domenica 4 giugno 2023

Le ricette ecologiche della nonna

 

Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare. Andy Warhol

Mia madre aveva una borsa verde di rete metallica con dei manici in osso (o forse era plastica dura chissà) la usava quando andava a comprare la verdura dall’ortolano, di solito ci andava la domenica sera perché l’ortolano vicino casa nostra portava la verdura dalla campagna che avrebbe venduto il lunedì mattina al mercato, ma lui vendeva volentieri ai suoi vicini una parte del raccolto domenicale. Mia madre tornava a casa con quella borsa piena di pomodori, finocchi, sedano, cicorie e se capitava qualche mela, quella borsa verde ora ce l’ha mia sorella che la usa ogni tanto proprio per la spesa e la custodisce gelosamente perché è un ricordo di mamma. Mi è tornata in mente leggendo degli articoli sull’ecologia e sulla necessità di riciclare, mia madre non usava quasi mai buste di plastica, se penso che quella borsa (strano che sia proprio di colore verde) ha ormai oltre 50 anni perché me la ricordo da quando ero bambina, credo che il passato sia stato molto più ecologico del presente.

La borsa della spesa di mia madre mi è tornata in mente leggendo un articolo sulle shopper di juta che, a quanto pare, sono diventate glamour bag perché ecologiche e quindi possiamo vederle in giro in materiale riciclato o riciclabile (è vietata la plastica perché non ecologica) in mano a modelle e attrici come un oggetto trend. Addirittura Balenciaga ha creato una borsa in pelle bianca con i laccetti rossi che ricorda il sacco della spazzatura (al modico prezzo di 1400 euro) si chiama Trash Bag Grande, assurdo. Io preferisco sempre la borsa di mia madre. Comunque va detto che la moda sta sempre più seguendo la strada del riciclo, un brand da tenere d’occhio, per esempio, è Simon Cracker basato sul recupero di tessuti e di vecchi abiti, insomma non si butta via nulla perché tutto può avere una seconda vita. 

Ma torniamo all’ecologia, è da mia madre che deriva la mia politica contraria agli sprechi, mia madre non buttava via nulla in cucina, tutto veniva riciclato,  certo non era l’unica in paese; dopo la seconda guerra mondiale in cui si era patito la fame non era pensabile di poter buttare il cibo e mia madre aveva vissuto la guerra. 

Una ricetta che ricordo con grande nostalgia è quella delle frittelle di pane, una ricetta molto semplice ma tutta basata sulla necessità di evitare gli sprechi, quando in casa avevamo del pane raffermo mia madre lo faceva a pezzetti, lo ammorbidiva con l’acqua, poi mescolava il tutto con uova, prezzemolo, sale e pepe, poi faceva delle piccole frittelle che friggeva e metteva nel sugo di pomodoro, in modo da costituire un perfetto secondo al posto della carne. Mi piaceva osservare mia madre mentre friggeva le frittelle di pane e lei me ne metteva da parte un paio perché a me piacevano anche senza sugo. Su YouTube oggi ci sono molti tutorial antispreco, comprese le frittelle di pane con diverse varianti.

Altre ricette antispreco tipiche della Puglia - sempre con il pane raffermo - sono l’acquasale e il pancotto.

L’acquasale era un modo per utilizzare il pane raffermo soprattutto d’estate, ricordo che mia madre nei giorni torridi d’estate esordiva al mattino dicendo: “ragazze oggi a pranzo facciamo l’acquasale? Ho un sacco di pane duro”. Capitava quando mio padre non tornava per pranzo e diventava per mia mamma un modo per non cucinare con il caldo e ripiegare su un piatto freddo. Disponeva su un piatto enorme che poi metteva a centro tavola delle fette di pane raffermo che lei aveva bagnato nell’acqua fredda e sopra ci metteva del pomodoro, dell’olio d’oliva, sale e origano, tutto interno disponeva della cipolla fresca e altre verdure crude, per esempio delle fette di cetriolo. Poi ognuno si serviva prendendo una fetta di pane e mangiando la quantità desiderata, quel piatto freddo emanava un profumo incredibile, forse per l’origano o il pomodoro fresco oppure la cipolla, non so, era buonissimo e tra l’altro era fresco, d’estate era proprio piacevole mangiarlo.

