , "integrato" con la tua esistenza. Ti stai raccontando con veridicità. Cosa desidera di più un lettore?

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    1. Grazie Elena, sono felice che apprezzi, in effetti riesco a scriverne proprio perché è un ricordo ben "digerito" nel senso che riesco a guardarlo con piena serenità anche se probabilmente con una nuova emozione.

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