domenica 29 maggio 2022

La casa dalle finestre che ridono, tra finzione e realtà

Locandina del film presa da Google

Credo di aver visto questo film quando ero bambina, lo diedero in televisione, ho un ricordo di me accanto a mia madre e alle mie sorelle intente a guardare con terrore l’evolversi della vicenda descritta nel film. Non so se è un ricordo vero o se è una proiezione della mente, tuttavia ho sempre avuto questo ricordo e ogni tanto pensavo che avrei voluto rivedere il film. Tempo fa leggendo il romanzo di Gianluca Morozzi Gli annientatori (un romanzo davvero angoscioso e terrificante, ben scritto, adatto a chi ha voglia di non dormire la notte e ama le storie forti) dove il protagonista citava questo film, mi è tornata la voglia di rivederlo, ma ovviamente è un film che in tv non ridanno mai, rifanno le stesse repliche per anni e anni sempre dello stesso film o fiction ma niente, questo mai! 

Quando è morto Gianni Cavina, un attore che io ho sempre apprezzato e che adoravo nella fiction dell’Ispettore Sarti di cui ho parlato in un mio post Il mondo narrativo ho pensato: ecco adesso la Rai farà la replica del film La casa dalle finestre che ridono, dove Cavina ha una splendida interpretazione, Coppola - il taxista del posto - ed è uno dei personaggi cardine della trama, invece no,  illusione, la sua morte é passata quasi inosservata. Di recente invece è morto Lino Capolicchio altro attore del film, colui che interpretava il personaggio protagonista, così ecco che in tv si è tornato a parlare del film. La curiosità di rivederlo mi ha spinto a ordinare il dvd su Amazon, visto che il film era introvabile anche on line, quindi detto, fatto, in due giorni é arrivato il dvd e nel week end abbiamo visto il film. 

 Intanto vi riporto la trama del film da Wikipedia 

La casa dalle finestre che ridono è un film del 1976 diretto da Pupi Avati. Nel 1979 ha vinto il premio della Critica al Festival du Film Fantastique di Parigi ed è anche diventato un film di culto come horror-giallo.

Estratto della Trama 

Stefano è un giovane restauratore a cui, con l'intercessione dell'amico Antonio, è stato affidato dal sindaco di un paese della provincia ferrarese l'incarico di riportare alla luce un macabro affresco in una chiesa nella campagna circostante. L'opera è stata dipinta da un folle pittore del posto morto suicida vent'anni prima, Buono Legnani, e raffigura il martirio di San Sebastiano. Stefano rimane molto affascinato dall'affresco, ma pochi colloqui con il parroco Don Orsi ed altre persone del posto sono sufficienti a convincerlo che tanto l'opera quanto il suo autore non godono di altrettanta stima fra la gente del paese. Alcune telefonate anonime, che lo invitano ad andarsene rinunciando al restauro, e qualche frase sibillina di Coppola, l'iracondo ed alcolizzato tassista del luogo, gli instillano il sospetto che l'affresco e il suo autore nascondano un qualche mistero che la morbosa sonnolenza del paese non riesce completamente a celare.

Tralascio il resto per non togliere suspense a chi volesse vedere il film, quindi grazie al dvd su Amazon, ho finalmente colmato questa lacuna della memoria e mi è piaciuto ripercorre anche le tappe di Pupi Avati per arrivare a girare questo piccolo capolavoro degli anni settanta. Perché mi interessava il film? Oltre a essere un ricordo della mia infanzia mi incuriosiva il fatto che fosse un film di Pupi Avati regista bolognese che ha sempre trattato storie di provincia, quella provincia spesso dimenticata in cui possono svolgersi parecchi orrori quotidiani, quella provincia dove tutti sanno e fanno finta di non vedere, insomma il luogo perfetto per consumare dei crimini anche piuttosto cruenti. Nella cronaca italiana ci sono molti esempi: la coppia che uccide i vicini facendo una strage, la figlia adolescente che uccide i genitori con l’aiuto del fidanzato, figli che uccidono i genitori per l’eredità, insomma storie cruente della nostra “tranquilla” provincia. 
Anche la provincia americana ha offerto moltissimi esempi, ma noi in Italia non ci facciamo mancare nulla, non c’è bisogno di andare a New York per avere un serial killer, ne abbiamo avuti diversi anche qui, dal mostro di Firenze al killer dei treni e delle prostitute. 
Comunque tornando al nostro film mi sono divertita ad andare a cercare i luoghi originali dove é stato girato il film, visto che “giocavo” in casa per così dire. 