Era un piatto povero ma genuino che saziava molto perché era ricco di acqua e verdure. Per me l’acquasale era il profumo dell’estate. Anche questo piatto oggi spopola sul web tra i piatti genuini di una volta, pensare che mia madre si scusava quasi di proporci quel piatto perché era una cucina “arrangiata” diceva lei, ma a noi figlie piaceva moltissimo, tanto che ogni tanto glielo chiedevamo più spesso e lei diceva che non aveva abbastanza pane raffermo, così lo metteva da parte e lo teneva all’aria per farlo indurire prima (cosa non semplice perché il pane pugliese resta morbido per diversi giorni, provare per credere).

Tipica pagnotta di pane pugliese 


Pensate che sui Navigli di Milano c’è una trattoria che si chiama Acquasale, ci sono passata davanti una sera alla fine di un weekend fuori porta, sono rimasta colpita subito dal nome e mi sono fermata a leggere il menu, purtroppo non ho potuto provarla perché quella sera avevamo già cenato e il giorno dopo partivamo, ma mi è rimasto impresso, magari un giorno ci andrò. Vi lascio il link Trattoria Acquasale


Poi c’era il pancotto, anche questo un piatto povero basato sul riciclo, si cucinava il pane raffermo assieme alle erbe spontanee di campagna, prevalentemente cicoria, poi si aggiungevano patate, pomodori, olive, aglio e olio d’oliva. Mia madre cucinava il pane raffermo ma non lo faceva diventare troppo molle, nel piatto quindi manteneva quindi una sua consistenza e per me era davvero ottimo. Negli ultimi anni era diventato il piatto preferito di mio padre e mia sorella per farlo contento e poterlo preparare metteva da parte il pane per una settimana. Una ricetta che assomiglia al pancotto pugliese é la ribollita toscana, ma lì il pane diventa più simile a una pappa, insomma è un piatto più brodoso che si gusta meglio in inverno, invece il pancotto in casa mia si mangiava più o meno in tutte le stagioni, ma forse anche il pancotto è un piatto più invernale.

Foto presa dal sito tipikoshop.it su cui è possibile ordinare specialità pugliesi 


Non so come sia finita a parlare di ricette partendo dalla borsa verde di mia madre, è che i ricordi fanno spesso dei voli pindarici incontrollati, però un filo conduttore c’è ed è la ricerca di una sostenibilità nella nostra vita quotidiana, occorre forse tornare alle vecchie abitudini di una volta quando tutto veniva recuperato e le cose avevano un valore reale e non erano “usa e getta” come avviene oggi per la maggior parte dei consumi, per questo voltarsi indietro può essere utile per capire meglio come muoversi nel nostro pianeta senza soffocarlo, prima che sia troppo tardi. 

E voi avete tra i vostri ricordi buone abitudini e ricette a favore del riciclo?


Fonti immagini: Pixabay e sito Tipiko


sabato 13 maggio 2023

Incubo organizzativo: la riunionite

 

Le riunioni sono luoghi in cui idee morte emergono dalle loro tombe e mangiano il cervello dei vivi. Dave Barry


Nel corso degli anni ho assistito sempre più a un’involuzione dell’organizzazione del lavoro, quello che io chiamo Incubo organizzativo, per qualche tempo ho anche pensato di essere io quella strana che si infastidiva per certe dinamiche, invece ho scoperto che non è così
Una volta andavo in ufficio e riuscivo a lavorare concretamente sia pure con le normali interruzioni di telefonate e imprevisti vari, di solito quando avevo delle scadenze importanti (in realtà nel lavoro amministrativo é tutta una scadenza, ma c’erano le scadenze più impegnative) riservavo le prime ore del mattino (quando la mente è più fresca) alla pratica con la scadenza più ravvicinata e comunque più laboriosa. Ogni tanto era necessario partecipare a qualche riunione, poteva capitare un paio di volte al mese (della durata di mezza giornata) per gli argomenti contabili e di bilancio nel corso delle quali si veniva aggiornati sulle attività più importanti o sulle novità normative. A queste riunioni lunghe su argomenti specifici si aggiungevano quelle necessarie per l’ufficio per organizzare incombenze varie, si trattava di riunioni di breve durata, circa un paio di ore. Insomma la media era di una riunione a settimana, gli altri giorni si poteva lavorare in tranquillità, più o meno. 

