lunedì 12 ottobre 2026

Ci penserò domani

 


è meglio prendere decisioni imperfette che essere alla continua ricerca di decisioni perfette che non si troveranno mai. (Charles de Gaulle)



«Non posso pensarci adesso. Ci penserò domani. In fondo, domani è un altro giorno».

È la celebre frase di Rossella O’Hara in Via col vento, pronunciata nell'indimenticabile finale del film. Una frase che, a pensarci bene, contiene una saggezza forse più profonda di quanto immaginiamo: non tutto deve essere risolto subito. A volte, rimandare è il modo migliore per ritrovare la lucidità.

Mi capita spesso di arrivare a sera così affaticata che persino la più piccola decisione diventa un peso enorme. Cosa mangiare? Quale programma guardare? A volte mi accorgo di essere talmente stanca da non avere nemmeno la voglia di cambiare canale. E poi mi arriva a tradimento quel piccolo dubbio, quel tarlo su un problema lavorativo o personale, la mia mente stanca vacilla. E così mi dico: ci penserò domani!

È come se, dopo una giornata intera trascorsa a pensare, valutare, scegliere e risolvere problemi, la mia mente non avesse più risorse da spendere. Anche decidere che cosa fare nel tempo libero diventa una fatica.

Me ne accorgo soprattutto nel tardo pomeriggio, durante le giornate di lavoro più impegnative, quando alcuni colleghi mi rivolgono domande apparentemente semplici. Sono situazioni che possono irritarmi parecchio. Per esempio, dopo aver discusso una pratica per due ore al mattino ed essere già arrivati a una conclusione, ecco che nel pomeriggio qualcuno torna alla carica: «Allora, mando avanti questa pratica?». Oppure: «Che faccio, metto in firma questo documento?».

Domande alle quali ho già risposto, talvolta più di una volta. Eppure, sembra che la decisione debba essere nuovamente confermata, come se la responsabilità di scegliere non potesse essere assunta fino in fondo da chi mi sta interpellando.

In quei momenti ho la sensazione che mi venga chiesto non tanto un parere, quanto una rassicurazione. È come se una parte del peso della decisione, anche quando si tratta di qualcosa di irrilevante, venisse trasferita sulle mie spalle.

E quando le energie sono ormai al limite, anche questa piccola richiesta può diventare insopportabile.

Così, a volte, rispondo semplicemente: «Pensiamoci domani, a mente fresca. Se non l'abbiamo fatto fino a questo momento, non cambierà nulla se ce ne occupiamo il giorno dopo».

E, nella maggior parte dei casi, è proprio così. Il mondo non si ferma, le cose non precipitano e quella decisione che la sera sembrava urgente torna ad avere, il mattino seguente, le sue dimensioni reali.

Una volta non capivo perché queste situazioni mi dessero tanto fastidio. In fondo, mi dicevo, era soltanto una domanda. Poi ho cominciato a chiedermi se, dietro la mia irritazione, non ci fosse qualcosa di più.

La risposta è arrivata quest'estate, quasi per caso, leggendo una rivista sotto l'ombrellone. Mi sono imbattuta nell'articolo di una psicoterapeuta che descriveva una condizione nella quale mi sono riconosciuta immediatamente: l'affaticamento decisionale, conosciuto anche con il termine decision fatigue.

È la sensazione che si manifesta quando siamo chiamati a prendere decisioni in continuazione e, a un certo punto, ci sembra di non avere più la lucidità, la pazienza o l'energia necessarie per valutarle. Ogni giornata ci chiede di scegliere, confrontare alternative, prevedere conseguenze, risolvere imprevisti e assumerci responsabilità. Alcune decisioni sono importanti, altre quasi insignificanti. Ma si accumulano, una dopo l'altra, fino a occupare uno spazio mentale considerevole.

Il problema, quindi, non è necessariamente la difficoltà della singola scelta, ma la quantità di scelte che abbiamo già affrontato prima di arrivare a quel momento.

Secondo l'articolo (e questa cosa mi è rimasta impressa) sembra che a livello biochimico aumenti la produzione di cortisolo delle ghiandole surrenali, l’ormone dello stress che a livelli elevati continui contribuisce alla sensazione di esaurimento mentale

Il nostro cervello è molto efficiente, ma le capacità di attenzione, autocontrollo e valutazione non sono infinite. Quando siamo stanchi o sottoposti a una pressione prolungata, può diventare più difficile ragionare con calma, confrontare le alternative e tollerare l'incertezza.

