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| Per ogni cosa che valga la pena di avere nella vita, vale la pena che si lavori per ottenerla. Andrew Carnegie |
Qualche tempo fa, commentando un post di Ariano Geta, ho scritto:
“Che vita voglio vivere? Bella domanda. Dopo le superiori, però, spesso non si ha un’idea chiara: si segue l’istinto. E, di solito, l’istinto non sbaglia. Ricordo quando decisi di fare l’università a Bologna, con l’idea di trovare anche un lavoro, perché volevo essere indipendente… Potrei scriverci un post intero.”
Riflettendo, mi chiedo oggi se avessi davvero chiaro il mio obiettivo di vita. In realtà, molte scelte nascono dall’istinto, senza pensarci troppo. Ma lasciare la Puglia per Bologna fu una decisione ben precisa.
Vivere in un piccolo paese della provincia di Foggia mi stava stretto. Da bambina, mi sembrava un luogo limitato, senza grandi eventi, un posto noioso dove non succedeva mai niente. Con il tempo ho capito che era una visione riduttiva: anche nei posti più tranquilli accadono storie, dettagli, eventi – e io me ne sono nutrita per i miei gialli. Però c’era qualcosa di vero nella mia sensazione: se volevo cambiare vita, dovevo andare via.
Da bambina ero curiosa e intelligente; crescendo, sono diventata un po’ ribelle, insofferente alle regole. Non tutte le regole, solo quelle che mi sembravano assurde. Per esempio, diventare indipendente come donna, in un paese di circa 16.000 abitanti, era complicato. Le donne si sposavano e facevano le casalinghe, o si accontentavano di lavori precari, spesso in nero, che abbandonavano quando si sposavano e diventavano dipendenti dal marito. Oppure lavoravano nell’attività del coniuge. L’idea di dipendere da un uomo non mi piaceva: la rifiutavo, anche se a volte confusamente. Con gli anni, quella convinzione è diventata sempre più solida.
E così, tra curiosità, ribellione e desiderio di libertà, ho capito che la mia vita la potevo costruire solo scegliendo di andare altrove.
Perché scelsi Bologna? Anche questa decisione nacque da considerazioni pratiche, ma non solo. Bologna mi attirava per molti motivi.
Prima di tutto, adoravo Francesco Guccini e altri cantautori bolognesi: Lucio Dalla, Luca Carboni, e artisti meno noti come Claudio Lolli. L’idea di vivere nella loro città mi affascinava, come se Bologna avesse già una colonna sonora capace di parlarmi.
Per un breve periodo, sull’onda di una cotta travolgente per Alberto Fortis, avevo pensato anche a Milano. Ma poi la realtà prese il sopravvento. Informandomi sull’assistenza agli studenti fuori sede, scoprii che Bologna offriva un sistema eccellente: se riuscivi ad accedere alla borsa di studio - attraverso una selezione che contemplava merito scolastico e reddito al di sotto di una certa soglia - avevi tutto, un posto nella casa dello studente e un assegno mensile di mantenimento. Non era una grande cifra, ma a me bastava. Stringendo la cinghia, riuscivo a vivere con dignità e autonomia, senza chiedere soldi ai miei.
Seguendo anche i consigli di un paio di amiche già iscritte all’Università di Bologna, decisi di iscrivermi anch’io.
Col senno di poi, mi rendo conto che quella scelta fu una soglia: l’ingresso vero nella vita adulta. Bologna offriva molto anche dal punto di vista lavorativo e, dopo la laurea, trovai quasi subito un impiego. Nel frattempo, avevo incontrato anche un amore bolognese. Così, senza accorgermene, mi ero costruita una nuova casa.
Insomma, una volta arrivata qui, non sono più riuscita a ripartire. Quella che doveva essere una tappa è diventata una radice.
Il bivio del destino
Occorre però che vi racconti un piccolo episodio, capace di spiegare come si possa arrivare a compiere certe scelte decisive. Accadde alla fine della terza media e fu determinante per la decisione di continuare a studiare, cosa che allora non era affatto scontata per me.
Esistono incontri che ti cambiano la vita, in meglio o in peggio. A volte i genitori non riescono a motivarti né a indicarti una strada. Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo come un cagnolino. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è pienamente ricambiato.
C’è un episodio della mia vita che ancora oggi considero un punto di svolta. Accadde alla fine della terza media, quando mi trovai davanti a una scelta che allora non sembrava importante, ma che avrebbe deciso molto del mio futuro: continuare a studiare oppure no.