Castello dei Manzoli (foto dal sito del Comune di Minerbio) 


Il film è stato girato a Comacchio, in provincia di Ferrara, ma ci sono diverse scene girate a Minerbio in provincia di Bologna, dove c’è il Castello Manzoli e qui si svolgono diverse scene del film  (di cui riporto alcune foto scattate da me) vicino al castello, ai tempi in cui si girava il film, c’era una trattoria, oggi chiusa, dove il protagonista andava a mangiare, incontrava la gente del posto e si svolgeva la vita del piccolo centro. Le foto mostrano il porticato con alcuni tavoli, i piatti di carta che vedete sono messi lì dal custode del castello per i gatti che vivono liberi nel borgo.
Il castello di San Martino in Soverzano fu costruito fra il 1100 e il 1200 dagli Ariosti e nel 1407 venne acquistato dai conti Manzoli che lo restaurarono creando un’area che comprendeva l’osteria, le botteghe e le abitazioni per gli artigiani, un piccolo e vivace borgo medievale.
Invece la casa dalle finestre che ridono (che nel film era l’abitazione del pittore folle, autore dell’ affresco da restaurare) era un casolare situato presso Malalbergo, piccola frazione sempre in provincia di Bologna a qualche chilometro dal comune di Minerbio, oggi non esiste più perché è stato abbattuto. 


Cortile della tratttoria Poppi del film

Cartello all'entrata con la storia del Borgo del Castello Manzoli

Tavoli della vecchia trattoria ora a disposizione dei gatti del borgo

È molto interessante scoprire la storia che ruota attorno alla produzione del film, sembra che sia stata ispirata dai racconti d’infanzia che la nonna di Pupi Avati raccontava ai bambini per farli stare buoni, tra l’altro pur essendo girato nei luoghi che ho citato, nei titoli di coda del film sono riportati i De Paoli Studios di Roma per motivi burocratici. 
Il merito di Pupi Avati è quello di aver trasformato la bassa padana nel palcoscenico ideale per un giallo horror, è stato un precursore aprendo la strada ad altri registi che sono forse diventati più famosi di lui. Tra l'altro all'inizio del film il sindaco Solmi che attende il restauratore lungo l'argine del fiume è un uomo di bassa statura che a me ha ricordato moltissimo il nano della famosa serie del 1990 I segreti di Twin peaks di David Lynch.
Vuoi vedere che Lynch è stato ispirato dal nostro Pupi?

Voi avete visto questo film? Siete affascinati anche voi dai luoghi che diventano palcoscenici del cinema? 

Fonti testi: Wikipedia 

sabato 21 maggio 2022

Lamentosi e postulanti


Sono così incompreso che non si comprendono neanche i miei lamenti di essere incompreso.

(Søren Kierkegaard)

Avevo iniziato a scrivere questo post tempo fa...esasperata da una serie di lamentele che arrivavano puntualmente alla mia attenzione anche se non lavoro all’ufficio reclami, no. Ho solo un atteggiamento “gentile” cerco di esserlo almeno, ma spesso la gente scambia la gentilezza per debolezza o per il muro del pianto, ah eccoti, vengo da te a lamentarmi per sfogarmi un po’.

Credo di essere diventata sempre più insofferente e sono un po’ preoccupata, sono diventata una tipa arcigna e antipatica? 