Se il cervello non si ferma mai ed è continuamente sotto pressione può cercare delle strade alternative, prende delle scorciatoie: rimandare una decisione, scegliere impulsivamente per liberarci del problema, evitare di scegliere oppure irritarci anche per richieste che, in altre circostanze, avremmo accolto senza difficoltà.

Non significa necessariamente che siamo diventati meno capaci o meno pazienti. Può significare, più semplicemente, che siamo arrivati al limite delle nostre energie disponibili. E allora anche una domanda banale può diventare la goccia che fa traboccare il vaso.

Questa fatica può riguardare chiunque, ma nella vita contemporanea pesa particolarmente sulle donne, ancora spesso chiamate a ricoprire più ruoli contemporaneamente.

Non si tratta soltanto di lavorare, occuparsi della casa o organizzare la vita familiare. C'è anche tutto ciò che non si vede: ricordare gli appuntamenti, coordinare gli orari, anticipare i bisogni degli altri, mediare i conflitti, tenere insieme gli impegni e preoccuparsi del benessere emotivo delle persone che ci circondano. 

È un lavoro mentale continuo, fatto di pianificazione, previsioni e piccole decisioni che raramente vengono riconosciute come tali. E proprio perché spesso rimane invisibile, può diventare difficile accorgersi di quanto spazio occupi e di quanta energia richieda.

Se a questo si aggiungono il perfezionismo, l'ansia di sbagliare e la difficoltà a delegare, il rischio è quello di continuare a farsi carico di tutto, fino a sentirsi esauste.

Che cosa possiamo fare, allora?

Forse il primo passo è smettere di considerare ogni decisione come qualcosa che richiede necessariamente la nostra attenzione immediata.

Possiamo imparare a distinguere ciò che è davvero urgente da ciò che può aspettare, eliminare gli impegni superflui, semplificare le abitudini quotidiane e affidare agli altri una parte delle responsabilità. Possiamo anche stabilire alcune routine che ci evitino di dover scegliere ogni volta da capo, soprattutto per le questioni meno importanti.

E poi c'è una lezione che, almeno per me, resta particolarmente difficile da mettere in pratica: rinunciare alla perfezione.

Non tutto deve essere fatto in modo perfetto. A volte è sufficiente che sia fatto “abbastanza bene”. Non tutte le alternative devono essere soppesate fino all'ultimo dettaglio, non tutte le incertezze devono essere eliminate e non tutte le decisioni devono essere prese immediatamente.

Accettare che qualcosa possa aspettare non significa essere irresponsabili. Imparare a delegare non significa essere meno capaci. E concedersi una pausa non è una debolezza.

È un modo per rispettare i propri limiti e conservare le energie per ciò che conta davvero.

Per questo, quando arrivo a sera e sento che anche la più piccola scelta mi costa una fatica sproporzionata, provo a ricordarmi che non devo necessariamente trovare una risposta a tutto, subito.

Posso fermarmi. Posso lasciare in sospeso una questione. Posso concedermi il tempo di cui ho bisogno.

E posso anche dirmi, senza sensi di colpa: ci penserò domani.

A volte il modo migliore per affrontare un problema non è insistere fino allo sfinimento, ma allontanarsene per un po', lasciando alla mente il tempo di ritrovare chiarezza. In fondo, lo sappiamo: il troppo stroppia. E questo vale anche per le decisioni, soprattutto quando pretendiamo da noi stesse di essere sempre lucide, disponibili e pronte a trovare una risposta per tutti.

Domani, con un po' di riposo in più, molte cose ci appariranno più semplici. E quelle che non lo saranno potranno comunque aspettare il momento giusto per essere affrontato.

Capita anche a voi di sentirvi sopraffatti o affaticati da decisioni di ordinaria importanza? Avete mai provato questa sensazione?