A quell’età esistono incontri che possono cambiarti la vita. E a volte sono proprio le persone più insospettabili a farlo. I genitori, pur amandoti, non sempre riescono a indicarti una strada.
Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo ovunque, come un’ombra. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è ricambiato allo stesso modo. Lei non amava studiare e decise che, finita la terza media, sarebbe andata a lavorare.
Io pensai che avrei fatto lo stesso. In fondo era quello che mi veniva ripetuto in casa.
Mia madre, donna dolce ma prigioniera di idee antiche, mi diceva come una cantilena che le donne non dovevano studiare, che io, essendo la più piccola, dovevo diventare il “bastone della sua vecchiaia”.
La amavo moltissimo, ma quelle parole pesavano come macigni.
E poi c’era la frase che concludeva sempre ogni discorso:“Anche se studi, il lavoro non lo trovi, se non hai le conoscenze giuste”.
Le mie sorelle rimasero ai margini di quella decisione. Erano adolescenti distratte, ignare che il mio futuro avrebbe toccato anche il loro.
Un pomeriggio, mentre tornavo a casa, incontrai per strada mio prozio, il fratello minore di mia nonna. Era così giovane che mio padre aveva solo sette anni più di lui. Era un uomo che si era costruito da solo, con una ditta di costruzioni e una vita solida alle spalle.
Mi salutò con affetto e mi chiese:
«A quale scuola superiore ti iscriverai?»
Io risposi senza pensarci, ripetendo le parole di mia madre:
«Non continuerò a studiare. Tanto non troverò lavoro lo stesso».
Lui mi guardò come se avessi detto qualcosa di incomprensibile.
«Ma come? Una brava come te!» esclamò. Sapeva che a scuola avevo quasi sempre il massimo dei voti.
Poi iniziò a parlarmi dello studio come di una porta aperta sul futuro. Mi disse che non dovevo rinunciare, che il sapere era una ricchezza che nessuno mi avrebbe mai potuto togliere.
Mi consigliò di iscrivermi a un istituto tecnico: così avrei avuto un diploma, una possibilità concreta di lavorare, e, se avessi voluto, anche di continuare con l’università.
Quell’incontro durò pochi minuti. Ma cambiò la direzione della mia vita.
Per me era fondamentale diventare indipendente. Non è stato immediato. Quando ho iniziato a lavorare, guadagnavo uno stipendio, ma dovevo affrontare un affitto alto (oggi lo è ancora di più) e tutte le spese: bollette, cibo, vita quotidiana. Spesso arrivavo a fine mese con fatica.
Paradossalmente avevo meno pensieri quando studiavo, anche se stringevo la cinghia ancora di più. A volte mi chiedevo se sarei davvero riuscita a diventare autonoma. E spesso pensavo di tornare in Puglia. Ma l’amore, in quel momento, era qui a trattenermi.
Vivendo lontano da casa ho scoperto di essere più determinata e resistente di quanto credessi. Ho resistito finché non ho trovato una casa in affitto decente, dopo aver cambiato abitazione una decina di volte: infatti conosco quasi tutti i quartieri di Bologna.
Nel frattempo mi sono sposata, e poi il matrimonio è finito. Ho cambiato amore, ho cambiato lavoro, e poi tante altre cose.
In fondo, le scelte fatte per istinto si sono rivelate giuste. Oggi sono una persona indipendente, più consapevole, tutto sommato serena. Non ho rimpianti veri: ho solo strade percorse.
Cosa direi oggi alla ragazza che partiva dalla Puglia
Le direi di non avere paura della fatica.
Che si sentirà sola, qualche volta, e che penserà di aver sbagliato strada. Ma le direi anche che diventerà più forte di quanto immagini.
Che l’indipendenza non sarà un punto d’arrivo, ma un processo lungo, fatto di traslochi, amori sbagliati, lavori precari e piccole conquiste.
Le direi: vai. Parti. Fidati del tuo istinto.
Perché anche se non tutto andrà come speravi, diventerai esattamente la persona che avevi bisogno di diventare.
La vita che vorrai non sarà quella che immagini adesso. Non sarà lineare, né facile, né perfetta. Sarà fatta di stanze cambiate spesso e di valigie rifatte troppe volte, di amori che finiscono e di altri che arrivano quando non te li aspetti, di paure, di conti che non tornano, di giorni in cui penserai di aver sbagliato tutto.
E ogni volta che avrai paura di non farcela, ricordati perché sei partita: per essere libera, per non dipendere da nessuno, per scegliere da sola chi essere.
Ma dentro quella vita ci sarai sempre tu: la tua fame di libertà, la tua testardaggine, il tuo desiderio di non dipendere da nessuno.