Ora, io non sopporto chi si lamenta, é inutile lamentarsi anche perché per carattere preferisco “fare”, se ho mille incombenze da affrontare preferisco rimboccarmi le maniche e mettermi all’opera, invece arriva il lamentoso di turno e per mezz’ora si mette a parlare dei suoi problemi, anche se la soluzione non posso trovargliela io, ma intanto mi ha gettato addosso le sue lamentele. In questo periodo che tutti sono tornati in presenza al lavoro, mi ritrovo talvolta a perdere tempo per le chiacchiere altrui, su cose per le quali io non ho assoluto interesse, peraltro con tutte le cose urgenti che ho da fare non ho assolutamente voglia di perdere tempo.

Il significato della parola "lamentarsi" presa dal dizionario è la seguente: esprimere la propria scontentezza, dolersi presso altri di cosa che non ci soddisfa, di un torto subìto, di quanto ci fa soffrire: lamentarsi della cattiva sorte; si lamenta di crampi allo stomaco; lamentarsi di essere stato isolato; spesso è inclusa l’idea di un certo risentimento: lamentarsi del cattivo trattamento, del pessimo vitto, della poca pulizia di un locale, della disorganizzazione degli uffici; lamentarsi di lavorare troppo; lamentarsi presso i superiori, ecc.

Ho provato a stilare una lista di categorie di lamentosi:

Il lamentoso cronico: è colui che è costantemente afflitto, preda di incomparabili problemi, ingiustizie e tragedie inenarrabili. Una di quelle persone che “Ah non puoi immaginare quanto io stia male” e “Beato te che non hai i miei problemi“. Quello che poi liquida come quisquilie i problemi degli altri per parlare solo e costantemente dei suoi, quelli sì, di impossibile soluzione.

Il lamentoso inconcludente: c’è quello che si lamenta per passare il tempo e farti perdere tempo come una mia collega che parla male di tutto e tutti, solo e semplicemente per chiacchierare, perché non ha voglia di lavorare e pensa che quello che dice sia tanto interessante. Ogni tanto esordisce con “ti ho già detto di Tizio?” “Sì tre volte grazie” argh, di solito, quando riesco, adotto la strategia della fuga, ma ho scoperto di non essere la sola. 

Il lamentoso disprezzante: è colui che disprezza tutti, il bastian contrario, tu dici bianco e lui dice nero, tu dici rosso lui dice blu. Solo che, se tu -per quieto vivere- dici blu pensando di andargli incontro ecco che lui cambia nuovamente idea, tanto per farti dispetto. Insomma é il lamentoso che semina zizzania e che, se te lo ritrovi sul lavoro, è quello che sa sempre tutto lui, conosce le leggi meglio di te, per qualsiasi cosa é pronto a fare una class action o una rivendicazione sindacale, e diventa subito tuo nemico se non la pensi come lui. Quelli che “se lo conosci lo eviti...”

Il lamentoso produttivo: c’è anche colui che si lamenta per condividere il suo problema provando a cercare una soluzione dal confronto “produttivo” dello scambio di opinioni, forse questa persona non rientra neanche nella categoria dei lamentosi veri, in fondo tutti noi, chi più chi meno, quando ha un problema cerca conforto e consigli. 

A volte penso di essere diventata, nel tempo, sempre meno paziente e, soprattutto, sempre meno desiderosa di ascoltare chiacchiere inutili, sono diventata insofferente alle persone, avendo l’impressione che mi succhino energia vitale, è una sensazione che mi assale da un po’ di tempo, per questo vorrei liberarmi da tutti questi individui inopportuni, tanto che sono perfettamente felice quando sono lontana dalla gente. 

Sono diventata pericolosamente asociale? 

È una domanda che ogni tanto mi pongo, ma documentandomi un po’ in rete sembra che il lamentoso sia davvero un male diffuso ed estremo, perché quando ci lamentiamo sprigioniamo tanta energia negativa che attiva il cortisolo, l'ormone dello stress. Questo ormone ha effetti sull'ippocampo, zona del cervello che ha importanza nel processo di apprendimento ed è responsabile della memoria e dell'immaginazione...insomma il lamentoso nuoce gravemente alla salute, la sua ma soprattutto a quella di coloro che lamentosi non sono, questo perché chi si lamenta è affetto da egocentrismo totale, i suoi sono veri problemi, gli altri sono felici e vivono nel mondo di bangodi, mentre lui è perseguitato dalla sorte oppure è vittima di un complotto.