Fonti immagini: Pexels

6 commenti:

  1. Mi capitava nell'azienda dove lavoravo prima, perché oltre a dover far quadrare le dinamiche dell'attività (spedizioni marittime) con tempistiche strette e clienti sempre col fiato sul collo, si aggiungeva il fatto che se accadeva un imprevisto, anche dipendente dai nostri fornitori o da eventi imponderabili, in qualche modo i miei superiori davano la colpa a me, anche se palesemente era colpa di un fornitore o di situazioni non prevedibili sino al giorno prima. Quindi per me "decidere" significava rischiare quasi sempre dei rimproveri anche molto offensivi, puoi immaginare lo stress.
    Ora lavoro in un contesto diverso e seguo la regola: decido per ciò che mi compete, per tutto il resto non spetta a me, punto. Per fortuna anche il mio superiore è una persona corretta, non un bastardo come quelli dell'altra ditta.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Immagino lo stress hai fatto bene a cambiare e sono felice che nella nuova ditta le cose siano più corrette e soprattutto che lo sia il tuo superiore, quando c’è rispetto anche il lavoro si alleggerisce.
      Io sono una persona accomodante e disponibile, ma spesso succede che i miei collaboratori se ne approfittino un po’ per sanare le loro insicurezze…

      Elimina
  2. Quand'ero bambina, mia madre cantava "Domani è un altro giorno, si vedrà" di Ornella Vanoni. E infatti ho pensato a quella canzone leggendo il tuo titolo, più che a Rossella O'Hara nel famoso finale del film.
    L'unico periodo che ricordo con così tanta fatica, come la descrivi tu, è quando ero in trasferta ogni settimana, almeno due giorni fuori con pernotto e quando tornavo a casa, primi anni di convivenza, mi trovavo tutto sulle spalle, cucina, pulizie, lavanderia, con una madre che ha sempre voluto la perfezione assoluta (lei potendoselo permettere da casalinga full time). Ho seguito i consigli che hai indicato tu: diminuire gli impegni (insistito per diminuire drasticamente le trasferte) e diminuire o delegare il carico casalingo, ma soprattutto smetterla con il perfezionismo. Ho imparato a non sentirmi in colpa per acquistare le verdure surgelate già pronte o le cotture semplici, così come a non stirare pure i calzini. Per la mia esperienza, credo sia soprattutto uno stato mentale da conquistare: gli altri ti impongono di prendere così tante decisioni se tu glielo lascia fare. Vengono a chiederti cosa fare con una pratica, dopo averne discusso già due ore? Seguendo il metodo di un ex collega, davvero in gamba su questo, gli rimando la palla: "Uhm... e tu cosa pensavi di fare?" Quando invece arrivano tutti nel mio ufficio con estrema urgenza (per cose assolutamente non urgenti) gli ricordo semplicemente che non siamo cardiochirurghi, nessuna vita dipende dalla nostra pronta decisione. E per quanto riguarda cosa mangiare la sera quando torno a casa… ha già deciso la dietologa per me! XD

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti avere “il piatto pronto” della dietologa é molto comodo, almeno sulla cena non tocca decidere…
      A proposito di canzoni c’è anche una canzone dei Pooh intitolata proprio Ci penserò domani (frase in cui mi riconosco di più) ricordo indelebile dei miei sedici anni. Per quanto riguarda i periodi faticosi credo che le trasferte siano davvero faticose, soprattutto in questi tempi in cui tutto continua a girare vorticosamente mentre si è in trasferta. Una volta se andavo fuori ufficio per una trasferta o un corso di aggiornamento, certe questioni lavorative erano rimandate al giorno dopo o a quello del rientro, ma ora ci si ritrova con la casella di posta intasata e tante questioni urgenti da risolvere (urgenti per loro…di solito). Sulla casa perfetta e pulita ho rinunciato da tempo, ma da quando non ho più un marito disordinato va molto meglio. Per la spesa compro molte cose pronte (i pronto cuoci in friggitrice ad aria sono buonissimi e veloci)…

      Elimina
  3. Praticamente sempre, negli ultimi tempi. Però, la mia filosofia di vita è abbastanza vicina a ciò che suggerisci: mi prendo il mio tempo, senza impormi traguardi, ovviamente se non sono indispensabili. Ho capito che la salute mentale è fondamentale: allontano le fonti di stress, ciò che mi desta pensieri o preoccupazioni e molte volte il "ci penserò domani" mi è stato di aiuto. Basta organizzare le priorità e non convincersi di dovere sempre essere sul pezzo. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ormai è tutta una corsa continua, in ogni campo, fai bene a prenderti il tuo tempo, a volte il “ci penserò domani” é un’esigenza di sopravvivenza e di salute mentale…

      Elimina

Ogni commento è gradito, lascia la tua opinione dopo la lettura.
Commentando accetti la cookie policy di Google.