Negli ultimi anni le riunioni sono aumentate, c’è stata un’escalation insostenibile, ricordo che nel 2017 cambiai settore, non per mia scelta, ogni tanto in azienda decidono di riorganizzare dei servizi per le idee balzane del direttore di turno che vuol lasciare la sua impronta malefica. Nel nuovo settore facevamo riunioni in presenza dalla mattina alla sera, riunioni che si accavallano, finiva una riunione alle 12.30 che si allungava fino alle 13.15 ma poi c’era la riunione delle 13,30 e dovevo scegliere se andare in bagno o correre al bar a prendere un panino da mangiare con l’imbuto. Spesso prendevo al volo una merendina dal distributore automatico per riuscire a placare i morsi della fame. A causa di tutte queste riunioni il lavoro vero (quello non fatto di chiacchiere) lo svolgevo la mattina dalle 8 alle 9 e il pomeriggio se andava bene dopo le 17 fino alle 19-20. Tra il 2018 e il 2019 ingrassai circa sei chili, questo perché quando mangio in maniera disordinata e con l’accumulo di stress io purtroppo ingrasso, peraltro non riuscivo più ad andare in palestra. A un certo punto ho cominciato a portarmi il cibo da casa (così tra una riunione e l’altra potevo mangiare un pasto più sano). 
Poi è arrivata la pandemia e vi giuro che per me è stato un sollievo, ne ho parlato anche in un post Qui , certo non senza problemi, perché il lavoro si è triplicato e ho dovuto organizzare tutte le attività telelavorabili, convertire moltissimi documenti in file pdf eliminando il cartaceo per renderlo accessibile ai colleghi, però almeno tutto questo aveva un senso e ora siamo riusciti a eliminare i documenti di carta quasi del tutto. Tuttavia dopo un primo momento in cui si era rinsaviti e si facevano riunioni on line di durata tutto sommato ragionevole si è tornati ad abusarne, perché purtroppo l’uomo quasi mai impara dai propri errori.

In un recente articolo scritto da Myriam Defilippi su Donna Moderna del 26 gennaio scorso ho letto quanto segue:

Gli studi confermano che il 37 per cento del tempo del lavoro é occupato da riunioni. Una ricerca di Microsoft rileva che l’utente medio di teams ha registrato un aumento del 252% del tempo di riunione settimanale da febbraio 2020. E il numero di riunione a livello mondiale è salito del 153%. Ovviamente la questione non si porrebbe se la levitazione del numero di ore in cui siamo incollati a una sedia si traducesse poi in migliori livelli di produttività. A crescere è invece il senso di frustrazione.
Di uno strumento come la Conference call, nato per rendere la comunicazione efficiente anche a distanza, si è fatto un uso inappropriato durante il covid e lo si è trasformato in mezzo inefficace e prolisso che ci fa perdere tempo.
Ci si ritrova, per troppo tempo, a fissare decine di volti miniaturizzati in altrettanti quadratini, in realtà questo per me è un vantaggio perché nel corso delle riunioni inutili, durante i loro bla bla bla riesco a lavorare, per esempio liquido delle fatture di fornitori che magari aspettano di essere pagati, oppure controllo delle mail, oppure semplicemente riordino dei documenti e sistemo l’agenda. 
Secondo l’articolo manca una cultura della riunione, spesso si convocano perché si è in difficoltà a prendere delle decisioni e quindi con la riunione si cerca una sorta di responsabilità diffusa. Inoltre molti manager non hanno le competenze per condurre le riunioni, almeno la metà delle riunioni potrebbe essere abolita in quanto molte informazioni possono essere condivise con altri mezzi, come una mail o una telefonata, risparmiando tempo
Riunioni inefficaci portano ad altre riunioni inefficaci, in un circolo vizioso continuo.
La durata ideale di una riunione dovrebbe essere di mezz’ora con un numero medio di sette persone, più aumentano i partecipanti più aumenta la dispersione. Occorre anche chiarire lo scopo della riunione al momento della convocazione, ma questo non viene sempre fatto creando confusione.