Che poi, questo atteggiamento rischia di scivolare nella situazione di chi grida sempre "al lupo, al lupo" e non viene più ascoltato neanche quando il lupo arriva davvero.

E poi ci sono i postulanti

Definizione: Persona che chiede, in genere con una certa insistenza, favori, concessioni, o fa istanze e premure per ottenere (o farsi ottenere) un impiego, una carica e simili favori o vantaggi.

È una categoria molto popolata, tra postulanti di carattere e postulanti di professione, i primi sono simili ai lamentosi cronici, cercano la soluzione dei loro problemi dagli altri, come la manna dal cielo, “ho questo problema, me lo risolvi tu?” Non che ci sia nulla di male a chiedere aiuto, ma spesso si tratta di persone incapaci di rimboccarsi le maniche e darsi da fare autonomamente per la loro vita; i secondi sono quelli che ormai trovi dappertutto dai call center ai venditori porta a porta, mi capita ormai quando vado al centro commerciale di fare lo slalom per evitarli e raggiungere indenne l’entrata del supermercato dove vorrei fare la spesa, possibilmente senza fare un nuovo contratto telefonico, comprare un depuratore di acqua o aderire al club degli editori.  

Che poi ormai usano ogni forma di espediente per fermarti tipo:

Scusi solo un paio di domande per una statistica, lei è a favore dell’ambiente? Sì, allora le serve un depuratore, eccolo qui è in offerta solo oggi! 

Lei ama leggere? Sì ma leggo solo eBook, ma comprerà ogni tanto anche un libro di carta per regalarlo, oppure i libri per i bambini? Beh sì ogni tanto capita, allora venga che le do una tessera sconto gratuita! 

Questa ultima situazione mi é capitata di recente, quando sono entrata nella libreria per la tessera sconto (tra l’altro con la busta della spesa piena con il desiderio urgente di rientrare a casa a mettere tutto in frigo) la postulante ha chiesto i miei dati ed è saltato fuori che voleva rifilarmi l’iscrizione al club degli editori, solo 4 libri di carta in un anno, da comprare presso la loro libreria, argh, ho detto che mi si scioglievano i surgelati e che sarei ripassata, sono scappata a gambe levate. Ora se anche volessi comprare un libro di carta eviterò la suddetta libreria per non ritrovarmi placcata dalla postulante del Club degli editori. Faccio presente che sono stata iscritta per anni al suddetto club e ho comprato parecchi libri nel tempo, qualche volta è anche capitato un libro che mi è piaciuto, ma spesso nel catalogo, tra i libri che dovevi comprare per assolvere l’obbligo, non c’erano quasi mai i libri che mi interessavano davvero e alcuni dei libri comprati “per forza” sono rimasti intonsi nella mia libreria senza che riuscissi a leggerli. La lettura è un piacere e per esserlo non deve essere forzata.

Avete anche voi qualche categoria di lamentoso o postulante da segnalare?

Fonti testi: Wikipedia

Fonti immagini: Pixabay

domenica 8 maggio 2022

Festa del lavoro

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero. Aristotele

Lo so, arrivo tardi perché il primo maggio è già passato, difficilmente dedico dei post alle ricorrenze tuttavia quest’anno, per la prima volta, la festa del lavoro mi è sembrata particolarmente sentita dai media, forse è solo una mia sensazione ma ho ascoltato dei discorsi in cui mi ci sono ritrovata molto più che in passato. 

