sabato 31 ottobre 2026

La cartella rossa dei ricordi

“I ricordi hanno bisogno di molto tempo per sparire. Ma gli basta un nulla per riaffiorare. Una voce, un suono, un'immagine, un profumo, un odore.” (Giorgio Faletti da Cenere di mandorlo)


Qualche giorno fa ho letto un libro di racconti di Francesco Guccini, intitolato Così eravamo.

Il libro raccoglie cinque storie ambientate tra la guerra e il dopoguerra, tra l’Appennino e Modena. Attraverso ricordi, incontri e personaggi comuni, Guccini racconta con ironia e malinconia la giovinezza, i cambiamenti della società e il passare del tempo. Piccole storie che riportano alla luce un mondo ormai lontano, fatto di momenti semplici che, proprio per questo, sono rimasti impressi nella memoria.

Leggendo il primo racconto, in cui si parla di un bambino che andava a scuola a piedi, mi sono ritrovata a pensare alla mia infanzia. I libri hanno anche questo potere: far riaffiorare ricordi che credevamo lontani, riportarci indietro nel tempo, a un’epoca in cui tutto sembrava più semplice.

Le mie scuole elementari sono trascorse senza particolari intoppi, ma ci sono due cose che ricordo molto bene: una cartella di cuoio rosso vivo e il fatto che andassi a scuola da sola.

Era il 1969, credo. Il primo giorno di scuola, allora cominciava il 1° ottobre, mia madre mi accompagnò davanti all’edificio. Allora abitavamo in una strada centrale del paese, in una casa molto piccola, ma a meno di cinquecento metri dalla scuola elementare. Mi disse di entrare nella sezione femminile, sulla destra dell’edificio, se ricordo bene. Eh sì, allora le classi erano ancora divise tra maschi e femmine!

E io entrai da sola. O almeno, questo è il ricordo nitido che conservo. Probabilmente mia madre mi accompagnò fino alla maestra, quel primo giorno, ma nella mia memoria è rimasta questa immagine: io che entro a scuola senza di lei. E così accadde per i cinque anni successivi, continuai ad andarci da sola.

Ma il ricordo più vivido è quello della cartella rossa. In prima elementare era lucida, nuova, bellissima. In quinta era diventata opaca, consumata, con le chiusure rotte. Tanto che, per tenerla chiusa, dovevo usare un elastico.

Incredibile, vero?

Oggi sarebbe difficile immaginare un bambino che utilizza la stessa cartella per cinque anni, ridotta in quelle condizioni. Eppure, allora, era normale. Lo era per me e, in fondo, anche per tanti altri bambini. Una cartella di cuoio era una spesa importante e doveva durare il più a lungo possibile.

Ogni giorno andavo a scuola a piedi. Finché abitavamo in centro, il tragitto era breve e tutto sembrava naturale. Poi, dopo un paio d’anni, ci trasferimmo in una casa nuova, in periferia. La strada per raggiungere la scuola diventò molto più lunga, ma io continuai ad andare e tornare a piedi, da sola.

Ripensandoci oggi, mi colpisce soprattutto questo: quanto fossero normali, allora, piccole autonomie che adesso sembrano quasi impensabili.

E basta un racconto letto per caso, una cartella rossa, una strada percorsa ogni mattina, per ritrovarsi all’improvviso bambine, con tutta la vita ancora davanti. Forse è anche questo il bello dei ricordi: non ci restituiscono soltanto ciò che eravamo, ma ci fanno riscoprire quanto di quel tempo continui a vivere dentro di noi. 

Molto emozionante l’ultimo racconto del libro di Guccini.

È il ricordo di una gita domenicale del 1963, durante un campo estivo sui monti bellunesi. Guccini è un giovane sottotenente in servizio militare, in pausa dalle manovre durante le quali si simula un rifugio antiatomico. Durante la gita si ferma in un bar e riceve in dono da una ragazza veneta un piccolo portacenere rosso, gadget di una famosa bibita. Un oggetto semplice, apparentemente insignificante, che lo accompagnerà per tutta la vita, durante gli anni dello studio, mentre fuma o trascorre il tempo in compagnia degli amici. Un oggetto che diventa custode di un ricordo lontano, di quella domenica spensierata, e che, a distanza di pochi mesi, assume un significato del tutto diverso, diventando quasi il simbolo e il presagio di una tragedia immane.

Guccini non la nomina mai esplicitamente, ma il riferimento è chiaramente alla tragedia del Vajont: il 9 ottobre 1963, una gigantesca frana precipitò nel bacino della diga, provocando un’onda devastante che travolse Longarone e altri paesi, causando quasi duemila vittime.

E così quel piccolo portacenere rosso, nato come ricordo di una giornata felice, finisce per custodire anche l’ombra di una catastrofe che avrebbe segnato per sempre quei luoghi e la memoria collettiva.

Due oggetti rossi, la mia cartella di cuoio e il portacenere di Guccini. Due oggetti diversi, eppure così simili nella loro capacità di riportarci indietro nel tempo. Quasi due madeleines proustiane, capaci di restituirci, attraverso un semplice oggetto, un mondo che non c’è più.

Perché a volte sono proprio le cose più piccole a custodire i ricordi più grandi.

Un libro riesce a risvegliare una memoria personale e a creare legami inaspettati tra oggetti, epoche e vite diverse, un filo rosso che unisce la mia cartella di cuoio al portacenere di Guccini: due piccoli oggetti che raccontano molto più di quanto sembri. 

A volte la letteratura fa proprio questo: ci racconta la vita degli altri e, senza che ce ne accorgiamo, ci restituisce un pezzo della nostra. 


la mia cartella rossa assomigliava molto a questa immagine trovata in rete 


Fonti immagini: la bambina con lo zaino rosso è stata creata da ChatGPT (sembra impossibile trovare una simile immagine tra quelle free) la cartella rossa invece è stata trovata attraverso google ed è su un sito di un negozio on line, vien quasi voglia di comprarla 





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