Questo incubo organizzativo viene definito nell’articolo riunionite ossia eccesso di riunioni per frequenza e durata, tra l’altro con la pandemia abbiamo avuto riunioniti da video call e ora si è passati alla riunionite ibrida, quella che io definisco la forma più subdola e che trovo insopportabile. Cerco di sottrarmi se posso, ma i nostalgici delle riunioni in presenza spesso si ostinano a convocarle, poi ci si ritrova in tre in presenza e altri cinque o sei collegati a distanza e io che, nelle mia mente, lancio maledizioni e anatemi all’ideatore della riunione ibrida.
A causa di questo aggravarsi di riunionite acuta alcune aziende più virtuose hanno cominciato a porre il veto alle riunioni con più di due persone dettando delle regole, come per esempio un giorno a settimana completamente libero da riunioni oppure un giorno solo in cui fissare quelle più affollate.
Chissà se ce la faremo a tornare a delle condizioni di lavoro più normali. Nell’azienda in cui lavoro non è successo, almeno per ora, poi chissà. 
Quello che è grave è che tutta questa perdita di tempo in riunioni inutili (ovviamente alcune sono utilissime e fondamentali) toglie tempo al lavoro concreto, cioè quello che deve essere svolto per mandare avanti delle attività. 
Facciamo un esempio concreto che prendo dal mio lavoro amministrativo, questo strano oggetto che nessuno capisce in cosa effettivamente consista: io curo la gestione di contratti di fornitura di beni e servizi per il mio settore, per esempio la manutenzione di un macchinario, il mio lavoro consiste nella verifica delle clausole del contratto, nelle corrispondenza alle norme giuridiche, nell’impostazione generale, oltre che nella redazione dell’atto e nel rapporto con il fornitore; impostare un contratto richiede tempo e attenzione, anche quando la controparte propone dei modelli standard è necessario controllare tutte le clausole per verificare che non ci siano norme capestro, perché una volta firmato il contratto bisogna poi adeguarsi a quello che c’è scritto e la responsabilità è mia; a questo si aggiunge la liquidazione delle fatture di pagamento connesso a quel determinato contratto, questo perché una volta redatto il contratto, il fornitore va pagato (ovvio no?) 
Banalmente il controllo delle fatture e della corrispondenza alle clausole del contratto richiede ancora parecchio tempo, non avete idea di quanti fornitori sbaglino l’emissione della fattura elettronica, quando io devo liquidare una fattura faccio la verifica e se tutto va bene la mando in ragioneria  per il pagamento con la mia firma elettronica di liquidazione allegando per quella fattura tutti i documenti necessari. Questa é la parte del mio lavoro forse più semplice, ma gestendo parecchi contratti il numero di fatture é piuttosto elevato. 
Ora a causa delle riunioni inutili spesso sono costretta a liquidare delle fatture in scadenza nel mio tempo libero, a casa, quando finalmente nessuno mi disturba, questo perché nel contratto c’è un termine entro il quale la fattura deve essere pagata altrimenti scattano gli interessi di mora di cui io sono responsabile. Pur non facendo tutto da sola perché ho dei collaboratori contabili che mi preparano le fatture da pagare,  il controllo finale sulla fattura devo farlo io, da completare con la mia firma elettronica di liquidazione, se il collaboratore lavora bene anche il mio lavoro procede spedito, ma non sempre é così...
Questo è un esempio e vi risparmio le cose più complicate che gestisco che, guarda caso, devo sempre fare a casa - fuori dal tempo delle riunioni - per poterle mandare avanti.
Tornando all’articolo sopra citato, secondo il 47% dei lavoratori le troppe riunioni sono la più grande perdita di tempo, io penso anche che sia la più grande maledizione del nostro tempo. 