Il sindacalista Maurizio Landini, in una breve intervista, ha evidenziato il rapporto molto stretto tra stipendi ed economia, oggi siamo di fronte a salari sempre più bassi, mentre una volta con lo stipendio si viveva dignitosamente e si mettevano da parte dei risparmi, addirittura si poteva comprare la macchina nuova o la casa, sia pur accendendo un mutuo, il livello salariale di oggi non solo non permette tutto questo ma  è a livello di sussistenza, permette appena di sopravvivere. Come può girare l’economia se non c’è un’adeguata retribuzione? si chiede di consumare ma se non c’è la possibilità di farlo diventa impossibile, i minori consumi causano un ristagno dell’economia che di conseguenza impatta sul resto. Se poi pensiamo che gli orari di lavoro sono sempre più fagocitanti oserei dire che manchi anche il tempo da dedicare ai consumi, io per esempio non ho mai il tempo di fare acquisti (intendo quegli acquisti che davvero desidero e non quelli indotti e inutili). Oggi il lavoro, oltre a essere poco pagato è diventato sempre più precario, ovvio che la precarietà non aiuti l’economia, se non sono sicura di avere il lavoro domani non sarò spinta a spendere o perlomeno a fare investimenti sul medio o addirittura lungo termine, insomma il tanto demonizzato posto fisso è quello che permette di costruire il futuro non solo personale ma di un’intera società, è così difficile capirlo? Invece questo legittimo desiderio di stabilità ci è stato venduto come un blocco per l’economia, come qualcosa che non permetteva la giusta flessibilità del mondo del lavoro (perché in America è tutto molto più snello, certo ma in America non esiste la burocrazia che ingessa il sistema e non esiste l’evasione fiscale che c’è in Italia. Quanto mi irrita questo diffuso pensiero che gli americani facciano meglio di noi, non é così, ci sono cose buone e cose cattive ma contestualizzate la situazione). 

Quindi senza stipendi adeguati e dignitosi che garantiscano la vita e non la semplice sussistenza, senza la stabilità del lavoro e non la precarietà, l’economia non può funzionare. Ma se sono accorti adesso?

Io lo penso da anni, ma in fondo io non sono nessuno, questa é semplicemente una legge economica, strano che tutti i geni al governo non se ne siano accorti, tutti quei grandi pensatori che ci hanno massacrato con leggi inique rubando diritti acquisiti dopo anni di lotte, in nome di una flessibilità del lavoro che doveva garantire maggiore occupazione, hanno contribuito alla rovina dell’economia italiana. L’Italia è il paese dove il salario è rimasto fermo negli ultimi vent’anni, in tutti gli altri paesi europei il salario medio é cresciuto, l’Italia precede solo la Grecia e la Turchia per livello di salario. E ci meravigliamo se l’economia non va come dovrebbe? In Italia ci salviamo solo perché molti giovani hanno alle spalle le famiglie, la generazione degli anni sessanta e settanta che ha risparmiato e che ora supporta i figli con lavori precari. 

La globalizzazione è stata per il capitalismo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite.
Serge Latouche 


Ci siamo asserviti a un mondo sempre più globalizzato, convinti di avere dei vantaggi, il che può essere anche essere vero, sotto certi aspetti, sotto altri non è detto. Ciò premesso, c’é un concetto importante che deve passare bene, il lavoro non deve essere schiavitù, invece oggi molti lavoratori sono schiavi e troppo spesso ricattabili, a causa dei contratti precari da rinnovare ogni tot mesi, alle necessità di avere una retribuzione, anche se da fame.