Conclusioni
Non voglio dilungarmi oltre ma, ritornando al titolo del post: ho avuto la vita che volevo?
Se devo essere sincera, sì e no. L’indipendenza è l’unico desiderio che ho realizzato davvero, gli altri desideri si sono persi un po’ per strada, alcuni si sono arenati nonostante abbia speso impegno, dolori ed energie, altri sono arrivati a un compromesso (a volte è necessario arrendersi per non soccombere) altri sono stati accantonati, ma non sto a farvi l’elenco dettagliato, non avrebbe senso, però la mia è stata una vita consapevole, sono stata io la regista e non altri e questo non è poco.
E voi cosa ne pensate? avete la vita che avevate immaginato?

Ciao Giulia! Bellissima riflessione. A me sembra che tu abbia seguito non solo l'istinto, ma anche quello che è il tuo modo di essere vero e profondo. Questa voglia di libertà e indipendenza l'hai ben difesa,non fatta maturare, quindi amen se non hai esattamente la vita che volevi. Ti sei rispettata. Hai allineato ciò che hai dentro con le azioni concrete. E questa secondo me è la cosa più importante per vivere una vita serena e piena. ;)
RispondiEliminaGrazie di cuore Davide per questo tuo commento, è vero ho rispettato il mio modo di essere, forse non avrei potuto fare diversamente senza andare contro me stessa, anche se qualche volta, forzandomi, ho cercato di farlo, per quieto vivere, ma non porta a risultati buoni nel lungo termine.
EliminaGrazie per questi pensieri a tratti anche molto intimi. Non so se sto facendo la vita che volevo, di sicuro non quella che mi ero immaginata ai tempi della scuola visto che il mio lavoro non rispecchia il mio percorso di studi, né successivamente quella che avrei desiderato sposandomi quando vedevo dei figli nella nostra famiglia, ma ora so che al netto di inevitabili momenti No e qualche crisi ho una vita bellissima.
RispondiEliminaGrazie a te Sandra, non so se fare il lavoro per cui si è studiato sia una garanzia di soddisfazione, nel mio caso non lo é stato, ma visto che mi consente l’autonomia non voglio lamentarmi. È bello che tu senta di avere una vita bellissima, penso che sia frutto anche di un percorso di consapevolezza attraverso proprio le crisi che hai attraversato e questo è fantastico.
EliminaCome ti avevo detto quando pubblicasti quella risposta, io un post sull'argomento lo avrei letto volentieri, quindi sono contento che tu lo abbia scritto, molto interessante e pieno di spunti di riflessione che posso condividere giacché siamo quasi coetanei.
RispondiEliminaNel mio caso ho seguito l'istinto meno di quanto avrei dovuto, spesso mi ha fermato la paura, però devo anche ammettere che in alcuni casi probabilmente è stato un bene.
Sicuramente non sto vivendo la vita che avrei voluto, ma è anche vero che non ho la minima certezza che facendo scelte diverse avrei raggiunto ciò che sognavo. Ne conosco parecchi che hanno seguito il loro istinto più di me, eppure alla fine non hanno raggiunto il loro obiettivo. Mi restano comunque alcuni rimpianti, questo sì.
Sei stato davvero il motore di questo post, avevo salvato il commento in bozza in attesa di scriverlo e alla fine ce l’ho fatta, è passato un po’ di tempo perché scriverlo non è stato semplice, ricordare il passato può essere faticoso a livello emotivo. Riguardo alla tua vita Ariano, non sempre seguire l’istinto o i propri desideri è garanzia di successo, anche se la tenacia può aiutare. La paura può frenare ma può anche salvarci. E, in effetti, non c’è mai la certezza del risultato, forse l’unica è seguire il cuore come il titolo di quel famoso libro.
