giovedì 11 giugno 2026

Crimini dimenticati tra memoria e mistero

 

Il passato è una terra straniera (Gianrico Carofiglio) 


Qualche sera fa ho recuperato su Rai Play una puntata di Belve Crime con un’intervista a Roberto Savi, il capo della banda della Uno Bianca. Sono rimasta molto colpita perché questa storia riguarda anche un periodo importante della mia vita e sono riemersi ricordi che credevo lontanissimi.

La banda agì tra il 1987 e il 1997, allora facevo l'università per laurearmi nel 1988 e iniziavo la mia vita lavorativa nel 1989. Quegli anni li ricordo molto bene. A Bologna si viveva nel terrore: ogni giorno potevi trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato e diventare un bersaglio. Ricordo che, quando venne ucciso un passante a Zola Predosa durante una rapina, io lavoravo proprio in quella zona. Avrei potuto essere io a passare da quella strada.

Non ho mai creduto che i fratelli Savi fossero gli unici responsabili. Ho sempre pensato che esistessero mandanti collocati a un livello molto più alto, persone che in qualche modo contribuivano a determinare la strategia del terrore di quel particolare momento storico.

Ventiquattro omicidi e 115 feriti tra il 1987 e il 1994: numeri che ancora oggi fanno impressione.

Roberto Savi, ormai anziano, con un aspetto gracile e dimesso, racconta con voce flebile e incerta come tutto ebbe inizio. Parte dall'infanzia e descrive un padre ossessionato dalle armi, al punto da tenere in casa un vero arsenale. Un uomo che delirava di idee violente di estrema destra, odiava neri e zingari e lo picchiava frequentemente. A diciott'anni Savi lasciò la casa dei genitori, trovò un lavoro ed entrò in polizia quasi per caso, più che per una reale vocazione.

Non voglio ripercorrere qui l’intervista, che chiunque può recuperare facilmente su RaiPlay. Vorrei invece condividere alcune riflessioni.

Senza alcuna intenzione di giustificare i crimini commessi dai Savi, colpisce il contrasto tra la gravità delle loro azioni e l’immagine che emerge dall’intervista: Roberto Savi appare quasi stupito, inconsapevole, come una persona incapace di comprendere fino in fondo ciò che ha fatto. Forse è una recita, forse no.

Quello che mi ha colpito maggiormente è un altro pensiero: se non fosse cresciuto con un padre che esaltava la violenza contro le minoranze e considerava le armi un valore fondamentale — Savi racconta di aver imparato a sparare quasi prima che a camminare — sarebbe comunque nata una banda così efferata?

Poi c’è la questione del cosiddetto “terzo livello”. Savi racconta di periodici viaggi a Roma per incontrare qualcuno, ma non chiarisce mai chi fosse. Rimane nel vago, dice e non dice, lasciando intendere l’esistenza di un livello superiore all’interno dello Stato che avrebbe orientato o coperto determinate attività criminali.

Sono affermazioni che vanno prese con cautela, ma una domanda continua a tornarmi in mente: com’è possibile che per sette anni siano riusciti a sfuggire alle indagini? E perché furono arrestati proprio in quel momento? A volte viene il sospetto che siano stati presi non quando si riuscì finalmente a trovarli, ma quando qualcuno decise che non era più il caso di proteggerli. 

Forse questo è l'ennesimo mistero italiano destinato a rimanere senza risposta; anzi, è molto probabile che sia così. È possibile che vi sia stata una regia dall'alto, responsabile di una lunga scia di sangue per ragioni che possiamo soltanto intuire, ma delle quali non possediamo prove concrete.

Certe vicende, mai del tutto chiarite, rimangono depositate sul fondo della memoria collettiva, avvolte da zone d'ombra che il tempo non è riuscito a dissipare. Ed è per questo che continuano a riaffiorare periodicamente, sospinte dai ricordi o da nuove ricostruzioni giornalistiche, sospese in una sorta di limbo della memoria, in mezzo alle domande rimaste senza risposta 

Quando rifletto su questi fatti, ho sempre più l'impressione di essere in balia degli eventi. E, alla luce di ciò che accade oggi nel mondo, mi domando: siamo davvero protagonisti della nostra esistenza oppure ci limitiamo ad attraversare una successione di eventi, felici per pura fortuna e tragici per una crudele casualità?


Fonti immagini: Pixabay 

La citazione è il titolo di un romanzo di Carofiglio 

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