A supporto del mio pensiero arrivano poi articoli che mi capita di leggere che raccontano storie vere su questa situazione; sul n. 11 di Donna Moderna del 3 marzo scorso ho letto un’inchiesta di Eleonora Lorusso intitolata “Altro che dalle 9 alle 5...” A quanto pare è sempre più difficile rientrare nelle ore canoniche di lavoro, dalle 9 alle 5 può essere una chimera, già per gli impiegati è sempre più difficile osservare l’orario, spesso si va ben oltre, ma per coloro che devono fare dei turni diventa pressocché impossibile. In questo articolo si parla di una donna che lavorava in un supermercato e faceva dei turni estremamente rigidi e pur avendo un contratto precario di 24 ore settimanali (che però diventavano 40 quando era costretta a prolungare i turni con la promessa di un contratto di lavoro a tempo indeterminato) faceva fatica a conciliare lavoro e gestione del figlio in età scolare, finché - quando è venuto a mancare il supporto familiare che seguiva suo figlio quando lei non poteva -visto che il marito lavorava fuori regione - si è dovuta  licenziare, non per scelta, ma perché con i turni era impossibile gestire la famiglia che grava sulle spalle delle madri, quasi sempre. Nello stesso articolo si parla di un’azienda di logistica che ha imposto alle sue dipendenti due turni 5,30-13,30 e 14,30-22,30 cancellando il turno centrale 8,30-15,30 unico turno compatibile con gli orari di scuola dei figli. Assurdo, una volontà deliberata di nuocere al lavoratore. Non tutti possono permettersi una baby sitter o un familiare che aiuti nella gestione dei figli. E poi ci meravigliamo delle culle vuote? Le dipendenti hanno fatto causa e il giudice (del tribunale di Bologna) ha dato ragione alle dipendenti. Esistono comportamenti che mettono in condizione di svantaggio i lavoratori, in particolare le donne con figli (ma se vogliamo anche un uomo che cresce il figlio da solo). 

L’articolo 25 del codice delle pari opportunità del 2006 vieta queste condotte. Con la riforma del 2021, inoltre, é stata recepita una direttiva comunitaria che include espressamente tra i fattori discriminanti la gravidanza, la maternità e la paternità, anche adottive.

Non sempre le aziende rispettano le leggi, ma si può fare ricorso, tuttavia bisogna avere  tempo, energie e soldi per farlo (in Emilia Romagna, per ora la prima regione ad averlo adottato, è stato istituito un fondo di 20.000 euro per le spese legali per le donne che devono sostenere una causa di lavoro per discriminazione). 

Potrei dilungarmi ancora ma mi fermo qui, vi lascio con il video di Massimo Gramellini che, nella buonasera del 30 aprile, ha spiegato molto bene il concetto di lavoro dignitoso parlando del caso di una dipendente di Amazon “addetta al confezionamento dei pacchi” 






Fonti immagini: Pixabay 

Fonti testi: Donna moderna n. 11 marzo 2022

sabato 30 aprile 2022

Michele, immagine nel tempo come una vecchia cartolina

 

Certi ricordi sono come amici di vecchia data, sanno fare pace. Marcel Proust 

È sempre stato il mio cugino bello, quello che sembrava un attore, il nipote prediletto di mia madre, figlio unico del fratello degenere “comunista”, ma adorato comunque da tutte le sorelle. Michele, purtroppo, viveva troppo lontano dalla Puglia, lavorava a Milano e ci si vedeva sempre più raramente.

Non so come accadde, ma un giorno mi telefonò e mi chiese: ma non sei mai stata a Milano? perché non ci vieni a trovare questo week end? Vivevo già a Bologna, forse mi ero appena laureata, forse già lavoravo, é un ricordo nebuloso, non ricordo bene, ma ricordo ogni minuto di quel soggiorno a Milano con lui e la sua famiglia. 

Era un week end lungo, quello dei morti o dell’Immacolata, non so, sono solo sicura che fosse in autunno, perché in quel week end, la domenica, andammo tutti insieme a raccogliere le castagne in una località boschiva vicino Como dove ci raggiunsero le altre cugine che facevano le insegnanti in un piccolo centro in provincia di Como.  Fu una bella occasione per ritrovarci tutti e passare un po’ di tempo insieme. Fu molto bello passare insieme quei giorni con le sue due bambine e sua moglie. La sera del mio arrivo Michele telefonò a mia madre facendo finta di averla chiamata per un saluto e poi disse “ti passo una persona” ricordo ancora la voce squillante e gioiosa di mia madre che non riusciva a capacitarsi del fatto che fossi a Milano da suo nipote “Lilino” come lo chiamava affettuosamente.

