domenica 27 settembre 2026

La città dei vivi e storie simili

 

Immagine cover reperita on line

Anni fa, precisamente nel 2022, avevo letto La ferocia di Nicola Lagioia (se non ricordo male, vincitore del Premio Strega) e la sua scrittura non mi era piaciuta affatto. Tant’è che su Goodreads avevo lasciato questa recensione:

“Un libro estremamente faticoso da leggere, per certi tratti quasi incomprensibile, ho cominciato a capire un pezzetto di trama a metà romanzo quando finalmente il personaggio di Michele viene sviscerato molto meglio degli altri e c’è qualche approfondimento psicologico. In fondo la storia é interessante e l’autore scrive bene quando lascia andare l’autocompiacimento di una scrittura ricercata e difficile per il lettore. Sono arrivata alla fine con sollievo e, purtroppo, anche con molti punti interrogativi rimasti irrisolti.”

Dopo quella lettura mi ero ripromessa di non leggere mai più un libro di Lagioia. Poi è arrivato La città dei vivi, dedicato a una vicenda sconvolgente avvenuta nel 2016; il libro è profonda e sconvolgente ricostruzione in forma di romanzo-inchiesta dell'omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo del 2016.

Quando il libro è uscito non l’avevo comprato. Poi è arrivato il film e, incuriosita, ho deciso di dare una seconda possibilità a Lagioia e di leggere il libro.

E devo dire che ho cambiato completamente opinione: La città dei vivi mi è piaciuto molto e, soprattutto, questa volta ho trovato la sua scrittura finalmente chiara e comprensibile. Evidentemente, a volte, vale la pena ricredersi. 

Riporto la recensione che ho scritto su Goodreads:

“Esistono fatti di cronaca che colpiscono più di altri per la loro efferatezza e, soprattutto, per la loro apparente insensatezza. Per me, l’omicidio di Luca Varani è stato uno di questi: quando è accaduto, la sua brutalità mi ha tolto il sonno.

Nicola Lagioia ha scritto un romanzo documentario potentissimo, capace di ricostruire i fatti e, allo stesso tempo, di addentrarsi nella psicologia disturbante di Foffo e Prato. La narrazione lascia senza fiato e porta a interrogarsi a lungo sulla dinamica degli eventi che può aver condotto due giovani provenienti da famiglie agiate a compiere un delitto tanto crudele. Ho apprezzato molto anche la scelta di Lagioia di non concentrarsi esclusivamente sui due assassini, ma di raccontare le persone che ruotano intorno a loro: gli amici, i familiari, le relazioni e l’ambiente in cui tutto è maturato. Sono proprio questi personaggi, insieme alla ricostruzione minuziosa dei fatti, a rendere ancora più inquietante e complessa la vicenda.

E poi c’è Luca, la vittima, e c’è il dolore della sua famiglia: un dolore che nessuna spiegazione, per quanto approfondita, riesce davvero a contenere o a rendere comprensibile.

Una lettura durissima, che lascia addosso molte domande e una profonda inquietudine.“

Avevo pensato di scrivere un post su questa incredibile vicenda. Due uomini, apparentemente lontani dall’idea di poter commettere un delitto del genere, arrivano quasi “per caso” a compiere un omicidio efferato, forse anche sotto l’effetto della droga e senza che emerga una spiegazione davvero razionale. La lettura, però, mi aveva lasciato addosso un senso di angoscia così forte che, alla fine, avevo pensato di lasciar perdere. Poi, qualche giorno fa, ho sentito al telegiornale la notizia di un altro omicidio assurdo, avvenuto a Torino, che per certi aspetti presenta delle inquietanti somiglianze con questa vicenda, con risvolti che sembrano essere persino più sconvolgenti. Ed è così che ho deciso di tornare sull’argomento e scrivere questo post.

Ma partiamo dal primo caso: l’omicidio di Luca Varani.

Quello che colpisce maggiormente della vicenda, almeno per come viene ricostruita attraverso le testimonianze riportate nel libro, è il profilo dei due carnefici, Manuel Foffo e Marco Prato. Entrambi conducevano, almeno in apparenza, una vita normale: provenivano da famiglie agiate e, pur non avendo una situazione lavorativa particolarmente stabile, non sembravano avere problemi economici. Frequentavano i locali della movida romana, avevano una vita sociale e, come molti giovani, erano ancora alla ricerca di una propria identità.

Un elemento che emerge con chiarezza è il loro consumo di cocaina. Ma fino a che punto l'abuso di droga può spiegare un omicidio apparentemente privo di un movente? È una delle domande che mi sono posta durante la lettura.

I due attirarono Luca Varani nell’appartamento di Manuel Foffo e lì lo uccisero, sottoponendolo a violenze atroci. Ed è proprio l’assenza di una spiegazione semplice e definitiva a rendere questa vicenda così difficile da comprendere.

