sabato 7 marzo 2026

La vita che volevo

Per ogni cosa che valga la pena di avere nella vita, vale la pena che si lavori per ottenerla. Andrew Carnegie 



Qualche tempo fa, commentando un post di Ariano Geta, ho scritto:

“Che vita voglio vivere? Bella domanda. Dopo le superiori, però, spesso non si ha un’idea chiara: si segue l’istinto. E, di solito, l’istinto non sbaglia. Ricordo quando decisi di fare l’università a Bologna, con l’idea di trovare anche un lavoro, perché volevo essere indipendente… Potrei scriverci un post intero.”

Riflettendo, mi chiedo oggi se avessi davvero chiaro il mio obiettivo di vita. In realtà, molte scelte nascono dall’istinto, senza pensarci troppo. Ma lasciare la Puglia per Bologna fu una decisione ben precisa.

Vivere in un piccolo paese della provincia di Foggia mi stava stretto. Da bambina, mi sembrava un luogo limitato, senza grandi eventi, un posto noioso dove non succedeva mai niente. Con il tempo ho capito che era una visione riduttiva: anche nei posti più tranquilli accadono storie, dettagli, eventi – e io me ne sono nutrita per i miei gialli. Però c’era qualcosa di vero nella mia sensazione: se volevo cambiare vita, dovevo andare via.

Da bambina ero curiosa e intelligente; crescendo, sono diventata un po’ ribelle, insofferente alle regole. Non tutte le regole, solo quelle che mi sembravano assurde. Per esempio, diventare indipendente come donna, in un paese di circa 16.000 abitanti, era complicato. Le donne si sposavano e facevano le casalinghe, o si accontentavano di lavori precari, spesso in nero, che abbandonavano quando si sposavano e diventavano dipendenti dal marito. Oppure lavoravano nell’attività del coniuge. L’idea di dipendere da un uomo non mi piaceva: la rifiutavo, anche se a volte confusamente. Con gli anni, quella convinzione è diventata sempre più solida.

E così, tra curiosità, ribellione e desiderio di libertà, ho capito che la mia vita la potevo costruire solo scegliendo di andare altrove.

Perché scelsi Bologna? Anche questa decisione nacque da considerazioni pratiche, ma non solo. Bologna mi attirava per molti motivi.

Prima di tutto, adoravo Francesco Guccini e altri cantautori bolognesi: Lucio Dalla, Luca Carboni, e artisti meno noti come Claudio Lolli. L’idea di vivere nella loro città mi affascinava, come se Bologna avesse già una colonna sonora capace di parlarmi.

Per un breve periodo, sull’onda di una cotta travolgente per Alberto Fortis, avevo pensato anche a Milano. Ma poi la realtà prese il sopravvento. Informandomi sull’assistenza agli studenti fuori sede, scoprii che Bologna offriva un sistema eccellente: se riuscivi ad accedere alla borsa di studio avevi tutto, un posto nella casa dello studente e un assegno mensile di mantenimento. Non era una grande cifra, ma a me bastava. Stringendo la cinghia, riuscivo a vivere con dignità e autonomia, senza chiedere soldi ai miei.

Seguendo anche i consigli di un paio di amiche già iscritte all’Università di Bologna, decisi di iscrivermi anch’io.

Col senno di poi, mi rendo conto che quella scelta fu una soglia: l’ingresso vero nella vita adulta. Bologna offriva molto anche dal punto di vista lavorativo e, dopo la laurea, trovai quasi subito un impiego. Nel frattempo, avevo incontrato anche un amore bolognese. Così, senza accorgermene, mi ero costruita una nuova casa.

Insomma, una volta arrivata qui, non sono più riuscita a ripartire. Quella che doveva essere una tappa è diventata una radice.

Il bivio del destino

Occorre però che vi racconti un piccolo episodio, capace di spiegare come si possa arrivare a compiere certe scelte decisive. Accadde alla fine della terza media e fu determinante per la decisione di continuare a studiare, cosa che allora non era affatto scontata per me.

Esistono incontri che ti cambiano la vita, in meglio o in peggio. A volte i genitori non riescono a motivarti né a indicarti una strada. Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo come un cagnolino. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è pienamente ricambiato.

C’è un episodio della mia vita che ancora oggi considero un punto di svolta. Accadde alla fine della terza media, quando mi trovai davanti a una scelta che allora non sembrava importante, ma che avrebbe deciso molto del mio futuro: continuare a studiare oppure no.

A quell’età esistono incontri che possono cambiarti la vita. E a volte sono proprio le persone più insospettabili a farlo. I genitori, pur amandoti, non sempre riescono a indicarti una strada.

Alle medie ero legatissima a una mia amica: la seguivo ovunque, come un’ombra. Quando si è giovani, l’amica del cuore è tutto, anche se non sempre il sentimento è ricambiato allo stesso modo. Lei non amava studiare e decise che, finita la terza media, sarebbe andata a lavorare.

Io pensai che avrei fatto lo stesso. In fondo era quello che mi veniva ripetuto in casa.

Mia madre, donna dolce ma prigioniera di idee antiche, mi diceva come una cantilena che le donne non dovevano studiare, che io, essendo la più piccola, dovevo diventare il “bastone della sua vecchiaia”.

La amavo moltissimo, ma quelle parole pesavano come macigni.