Il lunedì successivo, era una bellissima giornata di sole e io, seguendo le sue istruzioni sull’autobus da prendere, andai a visitare il centro di Milano, visitai il duomo e il castello Sforzesco e mi stupii molto della bellezza della città che immaginavo molto più grigia e nebbiosa.  Comunque tornai a casa per l’ora di pranzo e mangiai in compagnia di sua moglie, Ida, davanti a una soap opera dell’epoca intitolata “Quando si ama” che andò in onda in Italia fino al 1990 poi fu soppiantata da Beautiful. Lei faceva l’insegnante in una scuola vicina e riusciva a tornare a casa per pranzo, a differenza di Michele che lavorava fuori tutto il giorno e tornava a casa solo la sera. La loro vita mi era sembrata così lineare e piacevole, un connubio perfetto, anche se faticoso, per incastrare ogni giorno gli impegni quotidiani del lavoro e delle bambine in una città come Milano e con i nonni lontani che vivevano in Puglia.

Michele aveva 42 anni quando ci lasciò, stroncato da un tumore, in silenzio, mio zio ci informò solo dopo il funerale perché lui voleva così. Mi sono sempre chiesta perché non avesse voluto informare gli altri familiari, solo anni dopo ho capito, quando ci si ammala si preferisce lasciarsi dietro il ricordo di quando si è in salute, non si desidera nessun sentimento che assomigli alla pietà o alla commiserazione, a parte la vicinanza dei familiari più stretti. 

In questi giorni ricordando tutte le volte che sono stata a Milano ho ripensato a lui, i miei zii avevano solo quel figlio e la loro vita non fu più la stessa dopo la morte di Michele anche se le due nipotine riempirono molto la loro vita, ogni estate si trasferivano a casa loro in Puglia e passavano tutto il tempo con loro, dopo la morte del padre il legame con i nonni si era fortificato ancora di più. Oggi sono due splendide donne realizzate e sicure.

Sono tornata a Milano tante volte, per motivi vari, a trovare degli amici, oppure a vedere delle mostre o dei concerti, ogni volta è stata un’occasione per scoprire aspetti nuovi della città, ma non sono mai andata a trovare la moglie di Michele, ci siamo sempre viste in Puglia durante le calde estati quando ancora i miei zii erano vivi e passavo a salutarli e a parlare di lui. Ora che hanno abbandonato la vita anche loro da molto tempo sono finite le occasioni per ritrovarsi, ma mi piace frugare nei miei ricordi e ritrovare pezzi di vita dimenticati. Sarà mica sintomo di vecchiaia? 

Forse è solo la voglia di ritrovare una parte di me, di ricongiungere qualche filo spezzato, mi rendo conto che il passato l’ho attraversato troppo di fretta, per l’ansia di vivere e di costruire, guardando sempre avanti con l’ossessione del tempo. Grazie ai ricordi, oggi mi sembra di riappropriarmi del presente e di recuperare uno sguardo sereno sulla vita senza attesa né nostalgia.


Fonti immagini: Pixabay 


sabato 23 aprile 2022

Un’ora sola scriverei

 

Voi occidentali, avete l’ora ma non avete mai il tempo. Mahatma Gandhi 

Parafrasando la famosa canzone “un’ora sola ti vorrei” vi racconto un escamotage che ho impostato per riuscire a scrivere. È diventato sempre più difficile ritagliarsi del tempo per la scrittura, ogni week end devo scegliere tra riposare o uscire per svagarmi un po’ oppure scrivere. 

Ogni settimana mi ritrovo al sabato sempre più stanca e debilitata e l’ultimo dei miei pensieri é scrivere. Invece una volta, il sabato mattina mi svegliavo presto, scrivevo fino a mezzogiorno e poi per il resto della giornata facevo altro. Oggi mi ritrovo che il sabato devo fare ancora le pulizie di casa o la spesa o, peggio, entrambi, perciò la mattina la perdo così, dopo faccio qualcosa di bello con il mio compagno, se possibile andiamo fuori altrimenti restiamo in casa, se il tempo è brutto. 