EliminaHo la vita che avevo immaginato? No, e per fortuna! Perché la vita che avevo immaginato non era proprio un'immagine mia, ma l'immagine dei miei genitori sul mio futuro, probabilmente anche una sorta di riscatto per le loro stesse vite. Mentre ti leggevo Giulia, ho sentito molti punti in comune. Mio padre non voleva farmi studiare oltre la terza media, mia madre si è impuntata sia per le superiori che per l'università. Quello che non ha avuto per se stessa, diceva. E per lo stesso motivo, puntava molto all'indipendenza di noi due figlie. Su questo aveva ragione e gliene sono grata. Dopo Ragioneria però, mio padre mi immaginava in banca, per un periodo anche io, come una nuova Melanie Griffith in Una donna in carriera. Come te ho dovuto andarmene, anche se il mio "andare" non era proprio fisico: l'università l'ho fatta da pendolare, ogni giorno in treno, ma mi ha aiutato ad uscire dalla mentalità ristretta dei miei luoghi. Padova città mi ha salvata per prima, Milano ha fatto il resto per seconda. Non so dire cosa mi abbia "svoltato", quale incontro sia stato il bivio del destino. Forse il mio professore di Ragioneria, che ci fece un corso extra di informatica, con i primi computer arrivati in laboratorio. :)
RispondiEliminaVedi anche tu Barbara hai dovuto “combattere” per la tua indipendenza, per fortuna che hai avuto una madre con una visione aperta che ti ha supportato. Ci fosse stata l’università a Foggia forse anch’io avrei fatto la pendolare (oggi a Foggia c’é l’università ma allora c’era solo a Bari (a 150 km) e a Lecce quasi 300 km) oppure bisognava spostarsi a Pescara (circa 180) troppi km per fare la pendolare. Questa forse è stata una fortuna così ho potuto spostarmi in una città come Bologna piena di opportunità e con una grande apertura mentale. La provincia può essere soffocante (al sud come al nord). Poi ci sono gli incontri importanti, come il tuo professore di ragioneria che ti ha fatto conoscere l’informatica che allora era agli albori. Penso, anche, che lungo il percorso di vita di incontri importanti ce ne siano diversi, nello studio, nel lavoro e in generale nella vita.
EliminaPenso che hai avuto la vita che hai costruito con le tue mani, non può esserci soddisfazione maggiore. Sono cresciuta in città, Torino, ma ho ascoltato storie come la tua molte volte: donne che scappavano da spazi troppo stretti e da condizionamenti e stereotipi che non erano in sintonia con il loro sentire. Ma non tutte quelle che hanno lasciato la loro terra, qualunque essa fosse, si sono realizzate. Alcune hanno riprodotto quegli schemi che tu descrivi altrove. Personalmente ho sempre fatto di testa mia, sono una ribelle e l'ho dimostrato sin dalle prime scelte. Hanno cercato di condizionarmi tutti: genitori, preti, insegnanti, tutti a dirmi che non ce l'avrei fatta, che il mio ruolo o lavoro futuro era un altro, che il corso di studi che avrei dovuto fare era un altro. Sebbene non avessi chiaro cosa sarei diventata in futuro (e di certo non avrei mai immaginato di diventare quella che sono, un'esperienza al di fuori della mia in allora quotidianità) sapevo esattamente cosa volevo fare in quel dato momento. Questa è stata la mia salvezza. E lo è ancora. Così come ho sempre saputo che studiare mi avrebbe resa libera. Non ho avuto un prozio illuminante come il tuo, ma la consapevolezza è la stessa. Se avessi saputo dell'assegno mensile, sarei venuta anche io a studiare a Bologna! ;)
RispondiEliminaCara Elena, sapere quello che si vuole fare nella vita è molto importante, tu avevi le idee chiare su quello che desideravi fare, ovviamente, come accade a molti, il percorso è sempre nebuloso all’inizio. Io volevo diventare indipendente con il mio lavoro ma non avevo idea del lavoro che avrei fatto concretamente, anche se, scegliendo la laurea in economia, immaginavo di finire in un certo ambito come può essere quello amministrativo. Poi desideravo anche una famiglia con dei figli, ma non è andata come volevo. Riguardo alla tua esperienza penso che vivere in una città come Torino sia una buona base di partenza e non ti sei fatta limitare dai condizionamenti negativi provenienti dalle persone intorno a te, è davvero importante seguire il proprio pensiero.
EliminaEssere una testa dura, come diceva mia madre, ha anche lati positivi :) Ma anche scoprire strada facendo il proprio destino è un'esperienza meravigliosa di cui immagino tu sappia assolutamente qualcosa
EliminaUn tempo pensavo di non avere avuto dalla vita ciò che realmente avrei voluto ottenere: ho fatto studi deludenti, non tanto il liceo classico di cui non mi sono mai pentita, quanto l'università in giurisprudenza (che non era esattamente il mio obiettivo). Ho cercato di svoltare, a un certo punto, puntando su interessi concreti (ne scrissi una Eco, da me, se ricordi, quando raccontai di volere seguire un master di diritto internazionale, senza l'incoraggiamento dei miei genitori), poi, però, la svolta vera è arrivata con il matrimonio e l'arrivo dei figli. Ho capito nel tempo che era lì che dovevo (e volevo) arrivare, che il mio unico goal era essere mamma, perché ad oggi non ricordo niente di più bello e appagante che prendermi cura della mia famiglia. Semplicemente, a lungo, non mi sono resa conto del ruolo più tagliato per me nella vita e adesso che ne ho la consapevolezza piena non rimpiango nulla.