E poi c’era la frase che concludeva sempre ogni discorso:“Anche se studi, il lavoro non lo trovi, se non hai le conoscenze giuste”.

Le mie sorelle rimasero ai margini di quella decisione. Erano adolescenti distratte, ignare che il mio futuro avrebbe toccato anche il loro.

Un pomeriggio, mentre tornavo a casa, incontrai per strada mio prozio, il fratello minore di mia nonna. Era così giovane che mio padre aveva solo sette anni più di lui. Era un uomo che si era costruito da solo, con una ditta di costruzioni e una vita solida alle spalle.

Mi salutò con affetto e mi chiese:

«A quale scuola superiore ti iscriverai?»

Io risposi senza pensarci, ripetendo le parole di mia madre:

«Non continuerò a studiare. Tanto non troverò lavoro lo stesso».

Lui mi guardò come se avessi detto qualcosa di incomprensibile.

«Ma come? Una brava come te!» esclamò. Sapeva che a scuola avevo quasi sempre il massimo dei voti.

Poi iniziò a parlarmi dello studio come di una porta aperta sul futuro. Mi disse che non dovevo rinunciare, che il sapere era una ricchezza che nessuno mi avrebbe mai potuto togliere.

Mi consigliò di iscrivermi a un istituto tecnico: così avrei avuto un diploma, una possibilità concreta di lavorare, e, se avessi voluto, anche di continuare con l’università.

Quell’incontro durò pochi minuti. Ma cambiò la direzione della mia vita.

Quel giorno capii che volevo continuare a studiare e intraprendere una mia strada.  Dentro di me qualcosa si era mosso. Una piccola ribellione silenziosa. Capivo che studiare non significava solo andare a scuola: significava scegliere me stessa.

Non so se mio prozio si rese conto di ciò che aveva fatto. Forse per lui fu solo una conversazione qualunque. Per me fu una porta che si aprì.

E ogni volta che ripenso a quel pomeriggio, rivedo quella strada, il sole che calava e una ragazza che, senza saperlo, stava iniziando a camminare verso la propria libertà.

Alcune riflessioni

Per me era fondamentale diventare indipendente. Non è stato immediato. Quando ho iniziato a lavorare, guadagnavo uno stipendio, ma dovevo affrontare un affitto alto (oggi lo è ancora di più) e tutte le spese: bollette, cibo, vita quotidiana. Spesso arrivavo a fine mese con fatica.

Paradossalmente avevo meno pensieri quando studiavo, anche se stringevo la cinghia ancora di più. A volte mi chiedevo se sarei davvero riuscita a diventare autonoma. E spesso pensavo di tornare in Puglia. Ma l’amore, in quel momento, era qui a trattenermi.

Vivendo lontano da casa ho scoperto di essere più determinata e resistente di quanto credessi. Ho resistito finché non ho trovato una casa in affitto decente, dopo aver cambiato abitazione una decina di volte: infatti conosco quasi tutti i quartieri di Bologna.

Nel frattempo mi sono sposata, e poi il matrimonio è finito. Ho cambiato amore, ho cambiato lavoro, e poi tante altre cose.

In fondo, le scelte fatte per istinto si sono rivelate giuste. Oggi sono una persona indipendente, più consapevole, tutto sommato serena. Non ho rimpianti veri: ho solo strade percorse.

Cosa direi oggi alla ragazza che partiva dalla Puglia

Le direi di non avere paura della fatica.

Che si sentirà sola, qualche volta, e che penserà di aver sbagliato strada. Ma le direi anche che diventerà più forte di quanto immagini.

Che l’indipendenza non sarà un punto d’arrivo, ma un processo lungo, fatto di traslochi, amori sbagliati, lavori precari e piccole conquiste.

Le direi: vai. Parti. Fidati del tuo istinto.

Perché anche se non tutto andrà come speravi, diventerai esattamente la persona che avevi bisogno di diventare.

La vita che vorrai non sarà quella che immagini adesso. Non sarà lineare, né facile, né perfetta. Sarà fatta di stanze cambiate spesso e di valigie rifatte troppe volte, di amori che finiscono e di altri che arrivano quando non te li aspetti, di paure, di conti che non tornano, di giorni in cui penserai di aver sbagliato tutto.

E ogni volta che avrai paura di non farcela, ricordati perché sei partita: per essere libera, per non dipendere da nessuno, per scegliere da sola chi essere.

Ma dentro quella vita ci sarai sempre tu: la tua fame di libertà, la tua testardaggine, il tuo desiderio di non dipendere da nessuno.

Conclusioni

Non voglio dilungarmi oltre ma, ritornando al titolo del post: ho avuto la vita che volevo?

Se devo essere sincera, sì e no. L’indipendenza è l’unico desiderio che ho realizzato davvero, gli altri desideri si sono persi un po’ per strada, alcuni si sono arenati nonostante abbia speso impegno, dolori ed energie, altri sono arrivati a un compromesso (a volte è necessario arrendersi per non soccombere) altri sono stati accantonati, ma non sto a farvi l’elenco dettagliato, non avrebbe senso, però la mia è stata una vita consapevole, sono stata io la regista e non altri e questo non è poco.


E voi cosa ne pensate? avete la vita che avevate immaginato? 


Fonti immagini: Pixabay