Durante la settimana mi sveglio prestissimo, lavoro sempre oltre l’orario e arrivo sfinita, per questo mi riesce sempre più difficile svegliarmi presto anche al sabato (o alla domenica) ho tanta stanchezza da recuperare e, diciamocelo, anche la voglia é scemata parecchio tra pandemia, lo spettro della guerra e gli anni -e la vita- che sembrano scivolare via sempre più veloci. Tuttavia la voglia di scrivere c’è sempre e i miei personaggi chiamano per poter vivere ancora attraverso le mie pagine...

Così, un giorno di un week end in cui avevo poco tempo e pensavo con rammarico alla mia scrittura che languiva, pensai che avrei potuto dedicarvi circa un’ora o forse meno, così ho acceso il computer ho puntato la sveglia dopo un’ora e mi sono messa lì a cercare di scrivere. Ovviamente non si scrive a comando, così non sempre sono riuscita a scrivere un capitolo, magari soltanto poche righe che però mi sono servite per scrivere le righe successive la volta dopo. È così che di ora in ora - che talvolta diventavano due quando mi sentivo ispirata -  ho scritto parecchi capitoli, scoprendo che come l’appetito vien mangiando anche la scrittura vien scrivendo. 

Il fatto é che iniziare a scrivere, nel senso di accendere il computer e mettersi lì fisicamente, può essere difficile ma poi una volta in mezzo all’attività riga dopo riga, pensiero dopo pensiero si va avanti un passo per volta. Lo scorso week end, approfittando del lunedì di festa, sono riuscita perfino a scrivere due capitoli fondamentali e, cosa importantissima, ho individuato il titolo giusto, forse. Di solito fin dal principio ho un’idea del titolo anche se nebulosa, invece per il sesto episodio del commissario Sorace ero nella nebbia più assoluta, il titolo mi aiuta anche ad avere una direzione più definita del percorso del romanzo, mi è capitato di avere un titolo in testa ben chiaro fin dalle prime righe, altre volte era un’idea che poi diventava più delineata dopo i primi capitoli della storia, con questa storia non è accaduto subito, tanto che il file si chiamava Sorace sei, a questo punto continuo a chiamarlo così per praticità (forse anche per scaramanzia). Insomma non so ancora se questo romanzo riuscirò a finirlo, ma ormai mi piacerebbe arrivarci un’ora alla volta, perché citando Walt Whitman “Per me ogni ora del giorno e della notte sono un indicibile miracolo perfetto”.

Procedere un passo alla volta è un sistema che vale per molte cose, per esempio lo uso anche per il blog, non scrivo un post dall’inizio alla fine tutto in una volta, di solito se mi viene un’idea per un post butto giù due righe su blogger con l’iPad (grande invenzione, se dovessi accendere il computer ogni volta non potrei farcela) poi scrivo un pezzetto per volta durante la settimana, di solito la sera dopo il lavoro per rilassarmi un po’ e distrarmi dai pensieri lavorativi logoranti, infine rifinisco il tutto nel fine settimana, rileggendo e aggiungendo un’immagine, una citazione o quello che più mi sembra adatto. Altro sistema che trovo molto utile ed evita di farmi perdere il filo è fare le liste delle cose da fare, sempre nel tempo libero, stilo una lista su un post it delle cose che vorrei fare nel week end e poi depenno man mano che lo faccio, in mezzo ci metto un po’ di tutto, scrittura e incombenze varie, ma ogni volta depennare una cosa fatta mi da una piccola soddisfazione, è qualcosa che mi aiuta a incasellare il tempo che vorrei ed è anche un trucco per liberare la mente, se scrivi una cosa sulla lista sai che non la dimenticherai (forse) e con la mente scaricata dallo sforzo di dover ricordare puoi fare altro. Con me funziona, non è detto sia così sempre ma la maggior parte delle volte va bene, se poi non rispetto tutta la lista ma faccio solo una parte sarà meglio di niente no? 

Voi cosa dite? Cosa ne pensate del mio metodo di scrittura un’ora alla volta?


Fonti immagini: Pixabay