RispondiEliminaCara Marina probabilmente la famiglia con dei figli era l’obiettivo della tua vita e, nel mio piccolo (anche se posso solo ipotizzarlo visto che non ho avuto i figli desiderati) penso che i figli siano una gioia che non è neanche minimamente comparabile a un lavoro appassionante. Non che il mio lavoro sia appassionante, affatto mi ha solo dato una certa autonomia e questo mi rende abbastanza serena.
EliminaCara Giulia, grazie di aver scritto questo bellissimo post che mi ha molto emozionato. Penso che ci siano realmente incontri che cambiano la vita, come quello con il tuo prozio, che ti ha indicato una strada, ma poi sei stata tu a scegliere con determinazione. Una persona dal carattere più debole si sarebbe subito arresa alle istanze della famiglia. Molte volte rifletto sulle ragazze e le donne che in alcuni paesi del mondo non possono avere un'istruzione, neppure a livello elementare, che è la vera chiave per l'indipendenza: istruzione + indipendenza economica è il binomio da seguire, anche se in alcuni casi nemmeno questo basta perché la pressione sociale è enorme.
RispondiEliminaMi chiedi se ho avuto la vita che volevo e ti rispondo non soltanto "sì", ma che ha addirittura superato le mie aspettative in una maniera che non mi sarei mai immaginata.
Grazie Cristina per il tuo bellissimo commento, sono felice di averti emozionato. Ogni tanto quando ripenso al mio percorso mi rendo conto di essere stata molto determinata per ottenere una mia indipendenza e di questo posso essere soddisfatta.
EliminaSono molto felice che la tua vita abbia soddisfatto le tue aspettative e di averle anche superate, ma conoscendoti so che il tuo impegno è stato enorme e quindi ti sei meritata tutto. Un abbraccio di cuore.
Bella riflessione. La mia esperienza è diversa. Io non ho mai dubitato di voler continuare a studiare. Amavo visceralmente i libri di narrativa, le parole, mi sono immaginata fin da piccola al Liceo Classico, e così fu. Anch'io avevo genitori non proprio comprensivi, come i tuoi gente del sud. Mio padre, per esempio, non avrebbe voluto per me il liceo ma un tecnico, perché voleva che cominciassi a lavorare dopo il diploma. Una visione del tutto cieca alle mie esigenze, alla mia personalità. Dovette accettarlo e pure che proseguissi all'università. La sua terza figlia non solo fece il liceo (scientifico) ma pure Architettura fuori sede. Col tempo lui capì, ma in un primo momento dovetti lottare per andare... al liceo. :(
RispondiEliminaEro fidanzata dall'età di 15 anni col ragazzo che poi ho sposato (quest'anno compiremo... 40 anni assieme!) e dopo l'università ci sposammo e venni a vivere vicino Roma (dove lui si trovava già da due anni). Il resto è semplice: lavoro da insegnante, teatro. Ho la vita che avrei voluto? Non mi posso lamentare di ciò che ho, ma resta il rimpianto di non aver vissuto in maniera più avventurosa, sono stata molto ancorata alla famiglia e poi al matrimonio. La stessa università fu a 40 km, quindi non vissi l'esaltante esperienza di andare via di casa. E sono certa avrei affrontato tutto con la tua stessa tenacia e spirito di sacrificio.
Tu avevi le idee chiare sugli studi e sul tuo futuro, cara Luz, magari avere accanto un ragazzo che amavi è stato anche di aiuto per capire la strada da fare (stare con qualcuno che studia e che vuole fare l’università a quindici anni non è da tutti, ma è davvero bello che siete stati insieme tutta una vita. Non so cosa intendi per vita avventurosa, forse viaggiare di più? Io credo che ogni giorno vissuto sia un’avventura da affrontare e poi con il teatro tu vivi tante storie nuove anche nel rapporto bellissimo con i tuoi studenti.
EliminaPer vita "avventurosa" intendo proprio ciò che mi è mancato. Vedevo la differenza di esperienze fra me, che ogni pomeriggio tornavo a casa in treno e le mie compagne di università che invece avevano l'alloggio o casa affittata e organizzavano uscite e partecipazione a spettacoli che si tenevano in ateneo sempre sul tardi. È una delle tantissime cose che credo mi sia persa.
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