E voi che esperienza avete in fatto di riunioni, fate parte di quel 47 per cento oppure siete dei fautori delle riunioni a oltranza? In quest’ultimo caso vi prego di spiegarmi perché.




Fonti immagini: Pixabay 
Fonti testi: donna moderna del 26/1/23

lunedì 1 maggio 2023

Primo maggio




Ogni volta che arriva il primo maggio mi sembra di ascoltare sempre gli stessi discorsi in tv e ogni volta mi indigno, perché ci ritroviamo sempre allo stesso punto, anzi forse con qualche passo indietro. Così ho scritto di getto un breve pensiero sull’argomento.

L’Italia é una repubblica fondata sul lavoro. Come deve essere un (buon) lavoro: 

-non precario (per garantire un progetto di vita futura nella società in cui si vive); 

-equamente retribuito e non al limite della sussistenza

-rispettoso delle norme di sicurezza (quelle che ti consentono di non morire o ferirti gravemente mentre stai lavorando)

-conciliabile con la vita privata e familiare, con ritmi di lavoro sostenibili (nel concreto e non fintamente come avviene ormai nella maggior parte dei casi)

Mi sembra che la strada sia ancora lunga soprattutto in un paese come l’Italia dove ci si preoccupa della natalità ma poi si approvano leggi che incentivano il precariato. 

Questo è il mio breve pensiero in cui c’è quasi tutto, ma oltre a questo vi ripropongo un post da me scritto nel 2021 sugli incidenti sul lavoro, il titolo è Chi muore al lavoro citando una strofa della canzone di Rino Gaetano Ma il cielo é sempre più blu. Il tema é tristemente attuale perché nulla è cambiato, nel 2023 sono 196 i morti sul lavoro solo nel primo trimestre dell’anno. Io penso che non si investa abbastanza sulla sicurezza perché accade spesso che il rispetto di queste norme sia solo formale (parole usate da Maurizio Landini in un intervista ne Le parole della settimana di Massimo Gramellini) ed è qualcosa che penso anch’io da quello che mi capita di vedere sul lavoro sotto l’aspetto amministrativo.

Ecco il link del mio post Chi muore al lavoro

Buon primo maggio a tutti

giovedì 27 aprile 2023

Il posto per scrivere

 

Scrivi, scrivi, scrivi. Impara facendo, facendo errori e scoprendo cosa non funziona. Jeffrey Carver 



Nella mia ricerca di una casa più grande, ho parlato spesso di questo desiderio, per esempio in questo post Lo spazio dei sogni, quello da cui mi lascio attrarre è la presenza di una camera in più magari piccola ma che possa contenere una bella scrivania e una libreria, il letto non importa, andrebbe bene al limite una piccola poltrona. Immagino quella camera come il mio posto per scrivere, una stanza tutta mia. Sempre nella mia ricerca mi piacerebbe avere un terrazzo o un piccolo angolo all’aperto dove mettere un bel tavolo e appoggiarci il mio notebook per scrivere fuori durante la bella stagione. Non so se accadrà mai visto che la mia ricerca si è arenata più volte per cause non dipendenti dalla mia volontà, andrà a finire che quando avrò finalmente una stanza in più non avrò più voglia di scrivere e avrò archiviato per sempre la mia avventura scrittoria. 

Tempo fa lessi su Donna Moderna, sul numero del 26 gennaio 2023, un articolo sui posti preferiti per scrivere dagli scrittori famosi.