La città dei vivi non è, però, soltanto la ricostruzione di un caso giudiziario. Lagioia utilizza questa storia per raccontare anche Roma, una città che emerge dalle pagine come un organismo complesso, contraddittorio, vitale e al tempo stesso attraversato da degrado e inquietudine. Attraverso le vicende dei protagonisti, l’autore si interroga sul confine, tutt’altro che netto, tra il bene e il male, sulla responsabilità individuale, sulla colpa, sul libero arbitrio e sull’istinto di sopraffazione. L'omicidio di Luca Varani sembra sfuggire a una spiegazione univoca e costringe a interrogarsi non soltanto sulle circostanze che hanno portato al delitto, ma anche sulla fragilità dell’essere umano e sulla possibilità che un’esistenza apparentemente normale possa precipitare improvvisamente nell’orrore.

L'autore cerca di entrare nelle vite della vittima e dei suoi carnefici, senza limitarsi a raccontare ciò che è accaduto, ma tentando di capire come si possa arrivare a quel punto: come persone che, almeno fino a un certo momento, conducono una vita apparentemente normale possano oltrepassare una soglia dalla quale non si può più tornare indietro.

Riguardo al caso di Torino, qui non posso dire molto tranne raccontare la vicenda.

Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, tutto sarebbe iniziato con un festino a base di alcol e droga, proseguito poi con una lite per questioni di denaro e culminato in un omicidio. A rendere la vicenda ancora più sconvolgente è ciò che è accaduto dopo: il corpo della vittima è stato smembrato e nascosto in sacchi e bidoncini, nel tentativo di disfarsene. È una sequenza di eventi che lascia senza parole e che, nell’arco di quattro giorni, si consuma all’interno di un appartamento di via Gulli, nel quartiere Borgo Vittoria, nella periferia nord di Torino.

La vittima è Fabio Colapietro, 39 anni. Per l’omicidio sono stati coinvolti tre giovani e, secondo quanto emerso dalle indagini e dalle dichiarazioni riportate dalla stampa, la vicenda sarebbe nata proprio durante quella notte di eccessi. Tra i protagonisti c'erano anche Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, accusato dell'omicidio, e Nicole Formichetti, 47 anni, l'insegnante nell'appartamento della quale si sarebbero svolti i fatti e che è accusata di favoreggiamento e occultamento di cadavere.

Quello che colpisce, ancora una volta, è il ruolo giocato dalle droghe. Secondo quanto riferito da De Oliveira Morando durante l’interrogatorio, quella sera sarebbero state assunte diverse sostanze: crack, LSD, funghi allucinogeni, hashish e altre droghe.

Ed è proprio qui che mi sono fermata a riflettere.

Possibile che una serata debba necessariamente trasformarsi in una gara a chi riesce a spingersi oltre il limite? Che cosa porta delle persone a cercare lo sballo fino a perdere completamente il controllo delle proprie azioni? E soprattutto: quanto può diventare sottile il confine tra una notte di eccessi e qualcosa di irreparabile?

Mi sono posta queste domande leggendo questa vicenda e inevitabilmente mi è tornato in mente il caso di Luca Varani. Due storie diverse, con protagonisti e circostanze diverse, ma accomunate da un elemento che continua a inquietarmi: persone apparentemente normali che, in un contesto di droga, alcol e perdita di controllo, arrivano a compiere gesti dai quali non si può più tornare indietro.

Forse è proprio questo l'aspetto che più mi ha colpito e che mi ha spinto a scrivere questo post.

Quello che mi inquieta, leggendo queste due vicende, è un’altra cosa: il momento in cui la ricerca dello sballo diventa perdita totale del controllo, quando la droga si intreccia con alcol, rabbia, fragilità, dinamiche di gruppo e situazioni che sfuggono completamente di mano. E e c'è una domanda ancora più difficile: quanto conosciamo davvero le persone che abbiamo accanto e quanto può essere sottile il confine tra una vita apparentemente normale e qualcosa di terribile?

Non ho una risposta, naturalmente. Ma forse è proprio per questo che, dopo aver letto il libro e dopo aver sentito parlare del caso di Torino, ho sentito il bisogno di scriverne.

Forse è questo che mi ha inquietato più di tutto: scoprire quanto sia difficile trovare una spiegazione razionale quando l'orrore irrompe nella vita di persone che, fino a quel momento, sembravano semplicemente persone normali.

E voi, cosa avete pensato leggendo una storia come questa? Vi siete mai trovati davanti a una vicenda di cronaca che vi ha fatto dubitare di quanto sia davvero possibile conoscere una persona?


sabato 5 settembre 2026

La lunga estate calda

 


Credo che questo fosse anche il titolo di un film di molti anni fa: La lunga estate calda. È curioso come certe parole, certe immagini, riescano a rimanere scolpite nella memoria.

