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| L’immagine di un vecchio treno dal sito delle Ferrovie dello Stato |
C’è stato un tempo in cui viaggiavo spesso in treno, soprattutto ai tempi dell’università quando era anche l’unico mezzo che avevo per tornare in Puglia dai miei. Confesso che ogni volta ero assalita dalla paura di un attentato terroristico perché l’assonanza “stazione di Bologna” e “bomba” era terribilmente inquietante, del resto l’attentato era avvenuto nel 2 agosto 1980 ed io ho iniziato a frequentare l’università a Bologna nel novembre 1983, insomma era passato pochissimo tempo e l’Italia era ancora immersa nell’atmosfera degli anni di piombo. Tanto per ricordarli sono quegli anni compresi tra gli anni 60 e l'inizio degli anni 80 caratterizzati da una serie di eventi di violenza politica e sociale come gli attentati di gruppi armati di estrema sinistra o di estrema destra. Il culmine di questi eventi fu il rapimento e la morte dell'onorevole Aldo Moro nel 1978.
Comunque superato il primo timoroso momento della partenza il mio spirito si sollevava e mi ritrovavo a chiacchierare con i miei compagni di scompartimento. I treni di oggi sono molto diversi da quelli di allora, prendevo sempre un treno che si chiamava L’Espresso (era il Milano-Lecce oppure il Trieste-Lecce) e che, per il percorso Bologna-Foggia, impiegava ben otto ore (oggi per lo stesso percorso ne servono cinque). La mia fermata era una stazione prossima a quella di Termoli ultimo centro del Molise, ed ero fortunata perché molti pugliesi impiegavano molto più tempo per arrivare a destinazione, la Puglia è una strana regione lunga e stretta di oltre 400 km quindi arrivare a Bari o Brindisi o Lecce era ben diverso che arrivare a Foggia. Le otto ore di viaggio diventano un momento di condivisione con gli altri passeggeri dello scompartimento. Era composto da sei poltroncine strette e si poteva anche chiudere la porta di vetro che dava sul corridoio, luogo in cui stazionavano gli sfortunati che non avevano trovato posto a sedere e che stavano appoggiati alla parete del corridoio oppure seduti sullo “strapuntino” una sedia incassata nella parete che, all'occorrenza, si abbassava per sedersi in corridoio in una situazione di provvisorietà e grande scomodità. Durante il lungo viaggio se si liberava un posto all’interno dello scompartimento perché uno dei passeggeri arrivava a destinazione qualcuno del corridoio guadagnava il passaggio di classe ossia alla poltroncina dello scompartimento. Dopo un inizio di viaggio un po' goffo, durante il quale ognuno fissava davanti a sé in ostinato silenzio, la conversazione cominciava finalmente a scorrere liberamente su argomenti vari e leggeri, insomma si parlava del più e del meno:
Lei dove scende? Davvero? ma sa che anch’io abito ad Ancona, sono andato a trovare mio figlio che vive a Bologna.
Sei una studentessa universitaria? E cosa studi? Scendi a Foggia, ah beata te, io devo arrivare fino a Lecce arriverò stasera alle dieci.
Io ho preso il treno a Milano, eh è un viaggio lungo davvero.
Era l'era pre-cellulare e quindi comunicavo ai miei genitori che avrei preso il treno da Bologna centrale alle otto del mattino e che sarebbe arrivato alle quattro del pomeriggio circa…l'uso del termine "circa" era fondamentale perché quel treno accumulava spesso un gran ritardo e poteva arrivare invece che alle 16 anche alle 17. Un'eventualità che, specialmente durante l'inverno, implicava arrivare con il buio della sera invece che con la luce del giorno.
Credo di aver raccontato la mia vita, spesso anche con parecchi dettagli, a molti illustri sconosciuti incontrati in treno. Ho sempre pensato che la comunicazione con persone sconosciute diventi più aperta e spontanea traducendosi in una conversazione più rilassata e senza filtri. L'ho sperimentato di persona nei miei viaggi in treno e ho fatto la stessa esperienza in altri contesti, soprattutto negli incontri con altre persone in vacanza, dove c'è sempre quel senso di libertà. Il fatto è che restare stretti in quello scompartimento era come far parte di una piccola famiglia provvisoria, per la durata del viaggio. La pareti ristrette diventavano una piccola enclave in cui condividere quel tempo forzato, dove non potevamo far altro che respirare quell'atmosfera di attesa, così imparavamo a superare le differenze trovando un equilibrio e un'armonia quasi familiare.