Alex Jonson riprendendo il famoso titolo di Virginia Woolf ha scritto un libro illustrato intitolato “Una stanza tutta per sé: dove scrivono i grandi scrittori” dove racconta attraverso delle illustrazioni dove e come lavoravano 50 scrittori del presente e del passato, tra America ed Europa. È un libro nato sulla scia del turismo letterario che attira sempre molti curiosi nelle case che hanno visto la nascita di romanzi famosi. Ho cercato l’ebook negli store e ho trovato solo la versione inglese. Su Feltrinelli IBS c’è il cartaceo in italiano  Link Feltrinelli

Agatha Christie scriveva ovunque, anche nelle camere d’albergo. Ma al 58 di Sheffield terrace di Londra c’erano i suoi indispensabili: Un tavolo robusto, una macchina da scrivere e una sedia dura con lo schienale rigido.

Jane Austen scrisse Orgoglio e pregiudizio utilizzando uno scrittoio portatile in mogano che suo padre le regalò quando compì 19 anni. Alternava lo scrittoio con il tavolo della sala da pranzo, rivolta verso la finestra. Lo scrittoio portatile comprendeva scomparti e un cofanetto dove la scrittrice Jane Austen Stan era pronta a nascondere i piccoli fogli di carta che scriveva, perché voleva tenere per sé L’inconfessabile libertà di scrivere. Oggi questo cofanetto è esposto presso la British library di Londra mentre il Cottage di Chawton, nell’Hampshire, è diventata la sede del Museo di Jane Austen e conserva ancora il tavolo su cui scrivere in sala da pranzo.

Sembra che Umberto Eco abbia scritto il nome della rosa nella sua casa di campagna a Monte Cerignone, borgo medievale tra Urbino e San Leo, in un convitto dei gesuiti: qui a metà degli anni settanta Umberto Eco stabilito la sua casa di campagna, nella piccola cappella era ubicato il suo primo studio. Successivamente a partire dagli anni novanta 90 Umberto Eco scriverà tanto a Milano circondato dalla sua biblioteca di 30.000 volumi, mentre scriveva ascoltava Bach, Mozart, Beethoven e Chopin e amava fin da ragazzo il jazz e la band della swing, per scrivere sentire il bisogno di un sottofondo musicale costante che gli serviva di ispirazione. Lo studiolo con i libri antichi è stato ricostruito presso la Biblioteca Braidense di Milano che contiene oltre ai libri anche pipe, bastoni da passeggio e pipe del grande semiologie, ovviamente si può visitare.

Aggiungo un’informazione di mia fonte diretta, Umberto Eco ha insegnato a lungo a Bologna fondando la facoltà del DAMS dell’Università di Bologna e ha attivato il Corso di laurea in Scienze della Comunicazione, per questo presso l’università esiste il Centro internazionale di Umberto Eco che fa parte dell’Università di Bologna e che ogni anno organizza degli eventi a lui dedicati, per esempio nel 2021 ha organizzato un evento di cui ho parlato nel mio post La scrittura smarginata di Elena Ferrante, nel 2022 sono stati organizzati ben due eventi con lo scrittore israeliano Eshkol Nevo ecco il link Eskhol Nevo in Ateneo a cui però non sono riuscita ad andare; tornando ai luoghi, il Centro Eco ha anche una sede in zona universitaria dove c’è ancora intatto lo studio che il professore usava quando lavorava a Bologna, non é visitabile ma io ci sono stata, un po’ casualmente perché conosco una persona che ci lavora e anche perché presso il Centro vengono organizzati eventi con una portata di pubblico più limitata come per esempio questo Evento in palazzo Marchesini

Riguardo ad autori più recenti e italiani Paolo Cognetti ha scritto Le otto montagne, premio strega 2017, all’aperto su un vecchio tavolaccio, recuperato dalla stalla dietro una baita, nel paesino di Fontane, sulle pendici del monte Rosa, in valle d’Aosta. L’intero paesino è diventato meta turistica letteraria. 

È bello avere un luogo per scrivere, un posto dove raccogliere le idee e stimolare la creatività, anche se mi è capitato spesso di avere delle ispirazioni in momenti in cui non ero in nessun posto specifico per scrivere, spesso le idee narrative arrivano nei momenti più impensati, magari mentre si è intenti a fare tutt’altro. Occorre però un posto dove queste idee possano essere tradotte in parole e strutturate all’interno di una trama. 