Ebbene sì, era proprio un magnifico film del 1958, con Paul Newman e Joanne Woodward, che proprio dopo questo film si sposeranno.

E io, invece, come ho passato la mia estate?

Mi è sembrato di attraversare ogni giorno il deserto del Sahara. Le uniche, relative tregue arrivavano al mattino presto, quando mi concedevo una lunga passeggiata per muovermi un po’ e cercare di raggiungere i miei 5.000 passi quotidiani. Dicono che ne servirebbero 7.000, ma in certi giorni anche 3.500 erano già un piccolo record!

Insomma, bastava superare una certa ora perché diventasse praticamente impossibile fare qualsiasi cosa mi fossi prefissata di fare fuori casa. In casa, invece, mi difendevo come potevo, tra aria condizionata e ventilatore.

Ma era davvero una vita degna di questo nome? Boh, direi proprio di no…

Come se non bastasse il caldo, sono stata tormentata per due mesi interi — luglio e agosto — da una lombosciatalgia più o meno latente. Dolori ogni volta che dovevo sollevare la gamba sinistra, tanto che anche i movimenti più semplici finivano per diventare una piccola impresa.

Insomma, più che una lunga estate calda, la mia è stata una lunga estate di sopravvivenza!

Lo scorso 6 agosto è morto Francesco Guccini e la notizia mi ha molto rattristata. È stato un cantautore che ha accompagnato tutta la mia vita, e mi è dispiaciuto non essere a Bologna per poter andare davanti alla sua vecchia casa e cantare le sue canzoni insieme alla folla di persone che si è riunita spontaneamente in via Paolo Fabbri 43.

La notizia della sua scomparsa è stata davvero un colpo al cuore. Guccini ha accompagnato la mia vita con i suoi versi poetici e con la sua musica, malinconica e spesso ironica, con cui raccontava il nostro tempo attraverso parole limpide e con quella discrezione che ha sempre contraddistinto la sua presenza.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo in un lontano 21 giugno 1984, quando tenne un concerto gratuito in Piazza Maggiore. Era il mio primo anno di università e per me fu un regalo straordinario: ero in prima fila, a due passi dal palco.

E poi c'è stato quell'incontro, diversi anni fa, proprio in via Paolo Fabbri 43. Lo incrociai per caso e, con la voce incrinata dall'emozione, gli chiesi un autografo. Allora abitava ancora a Bologna e io passavo spesso da quella strada, nel quartiere in cui sono cresciuta e in cui vivo ancora oggi.

Fu un incontro breve, ma è rimasto uno dei ricordi più preziosi che porto con me. E ancora oggi ci sono sentimenti e pensieri che riesco a esprimere soltanto attraverso i suoi versi. Nel mese di agosto ho riscoperto alcune delle sue canzoni. Le ho riascoltate con un'emozione diversa, come succede quando la voce di qualcuno che ha attraversato la nostra vita improvvisamente non c'è più. E, in fondo, quelle canzoni erano rimaste lì, dentro di me pronte a uscire ogni volta per esprimere emozioni e sentimenti. 

Nel frattempo ci sono stati sviluppi nel contesto familiare, mia sorella ha fatto il secondo intervento subito dopo ferragosto e ora è in fase di ripresa e in attesa di definire eventuali terapie successive. In questi momenti capiamo l’importanza di avere un servizio sanitario nazionale che, in Puglia, da quello che ho potuto sperimentare, funziona bene. 

In questa estate non sono mancate nemmeno le brutte notizie dal mondo, tanto che sempre più spesso mi chiedo in quale direzione stiamo andando. Ogni giorno in attesa dell'oracolo, di una nuova profezia: tra il caldo, i cataclismi e i venti di guerra, veniamo continuamente risvegliati dal nostro torpore estivo.

Mi ha preoccupata moltissimo, per esempio, la notizia che in alcuni Paesi europei siano state date indicazioni alla popolazione per prepararsi a eventuali emergenze, arrivando perfino a suggerire di avere in casa un vero e proprio kit di sopravvivenza.

E allora mi sono chiesta: dobbiamo davvero preoccuparci? Oppure anche queste notizie sono, in qualche modo, delle “armi di distrazione di massa”, capaci di alimentare ansie e paure mentre cerchiamo semplicemente di vivere la nostra quotidianità? 

L'estate porta questo,  ci lascia più tempo per riflettere e per ricordare. E mentre cerchiamo di difenderci dal caldo, dalle giornate troppo assolate e faticose, la mente torna indietro, mescolando passato e presente tra la nostalgia e le preoccupazioni per quello che ci aspetta.

E mentre Settembre inizia la sua corsa vi lascio con alcune parole di Francesco Guccini tratte da una delle sue canzoni più belle, la canzone dei dodici mesi.

Settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull'età, dopo l'estate porti il dono usato della perplessità, ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,  come scintille bruciano nel tuo fuoco le possibilità.


Fonti immagini: Pixabay