Forse questa sensazione era dovuta alla vacanza che mi aspettava, in quanto partivo a Natale oppure in estate dopo la sessione estiva, ma nei miei ricordi quei viaggi erano belli.
E poi c’erano i viaggi di ritorno verso Bologna, quasi sempre pervasi da un senso di malinconia, per la vacanza finita, da parte di studenti che come me rientravano per studiare, oppure per coloro che rientravano al lavoro. Quanti incontri in quei viaggi, alcuni sono ricordi vaghi, altri sono piuttosto nitidi. Una volta conobbi una giovane signora di Ancona che si svegliava tutte le mattine alle quattro perché lavorava in un ufficio postale di Bologna, ogni giorno si faceva andata e ritorno in treno perché, mi disse, non voleva lasciare la sua città, ma soprattutto perché aveva un figlio piccolo che andava a scuola e non voleva fargli perdere i suoi punti fermi, visto che si era separata da suo padre da poco. Ovviamente c’era la nonna che si occupava di lui mentre lei lavorava. E poi c’è un ricordo indelebile della fermata del treno alla stazione di Cesena, una piccola città della Romagna, l’unica che non conosco dopo tanti anni che vivo in questa regione. Accanto alla stazione c’era un campo di bocce e, tutte le volte che il treno stazionava in stazione, mi incantavo a osservare il gruppo che giocava a bocce, erano per lo più persone anziane e guardarli mi dava serenità. Ora il mio treno non ferma più a Cesena, tante fermate sono state eliminate per i treni a lungo percorso riservandole solo ai treni regionali, forse un giorno prenderò un regionale e andrò a visitare finalmente Cesena, mi hanno detto tutti che è molto bella.
Infine qualcosa che solleticava spesso la mia fantasia, credo anche la mia più recente vena scrittoria, erano le scene di vita che mi capitava di osservare dal finestrino del treno, case e strade che intravedevo, le persone sui balconi, le luci nelle case di sera. Mi facevo domande su chi abitasse quelle case, se erano felici oppure tristi, se fosse bello vivere in quei luoghi attraversati velocemente dal treno in corsa.
A pensarci ora sembra una vita fa, oggi i trasporti si sono velocizzati tantissimo, percorsi che un tempo richiedevano quattro o cinque ore si sono ridotti a tre ore o due e mezza, è tutto più efficiente però non sono sicura che sia stato un miglioramento in tutto, per esempio ora i treni li trovo claustrofobici, con quei finestrini sigillati che vanno bene finché non si rompe l'aria condizionata. E poi non ci sono più gli scompartimenti, ora la carrozza del treno è del tutto aperta, come l’interno di un aereo. C’è solo un problema, come l’interno di un aereo non c’è spazio per le valige, sopra il sedile c’è un piccolo scomparto angusto dove puoi infilare un borsone oppure un trolley non troppo grande, quindi occorre viaggiare leggeri. Che dire, non si può avere tutto nella vita, viaggi più velocemente ma con minore ingombro.
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| Treni moderni dal sito FS Italia |
Mi capita di viaggiare ancora in treno, ogni tanto. Può capitare per lavoro, se proprio non posso esimermi, ma anche per raggiungere la Puglia, quando è più opportuno non usare l’auto. È un’esperienza diversa, si parla molto poco, un po’ perché siamo tutti immersi nei nostri telefonini o nei nostri tablet, un po’ perché manca lo “scompartimento” quel piccolo spazio che favoriva la condivisione e la confidenza.
Non è nostalgia, ma a volte sento la mancanza di alcuni dettagli suggestivi del passato. O forse è solo il senso inesorabile del tempo che vorrei arrestare, almeno nell’immagine di un ricordo.