Ricordo che, nel corso di una gita scolastica, sono stata a Recanati a visitate la casa di Giacomo Leopardi e fu una bella emozione. Voi avete mai visitato la casa di uno scrittore o poeta? Avete anche voi un posto preferito dove scrivere o, semplicemente, raccogliere le idee e pensare? 


Fonti immagini: Pixabay 

Fonti testi: Wikipedia, sito università di Bologna e Donna Moderna del 26/1/23 articolo di Rosa Baldocci



venerdì 14 aprile 2023

Ambientazioni da sogno in storie da incubo

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa. (Cesare Pavese)

Chi scrive sa quanto sia importante l’ambientazione in un romanzo, è un altro protagonista, anzi forse il primo protagonista del romanzo. È una riflessione nata guardando alcune fiction televisive dove l’ambientazione è ciò che ha catturato la mia attenzione prima di ogni altra cosa, nel senso che ho cominciato a vederle proprio perché restavo folgorata dai posti in cui la trama si svolgeva. Ho notato che negli anni i gialli televisivi, molte tratte da libri, si sono sempre più spostati in posti bellissimi, le ambientazioni cupe e nebbiose a cui eravamo solitamente abituati nei gialli o nei noir hanno lasciato il posto a splendidi contorni da sogno. Ve ne cito alcuni.

Delitti in paradiso: ambientato nelle piccole Antille (nell’isola immaginaria di Saint Mairie) questa fiction la guardavo distrattamente la domenica pomeriggio dopo pranzo, in quel periodo dei primi mesi estivi, quando le programmazioni ordinarie della tv terminavano e ci ritrovavamo con le repliche dei telefilm più disparati. La seguivo mentre lavavo i piatti e rigovernavo la cucina, quasi sempre mi incantavo a guardare le spiagge magnifiche e sognavo di essere lì almeno per un attimo. 

La descrizione di Wikipedia è la seguente: è una serie televisiva Franco-britannica prodotta dal 2011. Creata da Robert Thorogood, il suo schema narrativo di base è quello di un detective della polizia britannica che si trova, spesso suo malgrado, catapultato a svolgere il suo lavoro in un lontano paese caraibico. Al di là  degli aspetti più giallisti della trama, buona parte della narrazione gioca sul culture clash generato dall’incontro delle abitudini del tipico esponente della middle class inglese con lo stile di vita di una società post coloniale e non urbanizzata come quella caraibica. 

Tra l’altro il detective inglese quasi sempre (i protagonisti sono cambiati nel corso della serie) odia il caldo, la sabbia e il mare, insomma è arrivato nel posto giusto. È una serie piuttosto lunga arrivata alla dodicesima stagione e, per un certo periodo, era stata promossa anche alla prima serata di Rai quattro, in questa occasione avevo notato che la serie si era evoluta, con misteri più elaborati pur lasciando sempre il solito schema delle origini. Un giallo leggero ma piacevole da seguire. 


I delitti del barlume: ambientato nell’isola d’Elba, una sera di parecchi anni fa, mentre facevo un giro distratto sui canali tv resto colpita dal colore del mare di una fiction con Filippo Timi, attore che avevo apprezzato nel meraviglioso film “Come dio comanda” tratto dal romanzo di Niccoló Ammaniti, dove lui faceva la parte del cattivo. Inizio a guardare e mi accorgo che quel mare lo conosco e così cerco di capire dove sono state effettuate le riprese, il paese immaginario in cui si svolge la trama si chiama Pineta ed è in provincia di Pisa, sulla costa livornese, così seguo tutto il film poi cerco in rete senza trovare nulla (era la prima o la seconda stagione della serie, in un momento ancora di scarsa notorietà). Alla fine ho avuto la conferma che si trattasse dell’isola d’Elba e ho cominciato a seguire la fiction su la 8 cercando di beccare le repliche dei vari episodi. Ammetto che, dopo vari anni, mi sono appassionata alla serie coinvolgendo anche il mio compagno. Così ci siamo ritrovati a inseguire le riprese in quel di Pineta (che nella realtà è Marciana Marina splendido comune dell’isola d’Elba) dove un paio di volte ci siamo ritrovati proprio nel periodo giusto.

Foto “rubata” dal set nella piazzetta di Marciana Marina 

La serie de I delitti del BarLume è tratta dai romanzi di Marco Malvaldi, molto liberamente devo dire, avendo letto un paio di romanzi dell’autore e aver trovato molte differenze; questo può essere un vantaggio perché anche se leggi il romanzo puoi tranquillamente vedere la fiction senza problemi. A differenza di altri casi in cui la sceneggiatura della fiction è del tutto fedele ai romanzi (come avviene per I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni, lo dico con cognizione di causa avendo letto molti suoi romanzi e visto la serie). Lo schema della fiction del BarLume richiama lo stile del film “Amici miei” di Mario Monicelli, infatti ci sono quattro vecchietti che passano le loro giornate al BarLume a giocare a briscola e a impicciarsi della vita del paese, ogni tanto organizzano degli scherzi feroci ai danni di qualche malcapitato, talvolta anche del barista Massimo Viviani, titolare del Bar, personaggio spigoloso e collerico, ma dotato di grande “intelligenza matematica”. Tuttavia quando avviene un omicidio nella tranquilla cittadina di Pineta, le loro congetture finiscono con l’intrecciarsi con le indagini della commissaria locale e, guarda caso, portano alla soluzione del caso. Sullo sfondo la vita della provincia toscana che sopravvive al consumismo turistico.


Le indagini di Lolita Lobosco: Il vicequestore Lolita Lobosco torna nella sua Bari per dirigere una squadra di soli uomini. È liberamente ispirata all’omonima serie di romanzi di Gabriella Genisi. É ambientata a Bari, ma nella fiction possiamo ammirare non solo il lungomare della città ma anche le spiagge dei suoi dintorni, ora per una come me di origini pugliesi, una fiction di successo ambientata in Puglia fa molta invidia lo ammetto, ma perché non ci ho pensato io? Perché io non vivo a Bari ma a Bologna e poi se fossi vissuta a Bari sarebbe stato lo stesso...

Comunque nei miei viaggi in Puglia ho visto dei posti meravigliosi, tra Bari e il Salento ci sono dei luoghi perfetti per le ambientazioni da romanzo, tanto che Luca Bianchini di Torino, dopo un viaggio a Polignano a mare, ha deciso di ambientarci parecchi romanzi con la sue storie romantiche e gialle (Io che amo solo te, La cena di Natale di Io che amo solo te, Baci da Polignano, Le mogli hanno sempre ragione).

Una mia foto di Polignano 


Uno splendido angolo del centro storico di Polignano 


L’abbinamento di storie gialle con panorami mozzafiato rende tutto molto più accattivante, soprattutto quando c’è la trasposizione cinematografica o televisiva che permette di godere degli scenari descritti nel romanzo. Insomma dopo migliaia di storie ambientate nelle metropoli come New York, Roma e Milano o in cittadine suggestive da nebbia in val padana si è passati ad ambientazioni più colorate, perché é questo che sovrasta la storia: il colore, l’azzurro del cielo del mare e il verde della natura. Ci sono fiction che decido di guardare solo per l’ambientazione, per sognare di essere al mare, la difficoltà investigativa è quindi superare il desiderio di andare in spiaggia. Come fanno quei poveri detective a non poter godere mai della bellezza che li circonda? Sempre troppo impegnati nelle loro indagini complicate, con la consolazione però di correre in spiaggia a godersi la bellezza alla fine delle indagini. 

Cosa ne pensate di queste storie gialle con tinte meno noir e più azzurre? Avete altre fiction o romanzi di questo genere da segnalare?

Fonti immagini: la prima foto è presa da Pixabay